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Per capirci qualcosa
di Alberto Rocchi
Cercare di capire il concatenarsi di eventi che ha caratterizzato la tempesta di mezza estate dell’economia italiana è impresa ardua. La borsa che crolla, il “giudizio dei mercati”, il dibattito, gli appelli alla coesione intorno a una manovra simbolo (o simulacro) di una politica ormai aggrappata soltanto a dei numeri per lo più incomprensibili: tutto appiattito nell’arco temporale delle 24 ore, in cui succede tutto, per poi ricominciare ciclicamente il giorno dopo con un’altra combinazione, in una rincorsa all’irrazionale che coinvolge in egual misura economisti, semplici operatori, politici e naturalmente giornali, giornalisti e pseudo tali.
Il risultato (l’obiettivo?) di tutto ciò è il disorientamento che colpisce chiunque ancora si sforzi di esercitare la propria ragione critica e rivendichi la necessità di provare ancora a discernere il bianco dal nero, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. È così impossibile restituire la disciplina economica alla materialità da cui era partita 250 anni fa? Siamo ancora in grado di analizzare i problemi e cercare di trovare delle soluzioni prima che ci travolgano?
Situazione di partenza: debito, banche, borsa
Partiamo da un numero, molto semplice (i dati sono del dipartimento del Tesoro): 1.900 miliardi di euro è l’ammontare del debito pubblico italiano in valore assoluto al 31 dicembre 2010. Di questo, circa l’80% è rappresentato da titoli: Bot, Ctz, Btp, altri titoli emessi sul mercato estero. I titoli di stato italiani sono per circa il 60% nelle mani di investitori stranieri, particolarmente banche, investitori istituzionali internazionali, fondi sovrani (dati diffusi da Bnp Paribas). La restante parte invece è nel patrimonio di soggetti nazionali quali risparmiatori, istituti di credito italiani e fondi di investimento interni. Stando poi agli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali risalenti a fine 2010, la quota di titoli di stato italiani detenuta dalle banche tedesche, francesi e inglesi è superiore all’ammontare dei bond governativi portoghesi greci ed irlandesi posseduti da quelle stesse banche.
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«Trasformano il timore in indignazione»
La Comune di Madrid e il movimento globale
Written by Marco Assennato
0 - 1676: Scrive Spinoza, nel suo Trattato Politico (IV, 4), che il potere politico pecca - viene meno alla sua ragion d’essere - quando pensa di poter fare quello che vuole di una cosa che considera in suo possesso. Persino la proprietà insomma, fonte ultima dell’unico nómos ancora positivo in terra, esiste all’interno d’un limite, superato il quale essa diviene impedimento, dominio parassitario sul libero dispiegarsi della vita collettiva. «Analogamente - continua il filosofo - se pure diciamo che gli uomini non godono del loro diritto, ma sono soggetti al diritto della società civile ciò non significa che hanno cessato di essere uomini per acquistare un’altra natura, e che quindi la società abbia diritto di far sì che gli uomini [...] riguardino con tutti gli onori cose che provocano il riso o la nausea». Se il potere costituito dà mostra delle sue corruzioni, o viola e disprezza le leggi che s’è dato e sulle quali si regge, se impedisce la vita della collettività o rapina gli uomini e le donne allora «il timore si trasforma in indignazione».
Ed è proprio attorno all’indignazione che ruota la geometria politica delle passioni spinoziste: contrapposta alla speranza - passione triste che deprime la capacità d’aggregazione collettiva, registrandone al più la nostalgia o peggio la paura d’assenza - l’indignazione produce invece l’uscita dallo stato passivo verso l’attiva costruzione della dinamica collettiva. Che sia questa l’origine del nome che scuote le piazze spagnole, e prosegue il lungo tremore del continente europeo, non possiamo dirlo. Certo però la dinamica pare la stessa. E di questa dinamica vogliamo occuparci qui. Perché essa forma appunto l’uscita dalla paura, dal timore, e marca un passaggio d’ostilità, che pare a chi scrive gravido di potenza costituente. Usiamo Spinoza come immagine dialettica, ricordo sovversivo e selvaggio. In fondo fu, a suo tempo, un migrante anche lui, uomo in fuga, che dovette fare dell’Europa (dalla Spagna al Portogallo fino all’Olanda del Seicento si dispiega la narrazione della vita della famiglia De Espinosa) il luogo minimo di riferimento per la sua vita. E anche questo carattere biografico transnazionale fa sorridere, e parla d’oggi.
1 - Luoghi del bando: l’indignazione sembra presentarsi in scena arrivando da un qualche punto esterno del territorio amministrato. Gente messa a bando che torna a bussare alle porte della città. Che movimenti sono? che dinamica politica innescano? dopo la rivolta delle banlieues francesi, Mario Tronti tornò a riflettere su quel passaggio che vedeva i senza parte nella partizione della scena politica metropolitana, definire una rivolta a suo dire etica, prepolitica, contro il potere costituito. Lo chiamò potere destituente: «una critica delle condizioni di fatto pura e semplice che è da sola talmente forte da avere capacità di aggregazione e mobilitazione», dove il primato non è tanto al progetto di costruzione di qualcosa ma alla destituzione di ciò che c’è in campo.
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Benessere senza crescita
Pierluigi Sullo
Vorrei fare a Guido Viale un paio di domande. Siccome leggo con grande interesse quel che scrive sul manifesto, e trovo che i suoi articoli hanno l’inestimabile pregio – in questa situazione confusa e ansiosa – di mostrare come una alternativa alla «crescita senza benessere» (il titolo del suo ultimo articolo, sul manifesto del 25 settembre) sia non solo desiderabile, ma una autentica politica economica concretamente realizzabile, vorrei chiedergli se non pensi che, su un paio di questioni appunto, non si possa proseguire nel ragionamento.
La prima domanda riguarda un tema solo in apparenza secondario: un problema di parole e non di fatti. Quell’ultimo articolo di Viale si conclude così: «L’alternativa non è dunque tra crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più». Ora, per quel che vale io sono un amante del pragmatismo: credo che in un periodo di transizione, e di crisi complessiva (incluso il senso delle parole), non ci debba impuntare su definizioni o etichette. Però i simboli hanno un loro peso. Specialmente se forniscono un nome alle cose nuove e sconosciute, e contraddicono la deriva delle cose. All’inizio di questo secolo, la formula del Forum sociale mondiale, «Un altro mondo è possibile», ha utilmente pettinato contropelo il «pensiero unico», ossia quell’acronimo Tina («There is no alternative») che lo stesso Viale ha ampiamente smontato, da ultimo nel libro collettivo «Calendario della fine del mondo». Dire «comunismo» nel secolo in cui il capitale trovava la sua forma moderna, voleva dire indicare un altro orizzonte. Lo stesso è accaduto per la parola «nonviolenza» nel secolo successivo, che si è costruito sulle fondamenta delle guerre: civili, di classe, mondiali, di religione. In questo secolo, dominato – come Viale sa meglio di me – dall’impossibilità di oltrepassare il limite naturale e sociale della «crescita», la parola «decrescita» ha la capacità di simboleggiare un altro genere di civilizzazione.
In un recente sondaggio di Ilvo Diamanti, sulla Repubblica, in cui si cercavano le parole – secondo gli intervistati – del futuro o del passato, si vide a sorpresa che non solo a prevalere erano in generale le parole che hanno a che fare con gli interessi e i beni comuni, dopo decenni di incantamento del «privato», ma che tra queste compariva anche la parola più ostracizzata e vilipesa dalla politica, dai sindacati, dai media e dagli intellettuali: «decrescita», appunto.
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La Marcegaglia in soccorso di Trichet
Marco Cedolin
Fra gli avvoltoi che planano in cerchi sempre più bassi, attendendo con impazienza di spolpare la carogna di questo disgraziato paese, non potevano certo mancare i prenditori d'accatto che da sempre vivono alla grande foraggiati dai sussidi statali, ma fra una puntatina a Porto Cervo, un briefing di alta finanza e una delocalizzazione produttiva, non mancano mai di tessere le lodi del libero mercato, declinato come il luogo dove si socializzano le perdite, privatizzando al contempo i profitti (leciti ed illeciti) derivanti dalla macelleria sociale.
Degna portavoce di questa congrega di sciacalli che vestono Prada e Max Mara, ma strizzano l’occhio alla sinistra chic e si fingono interessati alle sorti dei lavoratori (italiani o cinesi non si comprende bene) non poteva essere che Emma Marcegaglia , la quale a sostegno di Draghi e Trichet e dei molteplici affari di famiglia, sta in queste ore producendosi nell’ennesimo sforzo per “salvare il paese” dalla remota possibilità che gli italiani non seguano i greci nel tunnel della disperazione.
Oggetto dello sforzo un documento denominato "manifesto per la crescita" (non si comprende bene di cosa) imposto ai camerieri di governo e sindacati, sotto forma di ultimatum o ricatto, indispensabile perché Confindustria non faccia saltare qualsiasi tavolo di dialogo.
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DOBBIAMO FERMARLI! La relazione introduttiva
di Giorgio Cremaschi
[Si è svolta il 1° ottobre a Roma l'assemblea del movimento "Dobbiamo fermarli", di cui Carmilla ha già parlato (vedi qui e qui). Una piattaforma cui hanno aderito oltre 1600 tra attivisti sindacali, militanti di sinistra, intellettuali, comuni cittadini. La stampa ha, quasi all'unanimità, ignorato l'evento. Noi pubblichiamo l'introduzione di Giorgio Cremaschi. La mozione conclusiva è visibile qui.]
Perché siamo quiIn questo ultimo anno nel nostro paese c’è stato un vasto e articolato movimento di lotta. Più di un anno fa gli operai di Pomigliano hanno detto no in tanti al ricatto di Marchionne. Il loro rifiuto si è incontrato con una diffusa ribellione all’aggressione ai diritti, alle libertà, alla democrazia. Hanno lottato gli studenti e i giovani contro i tagli alla scuola e il precariato. I migranti sono saliti sulla gru contro le truffe di stato, la segregazione e la cancellazione dei diritti civili. Hanno lottato i movimenti civili contro l’attacco alle libertà costituzionali. Lottano, e siamo fino in fondo con loro, i No Tav, contro l’occupazione militare di un intero territorio, decisa con consenso bipartisan per realizzare un’opera tanto devastante quanto inutile. Sono scese in piazza le donne, contro l’autoritarismo patriarcale che usa la crisi per riaffermarsi e riorganizzarsi. E infine a giugno 27 milioni di cittadini hanno detto no alla privatizzazione dei beni comuni, non solo dell’acqua, ma di tutti i principali beni che sono alla base della nostra vita.
Subito dopo, quando erano cresciute le nostre speranze di un vero cambiamento, si è sviluppata una nuova fase della crisi che ha portato al colpo di stato economico di questo agosto. Tutti i principi, tutte le istanze, tutte le domande di un anno e mezzo di lotte sono state cancellate nel nome dell’emergenza del debito. Il governo Berlusconi ha espresso tutto il suo degrado reazionario e la sua impresentabilità. Ma l’opposizione si è rivelata ancora più inconsistente e indisponibile a un reale cambiamento. Lo scontro politico ufficiale è su chi rassicura di più i mercati, cioè tra chi è più disponibile a soddisfare gli interessi del grande capitale finanziario nazionale e internazionale. Per questa ragione di fondo abbiamo pensato di riunirci.
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Nel mondo capovolto della sinistra
di Giovanni Mazzetti
La crisi globale rappresenta uno spartiacque che impone di cambiare se stessi. Questo dovrebbero capire le forze politiche e i movimenti antagonisti. Rileggendo Marx e Keynes
Le cose si complicano perché spesso gli individui non sanno accettare che le difficoltà possono avere una natura paradossale. Invece di riconoscere che i problemi sopravvenuti "parlano" contro (para) il comune sapere (doxa) - che dunque va cambiato - pensano di poter procedere inerzialmente sulla base della cultura di cui sono depositari, credendo che basti rimboccarsi le maniche, cioè agire come sanno fare, ma con maggior determinazione. In questo modo, però, la natura di spartiacque della crisi viene cancellata, appunto perché si nega la necessità di cambiare se stessi, di spingersi al di là dei limiti della cultura di cui si è depositari.
Nello specifico l'errore sta nell'interpretare la crisi come fenomeno determinato da un impoverimento della società. Intendiamoci, non è che un impoverimento non ci sia. Ma esso è l'effetto della crisi, non ciò che la causa. Quante volte negli ultimi decenni ho sentito invece ripetere, da molti esponenti di primo piano della sinistra, che ci troveremmo nei guai perché «la spinta della società a vivere al di sopra delle proprie possibilità materiali» avrebbe comportato un depauperamento di cui oggi subiremmo le conseguenze.
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Il fascismo del manager*
di Massimiliano Nicoli
A noi non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni. Allorché tu ti arrenderai a noi, da ultimo, sarà di tua spontanea volontà.
G. Orwell, 1984
Premessa
Questo intervento (breve e sincopato – avverto subito il lettore) ammette come ipotesi che esista un elemento di fascismo che circola oggi nei luoghi di lavoro. Ipotesi difficile da confermare – sembrerebbe – in tempi in cui la valorizzazione del fattore “umano” è uno dei ritornelli delle teorie e delle pratiche concernenti l’economia aziendale e l’organizzazione di impresa. “Umane” sono le risorse, “umano” è il capitale. Di più, il lavoratore è una “persona” il cui “sviluppo” è decisivo per il successo dell’impresa. Le organizzazioni appiattiscono le proprie gerarchie, le relazioni di lavoro si fanno sempre più informali, il clima è friendly. Il capo è un leader, il manager è un coach che aiuta le persone a esprimere pienamente il proprio “potenziale”. L’impresa ha una mission e una responsabilità sociale, una vision e una carta etica. In libreria, i bestseller manageriali sono esposti accanto ai libri di psicologia e pedagogia, e i corsi universitari di gestione delle risorse umane popolano le facoltà di scienze della formazione. Persino la filosofia, in forma di consulenza, fa capolino nelle stanze del business. A cercare orbace e manganello – o almeno lo sguardo torvo di un capo autoritario à la Valletta – nei luoghi di lavoro, oggi, si finisce per trovare un pullover molto casual e delle slides di Powerpoint. E un team leader sorridente che ti regala un feedback sulla tua performance.
Eppure, molto recentemente, dei collegamenti analogici sono stati fatti – e non senza ragioni – fra il lavoro sotto il comando del Duce e il lavoro senza padre né padrone – così parrebbe – di oggi. Per esempio, la recente vicenda dell’accordo imposto dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ai lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori ha suscitato commenti in cui è stato esplicitamente evocato lo spettro del fascismo: un accordo che interviene in maniera pesantemente peggiorativa sulle condizioni di lavoro e contemporaneamente esclude dalla rappresentanza sindacale le organizzazioni che non lo firmano è una chiara manifestazione di “fascismo aziendale”. Tanto più che il cosiddetto accordo viene “presentato” sotto forma di ricatto (travestito da referendum): o si dice di sì alle condizioni dettate dall’azienda o la dura lotta per la sopravvivenza nel mercato globalizzato costringerà il management a trasferire altrove la produzione.
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Sull’equivalenza narrativa terrorismo:oscurità
di Daniela Brogi
Negarlo è difficile: Buongiorno, notte, (Filmalbatros, 2003), di Marco Bellocchio, è una delle opere più belle del cinema italiano degli anni Zero. Il film è liberamente ispirato al memoriale dell’ex terrorista Anna Laura Braghetti Il prigioniero (Mondadori, 1988), e tanto per cominciare è la prova che si può rifare un ottimo lavoro anche a partire da un libro brutto e ridicolo. Com’è noto, Bellocchio rinarra la vicenda del sequestro Moro, ma uno degli aspetti più originali del film consiste nella scelta di condurre il racconto per lo più attraverso le molte rappresentazioni e teorie che nel corso degli anni sono state date sull’affaire Moro. Così, per esempio grazie ai filmati di repertorio, oppure usando la televisione sempre accesa nel covo di via Montalcini come presenza chiave della vicenda, Buongiorno, notte contiene «una rete complessa di allusioni ad altri film e persino a se stesso (l’elemento autoreferenziale di una sceneggiatura, intitolata proprio Buongiorno, notte, scritta da un personaggio del film) che dimostrano che non c’è un diretto accesso alla comprensione della storia, ma che tale comprensione viene costruita tramite la narrazione e la rappresentazione»[1].
Oltre tutto, anche il titolo è davvero bello, e indimenticabile: Buongiorno, notte, è dichiaratamente ispirato alla poesia di Emily Dickinson Good Morning – Midnight-[2], nella traduzione di Nicola Gardini (Crocetti, Milano 2001), che è stato il primo a usare la forma “Buongiorno notte“, potenziando la capacità smisurata di tempo-spazio contenuta in quelle due parole che vivono avanzando all’indietro.
L’effrazione dei principî di non contraddizione e asimmetria che definiscono il pensiero sistematico diurno; la regressione all’oscurità notturna – in senso temporale, visivo, mentale, acustico – per alludere alle vicende del terrorismo italiano tra i fatti di Piazza Fontana (1969) e la strage della stazione di Bologna (1980), e soprattutto l’uso della metafora del buio per nominare l’evento (il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che più di tutti ha fissato quell’epoca nella memoria e nell’inconscio italiani: tutto ciò, a ripensarci, non arriva a Bellocchio da un immaginario mai attivato in precedenza, perché intanto, appena si cominci a stare dentro questo ‘effetto notte’, torna subito negli occhi e nella mente anche la fortunata inchiesta televisiva in diciassette puntate di Sergio Zavoli La notte della Repubblica (passata per la prima volta su RAI2 dal 12 dicembre 1989 al 11 aprile 1990), poi diventata anche un libro (ERI, Mondadori, 1989).
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La finanza è il segnale dell’“autunno”
di Giorgio Gattei*
1. Lo scambio capitalistico D–M–D’ (con D’>D) può presentarsi in tre modi: come capitale commerciale con cui si comperano merci a buon mercato per rivenderle più care giusto uno scambio a valori non equivalenti (quello che uno guadagna, l’altro lo perde): D<M<D’; come capitale industriale con cui si comperano mezzi di produzione e forza-lavoro per produrre merci poi vendute ad un valore superiore del valore anticipato per l’aggiunta del plusvalore ottenuto mediante lo sfruttamento del lavoro salariato: D=M...Produzione...M’=D’; infine come capitale finanziario, con cui si prestano denari per riceverli alla scadenza, senza nemmeno bisogno di transitare per le merci, maggiorati dell’interesse, così che lo scambio è di nuovo a valori non equivalenti: D<D’. Come si vede è soltanto il capitale industriale a rispettare la regola dell’equivalenza degli scambi, il che vuol dire che entrambe le parti implicate ci guadagnano perchè nuova ricchezza è creata, mentre nel capitale commerciale e finanziario ci scambi appena la ricchezza esistente.
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Il velo lacerato della totalità
di Marco Gatto
Tornare a Hegel e a Marx dopo la stagione del postmoderno e del neoliberismo ormai in crisi. Lo propone il filosofo Fredric Jameson, che nei suoi ultimi libri definisce la strada che porta allo sviluppo di un punto di vista critico verso la logica culturale del sistema di potere dominante
Negli ultimi anni, Fredric Jameson si è ha inoltrato in strade tortuose con lo scopo di riconsiderare il pensiero di Hegel e Marx, assumendo come punto d'osservazione privilegiato il metodo dialettico. D'altra parte, gli esordi speculativi di Jameson - in particolare, Marxismo e forma (1971), uscito in Italia nel 1975 con una prefazione di Franco Fortini - rispecchiavano la volontà di confrontarsi con i capisaldi della tradizione dialettica del Novecento, al fine di risollevare le sorti di un pensiero che stava cedendo il passo all'egemonia delle microspecializzazioni analitiche ed empiristiche. D'altronde una tensione verso la totalità ispira largamente anche i lavori più noti di Jameson, a cominciare dal celebre Postmodernismo (uscito nel 1991, pubblicato integralmente da fazi, dopo l'edizione di solo alcuni capitoli da parte della casa editrice Garzanti), in cui la frammentazione alienante della vita sociale e la prospettiva straniante inaugurata dal crollo delle «grandi narrazion» trovano in una rivitalizzazione della dialettica tra particolare e generale, tra individuale e collettivo, una strategia di resistenza e opposizione.
Dissoluzione del moderno
In un tempo che ha dissolto la capacità del soggetto di relazionarsi all'altro e di situarsi in uno spazio condiviso, la teoria ha, per Jameson, l'obbligo di ricostruire una mappa della totalità sociale che sia canale di orientamento anzitutto politico. Da critico della cultura profondamente radicato nella tradizione che da Marx giunge sino ai francofortesi, passando dall'insopprimibile riferimento a Györky Lukács, Jameson si è dunque prodotto in un'inesausta analisi degli oggetti estetici della contemporaneità, sforzandosi di diagnosticare i termini di quella svolta culturale che, con l'ascesa del capitalismo multinazionale, segna la dissoluzione del moderno e la sua deflagrazione in un nuovo tipo di totalità.
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Tornare alla lira e cancellare il debito?*
di Michele Nobile
Quando si vuole gestire il capitalismo meglio della propria borghesia e si finisce invece nel più ingenuo nazionalsciovinismo

1. Due diverse prospettive politiche nella lotta contro l’«austerità».
Per necessità di sopravvivenza e senso di giustizia i lavoratori avvertono di non essere responsabili della crisi economica e di non doverne pagare i costi. È per questo motivo, dettato da un sano istinto di classe, che essi lottano contro le inique misure d’«austerità» del governo e rifiutano di pagare i costi del debito dello Stato, ora in gran parte conseguente dal salvataggio delle banche private.
Battersi contro l’«austerità» è però cosa molto diversa dal rivendicare che lo Stato capitalistico azzeri o «cancelli» i propri debiti con terzi, quali banche private, governi esteri, agenzie internazionali.
Quando lottano contro l’«austerità», i lavoratori affermano la propria autonomia come classe a fronte dello Stato capitalistico e dei padroni, nazionali ed esteri. Così facendo, infatti, essi si oppongono a un ulteriore tributo effettuato dallo Stato e destinato a finire nelle borse dei capitalisti e al circuito finanziario internazionale.
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Il conflitto sociale, l’unica chance che ha il capitale di sopravvivere
Militant
Come andiamo dicendo ormai da anni, questa crisi – a nostro modo di vedere – nasce da una lenta ma inesorabile perdita di diritti e potere d’acquisto dei lavoratori occidentali. Una crisi che non inizia nel 2008, o nel 2007, ma parte da molto più lontano, e solo l’assuefazione finanziaria e debitoria ha reso possibile mascherare l’enorme problema che covava il capitalismo, manifestandosi solo recentemente. La droga del consumo a debito ha potuto rimandare di qualche anno un esito che però appariva prevedibile (e infatti c’è chi lo aveva previsto, e non il solito pluricitato Roubini, che ormai ha assunto il ruolo di stregone dell’economia mondiale), e cioè una sovrapproduzione sempre più dilagante a fronte di sempre peggiori condizioni di vita di coloro che producevano. Tutto questo sta diventando, lentamente, coscienza comune. Tutti, infatti, si stanno rendendo conto di come, in fin dei conti, le loro condizioni di vita siano cambiate di poco rispetto a prima della “crisi”, e che nel 2006 non è che stavamo nettamente meglio di oggi. Di come le nostre condizioni di vita, le nostre esistenze, erano già in crisi prima che questa si palesasse come complotto finanziario alla buona e sana economia industriale che invece prosperava prima dell’uragano Lehman Brothers. Insomma, la soluzione non è tornare al 2006, o al 2000, per risolvere, anche in parte, i nostri problemi.
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Una crescita senza benessere
di Guido Viale
La crescita (che non c'è e, dove c'era, svanisce) è trattata sempre più come un obbligo. Ma quella di cui si parla è solo una crescita contabile (del Pil), finalizzata a riequilibrare i rapporti tra deficit - e debito - e Pil con un aumento del denominatore (Pil) e non solo con una riduzione dei numeratori (deficit e debito). Il tutto soprattutto per «rassicurare i mercati». Dalla crescita ci si attende anche un aumento dei redditi tassabili (non tutti i redditi lo sono, o lo sono nella stessa misura: alcuni, per legge; altri, per violazione della legge) e, quindi, delle entrate dello Stato, rendendo più facile il pareggio di bilancio (assurto al rango di obbligo costituzionale) e, forse, anche una riduzione del debito (anch'essa resa obbligatoria dal cosiddetto patto euro-plus). Tuttavia meno spesa e più entrate non bastano a garantire il pareggio; non è detto che l'avanzo primario programmato (il surplus delle entrate sulle spese) sia compatibile con l'andamento dei tassi. Così gli interessi si accumulano in nuovo debito, una spirale, in contesti di deflazione come questo, senza fine.
La Grecia è da tempo in stato fallimentare (default): la sua economia non potrà più crescere per decenni; meno che mai in misura sufficiente ad azzerare il deficit o ripagare anche solo in parte il debito. Perché, allora, economisti e statisti non ne prendono atto? In parte perché non sanno che fare (era una sopravvenienza prevedibile, ma mai presa in considerazione); in parte per rapinarla; pensioni, salari, posti di lavoro, servizi pubblici, isole, riserve auree: tutto quello di cui ci si può appropriare (privatizzandolo) va preso prima di ammettere l'irreversibilità della situazione. La posizione dell'Italia non è molto diversa anche se il suo tessuto industriale è più robusto: una crescita sufficiente a pareggiare i conti non arriverà più; soprattutto strangolando così la sua economia. Ma qui i beni da saccheggiare - in barba ai risultati dei referendum - sono più succosi, mentre una presa d'atto del fallimento farebbe saltare, insieme all'euro, anche l'Unione europea. Per questo il gioco è destinato a durare più a lungo. Se però un governo ne prendesse atto, annunciando un default concordato - e selettivo: per colpire meno i piccoli risparmiatori - l'Europa correrebbe ai ripari e gli eurobond salterebbero fuori dall'oggi al domani. Ma così, dicono gli economisti, si blocca il circuito bancario e si arresta tutto il processo economico.
Certo le cose non sarebbero facili; ma non lo sono, per i più, neanche ora. Però il circuito bancario si era già bloccato dopo il fallimento Lehman Brothers, e sono intervenuti gli Stati nazionalizzando di fatto, per un po', le banche. Succederebbe di nuovo; e anche senza uscire dall'Euro, perché a intervenire dovrebbe essere la Bce.
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Eurocrisi, eurobond, lotta sul debito: un contributo al dibattito
di Raffaele Sciortino
Dunque il contagio si diffonde. Con buona pace per chi si credeva in qualche modo immunizzato si è passati in poco tempo al default di fatto della Grecia, al rischio fallimento sui debiti sovrani di pesi medi come Spagna e Italia, ai dubbi sulla tenuta delle banche francesi e negli ultimi giorni a un principio di panico nelle borse. Ma col contagio, e relative manovre, si è anche iniziato a discutere di debito e default, e non solo tra gli “esperti”. Mentre dall’alto vengono riproposte le stesse ricette alla radice della crisi, in basso ci si inizia a interrogare non solo sui costi sociali dell’economia del debito ma anche su come si è prodotto, chi ci guadagna, dove ci sta portando, e qua e là affiora il dubbio se è giusto pagarlo o comunque se sostenerne i costi non significa alimentare il male piuttosto che guarirlo(1). Intanto sia l’euro che l’Unione europea, a differenza di un anno fa, appaiono oggi seriamente a rischio.
Proviamo allora a mettere a fuoco - sotto forma di ipotesi in sequenza - il quadro d’insieme in cui può darsi una lotta sul terreno del debito, non in generale ma dentro le molteplici linee di fuga e di scontro dell’attuale passaggio della crisi, come resistenza ma anche come potenziale prospettiva costituente.
1. L’epicentro della crisi globale restano gli States. L’incredibile iniezione di liquidità di questi anni da parte della Federal Reserve, da ultimo con il cosiddetto quantitative easing 2, se è servita a evitare fin qui un nuovo grande tracollo di borsa e fallimenti a catena nel sistema bancario statunitense zeppo di cattivi crediti, non è però stata in grado di rilanciare la ripresa produttiva e tanto meno i consumi. Il giochino riuscito a Bush dopo lo scoppio della bolla dot.com e sull’onda dell’undici settembre non è riuscito a Obama. Il punto è che nonostante l’accorciamento della leva finanziaria (deleveraging) dal fallimento della Lehman in poi c’è ancora troppo debito, a tutti i livelli: pubblico, federale statale municipale, e privato, finanza imprese famiglie!
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Una crisi del capitalismo*
di Riccardo Bellofiore
I. Un premier da ridere, un paese da compatire?
Marx ha scritto che la storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa. Chi fosse curioso di come potrebbe ripetersi la terza volta, non ha che da guardare all’Italia: un paese dove l’opposizione più dura contro il governo viene - letteralmente – da comici (come Antonio Albanese o i due Guzzanti) o da vignettisti (come Altan o Bucchi). Negli ultimi tempi la realtà è stata però più inventiva della stessa satira. Questa patetica situazione ha d’altra parte distorto la maggior parte delle analisi della situazione economica e politica del paese: come se il problema vero dell’Italia fosse solo il suo primo ministro, distratto da sesso e processi.
L’Italia è nell’occhio del ciclone da quest’estate. Ma per capire la vera natura della crisi italiana è necessario osservarla nel contesto più ampio della crisi europea. Entrambe, ci viene detto, fanno parte di una più vasta crisi del debito sovrano. Ma le cose non stanno proprio così.
II. Dalla crisi europea alla crisi italiana
I limiti della zona euro sono ben noti. Anzitutto abbiamo una ‘moneta unica’ non sostenuta da una corrispondente sovranità politica: una moneta che non è una moneta. Quindi, c’è una Banca Centrale Europea che non agisce come prestatore di ultima istanza, e che non finanzia l’indebitamento dei governi: una banca centrale che si rifiuta di fare quello per cui le banche centrali sono nate.
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In difesa di Silvio Berlusconi (e tutta la sua banda di ruffiani predatori e tagliagole)
Franco Berardi Bifo
Introduzione
Una banda di criminali sapientemente organizzati si è impadronita del potere mediatico, finanziario e politico, e lo detiene con coraggioso sprezzo del pericolo da quasi un ventennio. Un altro ventennio italiano.
La banda si difende assai bene, da ogni punto di vista. Dispone di enormi capitali coi quali è possibile comprare non solo ville, televisioni, giornali, giudici e favori sessuali, ma anche quel che più conta alla distanza: il voto di una parte consistente del Parlamento e il voto di milioni di elettori. Dispone di avvocati ben pagati, preparati, pronti a tutto. La linea di difesa, in generale è la seguente: non intendo rispondere, non me ne importa niente delle accuse che mi rivolgete, delle rivelazioni giornalistiche e di quel che si pensa di me.
Continuo a fare quel che ho sempre fatto, e nessuno ha la forza di fermarmi. Perciò la banda resta salda in sella ancor oggi, autunno 2011. Magari meno solida di un tempo, ma solida abbastanza per continuare a governare sul nulla mentre il paese sprofonda con ogni evidenza in una crisi catastrofica di cui, per essere onesti, la banda non è affatto responsabile, checché ne dica il povero Bersani. La crisi è stata infatti provocata da sommovimenti tellurici di portata planetaria, e la banda per lungo tempo ha deciso che il problema non la riguarda, il che non è del tutto riprovevole dato che non c’è alcun modo di venirne fuori finché la dittatura finanziaria non sarà stata abbattuta, checché ne dica il povero di Bersani.
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Più Stato, meno Stato
Elisabetta Teghil
principio di base sta qui nel dire: sì, è giusto essere intolleranti verso i
senza tetto nelle strade."
( Tony Blair- The Guardian 10 aprile 1997)
La canonizzazione del "bisogno di sicurezza" è in correlazione diretta con l'accantonamento del diritto al lavoro, scritto nella costituzione, ma vanificato dal perpetuarsi della disoccupazione di massa e dalla crescente diffusione del precariato, cioè dalla negazione di ogni sicurezza di vita ad un numero sempre crescente di persone.
La parola sicurezza ha, così, subito un profondo cambiamento semantico.
Così come la versione neoliberista della società è nata negli Stati Uniti, anche la teoria della "tolleranza zero" è nata lì. E l'una, la tolleranza zero, è figlia naturale dell'altro, il neoliberismo.
Questa nuova figura politico-discorsiva della "sicurezza" è di tutti i paesi dell 'Europa occidentale e accomuna la destra più reazionaria con la "così detta sinistra" di opposizione e/o di governo. Il primo risultato è stato quello di instaurare un apparato penale tanto
multiforme quanto iperbolico.
I teorici del "meno Stato" per quanto riguarda le prerogative del capitale, l'impiego della manodopera, lo stato sociale, esigono contemporaneamente "più Stato" in una repressione a tutto campo e senza confini, pensando, così, di dissimulare e contenere le conseguenze deleterie delle peggiorate condizioni economiche e sociali della manodopera, dei ceti medi, dei lavoratori cognitivi.
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Debito pubblico. Perché e come si può non pagarlo
Contropiano intervista Luciano Vasapollo
Il non pagamento del debito pubblico e la fuoriuscita dall’Eurozona non sono più proposte velleitarie, ma possono diventare soluzioni da percorrere. In un libro di prossimo uscita – “Il Risveglio dei maiali”, edizioni Jaca Book – tre economisti marxisti, Arriola, Martufi, Vasapollo, analizzano la crisi in corso, le micidiali conseguenze sui paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) dell’Unione Europea e le possibile proposte per non essere annientati dalla macelleria sociale imposta dalla Banca Centrale Europea e dal governo unico delle banche che sta determinando le sorti dei lavoratori, giovani, disoccupati, pensionati nel nostro e negli altri paesi europei
Abbiamo rivolto alcune domande a Luciano Vasapollo, uno degli autori del libro.
Tra i movimenti sociali e i sindacati di base del nostro paese, sta emergendo la parola d’ordine del “non pagamento del debito”. A tuo avviso è una campagna un po’ velleitaria o una soluzione che può diventare realista? Chi verrebbe danneggiato e chi avvantaggiato da un congelamento o una moratoria del pagamento del debito pubblico italiano?
Non chiediamo certo il non pagamento del debito pubblico in mano alle famiglie, che ad esempio rappresenta in Italia solo il 14% del totale. La moratoria richiesta è nel pagamento del debito pubblico interno ed estero in mano alle banche, finanziarie, assicurazioni, grandi fondi pensione ed investimento. Cerchiamo di capire perché e come.
Il passaggio dall’Europa finanziaria ed economica alla costruzione politica dello Stato sovranazionale europeo, crea un terrorismo massmediatico attraverso un vero e proprio attacco politico e speculativo dei mercati finanziari internazionali per screditare il ruolo degli Stati-Nazione. E’ così che il debito pubblico si trasforma in debito sovrano.
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La mistificazione della democrazia
di Gianni Ferrara
C'è un falso nell'attività pubblica che il codice penale ignora. È il falso nella comunicazione politica. Ha da sempre influito sulla vita politica italiana ma col berlusconismo la ha pervasa. Ora però da fonte diversa se ne sta praticando uno gravissimo di falsi a danno della fede pubblica, degli elettori, della democrazia italiana. A commetterlo sono i promotori dei referendum elettorali che strombazzano la loro avversione al porcellum ma mirano a restaurare il fratello gemello: il mattarellum. Sostengono che così, da una parte, sarà eliminato lo sconcio del "premio di maggioranza" che, in realtà, è attribuito alla minoranza più consistente trasformandola in maggioranza e, d'altra parte, sarà restituito agli elettori il potere di scegliere i loro rappresentanti.
Mentono. Innanzitutto perché quesiti referendari volti a determinare precisamente, chiaramente, nettamente l'eliminazione dei vizi del porcellum c'erano. Erano stati proposti nel giugno scorso. Ma furono combattuti con furioso accanimento e con sciagurato successo proprio dai promotori dei referendum "pro mattarellum" inventati appunto per ostacolare una campagna referendaria che con quei quesiti, una volta approvati, avrebbero capovolto il porcellum da maggioritario in proporzionale. La restaurazione che si tenta col mattarellum è invece diretta proprio a riaffermare il sistema maggioritario di elezione, a garantirlo, consolidarlo, perpetuarlo.
Al di là dei moltissimi e fondatissimi dubbi sull'ammissibilità di tali referendum, alla stregua della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia, va detto, nel merito, che i promotori dei referendum "pro mattarellum" mentono quando dicono di voler eliminare il meccanismo che trasforma la minoranza in maggioranza. Mentono perché mirano a resuscitare un sistema che, pur attribuendo un quarto dei seggi col metodo proporzionale, per gli altri tre quarti, è maggioritario con collegi uninominali. Questo, tra quelli esistenti, è il sistema elettorale che determina il massimo di distorsione degli effetti collegabili alle pronunzie del corpo elettorale.
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Europa: l’eclisse della ragione e della democrazia
Sergio Bruno
I miti della politica monetaria, l'ossessione del debito, le porte aperte alla speculazione, i pericoli dell'austerità, il bisogno di ricostruire l'economia reale. E la mancanza di visione dell'Europa. Tutti i nodi della crisi
Coloro che considerano se stessi quali élites hanno sempre aspirato a governare, possibilmente in un rispettabile ambiente democratico e seguendo le sue regole. Gli ultimi trent’anni hanno conosciuto un tentativo, da parte di varie tecnocrazie, di acquisire una egemonia nelle faccende economiche di maggiore importanza. L’hanno fatto in modo discreto, sicché il processo sottostante è passato inosservato da parte della maggioranza della sfera politica. L’attuale crisi economica offre la possibilità di cominciare ad esplorare questi sottili e surrettizi mutamenti.
Le ragioni del successo degli attacchi speculativi
Il successo che gli attacchi speculativi stanno conseguendo è dovuto ad una sequenza di comportamenti errati da parte dei soggetti di policy, basati su false verità e indotti da cattive analisi. I semi della sequenza perversa che ha condotto a ciò erano stati piantati negli anni 1980, con il trasferimento del potere di signoraggio dagli stati alle banche centrali, e sono stati poi rinforzati, in Europa, “proibendo”, alle banche centrali prima e alla Bce successivamente, di sottoscrivere direttamente i titoli del debito emessi dagli stati membri (Art.101 del Trattato). Protagonisti di questa stravagante commedia sono state le tecnocrazie delle banche centrali – sia a livello nazionale che internazionale – e in una qualche minore misura la Commissione europea. Il ruolo di villains de la pièce l’hanno assunto i governi democraticamente eletti, indipendentemente dai loro orientamenti politici, che hanno passivamente trasferito pezzi di potere, importanti e di rilievo costituzionale, a tali tecnocrazie.
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Frammenti insurrezionali
Marcello Tarì
In tempi eccezionali fenomeni normalmente considerati marginali diventano essenziali e delineano il comune di un’epoca. Stiamo vivendo uno di quei tempi
Partire dal mezzo
Si era pensato che parole come insurrezione, rivoluzione, anarchia e comunismo fossero state per sempre rinchiuse in esangui ambienti «antisistema« e che non restasse, al meglio, che ripetere a ogni autunno il rituale movimentista. Ma oggi, in presenza di movimenti insurrezionali diffusi, sono proprio i movimentisti a ritrovarsi minoritari. Alcuni sono in affannosa ricerca di una nuova rappresentanza, se non di una narrazione di governo che si aggrappa alla capacità di resistere di un non meglio specificato «ceto medio», mentre i circoli del radicalismo si trovano espropriati della loro identità costruita proprio sull’assenza dell’insurrezione.
Sta di fatto che è davvero impossibile non riuscire a scorgere nella sua fredda sequenzialità il concatenamento insurrezionale che dalla rivolta delle banlieues francesi del 2005 corre sino ai riot dell’ultimo agosto inglese. In mezzo – sono queste tipo di sequenze storiche che mostrano cosa vuol dire partire dal mezzo – c’è l’incendio di Copenaghen, la rivolta contro il Cpe, l’interminabile insorgenza greca, la guerriglia in Campania, le insurrezioni nei paesi del Nordafrica, il blocco delle raffinerie in Francia, il 14 dicembre romano, la battaglia del 3 luglio in Val di Susa e tanti altri frammenti – una festa, un incontro, una frase – che risuonano l’uno con l’altro distorcendo finalmente la triste sinfonia imperiale che solo fino a poco tempo fa ricominciava identica, sempre daccapo, sprofondando nella noia di un mondo senza forma. La forma infatti è definita non dalla riconciliazione bensì dalla guerra tra due princìpi in lotta, diceva il vecchio Lukàcs. E la forma è venuta, infine. Potremmo dunque ripetere, intensificando la polarizzazione: la forma comune data da un’incessante rielaborazione dello scontro locale tra forme di vita. Tutta una ridefinizione delle sensibilità si gioca in questa rottura della ciclità nevropatica dei «movimenti sociali».
Se riusciamo oggi a sentirel’epoca come una verità, cioè come un fatto che abbiamo in comune,lo dobbiamo dunque a questo ritmo insurrezionale che imprime unaforma dentro questo tempo. Tempo e forma che hanno l’aspetto di una guerra per la definizione della vita stessa poiché si elabora a ogni latitudine in quanto insurrezione contro questo ambiente, ostile poiché inabitabile, che si concretizza nella pervasiva positività della metropoli. Ma che, così definendosi, prende anche congedo dalle più svariate definizioni di guerra che da un lato e dall’altro riportano tutto a una questione militare.
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Elogio di Terry De Nicolò, filosofa del terzo millennio
Miguel Martinez
Non ho seguito per nulla l’ultima vicenda che coinvolge il nostro presidente del Consiglio, il suo lenone e ricattatore di fiducia il signor Tarantini e un numero sproporzionato di Jeune-Fille di ogni età e dimensione.
Mi hanno però segnalato un video davvero notevole.
E’ un’intervista con una certa Terry De Nicolò, coinvolta non saprei, e non mi interessa, a quale titolo nella vicenda. Nell’intervista, vediamo una signora piuttosto dignitosa, per nulla appariscente, che si esprime in un ottimo italiano. Anche le parolacce che usa, ci stanno, nel contesto del discorso.
Dice la De Nicolò:
“poi se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare, perché anche la bellezza, anzi sopratutto la bellezza, come dice Sgarbi, ha un valore. Se tu sei racchia e fai schifo, te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno, e viene pagato, come la bravura di un medico. E’ così, è così. Chi questo non lo capisce, “ah, il ruolo della donna viene minimizzato!”, allora stai a casa, non mi rompere i coglioni.”
L’intervistatore dice che secondo la procura, queste feste con queste donne servivano a convincere Berlusconi a fare entrare certi imprenditori nei grandi appalti, “la donna era vista un po’ come una tangente“. Un danno quindi, per l’imprenditore che non usa la donna tangente…
Risponde la De Nicolò,
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Breve storiella del debito pubblico
Militant
Come sappiamo già da mesi, alcuni paesi europei sono stati privati del loro potere politico di indirizzo economico, e sostituiti da strutture europee economico-finanziarie quali la Banca Centrale Europea, il famigerato Fondo Salva Stati (variante europea del Fondo Monetario Internazionale), nonché dalla stessa Unione Europea e dalla Banca Centrale Tedesca. Di fatto, parlare di commissariamento è fin troppo poco: quello che stanno vivendo i paesi più indebitati dell’eurozona ricalca alla perfezione ciò che hanno vissuto, nel corso dell’ottocento e del novecento, decine di paesi del secondo e terzo mondo, con l’FMI al posto del Fondo Salva Stati, la Banca mondiale al posto di quella europea e il governo statunitense al posto dell’Unione Europea. Tutti paesi che, di fronte ad un debito pubblico sempre più grande e col rischio dell’insolvenza, si affidavano a strutture finanziarie sovranazionali che ne determinavano le riforme, ne garantivano la solvibilità e ne indirizzavano le politiche economico-sociali. La storiella del debito, dunque, è abbastanza vecchia da poter essere presa a modello per capire cosa accadrà in Italia, ricordando anche cosa successe a qualche paese invaso dalle stesse cure che toccheranno a noi.
Prima di tutto, è stato preparato a dovere il terreno culturale su cui poi andare a intervenire. Si sono create le condizioni psicologiche che hanno portato la gente ad avere una fottuta paura del debito pubblico, così da vedere il ridimensionamento dello stesso come condizione imprescindibile per andare avanti. La storia è più o meno questa:
I mercati, che sono formati dalla massa di cittadini-risparmiatori che investono i propri risparmi nelle banche comprando obbligazioni o azioni delle società quotate in borsa, stanno portando un attacco speculativo verso i paesi indebitati vendendo le azioni o le obbligazioni di questi paesi, intimoriti dalla possibile insolvenza di questi paesi.
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Europa, occupiamo lo spazio comune
di Ugo Mattei
Non c'è timoniere, né punto d'arrivo nell'attuale "rotta" d'Europa, cresciuta con il motto implicito "meglio che niente". L'alternativa è radicale: uscire dall'egemonia privatistica, mettere al centro della scena la lotta per un diritto del comune e contro l’accumulo istituzionalizzato della ricchezza
Tenere una rotta è possibile qualora si configurino due condizioni. Deve esserci un timoniere e il timoniere deve tener presente un punto d’arrivo cui tendere in modo il più possibile coerente. Ne segue che la metafora della rotta mal si addice all’Europa per mancanza dell’una e dell’altra condizione. Non si può escludere che nell’immediato secondo dopoguerra i c.d. padri fondatori dell’Europa, da Shuman a Spinelli da Monet ad Adenauer, avessero in mente un obiettivo, sostanzialmente quello di evitare rigurgiti di aggressività militare tedesca attraverso misure di mercato. Quello scopo, certo importantissimo, è stato raggiunto ma la sconfitta politica del manifesto di Ventotene (almeno nella sua interpretazione più ambiziosa e avanzata) ha semplicemente tramutato la cifra dell’aggressività tedesca da militare a economica, come ampiamente dimostrato inter alia dalla recente vicenda greca. Conseguenza politica del prestigio dei “padri fondatori” è stata l’ideologia, diffusasi soprattutto a sinistra, del “meglio che niente”.
In tempi recenti Delors e Prodi sono stati gli esponenti più prestigiosi della nutrita schiera di quanti sostengono la desiderabilità intrinseca del lavoro politico rivolto all’obiettivo della maggior integrazione. Dall’Atto unico europeo al Trattato di Maastricht, dall’elezione diretta del Parlamento europeo all’euro, ci si è proclamati spesso con orgoglio “europeisti” senza mai davvero fare i conti con il problema di “quale integrazione”.
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Crisi del neo-liberismo o del capitalismo?
di Nicola Casale
Qualcuno già nutriva fiducia che la crisi fosse in via di risoluzione. Alcuni indici sembravano autorizzare la speranza. In particolare la crescita della produzione industriale, mai interrottasi nei “paesi emergenti”, dava segni di riavvio anche in Occidente (Germania e Usa in testa). L’estate, invece, è stata calda. Nuovo violento salto della crisi sul piano finanziario e scomparsa del trend positivo della produzione industriale.
La crisi finanziaria ha aggredito gli stati più esposti sul debito pubblico. Era prevedibile, dopo che, per salvare banche e finanza, s’erano accollati sui bilanci statali giganteschi debiti aggiuntivi (il “cerbero dei conti” Tremonti in tre anni ha incrementato il debito pubblico di 240 miliardi di euro. Dove son finiti se non nelle casse disastratissime delle banche?).
La crisi finanziaria e il rischio di default di qualche stato hanno ri-diffuso il germe della sfiducia ovunque e depresso di nuovo anche quei segnali positivi di timida ripresa della produzione.
Questi eventi dimostrano ulteriormente il carattere sistemico della crisi. Essa non dipende da politiche particolari (il neo-liberismo), corrette le quali il sistema possa tornare sulla strada di una nuova stabile e lunga crescita. Il fatto centrale è che nel mondo circola una massa enorme di capitale fittizio che esige la sua valorizzazione. Questo capitale è frutto degli effetti moltiplicatori dell’ingegneria finanziaria cui è stata lasciata, negli ultimi trent’anni, crescente libertà creativa, ma non solo di essa. Anzi, la creatività finanziaria si è affermata per dare risposta al problema esploso nella sfera della produzione: la sovrapproduzione. Le capacità produttive sparse per il mondo sono divenute pletoriche per il sistema.
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