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Iran: l’incredibile mix di arroganza e incompetenza che ha messo all’angolo USA e Israele
di Roberto Iannuzzi
Trump non ha preso in considerazione la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e non ha tenuto conto dell’enorme fragilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo
A quasi un mese dall’inizio della guerra di aggressione lanciata da USA e Israele contro l’Iran, tutti i piani israelo-americani sono saltati.
La decapitazione della Repubblica Islamica tramite il brutale assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri leader politici e militari iraniani non ha portato al crollo del governo iraniano.
Al contrario, la compattezza con cui i vertici di Teheran hanno risposto all’attacco ha fatto svanire il miraggio di una guerra lampo vagheggiato da Washington e Tel Aviv.
La paralisi della navigazione nel Golfo Persico, e l’espandersi del conflitto a livello regionale, hanno provocato uno shock economico senza precedenti, con prezzi energetici alle stelle e l’interruzione di catene di fornitura essenziali. Uno shock destinato a propagare inflazione, recessione e instabilità a livello mondiale.
Una simile catastrofe è frutto di incredibili errori strategici commessi da Stati Uniti e Israele.
Al fondo di questi errori vi è un peccato di arroganza, oltre che di incompetenza, che ha impedito ai vertici israelo-americani di leggere la realtà iraniana.
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Russia e Iran nel mirino della guerra esistenziale della Coalizione Epstein allargata all’Ucraina
di Alex Marsaglia
“C’è preoccupazione reciproca per la pericolosa diffusione del conflitto al Mar Caspio”, così il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov lo scorso 24 Marzo ha chiuso la telefonata con il suo omologo Abbas Araghchi. Una telefonata che ha fatto immediatamente seguito ai bombardamenti della Coalizione Epstein ai porti iraniani sul Mar Caspio e all’attacco di droni ucraini alle infrastrutture del Turkish Stream e del Blue Stream avvenuti tra il 17 e il 19 Marzo in un crescendo di preoccupazione condivisa da Iran e Russia.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova Venerdì 20 evidenziava proprio il pericolo di estensione territoriale di un conflitto che si stava paurosamente saldando con quello ucraino a partire dai grandi mari eurasiatici: “questa importante baia del Caspio è un fondamentale nodo commerciale e logistico, che viene attivamente utilizzato per garantire il commercio russo-iraniano, anche di prodotti alimentari. Sono stati danneggiati gli interessi economici della Russia e di altri Stati del Caspio, che sostengono i collegamenti di trasporto con l’Iran attraverso questo porto. Il Mar Caspio è sempre stato percepito dai paesi della regione e dalla comunità internazionale come uno spazio sicuro di pace e cooperazione. Le azioni sconsiderate e irresponsabili degli aggressori minacciano di trascinare gli Stati del Caspio in un conflitto militare”.
L’attacco americano-sionista ai porti del Caspio è stato portato avanti contemporaneamente a una serie di attacchi ucraini nel Mar Nero con droni e missili a navi commerciali, porti e petroliere.
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Dal buco nero del 41bis stavolta emerge una galassia di affari
di comidad
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia dell’umanità; anzi, pare più un’ovvietà. La vera scoperta per la gran parte della pubblica opinione è stata che il regime carcerario del 41bis prevede da un lato l’isolamento dei detenuti, dall’altro lato la possibilità di combinare i loro incontri durante le ore d’aria, tenendo anche sotto controllo le loro conversazioni. Un detenuto più isolato diventa per forza di cose più dipendente dai pochi incontri che gli vengono concessi con altri detenuti. Risulta quindi improprio definire il 41bis soltanto come carcere duro, poiché vi si riscontra anche una condizione di maggiore manipolabilità del detenuto; una manipolazione che per di più avviene in termini non trasparenti, poiché non è dato di sapere con quale criterio i detenuti vengano messi insieme nelle ore d’aria.
Per la divulgazione di quei verbali Delmastro ha subito una condanna in primo grado per violazione di segreti d’ufficio. In precedenza lo stesso Delmastro aveva dovuto affrontare l’indignazione di coloro che, pur approvando il regime del 41bis, ritengono politicamente scorretto esprimere eccessivo compiacimento per la sua durezza e per il disagio che può creare ai detenuti.
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Referendum: una sberla al governo Meloni
Buon segno, ma non saranno le urne a fermare riarmo, economia di guerra e stato di polizia!
di Il Pungolo Rosso
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra.
E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso.
Sull’esito referendario ha pesato in modo decisivo la percezione, per quanto confusa e non articolata, che il governo Meloni e le classi dominanti stanno spingendo la grande massa della popolazione verso un vero e proprio salto nel buio. E questa percezione è stata particolarmente viva negli strati sociali (giovani, donne) e negli ambiti territoriali (il Sud, le cinture operaie) che più stanno soffrendo per la sistematica compressione dei loro bisogni primari.
Le prime analisi del voto mostrano una forte adesione al NO tra le fasce di popolazione più giovani, quelle più esposte – nella proletarizzazione dilagante – alla illimitata precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa in affitto in città trasformate sempre di più in macchine per lucrare sullo sfruttamento del lavoro povero e sull’overtourism.
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Un'ipotesi strategica
di Pierluigi Fagan
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran. Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova egemonia BRICS/Cina) e così via. Ma forse, l’ansia da comprensione e l’emotività cognitiva rende ciechi verso una diversa razionalità.
L’apparente mancanza di razionalità di questa guerra, giudizio dato su gli USA e non su Israele i cui obiettivi sono più evidenti e comprensibili e la cortina fumogena di dichiarazioni, smentite, battute e stupidaggini, potrebbero forse esser volute per nascondere la vera strategia e cuocere a fuoco lento le opinioni pubbliche come si fa nella metafora della “rana bollita” o nell’espressione anglofona “buying time”.
Al momento, siamo al 21° giorno di conflitto, la sistematica distruzione dell’Iran continua senza sosta e pare che la macchina bellica americana stia portando truppe addestrate nel teatro di guerra da usare chissà quando e chissà come. Una operazione che anche solo per mere ragioni logistiche richiederà ancora settimane. Può darsi che sia, come alcuni pensano, il sintomo di una impreparazione e confusione sugli obiettivi originari che ha dovuto fare i conti con la resilienza iraniana oppure potrebbe esser stata prevista ab origine in un disegno di “guerra lunga”. Un disegno che si voleva celare all’inizio, forse.
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Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno?
di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il tempo di lavoro, lo è ancora di più. L’intelligenza artificiale (il divenire pseudo umano del macchinico), insieme ai sistemi informatici e hardware, ha assunto un ruolo sempre più centrale e cruciale. Non si tratta più soltanto di disporre di informazioni riservate sugli obiettivi da colpire, ma di governare e selezionare tali obiettivi attraverso un’integrazione crescente tra tecnologie digitali, satelliti e apparati militari tradizionali – quella “ferraglia” incaricata della distruzione materiale. La guerra in Iran, così come le operazioni condotte dall’IDF, non è più determinata dalla semplice deterrenza basata su aerei, soldati, carri armati, elicotteri, missili o droni. A fare la differenza è la conoscenza che guida questi strumenti di morte: un sapere tecnologico, integrato e strategico.
Muovendo dalle stimolanti osservazioni di Dario Guarascio in Imperialismo digitale (2026), Roberto Romano (in un articolo su Il Domani: 12 marzo 2026) ha provato a delineare i contorni dell’apparato militar-tecnologico includendo, oltre all’aerospazio e alla difesa in senso stretto, anche i settori del software e dell’hardware. L’analisi si basa sui dati della EU Scoreboard, che monitora circa duemila multinazionali a livello globale in termini di ricerca e sviluppo, vendite, investimenti, valore di mercato, profitti e occupazione (dati 2024). A questo è stata affiancata una ricostruzione della distribuzione geografica della spesa militare mondiale.
Sebbene tra il 2022 e il 2024 la spesa militare globale, a prezzi costanti, sia cresciuta del 16 per cento (dati SIPRI), con un aumento dell’8 per cento negli Stati Uniti e del 18 per cento in Europa, la sua distribuzione relativa è mutata. La quota statunitense è scesa dal 40 al 37 per cento; quella cinese è rimasta stabile intorno al 12 per cento; la Russia è passata dal 4 al 5,5 per cento.
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La macchina da guerra statunitense sta distruggendo il pianeta
di Karissa Halstrom*
Dopo aver visto il nuovo documentario di Abby Martin e Mike Prysner, Earth’s Greatest Enemy (Il Più Grande Nemico Della Terra), ho dovuto riconsiderare completamente il mio orientamento verso l’attivismo ambientale.
Ora mi è chiarissimo che la massima priorità per ogni attivista nei movimenti per il clima, per l’ambiente in generale e contro la guerra deve essere quella di affrontare la nostra più grande minaccia: l’Impero Militare Statunitense, che si basa su livelli criminalmente inesplorati di combustibili fossili mortali mentre siamo sull’orlo della catastrofe climatica.
La Macchina da Guerra avvelena le comunità su scala globale, e tutto questo al servizio dell’insaziabile brama di risorse del capitalismo, che succhia la vita. Per sollevare il velo dai nostri occhi, questo film dovrebbe essere una visione obbligatoria per chiunque abbia a cuore il futuro del nostro pianeta. Non possiamo più illuderci su dove debbano essere indirizzate le nostre energie.
Il film segue Martin e Prysner in giro per il mondo mentre scoprono le numerose vittime nascoste del Complesso Militare-Industriale Statunitense, dai neonati avvelenati dai rifiuti tossici nella base militare di Camp Lejeune ai mammiferi marini massacrati dai test di detonazione nel Pacifico meridionale. Ho visto il film diverse volte ormai, ed è la scena iniziale quella che mi è rimasta più impressa.
Una melodia di pianoforte allegra e vibrante proviene da una tenda in un campo per senzatetto in una strada conosciuta come Veteran’s Row a Brentwood, in California. Martin e Prysner parlano con il pianista, un veterano afroamericano della guerra in Iraq di nome Lavon Johnson, che un tempo era apparso in uno spot pubblicitario dell’esercito americano. Lavon rivela di aver subito danni ai nervi a causa dell’esposizione a fluidi idraulici durante il servizio militare, che gli causano forti dolori alle sue mani, abilissime nella musica. La scena si conclude con Lavon seduto sullo sgabello del pianoforte che afferma esasperato: “La mia vita è finita”.
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Il sogno della rivoluzione
di Giuseppe Muraca
Alessandro Barile, Alberto Pantaloni: Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta, Milano-Udine, Mimesis, 2026
Con il titolo Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta è appena uscito un libro molto importante, a cura di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, una raccolta di saggi che affronta una serie di nodi problematici e che ci aiuta a capire un pezzo di storia repubblicana (la cosiddetta “stagione dei movimenti”). Come si dichiara nel risvolto di copertina «Gli anni Settanta italiani sono un persistente oggetto di studio, di memorie contrapposte, di nuove interpretazioni e di immutabili demonizzazioni. Il presente lavoro ne analizza alcune tematiche selezionate – dallo stragismo di Stato all’autonomia operaia, dal femminismo alla lotta armata, dai rapporti internazionali alla “questione elettorale” – restituendo la complessità di una storia ancora incandescente, problematica e divisiva. Continuare a studiare il lungo Sessantotto italiano è ancora necessario: per cogliere la forma sempre mutevole delle lotte di classe in Occidente e per definire storicamente la crisi della sinistra italiana, che proprio negli anni Settanta assume un connotato perdurante nei decenni successivi». Ed ecco l’indice del volume: Introduzione. Culmine e crisi della “modernità comunista” – di Alessandro Barile, Alberto Pantaloni; Un secondo biennio rosso? – di Diego Giachetti; La “pista nera” o la “strage di Stato”. PCI e Lotta continua dopo piazza Fontana – di Marco Grispigni; 1969-1973: la classe operaia tra organizzazione e autonomia – di Emilio Mentasti; Sotto lo stesso cielo. Lotta armata e violenza politica negli anni Settanta – di Davide Serafino; La Differenza come strumento di liberazione femminile.
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La “coalizione Epstein” all’ultimo miglio
di Andrea Zhok*
I segni di disperazione nella “”coalizione Epstein”” cominciano a farsi sempre più evidenti.
Per la seconda notte di fila i (non molti) missili arrivati su Israele sono passati quasi tutti come nel burro. Le difese aeree sembrano andate.
La strategia iraniana non è quella della distruzione massiva – che caratterizza Israele – ma quella del logoramento. I missili a grappolo, pressoché non intercettabili, non producono distruzioni imponenti, non fanno crollare caseggiati, ma disseminano granate che non consentono alcun ritorno alla normalità. Ciò avviene soprattutto di notte, impedendo il sonno in intere aree del paese.
Le basi americane in Iraq sono in fase di liquidazione. Il comando americano ne ha ordinato l’abbandono entro 20 giorni e le milizie sciite in Iraq ne hanno concessi 5. L’occupazione americana dell’Iraq sembra dunque stia volgendo rapidamente al termine.
In questo contesto in cui è palese che il tempo gioca a favore dell’Iran, che si è preparato per un confronto di lungo periodo, i segni di impazienza nel reparto neurodeliri che guida la “coalizione Epstein” si fanno sempre più preoccupanti.
Ieri pomeriggio [23 marzo, ndr] Donald Trump sembra aver minacciato in maniera piuttosto esplicita il ricorso all’atomica (c’è chi dice che il post sia un fake, forse è un ballon d’essai, in ogni caso il suo contenuto è plausibile e riecheggia discorsi già fatti).
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Evviva l’internazionalismo!
di Valerio Romitelli
Recensione al libro di Nielsen e Mezzadra, “The Rest and the West”, Meltemi, 2025
Evviva l’internazionalismo! Evviva, anche se non si sa più bene cosa significhi, e quindi è tutto da ripensare. È questa l’ingiunzione tanto problematica, quanto ampiamente argomentata, che, detta a mio modo, si può ricavare da The Rest and the West di Nielsen e Mezzadra (Meltemi editore, Milano, 2025): un’ingiunzione che ne condensa uno dei suoi maggiori meriti. Ma non si tratta niente affatto di un pugnace pamphlet, come potrebbe far pensare questa mia prima annotazione in forma di slogan: si tratta piuttosto di un meditato e documentatissimo trattato – recentemente tradotto in italiano da Federico Smania ed Elisa Virgili dall’edizione in inglese già uscita.
Nelle sue più di trecentocinquanta pagine suddivise in cinque capitoli, oltre all’ultima dedicata appunto a delineare un “nuovo internazionalismo” in funzione delle nuove forme di mobilità e di lotta di classe, nonché in contrasto con “la guerra e la proliferazione dei regimi di guerra”, sono affrontate alcune delle maggiori questioni che tormentano il nostro tempo. “I processi di diversificazione e moltiplicazione che hanno fatto esplodere la precedente omogeneità della classe operaia industriale su diverse scale geografiche” sono così analizzate, come lo sono “le logiche capitalistiche” risultanti dalle “costanti negoziazioni” tra “poteri, compresi gli Stati e altri attori governativi”: il tutto inquadrato alla luce di una riformulazione della nozione intesa non più solo in senso strettamente economico di “capitalismo politico” e di quella intesa non più solo in senso strettamente geografico di “polo”.
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Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra
di Sergio Fontegher Bologna
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa, anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”, non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.
Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa, vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha vinto il ”Sì”.
Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti?
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Le Nuove Crociate: chi sono i fanatici evangelici che ispirano la guerra in Iran
di Alessandro Bartoloni
Ma chi sono i veri fanatici religiosi? I leader iraniani o quelli statunitensi?
Ci siamo posti questa domanda a partire da tre notizie uscite in concomitanza allo scoppio della guerra in Iran.
La prima è la denuncia almeno 200 soldati americani alla Military Religious Freedom Foundation nei confronti dei propri comandanti, accusati di presentare l’attacco alla Repubblica Islamica come “parte di un piano divino”. Addirittura, questi comandanti avrebbero sostenuto che Trump sarebbe, testuali parole, “unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’Armageddon e dare così il segnale per il suo ritorno sulla Terra”.
La seconda notizia riguarda le parole dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, che dieci giorni prima dell’attacco americano ha dichiarato in un’intervista a Tucker Carlson che se Israele colonizzasse tutto il vicino Oriente, dall’Egitto all’Iraq, “non ci sarebbe nulla di male”, perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa a loro destinata (in Genesi 15 c’è scritto che Israele si espanderà “dal Nilo all’Eufrate”).
La terza è la preghiera collettiva avvenuta il 5 marzo nello Studio Ovale. Nel video che è circolato si vede chiaramente un gruppo di leader evangelici che circondano Trump e guidano una preghiera collettiva augurando al Presidente americano protezione e buona fortuna in guerra.
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Il conflitto tra Iran e Regno di Spagna. La teoria del guscio di noce
di Carlos X. Blanco
Stiamo vivendo un'epoca di cambiamento. Ciò significa che ci troveremo ad affrontare tempi pericolosi. Un intero sistema di certezze, abitudini e sicurezze si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma bisogna avvertire: quello stesso sistema, il cui declino e crollo ci avevano dato tranquillità, ci ha anche tenuti alienati e in uno stato di narcosi. Si trattava del sistema del "nordamericanismo".
Il controllo selettivo ed efficace dello Stretto di Hormuz rappresenta, come fatto storico unico, la grande "contro-sanzione" di uno stato ribelle, come quello persiano, all'imperialismo degli Stati Uniti.
La situazione che stiamo vivendo non ha precedenti. Fino a ora, i popoli del mondo che hanno resistito all'Impero occidentale potevano solo giocare le carte della guerriglia, giocare la carta del caudillismo o del partito rivoluzionario antimperialista. Fare ciò significava, niente di più e niente di meno, affrontare le sanzioni e i blocchi imposti dall'Impero occidentale, soffrire la fame e la miseria, aggirare i blocchi di approvvigionamento, diventare martiri ed eroi dell'antimperialismo. La resistenza persiana è di tutt'altro genere.
Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra in senso stretto dal 1945, se intendiamo la guerra come un conflitto militare convenzionale. Vietnam, Afghanistan, Iraq parlano al mondo e sono monumenti eloquenti del fallimento militare americano. La strategia di "bombardare dal cielo, ad altissima quota, e poi darsela a gambe" assomiglia più a quella di un gruppo terroristico che a quella di un esercito imperiale.
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Non li hanno visti arrivare
di Alfonso Gianni
L’esito del referendum contro la legge Nordio-Meloni ha colto di sorpresa un po’ tutti, compresi quelli che hanno lavorato fin dall’inizio per la vittoria del No. Non si aspettavano infatti che potesse avvenire in quelle così nette proporzioni. Le percentuali sono aride e ormai ampiamente note, meglio precisare i numeri esatti, dietro ai quali stanno donne e uomini che hanno scritto una pagina importante per la nostra democrazia. Se guardiamo agli elettori iscritti in Italia i No sono stati 14.461.336, i Sì 12.448.255; considerando – come è giusto fare – anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha prevalso) i No sono 15.083.988 e i Sì 13.251.887. In Italia la differenza è dunque stata di poco superiore ai due milioni, mentre nel complesso superiore a un milione e ottocentomila a favore del No. La distribuzione geografica del voto segnala che in sole tre regioni il Sì ha prevalso, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre tre regioni del Sud, ove generalmente si è votato meno, Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No. Con il significativo caso di Napoli dove il No si è affermato con il 75,49% di voti, a sottolineare però un dato che positivo di per sé non è e cioè la differenza nei rapporti tra Sì e No tra le città (grandi e medie) e i piccoli centri.
Il primo elemento di sorpresa – che ha vanificato calcoli e previsioni anche dei principali istituti sondaggistici – è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% (secondo Eligendo, il sito del Ministero degli interni) per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Un risultato considerevole per una prova elettorale che come è noto non prevede il quorum e alla quale il governo aveva deciso di non permettere alcuna facilitazione per la partecipazione dei fuorisede. In realtà tale affluenza poteva considerarsi sorprendente solo per chi considerasse esclusivamente l’andamento calante della partecipazione al voto nelle elezioni politiche, visto che nelle europee del 2024 e nelle regionali dell’anno successivo i votanti erano stati meno della metà degli aventi diritto.
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Petroooolio! Petroooolio!
di Alessandro Carrera
Durante la campagna elettorale del 2008, una candidata repubblicana alla vicepresidenza di cui oggi non si ricorda più nessuno (Sarah Palin, allora governatrice dell’Alaska), fece proprio uno slogan lanciato alla National Convention del Partito Repubblicano da Michael Steele, allora vicegovernatore del Maryland: Drill, Baby, Drill!, che stava per: “Scava altri pozzi di petrolio, usa il fracking, non importa se inquina le risorse idriche, fa’ quello che ti pare, basta che ci sia più petrolio!”. Detto da Sarah Palin, che giocava apertamente sull’allure della bibliotecaria sexy con occhiali a televisore e tacco dodici, il doppio senso sessuale rivolto all’elettorato maschile (“Trapanami, tesoro!”) non era sussurrato, era esplicito. Il senso era poi triplo se ci si figurava un’America che vuole essere penetrata/trapanata dal bestione americano e generare così una petrolifera nidiata. Sarah Palin non divenne vicepresidente, ma poi fu il fracking, nonostante l’acqua nera che usciva dai rubinetti delle case di chi viveva vicino ai giganteschi drill, a risultare un fattore essenziale nel garantire all’America l’indipendenza energetica.
In uno dei comizi di Sarah Palin, all’ennesimo grido Drill, Baby, Drill la cinepresa inquadrò un uomo di grossa corporatura, barba lunga da chitarrista dei ZZ Top e abbigliamento da biker, mentre spalancando le braccia gridava a piena voce: Ooooil! Ooooil! “Petroooolio! Petroooolio!”, come se avesse ricevuto una pacca dallo Spirito Santo, come se stesse gridando Dio, Gesù Cristo, droga, eroina, mettetemi del petrolio in vena, sono americano, il petrolio è mio, tutto mio, la Declaration of Independece dice che ho diritto a life, liberty, and the pursuit of oil, l’inchiostro della Constitution è fatto di petrolio, i miei hamburger sono fatti di petrolio, la birra che bevo è petrolio, il mio American blood è petrolio!
Una delle prove dell’origine biologica del petrolio, si dice, starebbe nella presenza di porfirina derivante dalla compressione di antichi organismi animali e vegetali. Infatti c’è porfirina anche nel sangue umano, ma le porfirine sono molecole ad anello di molti tipi. Condividono la stessa struttura chimica, ma nel petrolio e nel sangue si legano a metalli diversi e hanno funzioni differenti. Credo però che il biker al comizio di Sarah Palin avesse intuito, anche se poco scientificamente, una somiglianza profonda tra le sue vene e le vene dell’America, per non dire dell’affinità tellurica tra se stesso, la sua moto e la benzina che lo faceva correre sui deserti d’asfalto delle strade americane.
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La lezione di Suez per Hormuz: quando la forza militare non basta
di Luigi Bruti Liberati
L’autore della Storia dell’Impero britannico usa la crisi del 1956 come lente per capire il conflitto nello stretto iraniano
Il dibattito sulla crisi dello Stretto di Hormuz si sta rapidamente spostando oltre la cronaca militare, assumendo i contorni di una riflessione sul destino degli equilibri globali. Non si discute più soltanto di petrolio o di sicurezza marittima, ma di qualcosa di più profondo: la tenuta dell’ordine internazionale. In questo contesto si inserisce il post dell’investitore Ray Dalio: «La posta in gioco si riduce a chi controlla lo Stretto di Hormuz… Abbiamo già visto questo schema in passato: con gli olandesi nel XVII secolo e con gli inglesi nel 1956. Quando una potenza mondiale rivela debolezze militari e finanziarie, l’ordine mondiale cambia». Il punto sollevato da Dalio non è isolato. Sempre più analisti leggono il conflitto iraniano come uno snodo potenzialmente decisivo. Il controllo di Hormuz – attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale – è diventato un test della credibilità delle grandi potenze. Le crescenti tensioni nel Golfo persico hanno così acceso i riflettori su uno dei «fiaschi» più significativi del Novecento: la crisi di Suez. Il richiamo alla débâcle anglo-francese del 1956 non è solo un esercizio per accademici, ma diventa un monito sul destino delle potenze globali. Per approfondire il dibattito abbiamo chiesto un intervento al professor Luigi Bruti Liberati, che ha studiato le dinamiche che portarono alla fine dell’egemonia di Londra in Medio Oriente. Da storico rigoroso, Bruti Liberati non si presta a paragoni forzati, analogie facili o sovrapposizioni superficiali, ma utilizza il 1956 come lente per analizzare i rischi del presente.
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Lo "smart money" ucciderà Trump
di Pino Arlacchi
I mercati finanziari sembrano impazziti. Era logico che la guerra contro l’Iran determinasse una corsa verso il bene-rifugio per eccellenza, l’oro, e una simmetrica caduta del valore del dollaro. Sta avvenendo esattamente il contrario. Il dollaro sale e l’oro scende. Ciò dovrebbe contraddire la narrativa della dedollarizzazione e del tramonto dell’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Gli investitori globali sembrano talmente convinti della superiorità americana e della forza di Trump da preferire la protezione del dollaro a quella che il metallo giallo offre da secoli in tempi di insicurezza.
In realtà, le cose stanno come dovrebbero stare, e l’impennata del dollaro si rivelerà presto come una beffarda conferma del trend principale. L’oro ritornerà in sella e il dollaro cadrà. Ma cadrà nei tempi e nei modi sufficienti per dare a Trump il colpo di grazia.
Cerco di spiegare il processo, che non è semplicissimo. E che non è decifrabile senza conoscere logica e modus operandi del protagonista di questa storia, che è quello che gli operatori chiamano Smart Money, il denaro dei potenti, quello che muove nel breve periodo i mercati finanziari del pianeta impinguando di soldi l’1% della popolazione. Il lettore mi perdonerà per l’excursus che segue sull’identità dello Smart Money e delle sue dinamiche, ma non voglio che l’analisi scada in una narrazione cospirativa priva di valore euristico.
Lo Smart Money non è una cabala malefica che decide in riunioni segrete le sorti del mondo.
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Tutti a casa!
Un voto contro il sistema e la guerra
di Infoaut
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato, stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.
Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere, cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle.
L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo il 60% degli aventi diritto. Pur non necessitando di quorum, una fetta significativa di società si è politicizzata su questa faccenda ed è andata a votare.
La composizione del voto. Analizzando il fronte del No, si tratta di almeno 2 milioni e mezzo in più dell’ultimo referendum sul lavoro. Contando il dato di percentuale del voto giovanile è facile intuire che un buon pezzo, anche se non tutto, di questo surplus siano i giovani under 35. Contano però sicuramente gli scontenti del campo “sovranista”, tra leghisti e fratelli d’Italia un buon numero dichiara di aver votato No. Inoltre, non è da escludere una partecipazione al voto variegata da quel magma sociale che solitamente non partecipa alle elezioni, e che se si politicizza lo fa “fuori” dai canoni classici della politica.
La geografia. Il No fa percentuali importanti nelle grandi città, tutte da nord a sud, e in generale va meglio al centro e al meridione. Nei comuni sotto i diecimila abitanti è in vantaggio il Sì, oltre che nelle regioni in cui la Lega è storicamente forte.
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I risultati del referendum nel paese di Arlecchino
di Eros Barone
I risultati del recente referendum hanno visto la schiacciante prevalenza dei “no”, insieme con un aumento significativo della partecipazione al voto. Un dato che, alla luce dei precedenti, può apparire singolare, ma che si spiega tenendo conto che il baricentro di questo referendum non è stato il problema della riforma della giustizia, ma il giudizio sul governo presieduto da Giorgia Meloni. Quest’ultima pensava di vincere e invece ha perso. Sennonché qui non c’entrano per nulla né le richieste corporative dei magistrati e nemmeno la difesa della “Costituzione più bella del mondo”, che apparentemente erano al centro dei quesiti referendari. E però per comprendere correttamente il significato dell’esito di questo referendum conviene tralasciare gli aspetti più tecnici di tali quesiti (divisione delle carriere ecc.) per concentrarsi sugli aspetti politici, che sono stati in questo caso determinanti. E va detto subito che, quanto alla difesa della Costituzione (argomento principe del fronte del “no”), non vi è bisogno di ricordare che manomissioni ben più gravi – a partire dal “regionalismo differenziato” e dall’introduzione del principio di sussidiarietà (2001) per giungere nel 2012 all’introduzione del principio del pareggio di bilancio, un assurdo economico in forza del quale è stato codificato lo smantellamento dello ‘Stato sociale’ – si sono verificate senza alcuna consultazione del popolo, tra il giubilo della destra e della sinistra. E la ragione di ciò va ricercata nel fatto che il popolo viene interpellato solo sulle questioni minori, perché quelle importanti vengono decise altrove: un altrove che ormai non riguarda il Parlamento e nemmeno le segreterie dei partiti, ma che si situa nei centri di potere dell’oligarchia continentale.
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Dimona e Diego Garcia, due shock per Israele e Usa
di Dante Barontini
Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto.
La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola.
Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Tehran era classificata come di breve-medio raggio, ossia con una gittata massima di quasi 2.000 km. Si scopre ora che ne possiede una tipologia che viaggia a una distanza doppia. Il che cambia radicalmente lo scacchiere degli obiettivi teoricamente raggiungibili dalla reazione iraniana, e quindi il concetto stesso di “sicurezza” degli attaccanti e dei loro complici.
La definizione non piace ai governi europei, per esempio, ma come altro si può definire un qualsiasi paese che concede basi militari a un esercito straniero che le usa per la logistica della guerra che sta conducendo?
E’ chiaro che secondo il diritto di guerra, e soprattutto per le consuetudini di qualsiasi guerra, quelle basi sono “obbiettivi legittimi” per il paese che è stato attaccato (in questo caso l’Iran). In pratica – o meglio, speriamo soltanto in teoria – Sigonella potrebbe essere legittimamente attaccata, ed è anche raggiungibile.
Ma Italietta a parte, secondo i giornali americani il tentativo di colpire “Diego Garcia” non è stato un semplice test missilistico, ma uno “shock geografico” che ha scosso i centri di potere di Washington e Londra.
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La vittoria presenta il conto alle opposizioni
di Emiliano Brancaccio
È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum.
Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.
Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.
Il primo dato è che specie al centro e al nord il sì ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare». Il sì è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.
Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del no hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.
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L’INVINCIBILE. Iran, tremila anni e andare
di Fulvio Grimaldi
Il passato chi ce l’ha, chi meno
I padri romani, ai quali non nuoce mai rifarsi a indicare come l’evoluzione ogni tanto faccia delle inversioni a U e per capire cosa stesse succedendo o potrebbe succedere, raccomandavano repetita juvant e, anche Historia magistra vitae. Una raccomandazione che a forza di dar retta ai nordamericani, che da repetere non hanno che una raccolta di scalpi indiani, noi l’abbiamo buttata al vento dell’ovest.
Se invece, a dispetto di tutti coloro a cui serve che ce ne liberiamo, la memoria cui si consegnavano i romani la coltivassimo ancora, potremmo ricordare ai collezionisti di scalpi che sono 80 anni che non vincono una guerra e, quando non la perdono, si lasciano dietro una roba dalla quale non viene niente di buono a nessuno, nemmeno a loro. Vale pari pari anche per Israele. Ne ha vinte un paio, 1948 e 1967 e da una, Kippur 1973, ne è stato salvato per la collottola dagli USA quando, soccombendo, stava già innescando le atomiche. Due ne ha perse ignomignosamente contro una guerriglia in ciabatte, Libano 1980 e 2005 e una, la penultima, contro l’Iran nel giugno dell’anno scorso, quando, alla faccia del soccorso USA, ne ha beccate di più di quante ne abbia date.
Immemori di quanto è successo nel mondo prima di Wounded Knee e Gary Cooper, inconsapevoli di quanto vi sia di preciso in questo mondo sotto Starlink e al di là di Washington DC, quelli di Trump si sono lasciati trascinare in un’altra partita a perdere. E proprio da coloro – ebrei polacchi, russi, moldavi, tedeschi, inglesi, italiani, iberici e quant’altro - che, invece, rivendicando (del tutto abusivamente) un retroterra di 2.600 anni fa, disceso dal Sinai ed esteso a tutta la Palestina, storicamente la dovrebbero sapere più lunga.
Un dato va premesso ed è indiscutibile. Dei risultati della risposta militare dell’Iran all’aggressione israelo-statunitense, che è devastante, dai nostri media e circoli politici sappiamo un decimo.
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Se si abbassasse lo scudo delle agenzie di rating sarebbe la fine dell’eccezionalismo finanziario americano
Perché dollaro su oro giù?
di Francesco Cappello
Lo “scudo” delle agenzie di rating è l’unica cosa che oggi permette agli Stati Uniti di continuare ad accumulare debiti enormi a costi relativamente bassi. Una volta rimosso questo scudo, il capitale finanziario accelererebbe drasticamente la sua migrazione verso est segnando la fine dell’eccezionalismo finanziario americano.
Il dollaro è diventato così raro e necessario che tutti sono disposti a svendere l’oro pur di averlo. Questo a causa dell’aumento dell’aumento dei prezzi dell’energia che richiede più dollari di quanti il sistema bancario sia disposto a prestare
L’economia globale sta subendo un vero e proprio trauma da arresto circolatorio. La paralisi dello Stretto di Hormuz ha innescato un effetto domino che ha raggiunto settori apparentemente lontani, come l’alta tecnologia e l’agricoltura di precisione, con aumenti che rendono il quadro ancora più fosco vedi nota [1].
Questo scenario conferma l’ipotesi di una “liquidazione forzata”: quando tutto ciò che serve per produrre e muovere merci costa il doppio, la stabilità finanziaria dell’Occidente diventa una finzione che solo il silenzio delle agenzie di rating riesce ancora, a fatica, a proteggere.
Inganno, tradimento e omertà finanziaria
Il sipario si solleva su quella che le cronache ufficiali dipingono come un’ineluttabile collisione geopolitica, ma che a un’analisi più attenta rivela la sua vera natura di sofisticata manovra finanziaria giocata con mazzi truccati.
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NISO
di Algamica*
I cittadini italiani, residenti sia in Italia che all’estero, sono stati chiamati ad approvare o a respingere il qui presente articolo di modifica costituzionale approvato a maggioranza dal governo in carica il 30 ottobre 2025 che espressamente suona così:
«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare"»?
In realtà dubitiamo fortemente che chi si sia recato ai seggi elettorali per votare se confermare o respingere tale quesito lo abbia fatto in virtù della piena convinzione di cosa esattamente si trattasse. Siamo piuttosto portati a credere che si sia trattato di un voto a favore o contro il governo Meloni e la sua maggioranza di destra. Potremmo pure sbagliarci, ma non è la cosa essenziale, anche perché il governo Meloni lo ha caratterizzato come tale. Dunque cerchiamo di discutere sul significato del suo risultato, e sulle tendenze che innesca.
In premessa diciamo che non ci stracciamo le vesti in difesa della Costituzione liberaldemocratica dello Stato italiano, anche perché in suo nome sono stati commessi crimini per tutto il tempo della sua durata. Una repubblica nata, non lo dimentichiamo, sulla scorta di un intervento dei caporioni del gangsterismo mondiale, quello degli Usa, che in cambio di un fiume di dollari per finanziare tutti i partiti del cosiddetto arco costituzionale, per la ricostruzione e lo scambio di cosa interessava loro, disseminarono il patrio suolo di basi per controllare il Mediterraneo e i paesi confinanti ricchi di petrolio e altre materie prime.
Dunque il ruolo della magistratura è un potere esecutivo, ovvero un controllore, e intervenire, in osservanza dei diritti sanciti dalla Costituzione.
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Oltre la serie di mobilitazioni e rivolte, recuperare, anche teoricamente, l’idea di rivoluzione
Alberto Deambrogio intervista Maurizio Lazzarato
Maurizio Lazzarato (1955) è un sociologo e filosofo italiano, noto soprattutto per le sue ricerche sulle trasformazioni del lavoro, il debito e la relazione tra capitalismo e guerra. Residente a Parigi, è ricercatore presso il laboratorio Matisse/CNRS dell’Università Parigi I Panthéon-Sorbonne e membro del Collège International de Philosophie. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012), Il governo dell’uomo indebitato (2013), Il capitalismo odia tutti (2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024)
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Alberto Deambrogio: Maurizio Lazzarato in ‘Guerra o rivoluzione’ tu sostieni che il capitalismo non sia solo un’economia, ma una politica di forza. Oggi assistiamo a un passaggio dalla governabilità neoliberista a un’economia di guerra esplicita, dove il conflitto non è più un’eccezione, ma il motore del riassetto geopolitico. In questo contesto come ridefinisci la figura del debitore consumatore occidentale, ora che lo stato chiede di sacrificare il welfare sull’altare del riarmo tecnologico e della sovranità industriale?
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