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Le lezioni di Giovanni Arrighi
di Giorgio Cesarale
Nel dibattito sulla attuale crisi economica globale è diventato ormai quasi senso comune la critica all’incapacità della scienza economica dominante di indicare e interpretare adeguatamente le cause di questa crisi, e in particolare di uno dei suoi fenomeni più abbaglianti, e cioè il processo di finanziarizzazione. Che legami ha questo processo con ciò che, peraltro impropriamente, si chiama “economia reale”? Che nesso vi è fra questo processo e la vorticosa espansione economica di intere regioni del pianeta (il Sud-est asiatico delle quattro “tigri”, della Cina, del Vietnam ecc.)? Quale ruolo giocano in esso gli Stati, da quelli in ascesa a quelli in più evidente difficoltà? Sono domande cruciali, che obbligano a fornire una risposta alta e convincente. D’altro canto, per rispondere a queste domande è necessario collocare l’attuale crisi e la turbolenza globale che l'accompagna entro un orizzonte storico e geografico più largo. Uno “sguardo corto” sulla crisi è precisamente ciò che può impedire di comprenderla in tutta la sua complessità. E tuttavia è proprio da questo “sguardo corto” che la maggior parte degli osservatori e degli studiosi appare caratterizzata. Le eccezioni sono rare: tra queste c’è Giovanni Arrighi (1937-2009), una delle figure più rilevanti, insieme ad Andre Gunder Frank, Immanuel Wallerstein e Terence Hopkins, dell’approccio “sistemico” allo studio della storia e della struttura del capitalismo globale, dei movimenti sociali anticapitalistici, delle disuguaglianze mondiali di reddito e dei processi di modernizzazione.
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In cauda venenum [a Roma con la Fiom]
Franco Berardi Bifo
Il declino di Berlusconi sembra inesorabile. Ma nessuno di quelli che si prepara a sostituirlo pare intenzionato a lavorare per redistribuire la ricchezza. Ecco perché l'appello della Fiom per il 16 ottobre è quanto mai necessario.
Per quanto sia difficile dire quanto a lungo possa durare l’agonia, sembra comunque probabile che il governo Berlusconi rotoli verso la fine. Cio’ non significa che sia esaurita questa storia di miseria morale, nullità intellettuale e devastazione sociale. Anzi penso il contrario. Per quanto orribile sia quel che il paese ha vissuto negli ultimi sedici anni penso che il peggio debba ancora venire. L’uomo che ha costruito il suo potere sulla corruzione sistematica è ora circondato da lupi il cui appetito è insaziabile. Lo sbraneranno. Per ora lo azzannano esitanti, poi subito si ritraggono, ma lo spettacolo si farà feroce non appena il tiranno sarà vicino a soccombere. La società assiste avvilita, ma il veleno inoculato da decenni sta facendo il suo effetto, e produrrà quel che deve produrre. Il coacervo di forze coalizzato dal regime è stato in equilibrio fin quando si è trattato di spartirsi le spoglie della rapina ai danni della società.
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Violenza, democrazia, diritto internazionale
Danilo Zolo
1. Quale democrazia?
Prima di iniziare questo mio breve intervento sul rapporto fra uso della forza, regimi democratici e diritto internazionale desidero precisare che vorrei fare riferimento a una nozione di democrazia un po' rigorosa, che non si riduca ad una formula retorica o addirittura, come accade spesso nella comunicazione politica occidentale, platealmente propagandistica. Proporrei di lasciare da parte i modelli 'classici' di democrazia - quello partecipativo e quello rappresentativo -, perché troppo esigenti e ormai non realizzabili entro società differenziate e complesse. Potremmo attestarci, in via stipulativa, su una nozione post-classica di democrazia (schumpeteriana, pluralista, minimale), secondo cui un governo democratico è contraddistinto da un grado accettabile di responsiveness e di accountability. Un regime è democratico se le autorità politiche 'rispondono' alle aspettative dei cittadini rispettandone e promuovendone i diritti fondamentali, e se sono 'responsabili': se cioè devono rendere conto delle loro decisioni di fronte ad un elettorato capace di valutazioni sufficientemente autonome e competenti.
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Letame
di Augusto Illuminati
Il ruolo provocatorio assunto dai due organi casalinghi di Berlusconi, «Il Giornale» e «Libero» (i due carabinieri maneschi, mentre «Il Foglio» è quello buono) viene a volte ricondotto alla grande tradizione progressista statunitense dei Muckrakers di fine Ottocento e inizio Novecento. Niente di più erroneo. Quegli «spalatori di letame» denunciavano gli scandali e la corruzione delle amministrazioni locali e dei trust, nell’illusoria prospettiva di un capitalismo “puro” e magari sboccavano nel volenteroso comunismo di un Lincoln Steffens, mentre Feltri e Belpietro (a proposito, l’hanno poi trovato l’attentatore fantasma invisibile alle telecamere?) ricordano piuttosto le imprese dei fogliacci dell’estrema destra maurrassiana e collaborazionista francese degli anni ’30 e ’40, «Gringoire» e «Je suis partout». Curiosità: nella più sconcia delle campagne di calunnie, quella che nel 1937 portò al suicidio del Ministro degli Interni del Fronte Popolare, Roger Salengro, gli stereotipi diffamatori furono la passione per il ciclismo e l’accusa di omosessualità. Prodi e Boffo, rispettivamente, ne sanno qualcosa.
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I "beni comuni" tra realtà e utopia
Luigi Cavallaro*
Bisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest’ultima corposa loro fatica al tema del «comune»[1]. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito al costituirsi di un cospicuo fronte di resistenza intellettuale e popolare intorno alla difesa di taluni «beni comuni», come l’acqua o l’ambiente, che ha tentato di opporre un argine alla furia privatizzatrice che imperversa nelle società industrializzate da oltre tre decenni. È un fronte assai composito per culture politiche d’appartenenza, che però si riconosce nella convinzione che i «beni comuni» rappresenterebbero un tertium genus capace di eludere la contrapposizione ritenuta ormai superata tra «pubblico» e «privato». È dunque benvenuto ogni tentativo di dare a queste rivendicazioni un’adeguata sistemazione teorica: testarne la plausibilità è infatti l’unico modo per verificare le ragioni (o eventualmente i torti) di quanti sostengono che l’opposizione tra pubblico e privato è ciò che oggi impedirebbe lo sviluppo di una gestione realmente cooperativa e condivisa dell’acqua, del sapere, della salute, dell’energia e del patrimonio culturale.
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Qualcuno era socialista
di Goffredo Fofi
Il socialismo, diceva Albert Einstein, è il tentativo dell’umanità di superare e lasciarsi alle spalle la fase predatoria dello sviluppo umano». Lo ricorda alla fine di un candido e convincente libricino intitolato Socialismo perché no? (Ponte alle Grazie, 60 pagine, 9 euro; la traduzione è di Francesca Valente) il filosofo canadese Jerry Cohen, morto purtroppo un anno fa, che aggiunge: «Qualunque mercato, anche un mercato socialista, è un sistema di predazione. Fino a questo momento il nostro tentativo di superare i rapporti di predazione è fallito. Ma non è detto che la giusta conclusione sia arrenderci».
Consiglio caldamente la lettura di queste pagine ai nostri saccenti, ignoranti, chiacchieroni, cinici funzionari della politica, e consiglio loro anche l’ultimo numero della rivista americana Dissent, notoriamente di buon senso nelle sue riflessioni sul presente degli Usa e del mondo, ricordando che i nostri politici di sinistra sono in generale più yankee di Obama e più capitalisti di Marchionne. Nel numero dell’estate c’è un dibattito molto interessante intitolato Socialism Now? Intervengono Sheri Berman, che si chiede che fine ha fatto la sinistra europea (e una risposta dall’Italia non potrebbe che essere comica e disastrosa) e Robin Blackburn sulla crisi odierna del modello capitalista, mentre Jack Clark si chiede cosa dovrebbe e potrebbe fare un presidente un po’ socialista negli Usa di oggi e lo stesso Michael Walzer, che non è un testa calda, si pone il problema di «quale socialismo».
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Il Nobel della guerra ai signori del "Nobel della pace"
di Domenico Losurdo
Nelle scorse settimane un acceso dibattito ha avuto luogo in Australia. In un saggio pubblicato su «Quarterly Essay» e parzialmente anticipato su «Australian», Hugh White ha messo in guardia contro inquietanti processi in atto: all’ascesa della Cina Washington risponde con la tradizionale politica di «contenimento», rafforzando minacciosamente il suo potenziale e le sue alleanze militari; Pechino a sua volta non si lascia facilmente intimidire e «contenere»; tutto ciò può provocare una polarizzazione in Asia tra schieramenti contrapposti e far emergere «un rischio reale e crescente di guerra di larghe proporzioni e persino di guerra nucleare».
L’autore di questa messa in guardia non è un illustre sconosciuto: ha alle spalle una lunga carriera di analista dei problemi della difesa e della politica estera e fa parte in qualche modo dell’establishment intellettuale. Non a caso il suo intervento ha provocato un dibattito nazionale, al quale ha partecipato lo stesso primo ministro, la signora Julia Gillard, che ha ribadito la necessità del legame privilegiato con gli Usa. Ma i circoli australiani oltranzisti sono andati ben oltre: occorre impegnarsi a fondo per una Grande allenza delle democrazie contro i despoti di Pechino.
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Kindleberger e l’instabilità
Pierluigi Ciocca*
Affinità elettive: la mia “simpatia” verso il Kindleberger economista[1] nasce, oltre che dalla ammirazione per l’erudito, dalla condivisione di almeno due dei criteri di metodo da cui egli muoveva.
L’economia politica è interessante, nelle sue stesse espressioni più astratte, nella misura in cui effettivamente aiuta a comprendere ciò che è accaduto, accade, potrà accadere al benessere materiale degli uomini riuniti in società. Questo è il senso vero della disciplina, il suo principio ispiratore.
Il secondo criterio coincide con la constatazione che “non c’è una teoria economica, o un modello che siano buoni per tutti gli usi, che illuminino l’intera storia economica”[2]. L’eclettismo teorico è quindi preferibile al monoteismo teorico allorché ci si pone di fronte ad accadimenti o a tratti strutturali d’ordine economico della società con la dichiarata intenzione di spiegarli. Penso a un eclettismo critico, dei distinguo, capace di sceverare fra gli strumenti offerti dalle diverse, spesso confliggenti, famiglie di teorie i più idonei ad affrontare la specifica questione fatturale a cui l’indagine si rivolge. Un eclettismo, quindi, che presuppone padronanza e cognizione di potenzialità e limiti di più d’una teoria, se non dell’intero “libro” della economia politica, e che sia alieno dal tentare improbabili mediazioni fra esse.
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La partita del Dragone
Marcello De Cecco
L’economista più influente degli ultimi 50 anni non è forse Milton Friedman nè sulla sponda opposta Hyman Minsky, ma un terzo uomo di Chicago meno noto ai non esperti, Eugene Fama, un signore di 72 anni che si è sempre occupato di mercati finanziari. Non solo ha reso celebre la teoria dei mercati efficienti, ma ha nel 1984 dato una base teorica all’arbitraggio tra valute praticato senza copertura a termine. Sulla base della sua analisi i cambisti e in genere gli investitori internazionali che ricercano profitti immediati si sono lanciati in spericolate avventure "senza rete" dando vita a quel che oggi è noto come "carry trade", il procurarsi fondi a prestito su un mercato dove sono a buon mercato per investirli su una piazza con altra valuta dove rendono di più. La mancanza di necessità di coprirsi a termine, suggerita dall’articolo di Fama, rende possibili operazioni altrimenti non redditizie, per differenziali anche ridotti. Il rischio che si corre, suggerisce la teoria di Fama, può essere fronteggiato guardando attentamente ad alcuni parametri, e tenendosi pronti a uscire dal mercato in ogni momento.
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Farla finita con questa Europa
Vladimiro Giacchè
La commissione europea ci propone la sua idea di “governo economico” per l’Europa. Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera del 3 ottobre la riassume così:
“L’impianto è questo: le regole di bilancio restano quelle del Patto di stabilità, ma il debito pubblico (sotto il 60 per cento) – finora trascurato – assurge alla stessa importanza del deficit (sotto il 3); si rafforzano i meccanismi di controllo e le sanzioni; alla disciplina di bilancio si aggiunge una politica di correzione e prevenzione degli squilibri macroeconomici; si fa più autonomo il potere della Commissione e più difficile il boicottaggio del Consiglio”.
Il commento di Padoa-Schioppa è piuttosto salomonico (o pilatesco, a seconda dei punti di vista):
Le proposte sono complesse e occorre guardarsi dai giudizi affrettati…
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Errorismo di Stato
Sergio Bologna
Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore rosso. Dall’autonomia al partito armato. Laterza, Bari 2010.
Nemmeno i negazionisti erano arrivati a tanto. Si erano limitati a dire che i campi di sterminio non erano mai esistiti, ma non si sono spinti a dire che gli ebrei avevano gasato i nazisti. I tre autori di questa nuova prova della miseria italiota vanno oltre il negazionismo. L’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali nei trent’anni successivi. Nel libro in questione Toni Negri appare invece come un criminale dal volto ancora sconosciuto, grazie alla “copertura” dei servizi di Stato deviati e golpisti. “Getti la maschera” continua a gridargli Calogero, “scopra finalmente il suo volto”, “esca dal suo nascondiglio”! E questo lo grida a un uomo bersagliato per mesi da titoli cubitali dei giornali come l’ispiratore di 17 omicidi (così recitava il primitivo mandato di cattura stilato da Calogero), a un uomo del quale sono stati gettati in pasto alla folla affetti personali e appunti sul notes, agende telefoniche e abitudini quotidiane.
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Prefazione a "Raffaele Sciortino, Obama nella crisi globale, Abiblio Trieste"
di Augusto Illuminati
Alla vigilia delle elezioni di mid-term, per cui i sondaggi non si presentano troppo favorevoli, viene spontaneo rammemorare gli entusiasmi con cui due anni fa fu salutata l’elezione di Obama. Entusiasmo – americano ed europeo – in cui confluivano diversi orientamenti, valutazioni e illusioni. Innanzi tutto colpì il modo in cui un outsider riuscì a inserirsi nella crisi catastrofica del bushismo raddoppiata dalla crisi finanziaria. Intendiamoci, Obama (oltre ad essere un nero non tipico e non autoctono) era un outsider quando si oppose alla guerra irakena al suo inizio, non lo era più dopo il fallimento dell’avventura medio-orientale e la disfatta del governo federale sui diritti civili e la gestione di Katrina. Tuttavia non aveva in mano la macchina del partito democratico e forse la maggioranza dei quadri di quel partito riteneva troppo rischioso mettere in gara contro gli sfiatati repubblicani un candidato di colore, per di più considerato poco patriottico o addirittura “socialista”. L’ascesa contro la potenza del clan Clinton fu resa possibile dall’aver captato la spinta di base al cambiamento con un ricorso accorto alla mobilitazione capillare soprattutto delle nuove generazioni via Internet. Scontato fu chiamare a raccolta il voto nero, più lento e complicato conquistare il consenso della classe lavoratrice bianca flagellata dalla crisi.
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Rifiuti e differenziata, i perché del disastro
Guido Viale
«Se teniamo al 40 per cento la soglia da raggiungere per la differenziata, la termovalorizzazione non la faremo mai... Quindi se è vostra intenzione, maggioranza e opposizione, dovete abbassare la quota della differenziata». Così, secondo Repubblica del 23 settembre, l'intercettazione di una telefonata tra il ras dei rifiuti dell'Abruzzo Rodolfo Di Zio e l'Assessore regionale all'ambiente, entrambi arrestati ed entrambi in combutta tanto con maggioranza che con l'opposizione della Regione, nonché con la società lombarda Ecodeco - ma anche con il comitato anti-discariche - per costruire nella regione uno o due inceneritori e garantirsi un quantitativo di rifiuti da bruciare sufficiente ad alimentarli. Da notare che il 40 per cento di raccolta differenziata è una prescrizione di legge valida su tutto il territorio nazionale da raggiungere entro l'anno in corso, mentre al 2012 questa percentuale dovrà salire al 65 per cento; anche se per chiedere l'abbassamento della soglia si è già mosso persino l'Anci, l'associazione dei Comuni italiani: anch'esso preoccupato, evidentemente, che gli inceneritori attivi o in programma nei rispettivi territori di riferimento restino "all'asciutto".
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Uscire dalla rete... E poi?
di Emanuele Montagna
Faremondo propone:
Incontro fra redattori di siti, blogger e frequentatori della rete
Bologna, domenica 24 ottobre 2010 dalle 11 alle 19
Locomotiv – zona Stazione – entrate da via Serlio 25/2 e da via Stalingrado 12
Traccia minima per aprire la discussione
Senza immaginare una società diversa non possiamo pretendere di costruire speranza. Senza l'intervento consapevole di molti nulla di essenziale sotto la superficie delle forme cambierà. Oggi, chi non è catastrofista è consapevole che la società attuale può continuare ad implodere dentro la catastrofe in cui ci hanno costretto i dominanti. Dall'interno dell'abisso nessun fondo si intravede: il processo catastrofico, per quel che ne sappiamo, potrebbe anche durare millenni senza che nulla di differente emerga. Questo è nella natura della società creata dal capitale: tutto può andare in rovina ma non per questo il suo modo di vivere e di pensare è destinato a crollare e a togliersi da sé. Tutto il contrario, semmai.
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L'Ecuador che non si arrende
di Fabrizio Casari
Il colpo di Stato in Ecuador è fallito. L’esercito, fedele alla Costituzione e al Presidente Correa, è intervenuto con la forza per liberare il presidente dall’ospedale dove era stato preso in ostaggio dai rivoltosi ed ha anche liberato i commissariati dove i poliziotti traditori si erano sollevati e lo stesso aereoporto della capitale. Il saldo dell’operazione di pulizia è di due morti e diversi feriti, alcuni di questi ultimi tra le fila dell’esercito e della popolazione che è scesa in strada con l’intento di appoggiare il suo Presidente contro i golpisti. La vicenda, gravissima, ha un suo aspetto di cronaca e un altro tutto politico, interno ed internazionale. Partiamo dal primo.
La cronaca riferisce di una ribellione di alcuni reparti della polizia di Quito che rifiutavano il pacchetto legislativo proposto dal Governo e approvato dal Parlamento sulla riforma dei servizi pubblici, presidenza compresa, e che prevede, tra l’altro, la riduzione dei benefici di vario genere dei quali hanno goduto in passato le forze di polizia come altri settori della Pubblica amministrazione.
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I nipotini di Hoover
di Silvano Andriani
Si sprecano, naturalmente, le assicurazioni che l’austerità deve essere coniugata con la crescita, ma nessuno ci dice come. Solo il Governatore della Bce, Trichet, che non si capisce chi abbia nominato speaker della politica economica comunitaria, ci assicura genericamente che “… politiche che ispirano fiducia favoriscono e non ostacolano la ripresa economica”. Altri hanno sostenuto più chiaramente che l’annuncio di politiche fiscali “responsabili” indurrebbe i privati ad aumentare consumi ed investimenti e con ciò a sostenere la ripresa. Si tratta di una stanca riesumazione della “teoria della aspettative razionali” che furoreggiò nei decenni liberisti.
Ora, a parte il fatto che quella teoria nei suoi quasi 40 anni di vita non è stata mai seriamente verificata, a parte il fatto che, se davvero le politiche economiche dei trascorsi decenni – promesse di riduzione della pressione fiscale, politiche monetarie e creditizie lassiste - hanno generato delle aspettative, queste, alla prova dei fatti, si sono rivelate decisamente irrazionali, immaginare che, mentre si bloccano o si tagliano retribuzioni e pensioni, si aumentano le imposte, cresce la paura dei licenziamenti, la gente abbia voglia di aumentare i consumi e gli imprenditori gli investimenti ci vuole una bella fantasia.
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Operai della conoscenza
Sergio Bologna
Milano centro, zona Missori, filiale italiana di una multinazionale del fashion. Ci lavora da quattro mesi, dalle 9 alle 18 (ma in genere la gente si ferma un’ora in più) e piace a Luca quel lavoro, 26 anni, laurea specialistica con lode. Non ha voluto fare il dottorato né prendere una borsa per l’Olanda, una terza lingua straniera da imparare gli pareva troppo, in fin dei conti il suo inglese è migliore dell’italiano del capo. Non gli hanno dato una lira e per altri due mesi sarà così, il suo è uno stage, un tirocinio semestrale gratuito, nemmeno un ticket ristorante. Ma l’altro giorno la vice del capo lo chiama e gli fa capire che «piace» alla ditta e alla fine dei sei mesi chissà che non gli venga proposta un’assunzione. A termine, ovviamente. Se tutto va bene e lui ci sta, saranno cinquecento euro al mese per un anno, ma poi magari «salta fuori un indeterminato».
Nel 2009 il 13% dei laureati nelle diverse università lombarde che sono entrati nel mondo del lavoro hanno dovuto passare per la porta stretta dei tirocini gratuiti. Una volta, dopo il tirocinio, c’era «il tempo determinato», oggi nella maggior parte dei casi c’è un altro tirocinio. Fino a ieri si pagava sui settecento/ottocento euro un contratto a termine a tempo pieno, oggi siamo arrivati a cinquecento. Almeno così è nel mondo della cosiddetta «creatività».
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Il dionisiaco low cost di Beppe Grillo
Nique la Police
A lungo ci si è interrogati, e altrettanto a lungo ci si interrogherà, sulla portata dei movimenti dionisiaci presenti nelle società contemporanee. Per dionisiaci, in una traduzione standard del concetto che ha origine in Nietzsche, si intendono i movimenti che trovano elementi significativi per il loro agire e per la loro identità nella costruzione di eventi organizzati deputati all’ ebbrezza e al distacco dal controllo delle passioni.
Il meeting di Cesena, a differenza di altri eventi organizzati dal suo movimento, ha proposto un Beppe Grillo di tipo nuovo. Quello che celebra su un palco un evento dionisiaco, di distacco dalla civilizzazione politica egemone e di liberazione di energie primarie, dopo la fase della protesta radicale. La stessa metafora del “volare”, espressa da Grillo per significare la distanza tra destra e sinistra, è caratteristica antropologica del dionisiaco (l’esser fuori dai legami della terra e del corpo) la cui lettura politica ha reso grande un autore che oggi andrebbe reinterpretato ovvero Karl Mannheim.
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Inception
di Augusto Illuminati
Wow! Abbiamo capito perché diavolo Veltroni volesse sempre recarsi in Africa. Apprendiamo infatti dal film che a Mombasa opera un misterioso chimico, capace di indurre con le sue droghe esperienze di sogni profondi in simultanea, talmente profondi che secondi sogni si annidano nei primi sogni e così via, sino a creare una realtà fittizia onirica da cui i dormienti mai vorrebbero svegliarsi. In quello stato è anche possibile realizzare una inception, l’innesto di un idea che viene fatta propria come nativa da tutti gli assopiti in collegamento. Questa idea, per Veltroni come nel film, dovrebbe essere la preferibilità di una scomposizione in settori di un impero piuttosto che la sua gestione aggregata. Una pluralità di correnti nel Pd è meglio di una qualche centralizzazione, visto che tanto il capo non è più lui. Astuto disegno, ma visto che l’intelligent design non regge come spiegazione evoluzionista, figuriamoci se funziona con walteruccio. Il quale poi, notoriamente, non va mai a vedere i film giusti e, se li vede, non li capisce, come risulta dalle sue malfamate recensioni d’antan.
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La crisi? L’esito di un processo di sostituzione di prestiti a salari*
di Massimo Pivetti
La lotteria del capitalismo. Se le previsioni fanno acqua.
Quanto di meglio una parte importante della civiltà europea era riuscita a realizzare nel primo trentennio successivo al secondo conflitto mondiale, per contrastare appunto la lotteria del capitalismo e in fin dei conti preservare nel tempo l'ordine borghese emendandolo dai suoi maggiori limiti storici, appare destinato a diventare sempre di più un lontano ricordo. Nel corso degli ultimi 30 anni si è prodotto all'interno del capitalismo avanzato un crescente ottundimento delle coscienze nei confronti dei problemi posti dalla presenza di enormi diseguaglianze economiche e dalla concentrazione di grandi ricchezze nelle mani di pochi. Questa lezione tratta del contributo fornito dalla cultura economica a tale ottundimento e delle sue implicazioni di lungo periodo.
I problemi connessi con la distribuzione della ricchezza e dei redditi, dopo essere stati a lungo al centro dell'attenzione dell'economia politica, sono stati sostanzialmente espunti dall'analisi economica oggi dominante. Con la scomparsa dagli schemi teorici correnti di capitalisti, salariati e proprietari di risorse naturali scarse, la presenza stessa nella realtà di interessi di classe tra loro contrapposti ha finito per essere negata e le sue implicazioni per il funzionamento del sistema sono quindi sparite dall'analisi.
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"La sinistra vince se ha un progetto alternativo"
Intervista a Oskar Lafontaine
D. Un nuovo trattato di Maastricht più vincolante e duro. Cosa contiene e quali sono i rischi per la stabilità sociale in Europa?
R. Il trattato di Maastricht è il frutto delle politiche liberiste e il suo scopo principale è la stabilità dei prezzi. Questa logica produce una politica economica e monetaria sbagliata che genera un aumento della disoccupazione e della precarietà. Se l'Europa perseguirà ancora questa strada i problemi si aggraveranno.
D. Se lei ha ragione, questo produrrà ancora di più un distacco della popolazione all'idea di Europa. Quali secondo lei invece sono le misure che bisognerebbe adottare?
R. Questo in pratica sta già accadendo. In molti paesi registriamo una disaffezione, ad esempio, verso le elezioni europee: in Germania il tasso di affluenza è stato del 40%. Un segnale che ci dice che la popolazione ha perso fiducia o non si aspetta nulla da questa Europa. E hanno ragione a pensare questo. Le politiche europee hanno prodotto dumping salariale, sociale e fiscale. E se si proseguirà su questa strada vedremo i partiti dell'estrema destra rafforzarsi ed aumentare il loro potere nei governi di diversi paesi europei.
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Il razzismo viene dall'alto
Jacques Rancière
Vorrei proporre alcune riflessioni attorno alla nozione di "razzismo di Stato". Queste riflessioni si oppongono a un'interpretazione molto diffusa delle misure prese di recente dal governo francese, dalla legge sul velo fino all'espulsione dei rom. Questa interpretazione vi vede un'attitudine opportunista che mira a sfruttare i temi razzisti e xenofobi a fini elettorali. Questa supposta critica riprende il presupposto che fa del razzismo una passione popolare, che lo considera la reazione impaurita e irrazionale degli strati retrogradi della popolazione, incapaci di adattarsi al nuovo mondo, mobile e cosmopolita. Lo Stato è accusato di venir meno ai propri principi mostrandosi compiacente nei confronti di queste popolazioni. Ma al tempo stesso questa critica rafforza la posizione dello Stato in quanto rappresentante della razionalità di fronte all'irrazionalità popolare. Questa posizione, adottata dalla critica "di sinistra", è esattamente la stessa in nome della quale la destra da una ventina d'anni a questa parte ha adottato un certo numero di leggi e di decreti razzisti.
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DAL VELTRUSCONI AL VELTRARCHIONNE
di Comidad
I media nei giorni scorsi hanno celebrato l'evento: Walter Veltroni ha finalmente rotto il silenzio. In realtà, già da molto prima di questa presunta rottura del silenzio, Veltroni aveva già rotto le scatole in ogni modo all'attuale segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. Sebbene oggi i media presentino il ritorno dell'ex segretario come quello di un Cincinnato, Veltroni non si è mai fatto veramente da parte ed ha continuato a comportarsi come se il capo fosse ancora lui, con gli atteggiamenti del padrone in viaggio che ogni tanto dà le istruzioni per telefono al maggiordomo; infatti ha continuamente lanciato a Bersani messaggi e avvertimenti che tendevano a screditare e boicottare ogni suo tentativo di ricucire le alleanze a sinistra. L'ottobre dello scorso anno, al super-privatizzatore Bersani era persino capitato di sentirsi ammonire da Veltroni a non ricadere in tentazioni socialiste.
L'attuale documento veltroniano, già firmato da settantacinque parlamentari del PD, ha il suo punto forte nella proposta - già di Mussolini ed Hitler, oltre che di Agnelli e Marchionne - del superamento dei conflitti sociali per giungere ad un "patto tra produttori".
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Basilea III. Ovvero: continuiamo così
Andrea Baranes
A settembre del 2007 le immagini dei clienti della Northern Rock che facevano la fila, muniti di tende e sacchi a pelo, davanti alle filiali della banca inglese fecero il giro del mondo. Giusto un anno dopo la Lehman Brothers depositava istanza di fallimento, quello che è probabilmente stato il momento più critico della crisi finanziaria.
Ci sono voluti altri due anni per arrivare, pochi giorni fa, all'accordo raggiunto dal Comitato di Basilea su quelle che dovranno essere le nuove regole per il settore bancario. Parliamo dell'accordo di Basilea III, che dovrà sostituire quello di Basilea II e definire, in parole semplici, quanto rischio possono assumersi le banche e quanto capitale proprio devono tenere da parte per i loro prestiti e le loro operazioni.
L'intesa raggiunta prevede che le nuove richieste sul capitale proprio delle banche dovranno entrare a regime nel 2019. Nove anni da oggi. Dodici dallo scoppio della crisi. Una data da fantascienza, considerando la velocità con cui si muove la finanza e il rischio di nuove crisi. Dodici anni fa, molti degli strumenti più speculativi e oggi criticati per il loro ruolo nella crisi - dai Credit Default Swaps alle Collateralized Debt Obligations (Cds e Cdo, per le traduzioni si veda il glossario della crisi) non erano ancora nati, o nel migliore dei casi il loro ruolo era del tutto marginale.
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Badiou, tombe a orologeria
Enzo di Mauro
«PICCOLO PANTHEON PORTATILE» DEL FILOSOFO FRANCESE
Come in ogni altro libro di Alain Badiou, anche nel Piccolo pantheon portatile (Il Melangolo, a cura di Tommaso Ariemma, traduzione di Luisa Bosi, pp. 142, € 15, 00) – un titolo che parrebbe lezioso se non venisse inteso in maniera letterale e trasparente – si mantengono bene in vista i segni di una indomabile passione per il reale, qui semmai illuminati da una temperatura emotiva altissima. Virilmente introiettato il lutto, l'acuto sentimento di perdita che ne anima le pagine e ne determina l'andatura si trasforma d'un sol colpo in gesto militante, in lampo di pensiero, in netto e risentito starsene nel campo aspro e seminato a pietre, chiuso a ogni orizzonte di conciliazione, precluso a ogni patto con chiunque si erga a campione della presunta «innocenza » (in verità un'impostura criminale) delle democrazie parlamentari e dei regimi liberali. Poiché, quella del filosofo nato a Rabat settantatré anni fa, è qui un'intifada in nome e per conto dei maestri, degli interlocutori, dei contraddittori e dei compagni di strada che se ne sono andati via per sempre, lasciando vuoto il paesaggio combattente dopo quell'estremo lembo di secolo – diciamo, all'incirca, l'arco di tempo che andò dal 1960 al 1980 – in cui s'accesero gli ultimi fuochi del materialismo e, in senso lato, del pensiero critico e radicale più irriducibile.
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