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Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre
di Alexander Höbel
A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.
Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.
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Produttività e Pil: quando l'ovvio cela l'inganno
Valerio Selan
Nei calcoli delle due grandezze si danno per scontati alcuni aspetti che non lo sono affatto: che si possano misurare separatamente tutti i fattori che contribuiscono alla prima, per esempio; e quanto alla seconda, se si calcolasse correttamente il deperimento del capitale sociale i risultati sarebbero assai diversi. Si tratta di inganni statistici funzionali a determinate scelte politiche
I dibattiti economici e socio-politici si svolgono non di rado nella nebbia di quelli che potremmo definire "i grandi inganni". Non vi è nulla di più pericoloso dell'ovvio, quando esso non è tale.
Uno dei temi attualmente più discussi è quello dell'allineamento del salario alla produttività del lavoro, come nel recente articolo di Recanatesi. Non si tratta di un dibattito sul sesso degli Angeli. Il problema è rudemente pratico. Se si assume che il salario non possa superare la produttività del lavoro (e che questa sia misurabile), le richieste sindacali non cozzeranno contro le associazioni imprenditoriali, ma contro la gelida lastra di un teorema. I tempi del salario come variabile indipendente sono tramontati da un pezzo.
Gli autori che si sono occupati di questo tema (al quale, se non ricordo male, l'Istat dedicò anni or sono un ponderoso scritto metodologico) hanno sottolineato l'importanza delle "condizioni di contorno", come la dotazione di capitale tecnico, l'organizzazione, la formazione professionale, la gradevolezza dell'ambiente di lavoro, ma hanno accettato come ovvio l'assioma della misurabilità della produttività dei singoli fattori di produzione, fra cui sostanzialmente il lavoro.
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Questo è il potere
di Paolo Barnard
Eccovi i nomi e cognomi del Potere, chi sono, dove stanno, cosa fanno. Così li potrete riconoscere e saprete chi realmente oggi decide come viviamo. Così evitate di dedicare tutto il vostro tempo a contrastare le marionette del Potere, e mi riferisco a Berlusconi, Gelli, Napolitano, D’Alema, i ministri della Repubblica, la Casta e le mafie regionali. Così non avrete più quell’imbarazzo nelle discussioni, quando chi ascolta chiede “Sì, ma chi è il Sistema esattamente?”, e vi toccava di rispondere le vaghezze come “le multinazionali… l’Impero… i politici… ”. Qui ci sono i nomi e i cognomi, quindi, dopo avervi raccontato dove nacque il Potere (‘Ecco come morimmo’, paolobarnard.info), ora l’attualità del Potere. Tuttavia è necessaria una premessa assai breve.
Il Potere è stato eccezionalmente abile in molti aspetti, uno di questi è stato il suo mascheramento. Il Potere doveva rimanere nell’ombra, perché alla luce del sole avrebbe avuto noie infinite da parte dei cittadini più attenti delle moderne democrazie.
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Quando il superindice indica la Luna...
Nane Cantatore
L'entusiasmo da parte dell'attuale governo per i dati OCSE indica solo una scarsa capacità di leggere gli indici, o forse una certa fiducia nella facilità con cui l'opinione pubblica si lascia manipolare. Il superindice, abbassando i potenziali di crescita, fotografa una situazione di scarso sviluppo e valuta in modo positivo un'economia colpita solo indirettamente dalla crisi, ma questa crisi è un fenomeno acuto, mentre la devastazione del tessuto economico italiano è un dato cronico
L'OCSE è un'organizzazione di allegri burocrati che fornisce pareri illuminati ma molto nebulosi sullo stato dell'economia e che, come altre organizzazioni di questo tipo, sbaglia la maggior parte delle previsioni ma continua a tirarne fuori come fossero oracoli ispirati da una sapienza infallibile. Lo strumento principe di questi vaticini è il cosiddetto superindice o, per chiamarlo con il suo nome vero, il CLI (Composite leading indicators), uno strumento che aggrega diversi dati disponibili in tempi rapidi per elaborare delle stime a breve termine, sei mesi al massimo, sull'andamento delle economie nazionali.
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Nuovi rischi arrivano da Giappone e Goldman Sachs
di Mauro Bottarelli
Nel corso dello scorso weekend, placidamente, sono fallite altre nove banche regionali negli Usa: il computo totale per quest'anno ha raggiunto quota 115. Non male davvero, deve essere uno degli effetti collaterali della cosiddetta ripresa sbandierata a destra e a manca dopo la comunicazione del dato sul Pil Usa. Che, giova ricordarlo, depurato dagli stimoli governativi, sarebbe al 2,4% e non al 3,5%.
Ma tant'è, per qualcuno è sufficiente. Ma c'è di peggio. E molto. Come anticipato dieci giorni fa da ilsussidiario.net, sempre negli Usa Cit Group, finanziatore importante per le piccole e medie imprese, ha presentato istanza di bancarotta domenica pomeriggio, «un processo che quasi certamente spazzerà via gli investimenti per 2,3 miliardi dollari fatti dal governo federale nella società. Cit è la prima azienda a fallire dopo essere stata salvata dal governo».
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I nostri ragazzi e i loro
Pierluigi Sullo
Quattro novembre, la Vittoria. L’inverno comincia così, con uno spot in tv, dedicato a questa ultima ricorrenza, che può provocare un poco di nausea: vi si vedono militari di tutte le armi, maschi e femmine, belli e giovani e freschi di shampoo, le divise ben stirate, che camminano per le stradine di un paese antico, di quelli toscani o umbri; la gente alle finestre e ai tavolini man mano si alza in piedi, applaude, allunga pacche sulle spalle. Il titolo è: «Grazie ragazzi». Segue logo della presidenza del consiglio, inventato da Berlusconi per le sue famose conferenze stampa ad imitazione della White House. Si deve fare un piccolo sforzo psichico per ricordare che «i nostri ragazzi» sono gente che sta combattendo una guerra – in Afghanistan, per lo meno – in cui si uccide [«si neutralizza», dicono i comunicati ufficiali] e si viene uccisi [«si cade» o «si è vittima», si dice quando a morire sono il caporale sardo o il soldato calabrese]. A essere molto reattivi, si possono anche rievocare nella mente, mentre i «ragazzi» camminano sorridendo nello spot, le scene dei più crudi film statunitensi sulla guerra in Iraq, divise sporche e sabbia, facce tese e improvvisi scoppi di sangue, violenza organizzata e disperata. La guerra, insomma.
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Un ventennale orwelliano
Giulietto Chiesa
La cosa che dovrebbe, più d’ogni altra, attirare l’attenzione degli organizzatori delle mille e una manifestazioni celebrative per la caduta del muro di Berlino è il fatto che venti anni fa le aspettative, le ipotesi sul futuro che sarebbe venuto, il cambio della storia che ci si accingeva a sperimentare, erano completamente sbagliate.
Nulla di ciò che fu allora scritto, esaltato, immaginato, supposto, elucubrato, sperato o temuto, si è realizzato.
Ecco un modo interessante, forse l’unico veramente interessante, di commemorare la caduta del muro.
Purtroppo non lo fa nessuno. I “celebratori”, che sono in genere i modesti portaborse di epigoni di coloro che si considerano i vincitori della guerra fredda ripetono il mantra senza molto pensare. Una delle cose più esilaranti, notate in questi mesi preparatori della ricorrenza vittoriosa, è la riapparizione sulle scene di Lech Walesa e di Solidarnosc: entrambi invitati dal colto e dall’inclita a raccontarci come furono loro, in primo luogo loro, a provocare la caduta del muro.
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Vaccino. Squalene, thimerosal e altre piacevolezze
Debora Billi
Ieri sera ascoltavo distrattamente Primo Piano, su Raitre. Un medico -non ricordo chi fosse- dopo aver sostenuto che l'influenza A è dieci volte meno pericolosa dell'influenza normale (in realtà è 72 volte meno pericolosa, ma sono dettagli) ha poi schizofrenicamente continuato con un panegirico del vaccino. Per la prima volta si è illustrato l'adiuvante MF59, ovvero lo squalene: si vede che comincia a diventare famoso anche presso l'opinione pubblica, visto che finora lo si è trattato come il convitato di pietra. Insomma, secondo l'illustre scienziato lo squalene è assolutamente innocuo, perché "è naturale e già prodotto dal nostro organismo".
La spiegazione, forse rivolta a noi ignorantoni, ha molto poco di scientifico: anche gli ormoni, ad esempio, sono naturalissimi e prodotti bontà loro dalle nostre ghiandole, eppure tutti sappiamo cosa succede se si prendono ormoni in eccesso rispetto alla produzione standard. Lo stesso vale per decine di altre sostanze.
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Torniamo a discutere di economisti ed economia
Giancarlo de Vivo*
Alla riunione annuale degli economisti italiani il governatore della Banca d’Italia è andato a difendere gli economisti (per i quali secondo lui qualcuno addirittura “sogna pogrom”) e gli studi economici, dei quali, come egli dice, “si è negata sia la valenza scientifica sia l’utilità sociale”.
Draghi è partito dall’ormai logora discussione sull’accusa che gli economisti non hanno saputo prevedere la crisi. Gli economisti amano richiamarla, forse perché distoglie l’attenzione da altre più imbarazzanti, e perché non è troppo difficile ribattere, come è stato fatto, che anche i meteorologi non sempre indovinano le loro previsioni, ma non per questo si nega validità alla meteorologia e si propone di chiudere gli uffici meteorologici. Comunque, nessuno mi sembra abbia fatto notare che se i meteorologi il giorno prima dell’uragano Katrina avessero detto che sulla Louisiana si prevedeva tempo bello stabile, doveva esserci parecchio che non andava nella loro meteorologia. Tra gli economisti previsioni del genere non mancano: alla fine del luglio 2008, quando la crisi dei mutui subprime era in pieno svolgimento, c’era chi sosteneva che quel che stava succedendo non era “catastrofico”, e auspicava che le Banche centrali alzassero i tassi “per evitare che l’inflazione sfugga di mano”.
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Morire in carcere. Un omicidio (Cucchi), un suicidio (Blefari). Non ci stiamo!
Alessandro Cardulli
Non ci stiamo: lo ripetiamo, se possibile, gridando più forte il nostro sdegno e la nostra rabbia. L’assassinio di Stefano Cucchi, l’omicidio preterintenzionale, come recita l’accusa contro ignoti, sta diventando un giallo, con la complicità, esplicita e non, di troppi uffici pubblici. Non ci stiamo, perché un’altra notizia, drammatica, sconvolgente arriva dal carcere romano di Rebibbia, dove si è suicidata Diana Blefari, condannata all’ergastolo per l’omicidio del professor Marco Biagi.
Si è impiccata con un lenzuolo . Proprio qualche giorno fa era stata visitata da uno psichiatra che l’aveva giudicata “in forte stato di prostrazione”. E il garante dei detenuti, Angiolo Marroni, aveva parlato di “un caso drammatico”. Si tratta del sessantesimo suicidio dall’inizio dell’anno.
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Le mele del Kansas
di Ferruccio Gambino
Il capitalismo statunitense sta cercando di passare il conto della crisi corrente ai contemporanei meno fortunati e alle generazioni future. Il precedente più grave è la Grande depressione conseguente al crollo del 1929. Dopo le alterne vicende del primo quadrienno di presidenza di F. D. Roosevelt (1933-‘36), gli Stati Uniti riemersero soltanto nel 1938 grazie ai nuovi programmi di spesa militare; intanto, nel crogiolo della Grande depressione si era scoperto che le crisi possono essere attenuate con opportuni stimoli e che possono addirittura essere convertite in strumenti di conservazione dei rapporti tra le classi. Ma oggi tale conversione si presenta più ardua che in tutte le crisi degli ultimi 80 anni.
Indubbiamente, il partito informale e minoritario ma vigoroso che si opponeva alle riforme rooseveltiane – in particolare all’affermazione dei nuovi sindacati industriali e alla previdenza sociale – non si è mai dato per vinto. Dopo l’inizio della Guerra fredda l’ostilità padronale alla sindacalizzazione, i licenziamenti (illegali ma tollerati) dei militanti sindacali, le nuove leggi antisciopero dei singoli stati, il razzismo intaccavano l’assetto di garanzie del lavoro conquistate alla metà degli anni Trenta.
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Il capitalismo storico e la scelta di fondo odierna
Duccio Cavalieri*
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo del prof. Duccio Cavalieri che, pur essendo lontano dalle opzioni di politica economica sostenute dalla redazione della rivista, ci auguriamo possa avviare un dibattito sulle prospettive del “liberismo di sinistra”. (La Redazione).
Il liberismo classico della scuola di Manchester implicava un’idea chiaramente utopistica: quella di un ordine naturale che avrebbe teso a realizzarsi spontaneamente e che in un contesto perfettamente concorrenziale sarebbe stato in grado di assicurare a tutti un massimo relativo di soddisfazione (un ‘ottimo paretiano’), operando trasferimenti di risorse tra impieghi alternativi, senza alterare sostanzialmente la distribuzione preesistente del reddito.
Così idealizzato, il capitalismo non è un modo di produzione storicamente determinato, ma una categoria universale sovrastorica, capace di mutare nella forma, ma non nella sostanza. E dunque destinata a durare in eterno. Il capitalismo reale, ovviamente, è tutt’altra cosa. E’ un tipo di organizzazione dell’economia finalizzato alla produzione per il profitto e all’accumulazione del capitale. Con tutto ciò di buono e di meno buono che questi obiettivi comportano: dall’efficienza e dalla spiccata capacità di promuovere lo sviluppo delle forze produttive di un paese, alla soggezione a crisi ricorrenti e devastanti, e dalla mancanza di vera democrazia a un’oppressione sociale.
Nel capitalismo odierno, la ferrea logica di riproduzione del capitale, finalizzata all’estrazione e appropriazione privata di un plusvalore, impedisce a una larga parte degli esseri umani di emanciparsi dal lavoro salariato e di realizzare attraverso un’attività autonoma e non alienante la loro vera essenza. Così da passare da uno stato di necessità al regno hegelo-marxiano della libertà.
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Nessuna speranza
di Vittorio Giacopini
Eugenio Scalfari parla di “speranza” e già provi un vago senso di sconcerto. In una delle sue omelie domenicali, più o meno a fine settembre, già in autunno, il padre della “Repubblica” sorprende con una lenzuolata di ottimismo. Mentre il suo giornale si avvita, inutilmente, in un corpo a corpo ostinato col regime – di cui denuncia e incarna molti vizi – il canuto e loquace fondatore intravede la luce alla fine del tunnel o, quantomeno, alcuni primi segnali incoraggianti. In un paese che è già un eufemismo dire “devastato” (Scalfari cita Crainz, e cita bene), si colgono bagliori di resistenza inaspettati, esempi confortanti di riscossa. Buono a sapersi.
Davvero – nel mondo delle cultura, nelle arti – sta nascendo qualcosa di nuovo, un’energia, capace di criticare – e superare – gli anni del berlusconismo, questo sfacelo, e le loro premesse di lungo periodo (ancora citando Crainz: “il carico di demagogia, qualunquismo, populismo, vittimismo” che sono l’identità più autentica d’Italia)? Secondo Scalfari sì, et pour cause. I “giusti” d’Italia stanno ridestandosi, e dalla cultura soffia un vento nuovo.
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PIIIIILLL!!!
di Stefano Bassi
Va bene...del PIL USA ne stanno già parlando TUTTI.
Ma ne parlerò anche io per due ragioni:
1- Perchè la maggior parte delle fonti sbandiera in modo esultante questo mini-boom da +3,5% del PIL, dissimulando naturalmente COME si è ottenuto. Al solito è la nostra improba ma eroica lotta nel contrastare la DISINFORMAZIONE di Gossip-Tiggì & affini...
2- Perchè molte ottime fonti (guarda a caso sono BLOG) stanno già facendo INFORMAZIONE corretta, completa e di qualità su questo dato.
Però repetita iuvant: più diffondiamo nel WEB non tanto la verità (parola grossa) ma semplicemente un'informazione NORMALE meglio è. Cerchiamo la massima diffusione nei limiti dei nostri mezzi "poveri ma belli"...Inoltre molte fonti affidabili sono in inglese e dunque non sono accessibili a tutti.
Cercherò di essere breve, forte e chiaro.
PIL USA nel 3 trimestre 2009 = +3,5% annualizzato, pari o poco superiore alle attese (dipende dalle fonti previsionali).
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Perché il Ddl Gelmini non ci merita.
di Gigi Roggero
Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”, che verrà presentato a breve, può tranquillamente cominciare dalla fine (art. 15, comma 6): “Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco la cosa importante: la strategia del governo sull’università consiste di tagli e dismissione, punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il senso. Non è un caso, del resto, che nonostante si premetta che ogniqualvolta si parli di “Ministero” ci si riferisca a quello dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in realtà l’altro Ministero – cioè dell’economia e delle finanze – è citato in ugual misura e puntualmente a proposito delle questioni di centrale rilevanza.
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Una Seattle ecologista
di Carla Ravaioli
La green economy rischia di essere un alibi per salvare un'idea di sviluppo energivora. I limiti di Copenaghen
Un articolo come quello di Riccardo Petrella apparso sull'ultimo Monde Diplomatique testimonia la possibilità di un ambientalismo adeguato alla gravità della crisi ecologica attuale; capace non solo di vederne la disperata urgenza, ma di individuare la pressoché illimitata complessità di problemi che in essa si intrecciano, in un confronto finora squilibrato a favore dei poteri costituiti e delle idee dominanti, cioè degli stessi agenti che della crisi sono responsabili.
In vista della Conferenza sul clima programmata per dicembre a Copenaghen, Petrella innanzitutto analizza e duramente critica l'assurda contesa che, da un Summit all'altro, si riproduce praticamente invariata tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, con ciascuno che pretende solo dall'altro drastici tagli alle emissioni di Co2. Una sceneggiata in cui, scontata l'evidente maggiore responsabilità dei «ricchi», è difficile anche assolvere i «poveri», non solo preoccupati esclusivamente della propria salvezza, ma ormai acquisiti al produttivismo occidentale e, come tutti, lontanissimi dall'auspicare un reale cambiamento del sistema operante: che è la causa prima sia dell'iniquità sociale di cui sono vittime, sia del collasso degli ecosistemi di cui anch'essi sono responsabili. E in ciò Petrella merita la nostra gratitudine per affrontare il problema con un taglio che - tranne rare eccezioni - anche gli ambientalisti più impegnati ignorano.
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C'è una logica nella crisi. Vale la pena rileggere Marx
di Alberto Burgio
In libreria una raccolta di scritti marxiani, in parte inediti, curati da Vladimiro Giacché
«Come sempre, con la prosperità si sviluppò molto rapidamente la speculazione. La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell'osservatore superficiale come causa della crisi».
«Il fatto che, laddove l'intero processo poggia sul credito, non appena il credito viene improvvisamente a mancare e ogni pagamento può essere effettuato solo in contanti debbano subentrare una crisi creditizia e la mancanza di mezzi di pagamento - è ovvio, come lo è il fatto che la crisi nel suo complesso debba presentarsi prima facie come crisi creditizia e monetaria. Ma in realtà non si tratta unicamente della "convertibilità" delle cambiali in denaro. Un'enorme massa di queste cambiali non rappresenta nulla più che transazioni truffaldine, che ora sono scoppiate e vengono alla luce del sole; esse rappresentano speculazioni andate male e fatte con il denaro altrui. È proprio bello che i capitalisti, che gridano tanto contro il "diritto al lavoro", ora pretendano dappertutto "pubblico appoggio" dai governi e facciano insomma valere il "diritto al profitto" a spese della comunità».
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Il Ponte è un esempio di keynesismo alla rovescia
Antonello Mangano
Ivan Cicconi, massimo esperto italiano di lavori pubblici, svela la vera essenza del modello Ponte: «E’ keynesismo al contrario, si usa la ricchezza sociale per trasferirla a pochi soggetti privati». Secondo lo schema già sperimentato con la Tav. Un articolo da Terrelibere.org
«Sono politiche keynesiane alla rovescia. In precedenza si prendeva la ricchezza prodotta per redistribuirla, oggi si danno soldi a chi è già ricco. Sono costi che pagheremo per diversi decenni». Lo dice a terrelibere.org Ivan Cicconi, uno dei maggiori esperti di infrastrutture e lavori pubblici, commentando l’annuncio del governo della prima pietra del Ponte sullo Stretto. «La varianti come quella di Cannitello sono ad hoc per il Ponte, si tratta di opere funzionali al progetto». Cicconi, ha denunciato già molti anni fa le storture dell’Alta velocità. Profitti privati, costi per tutta la collettività, cantieri lumaca. Oggi ravvisa nel Ponte lo stesso modello. Il keynesimo alla rovescia, Robin Hood al contrario: la ricchezza sociale che finisce nella tasche dei soliti noti: i grandi contractors, con Impregilo sempre in testa.
Esattamente quanto sostenuto nel libro «Ponte sullo Stretto e mucche da mungere»: è «l’economia basata sulle partnership tra pubblico e privato che mungono attività senza rischio. Al primo soggetto spettano i costi, al secondo i benefici. E’ l’economia delle infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte al territorio. E’ l’economia dei disastri e delle guerre».
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La CGIL che vogliamo.
Allo stato attuale di elaborazione, il documento della commissione politica non corrisponde al congresso di svolta che le firmatarie e i firmatari di questo testo ritengono necessario. Con esso si intende contribuire al lavoro della commissione politica, al fine di verificare convergenze e divergenze. (...)
La CGIL che vogliamo rinnova ogni giorno il suo impegno per la difesa e l’estensione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, degli e delle aspiranti ad un lavoro, dei pensionati e delle pensionate.
La CGIL che vogliamo si batte per la democrazia e per la pace, nel pieno rispetto dell’art. 11 della Costituzione.
E’ così che la storia, il presente, la realtà economica, sociale e produttiva non impone le sue regole ma viene attraversata dalle nostre priorità, viene letta dalla nostra ottica, viene conosciuta e modificata dalle nostre battaglie.
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Coincidenze parallele
Teo Lorini
Molte riflessioni si stanno dipanando in queste ore dal complicato garbuglio di omissioni e ricatti, video apparsi e scomparsi, smentite e ammissioni che ha per protagonista il presidente PD della regione Lazio, Pietro Marrazzo.
A cominciare dalla constatazione (ovvia ovunque tranne che in Italia) per cui è inammissibile che sia esposto a ricatti il titolare di una carica politica di quel livello e –a maggior ragione- il detentore di un ancor più importante incarico. Perché allora Marrazzo si sospende dalla carica e non lo fa invece il primo ministro che da mesi ha ammesso, con l'ardito eufemismo "non sono un santo", di essere un puttaniere e del quale sono, per di più, provati gli intensissimi rapporti con un corruttore sotto inchiesta per induzione alla prostituzione, ma anche per detenzione di cocaina a fini di spaccio?
Più a fondo ancora ci si potrebbe chiedere, come fa Piergiorgio Paterlini, se tutto si possa ridurre alle usurate categorie della 'debolezza', degli ormai logori vizi privati e delle sempre più implausibili pubbliche virtù o se invece non si debba almeno tentare un'esplorazione più ampia, nei campi ancora ostinatamente tabù "del desiderio, dell'identità, del sesso che si paga".
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Ecco Bersani: arretratezza, liberismo, Lega Coop e convivenza con la camorra
di Nique la police
La vittoria di Bersani alle primarie del PD non va letta secondo l'interpretazione diffusa da due riflessi condizionati. Il primo è quello che vuole la fine della strategia bipolarista del partito democratico, con un sistema all'inglese che avrebbe dovuto favorire una sorta di New Labour di originaria matrice democristano-piccista, mentre il secondo è quello che interpreta questo voto come una risposta "di sinistra" al conflitto politico interno al PD.
Intendiamoci, entrambi i riflessi condizionati contengono un granello di verità: prima di tutto infatti il PD adesso tenderà verso un genere di alleanze simili ma non identiche al quelle dell'ulivo di Prodi sapendo che per andare al governo è impensabile vampirizzare elettori e ceto politico di altre aree culturali. Poi, e questo è altrettanto vero, la mobilitazione dell'ex elettorato Ds è stata decisiva per spostare l'ago delle preferenze nel PD verso Bersani. Si intravede infatti in questa vittoria un desiderio di una politica di sinistra (e persino, in lontananza, del Pc)i che naturalmente è destinata a rimanere inevasa.
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Un brutto nodo
di Ida Dominijanni
Bene ha fatto Piero Marrazzo ad autosospendersi da governatore della Regione Lazio. Meglio avrebbe fatto a dimettersi: non ieri, dopo aver ammesso quello che l'altro ieri negava ostinatamente e incomprensibilmente, ma in quel di luglio, all'indomani degli ormai noti fatti, quando capì di essere sotto ricatto e, stando alle sue stesse dichiarazioni, pagò i ricattatori nel tentativo di mettere tutto a tacere. Tentativo vano, perché nell'epoca della riproducibilità tecnica di tutto vana è la speranza di mettere a tacere qualsivoglia cosa. Tentativo colpevole, perché un uomo di governo sotto ricatto ha l'obbligo di denunciare i ricattatori e, a meno che la causa del ricatto sia inesistente, non può fare l'uomo di governo. Non può fare nemmeno la vittima, o solo la vittima, come invece Marrazzo ha fatto nell'immediatezza dello scandalo.
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Calabria e Campania, qual è il vero problema
di Guido Viale
Da anni la Campania è sottoposta al potere di un commissario straordinario per l'emergenza rifiuti di nomina governativa; una figura introdotta più o meno nello stesso lasso di anni anche in Calabria, Sicilia, Puglia e ultimamente in Lazio, per far fronte al problema dei rifiuti solidi urbani. A quindici anni dalla sua istituzione è ormai chiaro che questa figura non è stata la soluzione ma il problema. I commissari che si sono succeduti nel tempo non hanno fatto altro che ostacolare l'unica soluzione del problema dei rifiuti urbani, che è la raccolta differenziata domiciliare.
Basta pensare che in meno di un anno e mezzo la città di Salerno, sottrattasi ai diktat del commissario, è riuscita a portare la raccolta differenziata da pochi punti percentuali al 72 per cento, piazzandosi al primo posto tra i comuni ricicloni e sfatando definitivamente la calunnia razzista secondo cui il disastro della Campania sarebbe colpa delle cattive abitudini delle sua popolazioni.
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I generali della guerra del gas si preparano alla battaglia più dura
di Giulietto Chiesa
Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l'esecuzione.
Il “Nord Stream”, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l'ostacolo frapposto dall'Ucraina all'afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali. Che si tratti di un ostacolo Mosca l'ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko. “Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».
Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell'URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.
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Ripresa economica globale: la grande illusione
di Laurent Cordonnier *
Nonostante gli incantesimi dei maghi della politica
L'economia mondiale, che alterna cadute e condoni, barcolla a metà del guado. Ma già due traiettorie divergono. Quella degli acrobati della finanza, che passano dall'altra parte senza bagnarsi e ritrovano la felicità dei bonus, e quella dei lavoratori stipendiati, sommersi dalle nere acque della recessione. A un anno dal crollo della banca Lehman Brothers, né gli uni né gli altri credono più agli annunci della «regolamentazione». Il capitalismo, lasciato libero dai poteri politici, riprende la sua folle corsa. Come se non fosse successo niente.
Proprio mentre la crisi economica e finanziaria, diventata spettacolare a partire dall'autunno 2008, continua a diffondere i suoi misfatti, la primavera del 2009 ha visto sbocciare tutti gli incantesimi immaginabili in vista di un rapido recupero dell'oggetto del desiderio: lo sviluppo.
Nessun segno del destino è stato trascurato: il borbottìo (precario) degli indici di borsa; la risalita (barcollante) del corso delle materie prime e delle energie fossili; la decelerazione delle soppressioni di posti di lavoro negli Stati uniti e le previsioni di crescita incoraggianti della Riserva federale (Fed); l'aggiornamento (di + 0,1 punto!) delle previsioni della Banque de France riguardante il prodotto interno lordo (Pil) del paese nel 2009;
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