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Funzionare o esistere
di Salvatore Bravo
“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema. Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato. La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro. Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:
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Trump, il voto e il comunismo
di Ottorino Cappelli*
Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.
Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.
È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.
È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.
Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.
Cambiare le condizioni del voto
Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.
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Riflessioni estive, vale a dire eterne, sul mondo di oggi e quello a venire
di Alberto Bradanini
1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense – attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
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Ancora sul Venezuela e su cosa ci insegna quella sconfitta
di Carlo Formenti
Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di “Contropiano” che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:
“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. E’ la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
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L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran
di Sergio Cararo
Secondo quanto abbiamo già denunciato pochi giorni fa, è stata affidata a poche righe leggibili sul sito del Ministero della Difesa, la comunicazione del fatto che a partire da marzo 2026, l’Italia ha schierato un contingente militare in Arabia Saudita “a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”.
Si tratta nel dettaglio della missione Task Force Air – Arabia, composta da centinaia di militari dell’Aeronautica Militare schierati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La Task Force “concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.
Secondo il poco che c’è di leggibile sul sito del Ministero della Difesa, il dispositivo integra capacità di “allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio”.
Stando a quanto riporta la pubblicazione specializzata Rivista Italiana Difesa, la missione militare in Arabia Saudita è stata resa possibile dalla facoltà che, con la nuova normativa, il Governo ha di spostare forze e assetti nella stessa aerea geografica dove esistono già una o più missioni autorizzate dal Parlamento.
Il riferimento a questo inghippo è relativo alla possibilità di “dispiegare un dispositivo multidominio nazionale in Medio Oriente al fine di contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale“.
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Quand’è che abbiamo smesso di contare i morti di Gaza?
di Claudia Carpinella
Il vero numero dei morti di Gaza resta una domanda senza risposta. Mentre il conteggio ufficiale viene assunto come dato definitivo, migliaia di vittime sotto le macerie, morte per fame, malattie o per il collasso sanitario restano fuori dal racconto pubblico. Nessuno sembra più interrogarsi sul reale death toll del genocidio
Quand’è, di preciso, che abbiamo smesso di contare i morti di Gaza? Da quando è entrato in vigore il cosiddetto “cessate il fuoco”. Infatti, non è una tregua vera e propria perché, al netto dei continui aggiornamenti del fantomatico “Board of Peace” di Trump, nella Striscia si continua a uccidere. Meno di prima, eppure sempre in modo sistematico.
Esaustivo, a tal proposito, il titolo di un articolo di Haaretz: “Un bambino al giorno: l’aviazione israeliana continua a uccidere regolarmente i bambini di Gaza”. Non è una formula a effetto: è un tragico conteggio reale. Al 23 luglio, i bambini uccisi dall’ottobre 2025, quando è iniziata la tregua, erano 282. È la posologia del genocidio lento, sparito dai media, ma non dalla vita dei palestinesi.
Al momento in cui scriviamo i bambini uccisi durante il cessate il fuoco, interpretato da Israele in modalità lasca , sono già aumentati. Nella sola giornata del 30 luglio, infatti, Israele ha bombardato alcune tende della Striscia, uccidendo quattro persone: due erano bambini, di otto anni e appena diciotto mesi. La tragica conta descritta da Haaretz non solo è proseguita, ma quel giorno è addirittura raddoppiata.
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La diplomazia del bluff
di Elena Basile
La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.
Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.
“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra.
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Il dilemma cruciale della Russia riguardo alla guerra in Ucraina
di Georgios Christakos
L’impero non crolla, ma si arricchisce. Stando all’evolversi della situazione, o Putin intraprenderà operazioni volte a isolare militarmente l’Ucraina dalla NATO, oppure si consumerà in una guerra di logoramento che porterà, nel migliore dei casi, a una «vittoria di Pirro». Questo dilemma deriva inevitabilmente dal fatto che la guerra in Ucraina fa parte della strategia di lungo periodo di Washington: basi, rappresentanti e narrazioni. Con centinaia di basi militari sparse in tutto il mondo, Washington si trova letteralmente alle porte di ogni paese, che può attaccare, direttamente o tramite «paesi proxy», dopo aver diffuso la narrativa opportuna grazie al suo dominio nel campo dell’informazione.
Questa strategia viene applicata ormai da molti anni. I «paesi proxy» vengono assoggettati politicamente da Washington, che insedia governi al servizio dei propri interessi, spesso a scapito di quelli dei paesi stessi. Conducono le guerre di Washington e i loro popoli soffrono o addirittura muoiono per conto suo, mentre essa ne ricava grandi benefici (appropriandosi delle risorse naturali di altri paesi, stipulando accordi economici e di investimento coercitivi, vincolando beni stranieri, vendendo protezione, assicurandosi in larga misura il dominio sul mercato energetico, strumentalizzando i quadri giuridici e normativi internazionali).
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Il Grande Fratello? Si chiama Palantir
di Glauco Benigni
Controllo sociale occulto, costante, remoto, h. 24 L’Italia tra resistenza e sudditanza
L'integrazione tra apparati d'intelligence e colossi tecnologici digitali ha dato vita, nell’ultimo quarto di secolo, a una funzione inedita della Governance, che da sempre costituiva, per il Potere, “il sogno nel cassetto”: ovvero la realizzazione del controllo sociale occulto, costante e remoto H24 e dell’orientamento dei comportamenti di massa che può derivare dalla sua gestione.
A differenza dei totalitarismi, quali ad esempio nazismo, fascismo, franchismo e comunismo, del Novecento, che esercitavano sorveglianza e repressione fondate sulla presenza fisica di poliziotti e delatori, il controllo e la repressione contemporanei si esercitano in modo silenzioso e non prevedono solo costi ma anche opportunità di business.
Oggi grandi Corporation come Palantir, Google, Meta, Alphabet, Amazon e Microsoft gestiscono data center e algoritmi che operano in tempo reale, 24 ore su 24 e raccolgono informazioni sensibili su “comunità utenti transnazionali”, misurabili in centinaia di milioni di individui, grazie sostanzialmente alla facoltà di monitoraggio-intrusione sulle comunicazioni via telefono cellulare, via messaggistica, via social network e sulle pratiche di e-commerce.
Il Patriot Act (USA, 2001) è la legge antiterrorismo post-11 settembre, voluta e ottenuta da George Bush Jr., che ha ampliato a dismisura i poteri di sorveglianza statale, autorizzando la raccolta e il monitoraggio massivo di Big Data privati, la loro elaborazione e uso per motivi di intelligence. Con le successive evoluzioni legislative — dal FISA Amendments Act (2008) allo USA Freedom Act (2015) — si è consolidato, attorno a Palantir, un complesso militare-digitale in cui lo Stato delega alle Corporation private l'architettura tecnica del monitoraggio e della raccolta dati e le Corporation utilizzano i finanziamenti pubblici per perfezionare le proprie tecnologie di tracciamento.
Oltre ovviamente gli USA, che sono stati la “sala operatoria” di questo aborto della democrazia, a quali altre Nazioni è stata "estesa" questa pratica che da qualche anno coinvolge anche la Guerra?
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L’Italia rischia di farsi coinvolgere nella guerra in Medio Oriente
di Gianandrea Gaiani
L’Italia sembra essere in cerca di un ruolo militare nel conflitto in atto nel Golfo Persico e che minaccia di allargarsi al Mar Rosso.
Dopo i raids sauditi sulle milizie yemenite Houthi di Ansar Allah e i bombardamenti congiunti sauditi-statunitensi contro le milizie sciite filo iraniane in Iraq, sospettate di aver lanciato droni contro il territorio saudita, due nuove missioni italiana nella regione del Golfo Persico, emerse nei giorni scorsi, si sviluppano di fatto in zona di guerra.
Il ministero della Difesa ha confermato a fine luglio l’esistenza di due task force schierate in diverse nazioni arabe del Golfo, fornendo anche dettagli dopo che un articolo di Fausto Biloslavo il 30 luglio su il Giornale ne aveva rivelato la presenza e delineato precisamente i contorni.
“Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein” ha reso noto il sito Internet della Difesa.
“Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein”, secondo quanto spiega il ministero della Difesa e “la Task Force Air-Arabia è comandata dal colonnello Michele Schiavi. La Task Force Air-Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”.
La Task Force Air in Arabia Saudita sembra ereditare almeno in parte gli assetti della Task Force Air – Kuwait per anni schierata presso la base kuwaitiana di Ali Al Salem nell’ambito dell’Operazione a guida statunitense Inherent Resolve contro lo Stato Islamico: base da cui gli italiani si ritirarono in seguito agli attacchi iraniani che puntavano a colpire le forze americane schierate nella stessa base.
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Filosofia e fisica quantistica
di Eros Barone
È una grande scienza sapere ciò che si sa.
G. W. Leibniz
Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero.
K. Marx
È ampiamente noto che la storia della ricerca scientifica nel campo della fisica quantistica ha posto problemi di grande rilevanza filosofica ed epistemologica che hanno indotto gli studiosi ad inserire la loro esplorazione dei sistemi atomici in un contesto più generale di quello strettamente scientifico. In tal senso, i rilevanti cambiamenti di prospettiva richiesti dalla fisica quantistica hanno reso questi problemi ineludibili per tutti coloro che nutrono interesse verso le implicazioni concettuali della scienza. D’altra parte, va sottolineato che la forte interazione tra la scienza e la filosofia, che caratterizza la fisica quantistica, non è dovuta a puri motivi storici o culturali, ma è stata imposta dalla natura stessa, sicché diventa necessario mostrare come fondamentali temi filosofici si colleghino in modo naturale alla problematica generata dagli studi e dalle ricerche sui sistemi atomici. Passiamo quindi ad esaminare, al fine di tratteggiare la personalità filosofico-scientifica dei maggiori protagonisti della nuova fisica, alcune specifiche posizioni circa la realtà e la sua conoscibilità.
1. L’idealismo e le sue derivazioni
Per l’idealismo l’oggetto del conoscere è l’idea; ma se questa è pensata come indipendente dal conoscere e meta esterna ad esso (il che accade, per esempio, nel platonismo), questo punto di vista è ancora realistico. Invece l’idealismo moderno è soggettivistico: l’oggetto del conoscere è posto, prodotto, “creato” dall’attività dello stesso soggetto conoscente. Ovviamente esistono varie versioni dell’idealismo, più o meno radicali, che vanno dall’ipotesi secondo cui le rappresentazioni della mente hanno un livello più elevato di esistenza che non gli oggetti, a quella secondo cui gli oggetti sono creati dalla mente, fino alla posizione estrema per cui non vi è nient’altro che la mente.
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La schiena della guerra è spezzata
di Alastair Crooke – Strategic Culture
Alla fine gli Stati Uniti dovranno capitolare, con la conseguenza che l’Iran diventerà una potenza regionale.
Trump ha ordinato all'esercito statunitense di non compiere nuovi attacchi contro l'Iran venerdì sera, nonostante avesse approvato in precedenza un "attacco massiccio dalle Porte dell'Inferno" contro l'Iran.
Gli Stati Uniti hanno ora richiesto un nuovo cessate il fuoco temporaneo con l'Iran e cercano di ripristinare il Memorandum d'Intesa (MoU) fallito e sospeso, con discussioni che includano lo Yemen, mentre Trump cerca di coinvolgere Ansar Allah nei negoziati.
Chiaramente Trump è arrabbiato e teme che la guerra stia consumando la sua presidenza (e la sua eredità). L'Iran ha respinto in modo assoluto tutti i negoziati durante l'ultima settimana e ha confermato che non inizierà negoziati in nessun caso. In parole semplici, perché l'Iran dovrebbe acconsentire a dare agli Stati Uniti il tempo di riorganizzarsi e riarmarsi prima di lanciare un altro giro di attacchi contro l'Iran quando ha messo gli Stati Uniti “alle strette”.
Un ritorno al MoU la cui credibilità Trump ha ripetutamente distrutto? Improbabile.
Will Schryver osserva che circolano voci secondo cui il Pentagono stia facendo pressione su Trump affinché annulli la guerra con l'Iran perché gli Stati Uniti hanno quasi esaurito le loro scorte di intercettori per la difesa aerea e missili d'attacco a lunga distanza.
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Il coltello persiano
di Enrico Tomaselli
Cosa ha spinto l’Iran, per la prima volta in assoluto, ad interrompere la sua politica di risposta calibrata agli attacchi israelo-statunitensi, per colpire in prima battuta le basi USA in Giordania? E, meno di 48 ore dopo, di attaccare una nave gasiera statunitense nel porto di Damietta, in Egitto?
L’ipotesi che si tratti di una risposta agli attacchi saudito-statunitensi contro alcune basi delle Popular Mobilization Forces irachene, che hanno provocato una 15ina di morti, tra cui 5 membri dell’IRGC, benché non si possa escludere appare comunque poco plausibile. Intanto, perché sarebbe solo la seconda volta che Teheran risponde direttamente a un attacco subito dei suoi alleati dell’Asse della Resistenza (la prima, contro Israele, dopo un attacco contro Hezbollah), ma soprattutto perché l’Iran fa le sue mosse sempre secondo una logica strategica, mai per mera reattività. E quindi, qual’è la ragione di questa escalation controllata?
La risposta più probabile è che Teheran ritiene, non a torto, che Washington sia in un momento di particolare difficoltà, e che quindi non bisogna offrirgli l’opportunità di continuare il gioco dello stop-and-go, con gli attacchi militari che si alternano alle pause falsamente negoziali, mentre la narrazione di Trump oscilla tra minacce apocalittiche e fantasiose storie di iraniani che implorano di fermare gli attacchi aerei.
L’attacco dell’altro giorno contro la base di Muwaffaq Salti, fa innanzitutto piazza pulita delle fole raccontate dal presidente USA.
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Modalità “Lehman Brothers”
Perché dobbiamo fare molta attenzione a direct lending ed Etf
di Alessandro Volpi
L’esplosione del sistema di prestiti al di fuori del sistema bancario, l’estrema concentrazione dei fondi d’investimento che hanno l’obiettivo di replicare l’andamento di un indice, e la vulnerabilità delle Big Tech, gonfiano una bolla finanziaria enorme e precaria. Aver dato per spacciato lo Stato sociale sostituendolo con questi strumenti finanziari non è stata una grande idea. L’analisi di Alessandro Volpi
* * * *
Il “nuovo” capitalismo finanziario, partorito dal neoliberalismo, ha a disposizione strumenti pressoché inesistenti fino a dieci anni fa e ora assai diffusi presso i comuni risparmiatori. Si tratta in particolare del “direct lending”, il sistema di prestiti al di fuori del sistema bancario, e degli Etf, un particolare tipo di fondo d’investimento che ha l’obiettivo di replicare l’andamento di un indice azionario, obbligazionario o di materie prime.
La convergenza tra l’esplosione del direct lending, l’iper-concentrazione degli Etf e la vulnerabilità delle Big Tech, che hanno perso in mese oltre il 25% del loro valore, ha creato un ecosistema finanziario caratterizzato da una fragilità strutturale con una probabilità di crisi sistemica superiore al 25% nel prossimo biennio.
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Governi incapaci di intendere e di volere con il denaro a fargli da tutore
di comidad
In una fintocrazia il compito del governo è fingere di governare. Rientrerebbe in questo schema il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri del 23 luglio scorso. Si tratta di una modifica dell’articolo 98 del Codice Penale, in base alla quale la capacità di intendere e di volere del minore che abbia compiuto i quattordici anni, non sarà più oggetto di accertamento caso per caso, bensì data per acquisita fino a prova contraria, come avviene per i maggiorenni. Il disegno di legge è stato venduto alla pubblica opinione forcaiola come misura anti-buonista, mentre in effetti è solo una fesseria, un mero nonsenso. C’è un governo fintocratico che non riesce neppure a fingere come si deve; infatti si dà per acquisita la responsabilità penale fino a prova contraria del minore che abbia compiuto i quattordici anni, ma non si fa capire perché questa presunzione di responsabilità non si debba estendere anche all’ambito civile. Se a quattordici anni si è considerati penalmente responsabili fino a prova contraria, allora si sarà anche capaci fino a prova contraria di decidere autonomamente non solo di fare corsi di educazione sessuale, ma persino di avere rapporti sessuali con persone di ogni età, o addirittura di sposarsi; oppure di gestire eventuali proprietà senza passare per la tutela dei genitori. La presunzione di responsabilità non può essere ristretta all’ambito penale senza creare continui paradossi. Le sedicenti opposizioni sono andate in soccorso della Meloni mettendo su il consueto gioco delle parti tra buonisti e cattivisti; ma non tutto potrà essere risolto con le solite pantomime o con la consumata e consunta ciarlataneria dei cosiddetti costituzionalisti, poiché certi paradossi comporteranno ostacoli pratici.
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Militari in Arabia Saudita, siamo in guerra ma gli italiani non sanno perché
di Paolo Ferrero
L’idea che i giornali propagandano, per cui la più potente nazione del mondo oggi sarebbe in mano ad un ubriaco, è una tesi falsa. I governanti europei sono totalmente subalterni
In questi giorni abbiamo scoperto che il governo ci ha portato in guerra a fianco dell’Arabia Saudita la quale ha appena aggredito Yemen e Iraq. Si tratta di un fatto gravissimo, un tipico atto di guerra in cui le prime vittime sono le regole costituzionali. Questo episodio non è un incidente di percorso ma la cartina di tornasole della fase che stiamo vivendo, in cui l’Italia sta entrando in guerra per via burocratica, grazie all’iniziativa bellicista del governo e alla collaborazione del Presidente Mattarella che – dati il suo ruolo di comandante delle forze armate – non può essere considerato altro che complice.
Quello che abbiamo appena subito come popolo italiano è una grave violazione dell’articolo 11 della Costituzione – più grave dell’utilizzo delle infrastrutture aeree da parte degli Stati Uniti nell’azione di aggressione alla Repubblica Iraniana – che colloca il nostro paese tra i cobelligeranti nella guerra mondiale a pezzi.
Uno stato di guerra che non si dispiega solo con metodi militari ma che assume anche le caratteristiche della guerra ibrida, visto quello che è successo nell’enclave spagnola di Ceuta dove decine di migliaia di giovani sono stati palesemente spinti a rischiare e perdere la vita rendendosi protagoniste di una sorta di invasione civile organizzata dalla filosionista monarchia marocchina.
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Il diritto internazionale non è privo di forza, è solo colpevolmente e volutamente disapplicato
di Luca Benedini
Nelle relazioni internazionali, attualmente le problematiche cruente più grosse, tragiche e strutturali provengono dai comportamenti di tre governi: quello israeliano di Netanyahu (che maltratta da tempo in mille modi i palestinesi incurante di numerose risoluzioni dell’Onu e della “Corte internazionale di giustizia” e che oggi si mantiene in uno stato di guerra infinita anche con altri paesi come specialmente Libano, Iran e Siria), quello russo di Putin (che ha organizzato, deciso nel 2022 e poi mantenuto in atto sino ad oggi l’invasione dell’Ucraina) e quello statunitense di Trump (che oltre a proseguire a tutti i livelli la tradizione di una sfacciatissima protezione e di un continuo aiuto nei confronti del governo israeliano – praticamente qualunque cosa quest’ultimo faccia – sta organizzando, decidendo e attuando in particolar modo una guerra all’Iran in più fasi che prosegue ormai da circa cinque mesi). Sono anche guerre che in vari modi stanno danneggiando diffusamente e gravemente l’economia mondiale e l’ambiente planetario, ledendo pesantemente così gli interessi stessi di più o meno tutte le popolazioni della Terra [1].
In base ai “Princìpi di Norimberga” (riconosciuti come parte del diritto internazionale dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1950), sono considerati come crimini punibili sia l’avvio di guerre d’aggressione o di guerre che violano accordi internazionali, sia le azioni che durante una guerra provocano il maltrattamento o l’uccisione della popolazione civile e causano devastazioni generalizzate, sia degli eventuali altri atti disumani – come gli omicidi deliberati, le deportazioni, le schiavizzazioni, i casi di sterminio, e via dicendo – attuati in collegamento con quei primi due tipi di crimini. In altre parole, in base a tali Princìpi i membri di quei tre governi e i principali capi militari dei tre eserciti in questione hanno tutti commesso dei gravissimi crimini punibili, che sin dal 1950 sono internazionalmente riconosciuti e sono classificati in tre tipologie: “crimini contro la pace”, “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.
Ma, anche indipendentemente dai “Princìpi di Norimberga” e dai successivi trattati che approfondiscono ulteriormente quanto stabilito in quei Princìpi, i governanti e i capi militari in questione hanno commesso delle gravi violazioni specifiche della legislazione del loro paese.
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Il campo largo davanti alla prova della guerra
di Giovanni Tonlorenzi
I. Non si sceglie il Foglio per caso
Abbiamo aspettato, immaginando che un’intervista di quella nitidezza politica avrebbe suscitato un dibattito serio a sinistra. Invece non è successo nulla, se non qualche commento tiepido e superficiale. Vale la pena allora analizzare per intero cosa Schlein ha detto al Foglio e cosa la mancata risposta dei suoi possibili alleati significhi.
Elly Schlein ha scelto, probabilmente non a caso, quel giornale per ribadire la propria posizione sull’Ucraina, sull’Europa, sulla difesa comune, sul modo in cui il suo partito intende la politica internazionale, oltre a qualche altro pensierino inconsistente dal punto di vista dei contenuti.
Un’ora e quaranta al telefono con il direttore Claudio Cerasa, che ha ammesso la notevole stanchezza di entrambi alla conclusione di quel lungo colloquio, e non facciamo certo fatica a credergli.
Il Foglio è il quotidiano dell’establishment oltranzista eurounitario e atlantista, con una linea editoriale che da anni caldeggia, per usare un eufemismo, continue cessioni di sovranità nazionale, sostegno illimitato all’Ucraina senza tentennamenti e totale vicinanza, sbandierata, alle politiche di Israele. Rappresenta una visione politica totalmente asservita alla tecnocrazia eurounitaria. Parlare al Foglio significa tentare un’interlocuzione che non riguarda un elettorato di massa, vista la contenutissima diffusione del giornale, ma i settori atlantici ed europeisti che decidono le cornici entro cui la politica italiana si muove.
È a loro che si vuole ribadire la propria affidabilità in vista di un’auspicata fase post-meloniana, ed è in quei settori che si cerca quella legittimazione necessaria a proporsi come gestore alternativo dello stesso progetto che oggi Meloni amministra.
II. Convintamente
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Come il Trumpismo cambia l’economia
di Claudio Gnesutta
Dietro la politica di Trump c’è un modello di economia, fatto su misura per la sua base elettorale, che unisce i bianchi impoveriti e la finanza speculativa. Dai dazi alle criptovalute, le misure della Casa bianca hanno una logica: un nuovo libro di Dario Togati ci aiuta a capirla
Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società.
Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.
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Israele, l’Occidente e il silenzio dei doppi standard
di Elena Basile
In Germania stanno per approvare in Parlamento nuove sanzioni (fino a 5 anni di reclusione) per chi nega il “diritto a esistere di Israele”. Con un coraggio straordinario Craig Mokhiber – che ho potuto conoscere grazie alla rassegna stampa di Angelo Gaccione – scrive un bellissimo articolo in cui ricorda le violazioni di Israele, a partire dalla Nakba (1947/49), dalla linea verde (confini con Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania, mai legalizzati) e dalle terre occupate nel 1967, fino all’assedio di Gaza, alle punizioni collettive avvenute prima del 7 ottobre 2023, al genocidio, all’apartheid e alla violenza dei coloni in Cisgiordania, che continua in modo feroce in questi giorni.
Craig ricorda che Israele si è autodefinito Stato ebraico, non riconoscendosi come lo Stato dei palestinesi, musulmani e cristiani che vi abitano, e non ha mai legalizzato i propri confini. Con alcune leggi infami (Dahya) ha legittimato l’uccisione in massa di civili e, con la direttiva Annibale, il sacrificio in massa dei propri cittadini. Israele incarcera minori, sequestra senza processo i palestinesi e legittima le torture in carcere. Oggetto di dibattito pubblico è se i palestinesi possano essere o meno stuprati in carcere.
Lo Stato terrorista è sotto accusa dell’unico tribunale dell’ONU, la CPI, che ha emanato misure cautelari (mai applicate da Israele) considerando plausibile il genocidio. Il Procuratore della CPI Khan, incurante delle minacce, ha incriminato Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant.
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La favola tragica del riarmo a costo zero che strozza i conti per un decennio
di Emiliano Brancaccio
Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.
È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.
Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.
I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.
Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.
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Russia e Cina hanno fornito supporto agli attacchi iraniani contro le basi statunitensi?
di Giacomo Gabellini
Negli ultimi giorni, le forze armate iraniane hanno colpito con missili e droni diverse installazioni militari statunitensi in Arabia Saudita, Bahrein, Giordania e Kuwait. Nell’attacco sferrato il 17 luglio, un missile balistico ha violato le difese aeree imperniate sui sistemi Patriot e Thaad che proteggevano la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, e raggiunto i complessi abitativi prefabbricati, eliminando tre soldati statunitensi.
Segno dell’integrità delle capacità offensive dell’Iran, documentate dal «New York Times» all’interno di un’approfondita analisi di decine di immagini satellitari, filmati e fotografie a bassa risoluzione della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea che immortalano ben nove siti militari statunitensi colpiti dai recenti attacchi iraniani.
Allo stesso tempo, l’intensità della distruzione seminata nella regione dai missili e droni iraniani evidenzia l’inadeguatezza delle difese aeree statunitensi.
L’Iran, di contro, si è rivelato perfettamente in grado sia di tenere al sicuro gran parte dei propri arsenali, sia di ricostruire le infrastrutture militari danneggiate e/o distrutte dai raid israelo-statunitensi. Un’inchiesta realizzata dal «Wall Street Journal» sulla base delle risultanze emerse dall’esame di decine di immagini satellitari statunitensi attesta il ritmo estremamente sostenuto che scandisce il processo di ricondizionamento del dispositivo bellico iraniano.
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La Tav è funzionale alla mobilità militare, non allo sviluppo del paese
di Linda Maggiori*
Sulla Tav Torino Lione, no. Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.
6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.
La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.
La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.
Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.
La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.
Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.
Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.
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La guerra interna dello Stato capitalistico
Riflessioni in margine all’assassinio di Abderahhim Fakir
di Jacques Bonhomme
Il fronte interno delle guerre imperialistiche occidentali è ormai diventato, anche da noi, una guerra interna aperta e feroce verso proletari, masse immigrate ed emarginazione metropolitana. Le leggi speciali degli ultimi anni sono culminate nella cancellazione di ogni residua restrizione penale alla violenza poliziesca di corpi repressivi sempre più militarizzati, rendendo così scoperto e dirompente lo “stato assedio” di fatto cui lo Stato capitalistico sta mirando. Infatti, i traumi collettivi sempre più forti, imposti ai popoli europei dalle devastazioni sociali neoliberistiche e dal gigantismo militare della NATO, che sparge fiamme e distruzioni in Medio Oriente, in Russia e in Africa, richiedono forme terroristiche di contenimento e di dissuasione delle lotte di massa e dei loro temuti sviluppi organizzativi. Per questo, la repressione poliziesca e militare della protesta sociale si è allargata dai luoghi della concentrazione proletaria, considerati strategici dagli anni di Scelba in poi (cortei e case occupate, per esempio), alle aree urbane da riqualificare, ai quartieri “malfamati” e ai ghetti, alternando assalti a presidi e perquisizioni domiciliari, pattugliamenti intimidatori e deportazioni. A partire dal piano di guerra che nel 2001, a Genova, i reparti antisommossa seguirono metodicamente, la dimensione militare della repressione delle lotte di classe è divenuta prevalente. Questo tipo di repressione è centrato sulla prevenzione, sullo sradicamento anticipato dei potenziali portatori di ogni tensione sociale. Così le fasce più povere della società, e in modo particolare gli immigrati della “colonia interna” e i lavoratori precari e semioccupati, divengono le nuove “classi pericolose”.
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Rovesciare il potere di chi produce gli algoritmi, ma sempre di più il potere della tecno-archia
Alberto Deambrogio intervista Lelio Demichelis
Una conversazione con Lelio Demichelis, sociologo, docente universitario, autore di Tecno-archia, o la nave dei folli (Derive Approdi editrice)
Alberto Deambrogio: Professore, nel tuo lavoro analizzi spesso come la tecnologia non sia mai neutrale, ma risponda alle logiche del biocapitalismo. Di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale, assistiamo oggi a una “sacralizzazione” dell’algoritmo che sembra sottrarlo alla critica politica. In che modo l’IA sta ridefinendo il concetto stesso di sfruttamento e come si può decostruire questa narrazione tecno-ottimista che presenta l’automazione come un destino inevitabile e privo di alternative?
Lelio Demichelis: Non è solo l’algoritmo, ma è la tecno-scienza – e non lo dico solo io – a essere sacralizzata e ad essere da tre secoli il nostro nuovo Dio. Permette all’uomo di credersi come Dio e di creare il mondo a sua immagine e somiglianza, mentre è in realtà l’uomo ad essere plasmato da questo nuovo Dio, è la tecnica a fare l’uomo a sua immagine e somiglianza secondo la propria razionalità basata solo sul numero e sul calcolo e la calcolabilità di ogni cosa, con gli uomini ridotti a numeri anch’essi (questo è il Big Data, a questo servono i Data Center). Il credo di questa che avevo chiamato religione tecno-capitalista è: la scienza scopre, l’industria applica, l’uomo si adegua – che era poi il motto positivista dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933. La sacralizzazione della cosiddetta intelligenza artificiale è quindi solo l’ultima forma e norma comportamentale (dopo positivismo, liberalismo, anche marxismo, neoliberalismo, fascismo/nazismo, populismo/sovranismo) di addomesticamento e di adeguamento (appunto) degli uomini e della società alle esigenze del capitale ma soprattutto del sistema tecnico. È l’uomo ridotto a macchina, indotto a delegare tutto sé stesso alla macchina e ad eseguire automatismi non più solo macchinici (a funzionare come una macchina, ai tempi della macchina, secondo le procedure e i dispositivi della macchina, oggi digitale/algoritmica), ma ora anche esplicitamente cognitivi, quelli appunto indotti dalla intelligenza artificiale. È sfruttamento capitalistico e industrializzato del lavoro (di produzione e di consumo e di generazione di dati), del tempo libero, della vita intera dell’uomo come oggi anche della conoscenza e del sapere, ma è soprattutto sfruttamento tecnico (concetto e processo che dovremmo cominciare ad usare) dell’uomo attraverso la sua nullificazione (è nichilismo) come soggetto capace di pensiero e di immaginazione.
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