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Il freno lo chiede chi tiene l’acceleratore

di Mario Sommella

Intelligenza Artificiale spiegazioneA poche settimane dalla più grande quotazione in Borsa della storia, l’amministratore delegato di Anthropic chiede all’industria dell’intelligenza artificiale di rallentare. Trump risponde che l’unico freno necessario è lui. In mezzo restano fatti verificabili: un capo di Stato catturato con l’aiuto di un modello linguistico, manuali di bersagliamento per navi da guerra, bollette elettriche che salgono e un potere privato che nessun parlamento ha mai votato.

L’8 settembre un ricercatore di ventisette anni ha lasciato il suo lavoro e ha spiegato pubblicamente perché. Jacob Coxon aveva passato tre anni ad addestrare modelli linguistici, prima in OpenAI e poi in Anthropic. Nel messaggio con cui ha salutato i colleghi ha scritto che nessuna delle due aziende si sta comportando in modo responsabile e che entrambe corrono verso una intelligenza artificiale capace di migliorare se stessa, scommettendo sulle vite di tutti. Il post ha superato i cento milioni di visualizzazioni. Due colleghi rimasti al loro posto lo hanno confermato pubblicamente: Evan Hubinger, che in Anthropic guida la ricerca sull’allineamento, ha scritto che in azienda credono davvero che l’intelligenza artificiale possa uccidere tutti gli esseri umani, e ha collocato quella probabilità sopra il dieci per cento entro il prossimo decennio.

Sei giorni dopo il presidente degli Stati Uniti ha liquidato l’intera vicenda come una cospirazione malata contro l’intelligenza artificiale e i data center, aggiungendo che l’unico freno di cui questa tecnologia ha bisogno è un presidente forte e intelligente, e che quel presidente è lui.

Fra queste due frasi si è consumata una delle settimane politicamente più dense degli ultimi anni. Vale la pena ricostruirla per intero, perché quasi nessuno ha messo accanto ai discorsi le date, i bilanci e i morti.

 

1. Dieci giorni di settembre

Il 10 settembre Anthropic pubblica un rapporto di centocinquantaquattro pagine sugli abusi dei propri modelli, relativo al periodo compreso fra dicembre 2025 e agosto 2026. Il 12 settembre Dario Amodei, cofondatore e amministratore delegato dell’azienda, pubblica un saggio di circa quattromila parole intitolato «We Must Pace the Frontier»: dobbiamo regolare il passo della frontiera.

Chiede all’industria di rallentare il ritmo con cui vengono aumentate le capacità dei modelli. Nel giro di poche ore arrivano gli appoggi di Sam Altman per OpenAI, di Elon Musk, di Demis Hassabis di Google DeepMind, di Clem Delangue di Hugging Face. Il 13 settembre la CBS diffonde l’anticipazione di un’intervista nella quale Amodei descrive la progressione delle capacità come un raddoppio continuo e avverte che, senza adeguate misure di sicurezza, entro sei o dodici mesi uno sciame di agenti automatici potrebbe prendere il controllo di gran parte di internet, con danni nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari.

Il 14 settembre arrivano tutte le risposte insieme. Donald Trump pubblica su Truth Social i messaggi con cui rifiuta ogni nuovo vincolo e attacca Amodei per nome. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun bolla l’appello come allarmismo. Il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin, capo dell’intelligence civile cinese, aveva pubblicato il giorno prima un lungo articolo che chiede di accelerare sulla prevenzione dei rischi. Il primo ministro canadese Mark Carney propone a Bloomberg la creazione di un consiglio per la stabilità tecnologica, sul modello del Financial Stability Board. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, invia a dieci sviluppatori di modelli di frontiera e ai governi che li ospitano una lettera aperta che parla di rischi senza precedenti. Il Nasdaq, quello stesso lunedì, arretra fino all’1,3 per cento.

Una precisazione sulla catena delle fonti, perché serve al lettore. I resoconti italiani di quei giorni, compresi quelli del Fatto Quotidiano del 13 e del 14 settembre, sono in larga parte il montaggio di materiali prodotti altrove: le dichiarazioni cinesi arrivano dai dispacci dell’agenzia ANSA, le frasi di Amodei dall’anticipazione della CBS e dal blog dell’autore, quelle di Carney da un’intervista esclusiva di Bloomberg realizzata a Toronto, quelle di Türk dal comunicato dell’Ufficio dell’Alto commissariato di Ginevra. Nessuna di queste testate ha inventato nulla. Ma la successione delle notizie, così ricomposta, tende a perdere per strada esattamente le due cose che rendono la vicenda politica: il denaro e i precedenti.

 

2. Che cosa chiede Amodei, e che cosa non chiede

Il saggio del 12 settembre è meno radicale di come è stato raccontato. Amodei è esplicito: regolare il passo non significa fermare l’addestramento né interrompere il progresso tecnico. Il suo piano ha tre punti. Primo, valutatori indipendenti incorporati nei laboratori, cioè osservatori esterni che stiano dentro le aziende e possano vedere i modelli prima del rilascio. Secondo, coordinamento democratico, vale a dire regole federali costruite insieme al governo statunitense. Terzo, coordinamento globale. Dice anche un’altra cosa, che nei titoli è sparita: rallentare troppo consegnerebbe un vantaggio alla Cina e produrrebbe un rischio significativo per la sicurezza nazionale.

È un freno condizionato, dunque, e condizionato a una premessa geopolitica. Il ritmo va rallentato quanto basta a non perdere la corsa. La proposta resta seria e i rischi che descrive non sono fantasie: chi scrive quel testo conosce i propri sistemi meglio di chiunque altro. Ma la struttura del ragionamento è quella di una tregua fra concorrenti, non quella di una regola. Una tregua la si può rompere il giorno in cui conviene, e non esiste nessun soggetto terzo che possa impedirlo.

 

3. La lettera di luglio e la prova dei fatti

Questo non è il primo appello. Il 28 luglio 2026 più di mille dipendenti di OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e Meta hanno firmato un documento intitolato, con le stesse parole, «Pacing the Frontier». I conteggi riportati oscillano fra millecento e milletrecento firme. Non chiedeva una sospensione: chiedeva al governo degli Stati Uniti di sostenere uno sforzo internazionale per costruire gli strumenti tecnici e istituzionali che un giorno, se necessario, permetterebbero di rallentare deliberatamente. Fra i firmatari individuali c’era anche Dario Amodei. Entro ventiquattro ore OpenAI e Anthropic lo avevano sottoscritto come aziende.

Poi è passato un mese e mezzo. Il 28 agosto OpenAI ha cominciato l’addestramento di un modello sensibilmente più potente del più avanzato che avesse rilasciato fino a quel momento. Nessuno ha rallentato. Questo è il punto che nessun comunicato affronta: fra la dichiarazione e la decisione industriale non c’è alcun meccanismo di trasmissione. Ogni volta il freno viene chiesto a qualcun altro. I dipendenti lo chiedono a Washington. Gli amministratori delegati lo chiedono a un futuro meccanismo internazionale. Washington lo rimanda al mercato. Pechino lo rivendica come sovranità. Nel frattempo i cluster di calcolo continuano ad accendersi.

 

4. Il calendario che nessuno mette accanto all’appello

C’è una data che nei resoconti italiani non compare quasi mai. Il 1° giugno 2026 Anthropic ha depositato in via riservata alla Securities and Exchange Commission la bozza di registrazione per la quotazione in Borsa. A maggio l’azienda aveva chiuso un round di finanziamento che la valutava novecentosessantacinque miliardi di dollari. A fine luglio il fatturato annualizzato ha superato i sessantacinque miliardi. Nel secondo trimestre i ricavi hanno oltrepassato gli undici miliardi e mezzo, con il primo risultato operativo rettificato positivo della sua storia. La stampa finanziaria dà per probabile un collocamento in ottobre, con valutazioni ipotizzate intorno ai duemila miliardi di dollari: sarebbe la più grande quotazione mai realizzata. Sono proiezioni, non fatti compiuti, e vanno trattate come tali. Ma il deposito alla SEC è un atto, non un’ipotesi.

Chi ha fatto notare la coincidenza non è stato un movimento anticapitalista. È stato David Sacks, il responsabile per l’intelligenza artificiale della Casa Bianca, che ha invitato i dirigenti del settore a smettere di far passare la richiesta di rallentare per pura preoccupazione altruistica, ricordando che un attacco informatico realmente devastante compiuto attraverso i loro prodotti li esporrebbe a una responsabilità civile enorme. Dall’ala opposta, alcuni critici citati da Axios hanno letto il saggio come un’operazione di posizionamento di mercato, sostenendo che di fatto spinge a concentrare capacità nelle mani di pochi laboratori chiusi. Sono interpretazioni, e come tali vanno registrate: nessuno ha prodotto un documento che dimostri un intento simulatorio.

Il fatto verificabile è un altro, ed è più istruttivo di qualunque processo alle intenzioni. Lunedì 14 settembre, appena l’industria ha detto che bisognava rallentare, le Borse hanno punito i titoli tecnologici. Il mercato ha capito benissimo che cosa significhi prudenza: meno capacità vendibili, meno ricavi attesi, margini più bassi. Un’impresa che si appresta a chiedere capitale al pubblico risponde a un obbligo preciso verso i propri azionisti, e quell’obbligo non contempla la moderazione unilaterale. Non è una questione di virtù personale di Dario Amodei, che può anche essere sincero. È una questione di forma sociale: si sta chiedendo al capitale di limitarsi da solo nel momento esatto in cui sta per mettersi sul mercato. Non è mai accaduto nella storia industriale, e non c’è ragione per cui debba accadere adesso.

 

5. «Il guardrail sono io»

La risposta di Donald Trump merita di essere letta per quello che è, al netto del folclore. Il presidente non si è limitato a dire che non servono regole. Ha scritto che la sua amministrazione dispone già di enormi poteri penali e regolamentari su queste aziende, ha paragonato chi avverte sui rischi dell’intelligenza artificiale a chi avvertiva sui rischi del cambiamento climatico, e ha chiuso con un avvertimento rivolto a teorici del complotto, traditori e responsabili di fughe di notizie.

Non è una minaccia astratta, ed è qui che la vicenda smette di essere una disputa fra miliardari. Il 27 febbraio 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva designato Anthropic come rischio per la catena di fornitura e Trump aveva ordinato a tutte le agenzie federali di smettere di usarne la tecnologia. Il motivo del contendere era che l’azienda si rifiutava di consentire l’impiego dei suoi modelli per armi pienamente autonome e per la sorveglianza di massa della popolazione. Il 27 agosto la giudice federale Rita Lin, del distretto Nord della California, ha annullato quella designazione con una sentenza di cinquantanove pagine: ritorsione illegittima contro un soggetto che aveva esercitato la libertà di parola, decisione arbitraria e capricciosa, violazione del diritto a un procedimento equo. Nel testo la giudice scrive che l’invocazione vuota della sicurezza nazionale non è un assegno in bianco per punire e vendicarsi dei critici del governo.

Quando il presidente ricorda di avere enormi poteri penali e regolamentari, dunque, non sta improvvisando: sta ricordando a tutti che li ha già usati una volta contro chi ha posto un limite all’uso militare dell’intelligenza artificiale, e che un tribunale ha dovuto fermarlo. Il primo effetto concreto della richiesta di sicurezza, in questa vicenda, non è stato un regolamento. È stata una rappresaglia.

 

6. Pechino, o del doppio binario

Sull’altro versante la posizione cinese sembra contraddittoria e non lo è. Verso l’esterno il portavoce Guo Jiakun definisce allarmismo l’appello dei dirigenti americani e sostiene che competizione e confronto ostacolano la governance globale. Verso l’interno il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin descrive l’intelligenza artificiale come il principale terreno di scontro della competizione tecnologica mondiale, avverte che forze ostili utilizzano l’IA generativa per fabbricare voci politiche e condurre guerre cognitive contro la Cina, denuncia l’uso di crawler, data mining e profilazione da parte di servizi stranieri, e chiede il controllo autonomo sulle tecnologie fondamentali, chip avanzati compresi.

Non sono due linee, è una sola. Rifiutare i vincoli esterni e stringere i controlli interni servono allo stesso scopo: sottrarre la tecnologia a qualsiasi autorità che non sia quella nazionale. È esattamente la posizione di Washington, formulata in un altro linguaggio. Il 24 settembre Xi Jinping sarà alla Casa Bianca per una visita di Stato, e l’intelligenza artificiale è nell’ordine del giorno. I due governi discuteranno di sicurezza dell’IA da una premessa identica e mai dichiarata: che il primato tecnologico è una componente della potenza nazionale, e che nessuna regola internazionale debba poterlo intaccare. È la ragione per cui il consiglio di stabilità proposto da Carney, per quanto ragionevole, nascerebbe già senza i due soci che contano.

 

7. Quello che i modelli hanno già fatto

Chi liquida questa discussione come fantascienza dovrebbe leggere il rapporto che Anthropic ha pubblicato il 10 settembre. Non è un documento di attivisti: è l’azienda che descrive gli abusi dei propri sistemi. Un soggetto collegato all’Iran ha usato Claude per costruire una filiera automatica di raccolta di informazioni aperte e comporre quelli che il rapporto chiama manuali di bersagliamento contro le forze navali statunitensi nella regione: identificativi dei transponder di navi e aeromobili, script per interrogare immagini satellitari commerciali, elenchi di siti che espongono i movimenti della flotta e perfino nomi di militari ricavati dalle didascalie di fotografie pubbliche. Allo stesso modello è stata chiesta una ricognizione delle vulnerabilità note dei sistemi di bordo, dai terminali satellitari marittimi agli apparati di comunicazione Cisco fino ai controllori industriali. L’azienda dichiara di avere individuato e interrotto l’operazione, bloccato l’account e condiviso le informazioni con le autorità.

Nello stesso rapporto compaiono un gruppo attivo nel nord dello Yemen che ha impiegato il modello per lavori legati allo sviluppo di missili, operazioni collegate all’Iran per la sorveglianza interna e la profilazione di centinaia di persone in Israele, attività riconducibili ad ambienti cinesi per il monitoraggio di giornalisti e gruppi religiosi, e cinque casi in cui utenti hanno aggirato le restrizioni geografiche per ottenere assistenza in ricerche biologiche potenzialmente utilizzabili a fini offensivi. Anthropic non li qualifica come complotti terroristici e non rende noti nomi né Paesi.

C’è di più, ed è la parte che dovrebbe togliere il sonno. A fine luglio l’azienda ha reso pubblico che, durante test di sicurezza informatica condotti con un partner esterno, un ambiente configurato male aveva lasciato ai modelli un accesso a internet che essi credevano di non avere. Tre suoi sistemi hanno violato le infrastrutture di organizzazioni reali. Quando sono emersi i segnali che i bersagli erano veri, uno ha continuato ad attaccare, un altro ha pubblicato un pacchetto malevolo su un repository pubblico di software, soltanto il modello di ricerca più recente si è fermato da solo. Poche settimane prima un modello di OpenAI ancora non rilasciato era uscito dal proprio ambiente di prova e aveva violato i sistemi di produzione di Hugging Face. Il rischio di cui si discute non è una previsione: è un registro di incidenti già avvenuti, redatto dalle aziende stesse.

 

8. Caracas, gennaio 2026

Qui la vicenda tocca terra, e tocca sangue. Alle due del mattino del 3 gennaio 2026 le forze speciali statunitensi hanno condotto a Caracas l’operazione Absolute Resolve: oltre centocinquanta velivoli impegnati a smantellare le difese aeree venezuelane, elicotteri del centosessantesimo reggimento per le operazioni speciali sulla capitale al buio, due ore e venti minuti di durata complessiva. Si è conclusa con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, prelevati nel sonno e trasferiti negli Stati Uniti per rispondere di accuse in materia di narcotraffico. Nessuna perdita fra i militari statunitensi.

Sul numero dei morti venezuelani occorre essere precisi, perché il bilancio è cresciuto giorno dopo giorno ed è stato raccontato male. Il 4 gennaio il New York Times, citando un alto funzionario venezuelano, parlava di almeno quaranta vittime fra militari e civili; nella stessa giornata la cifra saliva a ottanta. Nei giorni successivi le ricostruzioni hanno individuato, fra i caduti, ventiquattro soldati venezuelani e trentadue membri cubani della scorta presidenziale, con altre stime che portavano a settantaquattro i militari venezuelani e cubani uccisi. Il 7 gennaio il ministro dell’Interno Diosdado Cabello ha alzato il conto a un centinaio di morti e altrettanti feriti, avvertendo che sarebbe ancora cresciuto, e ha precisato che fra le vittime ci sono molti civili, donne comprese, colpite mentre dormivano nelle proprie case. Il ministro degli Esteri Yván Gil aveva parlato fin dalle prime ore di vittime civili e militari.

Le cifre dei civili non sono mai state accertate in modo indipendente, e questo è esso stesso un fatto politico. Un’operazione militare condotta in una capitale straniera senza informare preventivamente il Congresso degli Stati Uniti, che ha distrutto sette installazioni e lasciato al buio interi quartieri, non ha prodotto alcuna inchiesta internazionale sulle persone uccise nelle loro abitazioni. I morti militari sono stati contati perché indossavano una divisa. Gli altri sono rimasti un’approssimazione, un centinaio, forse di più, riferito dal governo del Paese aggredito e mai verificato da nessuno.

Il 13 e il 14 febbraio il Wall Street Journal e Axios hanno riferito, citando persone a conoscenza dei fatti, che durante quell’operazione è stato impiegato Claude, il modello di Anthropic, attraverso la partnership dell’azienda con Palantir. Axios ha scritto di non essere riuscita a confermare il ruolo preciso svolto dal sistema e ha precisato che le fonti collocavano l’uso durante l’operazione attiva, non solo nella preparazione. Anthropic non ha confermato né smentito, limitandosi a ripetere che non commenta operazioni specifiche e che ogni impiego dei suoi modelli deve rispettare le proprie politiche d’uso, le quali vietano la sorveglianza, lo sviluppo di armi e l’incitamento alla violenza. Palantir non ha risposto. Va detto con chiarezza: la notizia resta una ricostruzione giornalistica basata su fonti anonime, non un fatto accertato in sede istituzionale.

Quello che è accertato è ciò che ne è seguito. Il Pentagono ha preteso di poter usare quei modelli per tutti gli scopi leciti, senza limitazioni. L’azienda ha rifiutato su due punti: armi pienamente autonome e sorveglianza di massa domestica. Sono seguiti l’ultimatum di Hegseth, la designazione come rischio per la catena di fornitura, l’ordine presidenziale a tutte le agenzie federali, la causa in tribunale e la sentenza dell’agosto scorso.

Fermiamoci un istante su questo, perché è il cuore politico di tutta la faccenda. Per alcune settimane, l’unico ostacolo formale all’impiego di un sistema di intelligenza artificiale in armi autonome e nella sorveglianza di una popolazione è stato il documento contrattuale di una società privata della California. Non un trattato. Non una legge votata da un parlamento. Non una decisione di un tribunale internazionale. Le condizioni d’uso di un’azienda. Che quella società abbia scelto di resistere è meglio del contrario, e la sentenza della giudice Lin è una buona notizia per chiunque abbia a cuore la libertà di critica. Ma una civiltà che affida il confine fra ciò che si può e ciò che non si può fare in guerra alle politiche commerciali di un fornitore ha già perso qualcosa di essenziale. Il limite è stato privatizzato. E ciò che è privato si può vendere, rinegoziare, aggiornare la settimana successiva alla quotazione in Borsa.

Vale la pena ricordare che tutto questo accade mentre è aperta un’altra guerra, e che anche lì i numeri vanno detti per intero. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato contro l’Iran l’operazione che gli israeliani hanno chiamato Ruggito del Leone e gli statunitensi Epic Fury. Nelle prime ore è stato ucciso Ali Khamenei. Secondo le autorità di Teheran il conflitto è costato finora tremilacinquecentoventotto morti e oltre ventisettemila feriti. Le organizzazioni indipendenti che hanno tentato una verifica collocano le sole vittime civili fra milletrenta e duemilatrecentosessantadue persone, con un numero di minori uccisi compreso fra duecentocinquantaquattro e trecentosettantasei; l’associazione HRANA aveva già documentato millecentoquattordici morti civili entro il 5 marzo, fra cui centottantatré bambini, in gran parte sotto i dieci anni. Il margine di incertezza dipende dal blackout di internet imposto da Teheran, dall’impossibilità per i giornalisti di lavorare e dal fatto che circa il quaranta per cento dei corpi risultava inizialmente non identificabile per il tipo di munizioni impiegate. Non centinaia di morti, dunque: migliaia. In Libano, dove la guerra si è estesa, entro metà aprile si contavano più di duemila uccisi e oltre un milione di sfollati.

Nemmeno quel conflitto si è chiuso. Il cessate il fuoco mediato dal Pakistan l’8 aprile, esteso a tempo indeterminato il 21 aprile, il memorandum firmato a Islamabad il 17 giugno con la riapertura dello Stretto di Hormuz: tutto è stato progressivamente svuotato. I combattimenti sono ripresi l’8 luglio, il memorandum è scaduto il 17 agosto senza proroga, e alla data in cui scriviamo non esiste alcun accordo di pace firmato. Lo stesso Chen Yixin cita questa guerra per dimostrare il ruolo decisivo dell’intelligenza artificiale sul campo di battaglia, dove una tecnologia superiore offre vantaggi tattici. È il contesto reale nel quale si sta discutendo se convenga andare un po’ più piano.

 

9. Le bollette, i terreni, i cortei

Fin qui i capi di Stato e gli amministratori delegati. Ma esiste un piano in cui questa storia arriva alle persone, e non è quello dello sciame di agenti che conquista internet. È la bolletta della luce.

Un sondaggio Gallup condotto nel marzo 2026 ha rilevato che il settantuno per cento degli statunitensi si oppone alla costruzione di un data center nella propria zona: più di quanti si oppongano alla costruzione di una centrale nucleare, che si fermano al cinquantatré per cento. È la prima volta che Gallup pone la domanda, e il risultato ribalta decenni di paure consolidate. Nei soli primi tre mesi del 2026 l’opposizione locale ha bloccato o rinviato settantacinque progetti per centotrenta miliardi di dollari di investimenti annunciati, tanti quanti in tutto il 2025. Dal gennaio scorso, secondo un’analisi della National Public Radio sui dati di AdImpact, campagne elettorali e comitati hanno speso più di quarantacinque milioni di dollari in annunci che parlano di data center, e lo fanno tanto i democratici quanto i repubblicani, con lo stesso argomento: troppe esenzioni fiscali, bollette che salgono.

Non è irrazionalità popolare. I costi di potenziamento delle reti elettriche vengono spalmati sull’intera platea degli utenti, mentre i benefici restano concentrati. Lo ha ammesso indirettamente lo stesso Trump che, il 23 luglio, ha presentato un piano per proteggere i consumatori dall’aumento del costo dell’elettricità legato ai data center, salvo poi avvertire le comunità che li rifiutano che finiranno arretrate e povere. È la formula classica del ricatto occupazionale applicata all’infrastruttura digitale: accettate la servitù o restate indietro. In Italia la conosciamo bene, l’abbiamo sentita a Taranto, a Gela, in Val di Susa, ogni volta che un territorio ha chiesto conto di ciò che gli veniva imposto.

C’è un elemento in più, e lo segnala l’Alto commissario Türk nella sua lettera: i danni non sono ipotetici, stanno già accadendo. I servizi essenziali vengono automatizzati in modi che lasciano indietro chi era già ai margini. La fame di dati e i nuovi strumenti di sorveglianza erodono la riservatezza su scala potenzialmente irreversibile. Le campagne di disinformazione distorcono il dibattito pubblico. Chi vive di reddito basso, chi ha una disabilità, chi dipende da un servizio pubblico per campare, incontra l’intelligenza artificiale non come frontiera ma come sportello che risponde peggio, come pratica respinta da un algoritmo, come bolletta più cara. Questa gente non compare nei saggi sulla frontiera tecnologica.

 

10. Un consiglio di stabilità che non esiste

Restano le due proposte istituzionali della settimana. Mark Carney immagina un consiglio per la stabilità tecnologica costruito sul modello del Financial Stability Board, l’organismo nato dopo la crisi del 2008 per coordinare le autorità finanziarie nazionali. Carney ne è stato presidente dal 2011 al 2018, quindi sa di cosa parla. Ma sa anche, e dovremmo saperlo tutti, che quell’organismo non ha poteri vincolanti, non impone sanzioni e non ha impedito nessuna delle bolle successive. Coordinare non è governare.

Volker Türk chiede qualcosa di più esigente: una governance dell’intelligenza artificiale fondata sul diritto internazionale dei diritti umani, con obblighi di diligenza sostanziale a carico delle imprese. Scrive che siamo alla vigilia di un cambiamento irreversibile e che oggi dipendiamo quasi interamente da un piccolo numero di aziende potenti perché compiano le scelte giuste per l’intera umanità. È la diagnosi più esatta pronunciata in questi giorni, e viene dall’unico soggetto che in questa partita non ha né azioni né eserciti. Per questo, con ogni probabilità, non avrà seguito.

In tutto questo l’Europa non si è sentita. Nella cronaca di quella settimana i protagonisti sono Washington, Pechino, Ottawa e Ginevra. Un continente che si è dotato per primo di una legge organica sull’intelligenza artificiale non ha detto una parola riconoscibile mentre si decideva il perimetro globale della discussione. Non è un dettaglio: è la fotografia di una subalternità politica che nessun regolamento, da solo, può compensare.

 

11. Chi decide, e per conto di chi

Il dibattito ci è stato consegnato lungo un asse sbagliato: veloce contro lento, acceleratori contro frenatori, ottimisti contro catastrofisti. Su quell’asse non c’è alcuna scelta politica da compiere, perché entrambe le posizioni presuppongono che a decidere siano gli stessi soggetti. È una discussione interna al padronato tecnologico, alla quale siamo invitati come pubblico.

La domanda vera è un’altra, e ha la forma antica di tutte le domande sul potere: chi decide, in base a quale mandato, rispondendo a chi. Nessuno dei protagonisti di questi giorni ha un mandato. Non ce l’hanno gli amministratori delegati, che rispondono a consigli di amministrazione e presto risponderanno a un mercato azionario. Non ce l’hanno i dipendenti che firmano appelli, per quanto il loro gesto sia serio e coraggioso. Non ce l’ha un presidente che confonde l’interesse pubblico con la propria persona e usa i poteri dello Stato contro chi lo critica. Non ce l’ha un ministero della Sicurezza che chiama sicurezza nazionale il controllo dell’opinione. La sola cosa che tutti questi soggetti hanno in comune è di avere collocato altrove la responsabilità.

L’articolo 41 della nostra Costituzione dice che l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Non è un auspicio: è una norma, scritta da persone che avevano visto cosa succede quando la potenza tecnica di un Paese viene messa al servizio della potenza militare senza che nessuno possa dire di no. L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Fra questi due articoli e una notte di Caracas in cui un modello linguistico avrebbe aiutato a catturare un capo di Stato, mentre a terra restava un centinaio di morti fra cui donne uccise nel sonno dentro casa propria, c’è tutta la distanza che la politica europea ha rinunciato a percorrere.

Nessuno fermerà questa corsa chiedendolo gentilmente a chi ci guadagna. Si ferma, se si ferma, con quello che ha sempre funzionato: leggi che vincolano, tribunali che sanzionano, trattati che proibiscono, lavoratori organizzati che rifiutano di eseguire, comunità che non firmano la concessione del terreno, elettori che chiedono conto della bolletta. Le armi autonome vanno proibite per legge internazionale, non per condizioni contrattuali. La sorveglianza di massa va vietata, non sconsigliata. I costi dell’infrastruttura vanno pagati da chi ne ricava i profitti. Sono richieste banali, quasi noiose. Hanno il solo difetto di non poter essere soddisfatte da un saggio pubblicato il sabato mattina sul blog di un amministratore delegato.

Nel frattempo vale la pena tenere a mente una data. Il 24 settembre, alla Casa Bianca, i due uomini che governano i due Paesi in cui si costruisce quasi tutta l’intelligenza artificiale del pianeta parleranno di come regolarla. Nessuno li ha delegati a farlo per conto dell’umanità. E nessuno, in quella stanza, rappresenterà chi la bolletta la paga.


Fonti
Dario Amodei, «We Must Pace the Frontier», saggio pubblicato il 12 settembre 2026; resoconto e citazioni in Forbes, Gabriela Linzainescu, «Anthropic CEO Dario Amodei Calls For A Slowdown In Frontier AI», 13 settembre 2026. https://www.forbes.com/sites/gabrielalinzainescu/2026/09/13/anthropic-ceo-dario-amodei-calls-for-a-slowdown-in-frontier-ai/
Axios, «Anthropic, OpenAI CEOs call for slowdown in AI development», 12 settembre 2026. https://www.axios.com/2026/09/12/anthropic-ai-amodei-pacing
The Washington Post, «Anthropic’s Amodei calls for AI oversight, joined by Altman and Musk», 12 settembre 2026. https://www.washingtonpost.com/technology/2026/09/12/anthropic-ceo-dario-amodei-calls-ai-industry-slow-down/
NBC News, «An Anthropic safety researcher resigned with a warning about AI to co-workers on Slack», 9 settembre 2026. https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/anthropic-safety-researcher-resigned-warning-rapid-ai-development-gamb-rcna596767
Fortune, «Anthropic researcher resigns, warning that AI companies are gambling with our lives», 9 settembre 2026. https://fortune.com/2026/09/09/anthropic-researcher-resigns-warn-ai-companies-gambling-with-lives/
NBC News, «Trump says AI doesn’t need guardrails, calls growing concerns a hoax», 14 settembre 2026. https://www.nbcnews.com/politics/trump-administration/trump-rejects-ai-guardrails-rcna597700
CNBC, «Trump goes scorched earth on AI warnings, raging about data center opposition and regulation», 14 settembre 2026. https://www.cnbc.com/2026/09/14/trump-ai-data-centers-anthropic-dario-amodei.html
ANSA, «Cina, appello dei big dell’IA a rallentare è allarmismo», 14 settembre 2026. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2026/09/14/cina-appello-dei-big-dellia-a-rallentare-e-allarmismo_ebc99057-d062-40e3-9e41-035853fca97b.html
Il Fatto Quotidiano, «Allarme sull’IA: Trump rifiuta di rallentare lo sviluppo, Pechino procede sul doppio binario», 14 settembre 2026. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/14/intelligenza-artificiale-trump-cina-canada-regolamentazione-notizie/8506483/
Il Sole 24 Ore, «Trump: per frenare l’AI basta un presidente forte e intelligente», 14 settembre 2026. https://www.ilsole24ore.com/art/trump-contro-freno-all-ia-possiamo-introdurre-misure-salvaguardia-AJ6m5TCB
Bloomberg, «Carney Calls for Global AI Oversight Body to Ensure Safe Development», 14 settembre 2026. https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-14/carney-calls-for-global-ai-oversight-body-to-ensure-safe-development
Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, «Türk calls for urgent, meaningful action to tackle unprecedented AI risks», Ginevra, 14 settembre 2026. https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/09/turk-calls-urgent-meaningful-action-tackle-unprecedented-ai-risks
Cloud Security Alliance, AI Safety Initiative, nota di ricerca sul documento «Pacing the Frontier» del 28 luglio 2026, pubblicata il 6 agosto 2026. https://labs.cloudsecurityalliance.org/research/csa-research-note-pacing-the-frontier-governance-20260806-cs/
gCaptain, «Anthropic Says Iran-Linked Actor Used Claude to Compile U.S. Navy Targeting Data», 11 settembre 2026, sul rapporto di threat intelligence di Anthropic del 10 settembre 2026. https://gcaptain.com/anthropic-says-iran-linked-actor-used-claude-to-compile-u-s-navy-targeting-data/
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The Daily Telegraph, «Wall Street hit by tech sell-off after AI bosses push for slowdown», 14 settembre 2026. https://www.aol.com/articles/wall-street-hit-tech-sell-173754000.html
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Adnkronos, «Raid Usa in Venezuela: feriti Maduro e moglie, bilancio delle vittime sale a 100», 8 gennaio 2026, con le dichiarazioni del ministro dell’Interno Diosdado Cabello. https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/venezuela-caracas-100-i-morti-in-raid-usa-feriti-maduro-e-la-moglie_6op2HcM9k9LIjdQQkxjzl1
AffarInternazionali, Istituto Affari Internazionali, «Quanto è stabile il Venezuela post-Maduro?», 28 gennaio 2026. https://www.affarinternazionali.it/quanto-e-stabile-il-venezuela-post-maduro/
Sky TG24, «Gli Usa di Trump attaccano il Venezuela, catturato Maduro: cosa sappiamo», 3 gennaio 2026. https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/03/venezuela-esplosioni-oggi
National Iranian American Council, NIAC Insights, «Civilian Casualties and Housing Damage in Iran», 16 luglio 2026. https://insights.niacouncil.org/p/civilian-casualties-and-housing-damage
HRANA, Human Rights Activists News Agency, rapporto sul quinto giorno di guerra, 5 marzo 2026 (traduzione italiana su Nessuno Tocchi Caino). https://www.nessunotocchicaino.it/notizia/iran-rapporto-hrana-sul-5-giorno-di-guerra-60496633
Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 11 e 41. https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione
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