Oltre l’Occidente. Volume I. Alessandro Visalli
di Marco Pondrelli
Oltre l’Occidente è un’opera in due volumi nata dal lavoro congiunto di Alessandro Visalli e Carlo Formenti. I due autori hanno scelto di affidare a ciascuno un volume autonomo, mantenendo però un comune impianto teorico e politico. Il primo, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, è scritto da Visalli; il secondo, Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova Storia, è di Carlo Formenti. I due testi, pur autonomi, dialogano continuamente e affrontano da prospettive differenti la crisi dell’ordine occidentale e la nascita di un mondo multipolare.
Già il titolo è significativo: Oltre l’Occidente, non «la fine dell’Occidente» o «il declino dell’Occidente». Non siamo quindi di fronte all’idea che la storia sia arrivata a una conclusione, ma alla constatazione che l’ordine costruito dall’Occidente negli ultimi secoli sta attraversando una trasformazione profonda. Il punto non è semplicemente stabilire se l’Occidente stia perdendo il proprio primato, ma capire che cosa possa emergere oltre di esso.
Il volume di Visalli è un testo complesso, che si muove continuamente tra filosofia, storia, geopolitica ed economia. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro: la crisi contemporanea non viene interpretata soltanto attraverso gli equilibri di potere tra gli Stati, ma attraverso le categorie culturali e filosofiche con cui l’Occidente ha rappresentato sé stesso e il resto del mondo.
La prima parte prende le mosse dalla crisi dell’ordine internazionale contemporaneo. Visalli richiama la famosa espressione utilizzata da papa Francesco nel settembre 2014, quando parlò di una «terza guerra mondiale combattuta a pezzi». Per comprendere le radici di questa situazione, secondo l’autore, occorre partire dalla crisi dell’Occidente e dalla progressiva perdita della sua centralità economica, politica e culturale.
È quindi naturale il riferimento al libro di Emmanuel Todd, la sconfitta dell’Occidente. L’ascesa della Cina e, più in generale, la crescita di un mondo non più riconducibile al solo spazio euroatlantico mettono in discussione l’idea, a lungo dominante, che la civiltà occidentale rappresenti il punto più avanzato e universale della storia.
La crisi degli Stati Uniti, in questa prospettiva, non è soltanto una crisi congiunturale, ma affonda le proprie radici nella trasformazione del capitalismo americano.
Uno dei temi affrontati da Visalli è infatti quello della finanziarizzazione dell’economia. Nel dibattito occidentale è frequente l’accusa alla Cina di falsare la competizione attraverso l’intervento pubblico nell’economia. L’autore osserva però che anche gli Stati Uniti intervengono massicciamente a sostegno del proprio sistema economico. La differenza, a suo giudizio, è soprattutto nella forma dell’intervento: Pechino non si limita a utilizzare incentivi fiscali, ma ha sviluppato una vera e propria politica industriale orientata a sostenere settori strategici e capacità produttive.
Un altro indicatore utilizzato nel libro è il cosiddetto Buffett Indicator, cioè il rapporto tra la capitalizzazione complessiva del mercato azionario e il PIL. Visalli lo utilizza come uno degli elementi per descrivere la crescente distanza tra il valore dei mercati finanziari e l’economia reale. Il dato, naturalmente, va letto con cautela perché le soglie considerate indicative cambiano a seconda delle metodologie e del mercato preso in esame. Il punto politico dell’argomentazione, tuttavia, è chiaro: la finanziarizzazione costituisce uno degli elementi della crisi del modello capitalistico occidentale.
Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver, in Caos e governo del mondo, già nel 2003 avevano individuato nella crisi dell’egemonia americana uno dei segnali di una più generale trasformazione del sistema mondiale. Da Obama a Trump e Biden, diversi presidenti hanno cercato, con modalità differenti, di rafforzare la base produttiva degli Stati Uniti. I risultati, secondo Visalli, non sono stati sufficienti a invertire una tendenza di fondo. La risposta americana alla perdita di competitività tende così a tradursi sempre più nella difesa del proprio spazio economico e geopolitico, anche attraverso una pressione crescente sugli alleati e sulle aree periferiche del sistema occidentale.
Il colonialismo e la costruzione dell’Occidente
La seconda sezione di questa prima parte del libro affronta la storia del colonialismo, perché per comprendere la crisi dell’Occidente è necessario interrogarsi anche sulle modalità attraverso le quali esso ha costruito la propria centralità mondiale.
Visalli parte dal colonialismo spagnolo in America Latina. Particolarmente significativo è il confronto tra le argomentazioni utilizzate nel Cinquecento da Juan Ginés de Sepúlveda per giustificare la subordinazione dei popoli indigeni e quelle utilizzate molti secoli dopo da Robert Cooper, consigliere di Tony Blair, per sostenere, nel contesto della guerra in Iraq, la necessità di accettare «due pesi e due misure»: le regole valide all’interno del nostro campo non necessariamente varrebbero quando «operiamo nella giungla» [pag. 104].
Il parallelismo proposto da Visalli è forte e serve a mettere in evidenza una continuità: l’universalismo occidentale può presentarsi come universale mentre, nello stesso tempo, stabilisce una gerarchia tra chi è pienamente titolare dei diritti e chi può esserne escluso.
Il ragionamento prosegue con il colonialismo britannico e con i suoi effetti sull’India. L’autore ricorda le devastanti conseguenze delle politiche coloniali e le grandi carestie che colpirono il subcontinente, richiamando anche il processo contro Warren Hastings, ex governatore del Bengala, e l’espressione utilizzata da Edmund Burke, quella di una «moralità geografica» [pag. 110], secondo cui oltre una determinata frontiera geografica le virtù sembravano cessare di avere valore.
La storia coloniale britannica conduce poi all’esperienza dei campi di concentramento realizzati durante la guerra anglo-boera. Visalli richiama il caso di Kitchener e osserva come questa esperienza fosse stata guardata con attenzione anche in Germania [pag. 113]. Il tema non è naturalmente quello di costruire una genealogia semplicistica dei totalitarismi novecenteschi, ma di mostrare come pratiche di segregazione, controllo e internamento abbiano avuto una storia precedente ai fascismi.
Dopo la Seconda guerra mondiale si apre la grande stagione della decolonizzazione. I popoli colonizzati avevano contribuito alla sconfitta del nazifascismo e il nuovo equilibrio internazionale rendeva sempre più difficile la conservazione degli imperi coloniali. Ma, nel racconto di Visalli, alla progressiva dissoluzione degli imperi europei corrisponde il passaggio di una parte significativa dell’egemonia mondiale agli Stati Uniti.
È qui che l’autore affronta la storia americana, partendo dallo sterminio e dalla marginalizzazione dei popoli nativi e dalla schiavitù degli africani deportati nel continente americano. La costruzione degli Stati Uniti viene letta come una storia di divisioni interne e di individuazione di un «Altro» da contrapporre al proprio «Noi»: i nativi contro i coloni, i bianchi poveri contro i neri, gli Stati Uniti contro nuovi nemici esterni.
In nome del «destino manifesto», un Paese protagonista di una lunga storia di espansione territoriale può così presentarsi come paladino della libertà e della democrazia. Torna ancora una volta il problema dei due pesi e delle due misure.
La questione del colonialismo conduce infine al tema della decolonizzazione, che Visalli non considera soltanto come un processo politico. Occorre analizzarne, scrive l’autore, «le radici intellettuali e la natura delle tecniche impiegate». Il problema diventa allora quello della stessa cosmologia occidentale, della sua pretesa di universalità e della sua capacità di trasformare una particolare esperienza storica in un modello destinato a valere per l’intera umanità.
Qui il ragionamento assume una dimensione filosofica. L’autore mette in discussione l’idea di una civiltà occidentale autosufficiente, ricordando come la sua filosofia, la sua scienza e la sua tecnica siano il prodotto di incontri, scambi e contaminazioni con altre civiltà. È sufficiente pensare al ruolo avuto dal mondo islamico nella trasmissione e nello sviluppo delle conoscenze scientifiche e mediche.
Due cosmologie
È a questo punto che il libro compie il passaggio dalla storia alla contemporaneità. Il confronto tra Stati Uniti e Cina, secondo Visalli, non può essere ridotto a una semplice lotta per la conquista del potere mondiale. «La posta in gioco del multipolarismo», scrive l’autore, «non è semplicemente redistribuzione di potere tra Stati. È la legittimazione delle molte cosmologie del mondo, delle loro forme di sapere, di tecnica, di narrazione» [pag. 221].
Questa è una delle tesi centrali dell’intero volume. Il conflitto contemporaneo non riguarda soltanto chi controllerà determinate risorse o quali Stati avranno maggiore influenza. Riguarda anche il modo nel quale il mondo verrà pensato.
Visalli contrappone, pur evitando di ridurre le due realtà a categorie perfettamente omogenee, una concezione occidentale nella quale il conflitto tende ad assumere un carattere immanente e una concezione cinese fondata sull’idea di un ordine «sotto il cielo». La Cina, in questa lettura, non rifiuta la tecnica e le conoscenze occidentali, ma le assimila e le rielabora all’interno di una propria tradizione culturale e di un proprio progetto di organizzazione sociale.
È una distinzione che assume particolare rilievo quando l’autore affronta il rapporto tra capitalismo, valori e società. Il capitalismo occidentale, secondo Visalli, ha progressivamente distrutto molte delle strutture valoriali precedenti senza sostituirle con un nuovo sistema di significati, se non attraverso il consumismo. In questo quadro sono particolarmente interessanti le pagine dedicate a Pier Paolo Pasolini e Charles Péguy.
La Cina, al contrario, viene presentata come un’esperienza nella quale marxismo e tradizione confuciana vengono messi in relazione all’interno di un progetto di trasformazione sociale. Anche in questo caso l’autore non propone semplicemente un confronto tra due sistemi economici, ma tra due differenti modi di intendere il rapporto fra individuo, comunità, Stato, tecnica e storia.
La differenza investe anche la politica internazionale. Visalli scrive che «si può sostenere che la concezione cinese è gerarchica, assimilazionista, e civilizzatrice, ma non che è razziale, violenta e fondata su un’antropologia della differenza» [pag. 229].
Il riferimento alla Cina permette così di mettere in discussione l’idea che il modello occidentale costituisca necessariamente il punto di arrivo verso cui tutte le altre società dovrebbero dirigersi. È un passaggio importante perché significa riconoscere che modernità e occidentalizzazione non sono necessariamente sinonimi. Xi Jinping, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, ha sintetizzato questa impostazione richiamando la necessità di «rispettare e sostenere tutti i Paesi nell’intraprendere un percorso di sviluppo adatto alle loro condizioni nazionali» [pag. 269]. Da qui l’idea di una «comunità con un futuro condiviso per l’umanità».
Visalli contrappone questa impostazione alla logica delle sfere d’influenza e alla pretesa di stabilire dall’esterno quale debba essere il percorso politico ed economico degli altri Paesi. Il punto non è sostenere che la Cina sia priva di interessi geopolitici o di una propria strategia internazionale, ma riconoscere che il suo modo di concepire l’ordine mondiale non coincide con quello tradizionalmente elaborato dall’Occidente.
La tecnica e il problema dell’intelligenza artificiale
Un altro passaggio particolarmente interessante riguarda la tecnica. Anche qui il ragionamento di Visalli si sposta dalla filosofia alla contemporaneità. La grande filosofia del Novecento, da Heidegger in poi, ha interrogato il rapporto tra tecnica, capitalismo e dominio. Ma oggi la questione assume una dimensione ulteriore: siamo di fronte a tecnologie capaci di compiere operazioni che fino a poco tempo fa attribuivamo esclusivamente all’uomo.
Possiamo utilizzare immagini forti, dal Golem a Frankenstein, fino a Terminator, per interrogarci sul rischio che il prodotto dell’attività umana finisca per condizionare il proprio creatore. È il tema dell’autonomia della tecnica e della possibilità che il mezzo finisca per trasformarsi in fine. Anche il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale viene inserito in questa riflessione. Episodi nei quali un sistema di AI sembra compiere autonomamente operazioni complesse possono facilmente alimentare una rappresentazione quasi antropomorfica della macchina. Ma occorre distinguere l’autonomia operativa dall’autonomia della volontà: il fatto che una macchina possa compiere una sequenza di operazioni senza l’intervento umano diretto non significa necessariamente che sia diventata un soggetto dotato di intenzionalità propria.
È proprio qui che ritorna la questione politica. Se la tecnica non è neutrale, la domanda diventa: chi la controlla, per quale finalità viene sviluppata e dentro quale modello sociale viene inserita?
Secondo Visalli, la Cina affronta la questione in modo differente perché tende a collocare la tecnica all’interno di una concezione complessiva della società e dell’organizzazione economica. Torna così l’idea di «sistema tecnico» [pag. 301]: la tecnologia non è un elemento isolato, ma una componente di un ordine sociale più ampio.
Oltre l’Occidente
La parte finale del libro riporta il lettore alla situazione internazionale contemporanea. La «guerra mondiale a pezzi» evocata all’inizio viene interpretata come il riflesso di una crisi più profonda dell’ordine mondiale.
Per Visalli, il confronto tra Stati Uniti e Cina è quindi anche un conflitto tra differenti cosmologie secolari. Gli Stati Uniti tendono a concepirsi come centro dell’ordine mondiale, secondo una tradizione che affonda le proprie radici nel «destino manifesto». La difficoltà di riconoscere pienamente l’Altro diventa così, nella lettura dell’autore, uno degli elementi costitutivi dell’identità imperiale.
Secondo Visalli, Washington sembra puntare alla ricostruzione di un ordine internazionale nel quale le grandi potenze siano nuovamente organizzate secondo sfere di influenza. È una chiave di lettura che l’autore applica anche alle crisi più recenti, dal Venezuela all’Iran
A questa dimensione geopolitica aggiungerei un altro elemento: la questione monetaria. La difesa dell’egemonia del dollaro come principale moneta internazionale non può essere separata dalla competizione per il controllo delle risorse energetiche, delle catene produttive e, sempre più, delle tecnologie strategiche. L’intelligenza artificiale, i semiconduttori e le infrastrutture digitali rappresentano oggi terreni di confronto altrettanto importanti del petrolio.
La visione cinese descritta da Visalli è invece fondata sulla cooperazione e sul riconoscimento della pluralità dei percorsi di sviluppo. Anche qui sarebbe sbagliato trasformare questa descrizione in una rappresentazione idealizzata: ogni grande potenza agisce sulla base dei propri interessi. Ciò che cambia è la concezione dell’ordine internazionale e il rapporto con l’alterità.
È proprio su questo punto che Visalli torna a confrontarsi criticamente con Emmanuel Todd. La sconfitta dell’Occidenteha il merito di aver individuato la crisi della centralità occidentale, ma secondo Visalli conserva una prospettiva ancora troppo eurocentrica, perché tende a leggere il resto del mondo soprattutto in rapporto alla crisi dell’Occidente anziché riconoscerne pienamente l’autonomia storica e culturale.
Ed è forse questa la questione fondamentale posta dal libro: cosa significa davvero «andare oltre l’Occidente»? Non significa semplicemente sostituire una potenza egemone con un’altra. Significa mettere in discussione l’idea stessa che debba esistere un unico centro capace di stabilire per tutti gli altri popoli quali siano la modernità, il progresso, la democrazia, lo sviluppo e persino le forme legittime del sapere.
In questo senso Oltre l’Occidente è molto più di un libro di geopolitica. È un tentativo di interrogarsi sulle categorie attraverso le quali interpretiamo il mondo. La crisi dell’egemonia occidentale diventa così anche una crisi delle categorie con cui l’Occidente ha interpretato sé stesso e gli altri.
È questo, a mio avviso, il principale interesse del volume: costringere il lettore a mettere in discussione l’idea che la storia abbia un solo centro e un’unica direzione. La parte finale lascia però anche una preoccupazione concreta, che attraversa tutto il libro e che diventa particolarmente attuale davanti alle guerre contemporanee: se la transizione verso un mondo multipolare avviene attraverso una serie crescente di conflitti locali, il rischio è che la «guerra mondiale a pezzi» finisca per trasformarsi in una guerra unica. È questa possibilità, più ancora della semplice fine dell’egemonia occidentale, a rendere necessario un ripensamento radicale dell’ordine internazionale.














































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