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“Strisce blu”

di Elisabetta Teghil

Le strisce blu per il parcheggio a pagamento sono indicative. Dell’efficienza di una giunta comunale? Del senso civico degli abitanti? Della funzionalità di un quartiere? No. Sono indicative del classismo dell’attuale società e dell’egemonia culturale dominante. Questa configurazione sociale si caratterizza nella preminenza progressiva della merce su ogni altro elemento e nella mercificazione di tutti i rapporti compresi quelli sociali ed affettivi, ogni elemento del vivere ha un valore di scambio e come tale ha una collocazione all’interno del fluire del metabolismo neoliberista.

Ogni azione o provvedimento che passa attraverso il denaro è classista e come tale dovrebbe essere immediatamente percepito dalle classi subalterne. Il fatto grave è che spesso invece neanche ce ne accorgiamo e riproduciamo continuamente tutti i ruoli della divisione sociale capitalistica, tutti i ruoli degli apparati politici e ideologici capitalistici e patriarcali. Il neoliberismo ha conquistato al mercato tutti i territori, ha ridotto tutto a merce, compreso il lavoro, la natura, la sostanza vivente e quindi anche l’immaginario e la mente e ha colonizzato ogni aspetto del nostro quotidiano e così è successo che anche la così detta sinistra di movimento abbia auspicato e appoggiato provvedimenti classisti facendo propria la lettura dominante e anzi facendosene sponsor.

I parcheggi a pagamento sono una delle tante trovate della sinistra socialdemocratica e riformista che li ha messi in opera come al solito con argomentazioni buoniste, accattivanti, ecologiche che sono andate dalla demonizzazione dell’automobile privata, in una società dove, tra l’altro, è impossibile non usarla, alla salvaguardia della nostra salute, alla necessità per i comuni di fare cassa, per il bene della collettività naturalmente.

Ma chi appartiene a categorie privilegiate o benestanti non ha certo problemi a pagare il parcheggio, anzi molto probabilmente prenderà un taxi, e neppure questo problema lo hanno coloro che possiedono e usano le auto di servizio e le auto blu, e neppure quelli che si sono accaparrati da anni ormai i centri storici comprando le case della popolazione espulsa, anzi ormai questi non possiedono neppure più l’automobile, la noleggiano direttamente con l’autista quando serve. I problemi li hanno coloro che si devono recare al lavoro, che devono portare i figli a scuola, fare pratiche burocratiche imposte ormai ossessivamente dalla nostra società, ma che anche solamente vorrebbero andare a trovare un parente in un altro quartiere o mangiarsi una pizza da qualche parte. Oppure chi abita a Torpignattara, tanto per fare un esempio, può mangiarsi una pizza solo a Torpignattara? Eh,si! Perché un’altra bella trovata classista è stata quella delle strisce blu gratuite per i residenti di un quartiere e a pagamento per chi viene da fuori. I residenti, tutti contenti, sostengono a spada tratta e si tengono stretti i loro parcheggi gratuiti, pochi, risicati, insufficienti, angariando chi osa sostare nei posti designati senza pagare non rendendosi conto che in questo modo si auto-recludono in tanti ghetti di medioevale memoria, ogni ghetto con il suo bel bollino di appartenenza come le corporazioni.

Questa è la strutturazione della città ideale del neoliberismo, tanti ghetti in cui sistemare gli abitanti in una gerarchia classista territoriale che ribadisce la gerarchia sociale. A quando i sistemi di controllo per entrare ed uscire dai quartieri, chiaramente con il beneplacito entusiasta della cittadinanza perché così non potrà entrare il diverso, il povero e il migrante?

E’ stata intanto già attuata da diversi anni la divisione tra i centri storici e il resto urbano. Centri in cui possono entrare solo gli eletti e i turisti naturalmente, che sono appiedati e circolano in ridicole file che vanno, vengono e si incrociano come nell’atmosfera irreale di un film surrealista.

Anche i centri urbani sono stati chiusi con nobili motivazioni: salvaguardare i monumenti, pedonalizzare intere aree e renderle più belle , farne dei musei a cielo aperto. E i cittadini hanno plaudito alla loro stessa espulsione, hanno gioito della loro riduzione a cittadini di serie B che potrebbero entrare nella loro città solo alla domenica o dopo le sei di sera quando naturalmente saranno invece nei loro ghetti, sprofondati su un divano, stanchi morti per la fatica di rincorrere una giornata di lavoro frustrante e malpagato, davanti ad una televisione che propinerà americanate seriali, giochini deficienti o tavole rotonde di indottrinamento. E se i giovani della periferia oseranno sperare di scendere in centro a farsi una birra, ecco scattare il decoro urbano, i controlli asfissianti, la demonizzazione del bivacco, il daspo, l’allontanamento, la multa…ricordatevi…è cominciato tutto con una striscia blu presa sottogamba o addirittura auspicata.

Qualche giorno fa, camminando in una strada romana piuttosto stretta mi sono imbattuta in un furgoncino parcheggiato a spina proprio sul marciapiede che lasciava poco spazio per il passaggio. Di fronte a me stava arrivando una vecchietta che camminava appoggiata a uno di quei carrellini che aiutano il passo e che chiaramente non riusciva a inserirsi nello stretto spazio rimasto e si stava industriando ad aggirare il furgoncino. Mi sono offerta di aiutarla a circumnavigare l’ostacolo e in quel mentre stava passando un’altra signora che con aria piuttosto aspra ha cominciato ad inveire contro chi aveva lasciato il furgone così, pontificando che a certa gente bisognerebbe togliere la patente e che i vigili quando servono non ci sono mai. Ma la vecchietta con una voce pacata, girando intorno al furgoncino ha detto quasi parlando a se stessa “magari ‘sti giovinotti devono scaricare qualcosa di corsa che se poi fanno tardi magari li licenziano pure e qui parcheggi proprio non ce ne sono”. Mi ha colpito la semplicità di questa lettura di classe e mi sono detta che, forse, pensare in questi termini non dovrebbe essere poi così difficile.

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