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lantidiplomatico

"Perché non ci può essere una Greta cinese". La propaganda del Corriere non ha più limiti

di Carlo Formenti

Il Corrierone, sempre più organo ufficiale della élite del regime. Parto dal fondo di sabato di Angelo Panebianco, il quale invita a diffidare dell’unanime plauso che circonda la figura di Draghi. Non perché egli non condivida il giudizio sulle innegabili “virtù” del guru del capitale finanziario occidentale, bensì perché questa unanimità nasconde la debolezza di una cultura politica come quella italiana, per la quale “sembra che a contare siano solo le persone, ciò che esse pensano e dicono, e che le istituzioni non contino nulla”, per cui le cose vanno bene se al posto di guida ci sono piloti più o meno onesti, “seri” e affidabili, dimenticando che “la qualità delle persone è importante ma lo è anche il modo in cui sono congegnate le istituzioni: esso non determina ma comunque condiziona il comportamento delle suddette persone”.

Dopodiché arriva il più scontato (visto il pulpito) degli esempi: Draghi presidente? Ottimo, ma perché servisse davvero a qualcosa bisognerebbe riformare la Costituzione per trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale.

Posto che per un marxista a determinare (non solo a condizionare!) il comportamento di un leader sono gli interessi di classe che costui incarna, è vero che conta tantissimo anche il modo in cui sono congeniate le istituzioni e, proprio per questo, il punto di vista di chi intenda rappresentare gli interessi delle classi subalterne su come riformare le nostre non può che andare in direzione opposta a quella indicata da Panebianco: restituire centralità al Parlamento esautorato da decenni di progressiva espropriazione da parte dell’esecutivo e riformare la Costituzione, ampliandone e potenziandone quei tratti socialisti che inquietano i fan della Troika.

Passiamo al fondo di domenica firmato da Mario Monti, l’altro “tecnico” che qualche anno fa ha occupato la cabina di regia oggi nelle mani di Draghi, sempre con l’intento di gestire al meglio gli interessi del capitalismo globale sul nostro territorio nazionale. Ai tempi di Monti si trattava di imporre “manu militari” (puntando il fucile dello spread alla tempia del Paese) le leggi dell’austerità.

Oggi, dopo la scoppola pandemica, la musica sembra essere cambiata, visto che l’orchestra suona la sinfonia del “debito buono”. Ma è davvero così? Delle due una, ammonisce Monti “o si pensa che questo sia un ‘nuovo paradigma’ – aggiungendo malignamente che a pensarlo sono economisti, politici e banchieri centrali che “decenni fa chiedevano un’austerità sempre maggiore” (e qui ha l’aria di togliersi un sassolino dalla scarpa) e allora tutto va ben madama la marchesa, “oppure si è convinti che il regime in parte artificioso tenuto in vita in questi anni di espansione monetaria ad oltranza” sia destinato a infrangersi fra non molto sugli scogli dell’inflazione, dei tassi di interesse e delle nuove disuguaglianze che ha generato.

E dato che non vi è dubbio che per il nostro valga la seconda che ha detto, ecco la cura che suggerisce:

1) riforme per la crescita ( ça va sans dire sotto stretto controllo da parte della Ue), non ci dice esattamente quali ha in testa ma basta ricordare quelle che fece attuare a suo tempo (do you remember Fornero?) per averne un’idea;

2) Controllo della finanza pubblica, perché il bengodi durerà poco e subito dopo tornerà l’imperativo di frenare la spesa e ridurre il debito;

3) sulle disuguaglianze ripropone invece la solfa demagogica su donne e giovani, che serve a coprire il vero obiettivo: non portare il reddito di questi soggetti al livello di quello dei “privilegiati” – lavoratori adulti garantiti e pensionati – bensì abbassare il reddito dei secondi al livello di quello dei primi per “giustizia distributiva” (intesa come condivisione della miseria). Però – udite! – finisce parlando di tasse: di successione, di reddito, nonché di applicazione del principio di progressività. Pare che Peron una volta abbia detto a un’assise di imprenditori inferociti perché aveva alzato le tasse: preferite rinunciare a parte dei vostri profitti o fare la fine dei padroni russi? Oggi la minaccia sovietica non esiste più, ma se si vuol convincere il proletariato occidentale a sostenere i propri governi nella guerra fredda contro la Cina, qualche concessione bisognerà pur farla.

E, a proposito di Cina, nell’articolo che sta sopra quello di Monti nella pagina delle opinioni, l’ineffabile Rampini – ormai nominato sinologo ufficiale del Corsera – ci spiega “perché non c’è, né può esserci, una Greta cinese”. La risposta, secondo il nostro, starebbe, da un lato nei valori tradizionali della cultura confuciana, che pone l’esperienza degli anziani al di sopra dell’entusiasmo giovanile, dall’altro nell’allergia di Xi al giovanilismo occidentale, motivata dai disastri provocati da una rivoluzione culturale guidata dagli studenti che ha rischiato di destabilizzare il paese e frenarne la marcia verso l’attuale status di superpotenza.

Dopo questa lettura “psicologica” più che politica e sociale (e quindi francamente debole). Rampini coglie finalmente il punto: la Cina ha compiuto passi da gigante nel settore delle energie rinnovabili, tanto che le sue tecnologie fanno una spietata concorrenza a quelle occidentali, ma nell’attuale congiuntura economica non può permettersi di rinunciare di botto al carbone, il che vorrebbe dire rallentare la marcia verso una crescita che deve proseguire, se vuole migliorare il benessere dei suoi cittadini, molti dei quali sono appena usciti dalla povertà assoluta. “La Cina, scrive, non dimentica che si muore di fame più che di inquinamento”, né può rinunciare, aggiungo io, a quel “diritto allo sviluppo” su cui ha costruito la sua leadership nei confronti di quei Paesi arretrati che rifiutano di pagare il prezzo di una situazione di cui i primi responsabili sono l’Europa e gli Stati Uniti. E questi ultimi, ammette lo stesso Rampini, sono a loro volta tutt’altro che disponibili a pagare il prezzo dello shock energetico, sposando la logica ambientalista del tutto subito. La differenza è che, a fronte del franco realismo cinese, l’occidente oppone l’ipocrita esaltazione delle ragioni di Greta Turnberg (salvo ignorarle nei fatti).

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