Internet, Big Tech e diritti digitali
di Cory Doctorow
Pubblichiamo un estratto del libro di Cory Doctorow Come distruggere il capitalismo della sorveglianza, traduzione di Ippolita, collana POSTUMAN3. Il 12 ottobre 2024, alle 17.00, in occasione dell’Internet Festival di Pisa, l’autore sarà in collegamento da remoto per rispondere alle domande del gruppo Ippolita. Ringraziamo l’editore per la disponibilità.
L’aspetto più sorprendente della rinascita del terrapiattismo nel XXI secolo è la vastità di dimostrazioni a suo sfavore che si sono accumulate nel corso del tempo. Si può immaginare come, nei secoli passati, le persone che non avevano mai raggiunto un punto di osservazione sufficientemente alto da cui vedere la curvatura della Terra, potessero giungere alla convinzione, per loro del tutto logica, che la Terra fosse piatta. Dal momento in cui oggi anche le scuole elementari sono in grado di far penzolare le videocamere GoPro dai palloncini, mandandole abbastanza in alto da fotografare la curvatura della Terra, ci vuole uno sforzo eroico per mantenere la convinzione che il mondo sia piatto, per non parlare dell’esperienza della visione ineccepibile, della medesima panoramica, che si gode dai finestrini di un aereo. Ma la stessa cosa vale anche per il nazionalismo bianco e l’eugenetica. Ci troviamo in un momento storico in cui ci si può trasformare in un “dato genetico” facendo un semplice tampone all’interno della guancia; una volta inviato il campione a un’azienda di sequenziamento dei geni, insieme a una modesta somma di denaro, be’… la cosiddetta “scienza della razza” sarà irrimediabilmente confutata.
In effetti stiamo vivendo un’epoca d’oro sia per la disponibilità dei fatti a nostra disposizione che per la loro stessa negazione. Teorie spaventose, che sono rimaste ai margini della società per decenni o addirittura secoli, sono diventate improvvisamente dei concetti a diffusione di massa. Quando una tesi dai tratti tragicamente pericolosi prende piede, ci sono solo due cose che possono spiegare il suo rapido propagarsi: o chi la testimonia è diventato molto abile nell’esporre le proprie ragioni, oppure la proposta è diventata più difficile da mettere in discussione di fronte all’aumento delle prove a suo favore.
Per spiegarlo in altre potrei dire che, se vogliamo che le persone prendano sul serio il cambiamento climatico, possiamo chiamare su un palco il gruppo di Greta Thunberg che sostenga argomentazioni eloquenti e appassionate, conquistando i nostri cuori e le nostre menti; oppure possiamo aspettare che a convincerci siano le inondazioni, gli incendi, il sole cocente e le pandemie. In pratica, probabilmente occorre avere un po’ di entrambe le cose: tanto più saremo circondati da incendi boschivi, alluvionati e in rovina, tanto più facile sarà per le Greta Thunberg del mondo convincerci del surriscaldamento globale […]. Oggi si è diffusa la convinzione che, attraverso l’apprendimento automatico e la sorveglianza commerciale, si possa trasformare anche il pensatore della cospirazione più improvvisato in un imbonitore in grado di deformare le percezioni e di conquistare completamente la nostra fiducia. Individuando poi le persone vulnerabili e proponendo loro argomentazioni perfezionate dall’IA (che aggirerebbero le loro facoltà razionali) questi truffatori sarebbero in grado di trasformare le persone comuni in terrapiattisti e antivaccinisti, o addirittura in nazisti.
Quando la RAND Corporation1 attribuisce a Facebook la responsabilità della “radicalizzazione” di alcuni fenomeni e quando il ruolo di Facebook nella diffusione della disinformazione sul coronavirus viene imputato al suo algoritmo, il messaggio implicito è che l’apprendimento automatico e la sorveglianza stanno causando un’alterazione della nostra capacità di stabilire cosa sia vero e cosa no.
Dopotutto, in un mondo in cui teorie del complotto, tentacolari e contraddittorie come il Pizzagate e il suo successore QAnon, hanno un ampio seguito, qualcosa deve pur esserci. Ma se ci fosse un’altra spiegazione? E se fossero le circostanze materiali, e non gli argomenti, a fare la differenza? E se il dramma di vivere in mezzo a intrighi concreti – ammanicamenti tra persone ricche, i loro lobbisti e i legislatori che insabbiano fatti scomodi e prove di illeciti (queste congiure sono comunemente note come “corruzione”) rendesse le persone vulnerabili alle teorie cospirative? Se fosse il dramma e non il contagio – cioè le condizioni materiali e non l’ideologia – a fare la differenza oggi, a permettere cioè l’aumento di una disinformazione galoppante, be’, naturalmente questo non significherebbe che le nostre reti digitali siano esenti da colpe. Le reti informatiche infatti stanno ancora svolgendo il minuzioso lavoro di individuare le persone vulnerabili e collegarle a una serie di idee e comunità sempre più estreme […].
Il nostro mondo è in fiamme e dobbiamo spegnere gli incendi, dobbiamo capire come aiutare le persone a vedere la verità, al di là delle cospirazioni da cui sono state messe fuori strada. Ma la lotta agli incendi è reattiva. Dunque occorre lavorare di prevenzione. Dobbiamo intervenire sulle condizioni materiali del trauma che rende le persone vulnerabili al propagarsi delle cospirazioni. Anche in questo caso, la tecnologia ha un ruolo da svolgere. Le proposte per affrontare questo problema non mancano. Dal Terrorist Content Regulation dell’Unione Europea, che impone alle piattaforme di controllare e rimuovere i contenuti “estremisti”, alle proposte degli Stati Uniti per costringere le aziende tecnologiche a monitorare i propri utenti mettendole nella posizione di essere responsabili per il loro linguaggio scorretto; in generale c’è molta enfasi sulla necessità di spingere le aziende a risolvere i problemi che hanno creato. Tuttavia nel dibattito manca un elemento fondamentale. Tutte queste soluzioni partono dal presupposto che le multinazionali del settore tecnologico siano soggetti solidi, che il loro dominio su Internet sia un fatto indiscutibile. Le idee per sostituire i grandi monopolisti con un Internet più diffuso e pluralista non hanno cittadinanza. Peggio, le “soluzioni” oggi sul tavolo prevedono che le Big Tech rimangano grandi perché solo le aziende più grandi possono permettersi di implementare i sistemi correttivi richiesti da queste leggi. Per uscire dall’impasse è fondamentale immaginare come vogliamo che sia la nostra tecnologia. Oggi siamo a un bivio e stiamo cercando di capire se vogliamo risolvere il problema delle grandi compagnie che dominano Internet o se vogliamo risolvere il problema di Internet stesso, liberandolo dalla morsa delle major. Non possiamo fare entrambe le cose, quindi dobbiamo scegliere. Vorrei che scegliessimo con saggezza. Addomesticare le multinazionali è parte integrante della soluzione e per questo abbiamo bisogno di un attivismo per i diritti digitali.
L’attivismo per i diritti digitali ha ormai più di trent’anni.
La Electronic Frontier Foundation ha compiuto l’anniversario quest’anno; la Free Software Foundation è stata lanciata nel 1985. Per la maggior parte della storia del movimento, la critica più importante mossa nei suoi confronti è stata quella di essere irrilevante. Le vere cause degne di un coinvolgimento militante erano quelle del mondo reale (basti pensare allo scetticismo con cui la Finlandia ha dichiarato la banda larga un diritto umano nel 2010), e l’attivismo del mondo reale era quello in carne e ossa (si veda il disprezzo del giornalista Malcolm Gladwell per il “clicktivism”). Ma con l’aumento della centralità della tecnologia nella nostra vita quotidiana, le accuse di irrilevanza hanno lasciato il posto prima a quelle di opportunismo (“Ti interessa la tecnologia solo perché sei uno scagnozzo delle aziende tecnologiche”) e poi a quelle di negligenza (“Perché non avete previsto che la tecnologia potesse diventare una potenza così distruttiva?”). Ma l’attivismo per i diritti digitali è proprio lì dove è sempre stato: a difesa degli esseri umani in un mondo in cui la tecnologia sta inesorabilmente prendendo il sopravvento.
L’ultima versione di questa critica si presenta sotto il nome di “capitalismo della sorveglianza”, un termine coniato dalla professoressa di economia Shoshana Zuboff nel suo lungo e influente libro del 2019 Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (Luiss University Press 2019). Zuboff sostiene che il “capitalismo della sorveglianza” è una creatura unica dell’industria tecnologica e che non ha nulla da invidiare a nessun’altra pratica commercialmente violenta della storia: è un capitalismo “costituito da meccanismi inaspettati e spesso illegali di estrazione, mercificazione e controllo che alienano efficacemente le persone dal loro stesso comportamento, producendo al contempo nuovi mercati predittivi dei comportamenti e delle loro possibili alterazioni. Il capitalismo della sorveglianza sfida le norme democratiche e si discosta in modo significativo dall’evoluzione secolare del capitalismo di mercato”. Si tratta di una nuova letale forma di capitalismo, un “capitalismo canaglia”, la nostra mancanza di comprensione delle sue capacità uniche e dei suoi pericoli rappresenta un problema per la nostra esistenza e a livello di specie. Zuboff ha pienamente ragione sul fatto che il capitalismo oggi minaccia la nostra esistenza e che la tecnologia pone sfide uniche alla nostra specie e alla nostra civiltà, ma si sbaglia sul modo in cui la tecnologia è diversa e sul motivo per cui mette in discussione la nostra vita. Dobbiamo abbattere le Big Tech e per farlo dobbiamo iniziare a identificare correttamente il problema.










































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