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Una guerra di Artaud

di Francesco Paolella

Antonin Artaud, Scritti di Rodez 1943-1946, a cura di Rolando Damiani, Adelphi, Milano 2017

Antonin Artaud ha combattuto una sua guerra (una specie di guerra santa) durante gli anni terribili della seconda guerra mondiale. E ha combattuto questa sua guerra da internato in diversi ospedali psichiatrici e vittime delle violenza che là ha dovuto subire: fame, abbandono, contenzione, elettroshock. Una comune carriera da malato mentale, la sua.

Le “lettere dal manicomio”, che Artaud scrisse instancabilmente (e spesso senza ricevere risposta) rappresentano quasi la cronaca di una sofferenza ininterrotta, o meglio di una sofferenza sempre di nuovo ripetuta. Questa corrispondenza è, per così dire, esemplare di ogni scrittura composta negli ultimi due secoli dalle persone internate negli ospedali psichiatrici: troviamo anche qui le richieste di aiuto (cibo, denaro) a parenti e amici, troviamo anche qui le proteste e le petizioni rivolte ai medici per essere liberato, compreso, giustificato.

Certamente, nella scrittura di Artaud emergono più consapevolmente (e più poeticamente) questi e altri aspetti propri della vita dei manicomi. In questo senso, ci troviamo davanti a documenti importanti, specie se pensiamo al dramma delle “morti per fame” (la dibattuta extermination douce) avvenute nei manicomi della Francia occupata durante la seconda guerra mondiale.

Eccone un esempio:

«Viviamo in un paese vinto e sottoposto a razionamento e in cui la mancanza di pane è diventata per me un’ossessione costante, e lei non immagine la sensazione penosa di vuoto che crea nel sistema nervoso, quando si passa il proprio tempo a pensare e a scrivere, il fatto di non avere un pezzo di pane in più da mettersi sotto i denti tra un pasto e l’altro» (p. 58).

Questa di avere pane è una richiesta costante nelle lettere; di pari passo, c’è il bisogno di non essere dimenticato, di poter essere pur sempre uno scrittore. Nonostante la fame e le fasi più o meno acute del suo “delirio parafrenico”, Artaud non si dimentica mai dei suoi libri, coltivando anche nuove idee. Certamente, in quegli anni è molto forte in lui l’influenza della sua conversione mistico-religiosa (che colora di toni persino apocalittici tante sue lettere), ma rimane sempre forte la fede nella scrittura come vocazione e, in un certo senso, come destino.

Con lo psichiatra che lo segue a Rodez, Artaud non può che avere un rapporto ambivalente: il dottor Ferdière è colui che lo cura e gli ha dato una speranza, ma è anche colui che non gli crede davvero, che non crede al complotto (grandioso dobbiamo dire) che lo avrebbe condotto, da “ribelle” certo ma non da pazzo, in manicomio:

«Ho capito caro signor Ferdière la ragione del suo malcontento nei miei riguardi ma vorrei prima che si compia l’irrimediabile rivolgermi un’ultima volta al suo cuore per ritrovare in lei l’amico che mi ha aiutato e fatto venire qui e non il Medico di un’Amministrazione che è causa del mio supplizio da 7 anni mentre l’amico si era invece mosso un anno fa contro l’ingiustizia di questo supplizio e aveva cercato di farlo cessare. […] Credo Sig. Ferdière che ci sia in lei un amico che mi vuol bene e mi capisce e questo è il suo io, e un uomo che ha l’idea di curarmi solo per distruggermi» (p. 150).

Queste lettere sono degli scritti anti-psichiatrici nel senso letterale del termine: denunciano l’abbandono dei malati, la loro riduzione a cavie, ma si rivoltano anche contro l’essenza stessa del potere diagnostico proprio dello psichiatra, potere a cui Artaud crede (naturalmente invano) di potersi sottrarre:

«Perché Sig. Ferdière non vuole concedermi un po’ più di credito e ammettere in cuor suo che c’è nella mia vita qualcosa di miracoloso e che spiega il mio comportamento e le mie preoccupazioni morali molto meglio di tutte le classificazioni mediche nelle quali lei li può far rientrare» (p. 67).

Artaud ha tentato disperatamente di svelare una verità elementare della psichiatria manicomiale di quell’epoca: «Il medico ha sempre ragione rispetto a un recluso, perché gli basta affermare, e il malato sempre torto perché nel suo caso le affermazioni anche di dati di fatto rientrano nella categoria di un delirio catalogato qualunque sia la lucidità con cui le esprime» (p. 51). Così, in mezzo a pagine francamente deliranti, enfatiche, ridondanti, ritroviamo una denuncia fortissima sulle terapie di shock e sulla prostrazione assoluta che ne derivava immancabilmente: una orrenda perdita di coscienza e di identità. Dopo una serie di terapie elettriche, Artaud non riusciva più a «sentirsi essere» (p. 161), rimanendo per giorni e giorni incapace di pensare a sé e alla sua scrittura. Erano terapie «pericolose» e «inique», che lo distaccavano dalla sua vita, riducendolo a corpo affamato.

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