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Gli Stati Uniti colpiscono al cuore l'energia mondiale del futuro
di Finian Cunnigham
La perforazione prevista per questo mese del giacimento gassifero di South Pars in Iran da parte della Compagnia Nazionale del Petrolio della Cina (CNPC) potrebbe essere un preannuncio o una spiegazione di piú ampi sviluppi geopolitici.
Prima di tutto, il progetto di 5 miliardi di dollari – firmato lo scorso anno dopo anni di pressione da parte dei giganti occidentali dell’energia Total e Shell secondo le ratifiche tracciate dagli Stati Uniti – svela la principale rete futura mondiale per il rifornimento e la domanda dell’energia.
I critici hanno a lungo sospettato che la vera ragione degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali coinvolti militarmente in Iraq ed in Afghanistan sia quella di controllare il corridoio centro asiatico dell’energia. Fino ad oggi, sembra che la chiave sia stato principalmete il petrolio. Per esempio, ci sono state rivendicazioni secondo le quali un progetto di una conduttura di petrolio, che andrebbe dal Mar Caspio via Afghanistan e Pakistan fino al Mar dell’Arabia, sarebbe la principale leva dietro la quale si nasconde la apparentemente futile campagna militare degli Stati Uniti in questi Paesi.
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Attenzione che qui cambia geopolitica!*
di Giorgio Gattei
Interrompo l’indagine sul «fenomeno cinese» per segnalare un decisivo mutamento di strategia geopolitica da parte degli Stati Uniti. Ho già raccontato (vedi gli Avvisi nn. 37-39) come la geopolitica occidentale, elaborata soprattutto da Mackinder e Spykman, si basi sulla supposizione (fondata o meno non importa, essendo sufficiente che ne siano convinte le diplomazie) che c’è nel mondo un’area geografica particolare (il “cuore della terra” o Heartland) il cui controllo consente il dominio del mondo. Questo luogo strategico è posizionato nelle steppe euro-asiatiche e quindi interessa la Russia e la Cina interna. Tuttavia, per esercitare il dominio sul mondo, occorre che l’Heartland arrivi ad affacciarsi sui mari caldi e quindi trabocchi sulle zone rivierasche che lo circondano (le “terre di contorno” o Rimlands) rappresentate nell’ordine dall’Europa, dal Medio Oriente, dalle penisole indiana e indocinese e dalla Cina costiera.
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Obama, un anno dopo l'insediamento
di Raffaele Sciortino
Alla fine del suo discorso sullo stato dell’Unione Obama, in un passaggio non privo di sincerità, ha dovuto riconoscere che a un anno dal suo insediamento presidenziale le sorti del paese ruotano sì ancora intorno al change ma che la sua realizzazione è divenuta problematica: “So che molti americani non sono più così sicuri del fatto che possiamo cambiare - o comunque che io posso farcela”. Dal discorso in effetti non emerge nessun cambiamento significativo realizzato. Non sul sistema sanitario e sulle emissioni di gas serra - la “minaccia” di misure punitive nei confronti del mercato si è dileguata, tira il fiato Forbes - non sulla finanza, non in politica estera e su Guantanamo, per stare ai temi principali in agenda: “the devastation remains”. Soprattutto la battaglia sulla sanità - ancora in corso ma oramai senza possibilità di un esito effettivamente avanzato, anche per le posizioni ultramoderate dello stesso partito democratico - ha inferto un serissimo colpo al programma obamiano, sia nello specifico sia per i risvolti politici complessivi.
Ora Obama cerca di rilanciare la sua agenda (anche se della green economy è rimasta la ripresa del nucleare e delle trivellazioni lungo le coste!). Ma lo smalto del presidente si è logorato: l’unico risultato effettivo che può rivendicare è quello di aver evitato il precipitare della crisi economica ma a costo di aver dovuto salvare “le stesse banche che hanno contribuito a causare questa crisi” riprendendo pari pari il programma di salvataggio dell’amministrazione Bush! Ciò non ha comunque impedito l’esplodere della disoccupazione e, se pure la crisi economica non dovesse esitare in un double dip (doppia recessione), non impedirà che quanto ci aspetta è semmai “una ripresa per le statistiche, e una recessione per le persone”, come ha riconosciuto il consigliere economico Larry Summers (La Stampa, 31 gennaio).
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Il risiko e il rischio
di Joseph Halevi
L'America che Obama ha ereditato da Bush può arrogarsi il diritto di decidere sui diritti umani nel mondo? No, l'attuale situazione in Iraq ed Afghanistan segnate a vita dalle storie di Abu Ghraib e Bagram e dalle innumerevoli vittime civili della guerra, la questione vergognosa e irrisolta di Guantanamo, alla fine l'approvazione del golpe in Honduras e la persistente accettazione della cancellazione da parte di Israele dei diritti civili, politici e nazionali dei palestinesi, testimoniano del fatto che nei confronti dei diritti umani nel mondo gli Usa non sono un paese kasher. Inoltre come metodo di pressione politica - come accade ora per il Tibet con la decisione di Obama di ricevere il Dalai Lama tre giorni dopo l'invio di 6,6 miliardi di dollari di armi a Taiwan - questa linea non può funzionare nei confronti della Cina. Come invece funzionava alla grande nei confronti dell'Urss la cui dipendenza alimentare dagli Usa era diventata endemica dopo le grandi crisi granarie del 1961-63. Il punto è che il capitalismo Usa necessita della Cina.
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La 'falsa' pandemia
di Fiona Macrae
Le case farmaceutiche hanno approfittato della paura per l'influenza suina, afferma il presidente della sanità europeo
L'epidemia di influenza suina era una "falsa pandemia" spinta dalle compagnie del farmaco che hanno fatto in modo di guadagnare miliardi di sterline approfittando di un allarme su scala mondiale, ha affermato uno dei maggiori esperti di salute.
Wolfgang Wodarg, presidente della commissione Sanità del Consiglio d'Europa, ha accusato i produttori di farmaci e vaccini antinfluenzali di aver manipolato le decisioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità affinché si proclamasse lo stato di pandemia.
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USA e Cina: uno perde, l'altro vince
di James Petras
Introduzione
Il capitalismo asiatico, in particolar modo quello della Cina e della Corea del Sud, è in competizione con gli USA per il potere mondiale. Il potere asiatico globale è spinto da una crescita economica dinamica, mentre gli USA applicano la strategia della costruzione dell’impero attraverso mezzi militari.
Lettura di un numero del Financial Times
Anche una lettura superficiale di un solo numero del Financial Times - del 28 dicembre 2009 - illustra le divergenze strategiche tra i due paesi nella costruzione dell’impero. Nella pagina uno, l’articolo principale sugli USA parla circa i conflitti militari in espansione e la loro “guerra contro il terrore” sotto il titolo “Obama chiede una revisione della lista delle organizzazioni terroriste”. In contrasto, ci sono due articoli, nella stessa pagina, uno sulla Cina, che informano dell’inaugurazione, in questo paese, del treno più veloce del mondo e l'altro sulla sua decisione di mantenere la propria moneta vincolata al dollaro come un meccanismo per promuovere il suo dinamico settore di esportazioni.
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Obama in Zhongguo
di Raffaele Sciortino
Mentre a Berlino si notava la sua assenza, Obama stava probabilmente preparando con lo staff il suo viaggio in Asia Orientale che ha avuto inizio questa settimana. Nulla di più simbolico. La "centralità" del teatro europeo dominato dal bipolarismo - un dispositivo quasi perfetto di blocco del cambiamento sociale che alla fine è comunque saltato - è finita per sempre. La caduta del Muro ha sancito e aperto alla riunificazione del mercato mondiale, via globalizzazione neoliberista, ma il suo asse si è spostato altrove.
La crisi globale non ha fatto che confermare questo trend. Agli occhi delle élites asiatiche, e non solo delle élites, il prestigio dell'Occidente e degli Stati Uniti in particolare si è in parte volatilizzato. Vedremo inchini e sorrisi diplomatici, nel trip asiatico del nuovo presidente, ma nessun segno della facile Obamamania che ha buon corso - ma per quanto ancora? - qui da noi. Quello che si è aperto infatti, e per ora resta sotto la superficie, è uno scontro o, se vogliamo, una competizione sul "pattern di crescita" che dovrebbe sostituire il corso rivelatosi con la crisi insostenibile.
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I generali della guerra del gas si preparano alla battaglia più dura
di Giulietto Chiesa
Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l'esecuzione.
Il “Nord Stream”, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l'ostacolo frapposto dall'Ucraina all'afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali. Che si tratti di un ostacolo Mosca l'ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko. “Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».
Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell'URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.
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Bagliori di una guerra segreta
di Simone Santini
Il 19 ottobre riprendono a Vienna i negoziati sul nucleare iraniano. Le schermaglie pubbliche non mancano: gli iraniani annunciano che senza accordo sull'arricchimento dell'uranio all'estero continueranno da soli; Hillary Clinton risponde che gli Usa non attenderanno oltre; Vladimir Putin sostiene che non ci sono le condizioni per un inasprimento delle sanzioni. Intanto segnali disparati fanno intendere che sono in corso scontri sotterranei, autentici bagliori di una guerra segreta.
Ne riportiamo alcuni, in ordine sparso, avvertendo che si tratta per lo più di notizie isolate ma che potrebbero anche essere (in tutto o in parte) tessere di un puzzle ordinato e profondamente interconnesso.
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La strategia Usa per il controllo dell'energia nell'Unione Europea e in Eurasia: il progetto Nabucco
F. William Engdahl
Nella sua prima visita all’estero, in qualità di Presidente neo-eletto, Obama si è recato ad Ankara, per un incontro di alto profilo, con il primo ministro turco, Recep Erdogan, e altri alti dirigenti locali. Obama ha proposto ai turchi uno scambio quasi commerciale: “Io sostengo il vostro ingresso nell’Unione Europea; e in cambio, voi aprite le porte alla collaborazione con l’Armenia”. Tutti gli altri aspetti che riguardano i rapporti tra NATO e Turchia sono secondari; infatti, il vero obiettivo di Obama è favorire la realizzazione di un oleodotto che colleghi la Turchia alla Germania, e da lì a tutti gli altri paesi europei, e che si ponga in contrapposizione al progetto South Stream, portato avanti dalla Russia.
Il “Nabucco” è parte integrante della strategia statunitense di controllo totale dell’energia, sia di quella europea, che di quella eurasiatica. Il 13 luglio, in occasione della cerimonia di presentazione del “Progetto Nabucco”, ad Ankara, il “soft power” dell’amministrazione Obama ha dato i primi frutti; bisognerà vedere se saranno dolci o amari.
La principale figura del Partito Repubblicano in politica estera, il senatore Richard Lugar, faceva parte della delegazione statunitense, al seguito di Obama, in missione ad Ankara; alla cerimonia, erano presenti anche il presidente della Commisione UE, Barroso, e i capi di governo della Turchia, della Bulgaria, dell’Ungheria e dell’Austria.
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Lettera aperta ad un amico di sinistra
di Piotr
Caro Domenico,
quelli del Guardian e dell’Independent, a volte anche quelli del bravissimo Robert Fisk, sono proprio i classici “argomenti di sinistra” che io non condivido.
Io valuto le cose innanzitutto da un punto di vista che reputo in questa fase nodale: quello dell’antimperialismo. Non mi fermo qui, ma quello è il primo filtro che applico.
Perché? Perché quella che stiamo vivendo (e che è destinata ad approfondirsi) non è una crisi economica, più o meno grave ma dello stesso tipo di altre, non è la “crisi del capitalismo” come sognano i marxisti-per-finta, ovvero gli ultrasinistri che non hanno capito nulla di cosa è successo dal 1848 (Manifesto del Partito Comunista) ad oggi e ripetono le formulette come zombie. E infine non è nemmeno la crisi del neo-liberismo, come vorrebbero ad esempio quelli del PdCI e di Rifondazione, nostalgici del keynesismo sociale. E’ una crisi di assetti di potere internazionali.
1. La sinistra (che io distinguo dagli anticapitalisti e dagli antimperialisti, cioè da quelli che una volta si chiamavano “comunisti”) ha il magico dono di essere quasi sempre confusionaria e superficiale. Un bel frullatino, ed ecco che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo inteso come estremo risultato del “modello di sviluppo” capitalistico (che cosa? il capitalismo sarebbe un “modello di sviluppo”?).
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Sessanta anni mal portati: Le ragioni della permanenza della NATO
di Domenico Moro
A sessanta anni dalla sua fondazione nel 1949, l’esistenza stessa della Nato rappresenta oggi una forzatura storica, dato che fu creata allo scopo di contrastare il Patto di Varsavia e l’Urss, dissoltisi entrambe da venti anni. La Nato non solo è rimasta in funzione, ma ha esteso il suo terreno d’intervento molto al di là dell’Atlantico Settentrionale, al quale l’articolo 5 del suo statuto limita il suo intervento.
Un asse d’espansione della Nato è rappresentato dai Balcani, dove l’indipendenza unilaterale del Kosovo, pretesa dagli Usa, ha costituito un passaggio cruciale. Un altro asse è rappresentato dal Caucaso e dagli stati prodottisi a seguito del dissolvimento dell’Urss, come l’Ucraina e la Georgia, che permetterebbero alla Nato di posizionarsi minacciosamente a ridosso della Russia. Ma la Nato va ben oltre, arrivando, con la presenza in Afghanistan, fino in Asia centrale. A tutto questo si aggiunge il compattamento delle nazioni della Nato, dall’Europa occidentale alla Turchia, nel progetto di “scudo spaziale Usa”.
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Diritti universali (anzi, occidentali)
di Danilo Zolo
La Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, viene considerata in Occidente come uno dei principali indicatori del progresso storico dell'umanità. È con questo significato che nei prossimi giorni verrà celebrata la sua ricorrenza sessantennale. Secondo numerosi autori, la Dichiarazione universale ha un grande merito sul piano etico, giuridico e politico: ha "fondato" i diritti umani e li ha resi "universali". La Dichiarazione del 1948 - si sostiene - ha mostrato che un sistema di valori può essere "fondato", e quindi universalmente riconosciuto, sulla base di un accordo internazionale sulla sua validità. Non è necessario alcun altro "fondamento".
Non ci sono dubbi che la Dichiarazione universale dell'Assemblea Generale ha profondamente trasformato la dottrina dei diritti umani. I diritti non sono più concepiti come un complesso di rivendicazioni sociali riconosciute e protette all'interno di un singolo Stato: essi coinvolgono e impegnano tutti gli Stati e tutti i popoli del pianeta. Sono parte del diritto internazionale generale.
Prima della fondazione delle Nazioni Unite i diritti erano concepiti come l'esito di lotte sociali e politiche all'interno di specifici ambiti storici e territoriali. Ed erano garantiti dalla permanente militanza dei cittadini coinvolti nelle rivendicazioni e nelle battaglie politiche secondo una concezione conflittualistica dei diritti, in larga parte ereditata dalle rivoluzioni borghesi, dal socialismo e dal sindacalismo.
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Operazione Saakashvilli
di Giulietto Chiesa
Quei giorni di agosto 2008 resteranno sicuramente nella storia come giorni di una svolta, di un drastico del quadro politico internazionale. La Russia non è più quella che, per 17 anni, l'Occidente aveva immaginato che fosse. E' ben vero che, i primi anni dopo il crollo, l'euforia del trionfo dell'Occidente era stata corroborata da una leadership russa di Quisling, capitanati da un ubriacone rozzo e baro, come lo fu Boris Eltsin. Ma dopo, con la sua dipartita dal potere russo, la musica aveva cominciato a cambiare. I segnali erano tanti. Ma i vincitori erano convinti che Vladimir Putin facesse il muso duro solo per rabbonire i russi umiliati, mentre, in realtà, proprio lui stava - lentamente, ma con chiara progressione - mettendo le basi per un cambiamento. Solo che, come dice un antico proverbio coltivato sotto ogni latitudine, Dio acceca coloro che vuole perdere. L'illusione sulla disponibilità dei russi a lasciarsi mettere ormai il piede sul collo in ogni occasione avrebbe dovuto assottigliarsi e dare spazio al realismo.
Da queste colonne ho scritto più volte - i lettori lo ricorderanno - che la Russia aveva smesso di ritirarsi e che sarebbe venuto il momento in cui tutti avremmo dovuto accorgercene.
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Il capitalismo dei disastri: uno stato di estorsione
di Naomi Klein
Quando il petrolio ha superato i 140$ a barile, anche i più rabbiosi e conservatori ospiti dei media hanno dovuto provare il loro credo populista riservando una parte del loro show per colpire il Grande Petrolio. Qualcuno è pure andato oltre invitandomi a partecipare ad una amichevole chiacchierata riguardo un nuovo e insidioso fenomeno: il capitalismo dei disastri. Solitamente va bene, fino a prova contraria.
Per esempio il conduttore radiofonico Jerry Doyle, un “conservatore indipendente”, ed io stavamo chiacchierando amabilmente sulle squallide compagnie assicurative e sui politici inetti quando successe questo: “Credo di conoscere un modo rapido per abbattere i prezzi”, annunciò Doyle. “Abbiamo investito 650 miliardi di dollari per liberare un paese di 25 milioni di persone. Potremmo chiedere a loro di fornirci il petrolio.
Ci sarebbero autobotti su autobotti che si raggruppano nel Lincoln Tunnel, il puzzolente Lincoln Tunnel, all’ora di punta con biglietti di ringraziamento
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