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Dal Bangladesh al Venezuela: gli USA nel panico tornano a puntare tutto sulle Rivoluzioni Colorate
di Ottolinatv
“Farò in modo che l’America disponga sempre della forza militare più forte e letale del mondo”: nel comizio conclusivo della kermesse di Chicago, Kabala Harris non ha usato mezzi termini e, a vedere dalle reazioni, direi che ha fatto bene; da Senza Speranza a Faccia da schiaffi Provenzano, passando per la Ocasio Cortez e Bernie Sanders, come immancabilmente accade ormai da decenni, all’establishment democratico basta sventolare lo spauracchio del ritorno del fascismo immaginario per costruire un blocco compatto a sostegno del fascismo vero della guerra imperialista senza se e senza ma. Purtroppo per la Harris però – al netto dei trionfi passeggeri delle campagne di public relation all’interno della sinistra ZTL – non saranno i sorrisi a 36 denti di Speranza e Provenzano a determinare l’andamento concreto della guerra sul campo; ed ecco così che dall’Ucraina al Pacifico, passando per il Medio Oriente, i 3 fronti della guerra totale dell’imperialismo a guida USA contro il resto del mondo, ultimamente per analfoliberali e finto-sovranisti sono piuttosto avari di buone notizie: la fantomatica offensiva ucraina nell’oblast russo di Kursk, che aveva riacceso i sogni di mezza estate della propaganda di regime, si sta rivelando sempre più chiaramente una mossa disperata e controproducente che spiana la strada all’avanzata del Cremlino nel Donbass.
Ultima possibilità di fuga: gli ucraini fuggono da Pokrovsk mentre i russi avanzano titolava a 6 colonne venerdì scorso un rassegnato Washington Post; “Mentre i soldati ucraini lottano per respingere ondate di combattenti russi” recitava il sottotitolo “i civili fuggono da Pokrovsk, una città un tempo ritenuta lontana dalla linea del fronte”.
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Nessuna linea rossa
di Enrico Tomaselli
Una cosa di cui talvolta ci dimentichiamo, è che le persone – i popoli – guardano agli avvenimenti alla luce della propria storia, della propria cultura, che a volte possono essere anche significativamente diverse. Questo vale ovviamente per qualsiasi cosa, e quindi anche la guerra non vi fa eccezione. Se poi consideriamo che la guerra è davvero un insieme di avvenimenti decisamente esplosivo, oltre che fattualmente anche in senso figurato, e pertanto estremamente mutevole, soggetto a una dinamica costante e, in certo qual modo, dotato di vita propria, è facile comprendere come un diverso sguardo culturale si rifletta, inevitabilmente, non solo sulla percezione della guerra, ma anche sulla sua condotta.
L’arte occidentale della guerra, ad esempio, è profondamente segnata dall’idea dell’attacco – anche perché praticamente tutte le guerre occidentali sono state, storicamente, guerre di espansione.
Dal punto di vista occidentale, dunque, la guerra è prevalentemente un fatto offensivo. L’Europa, nel corso della sua storia, ha visto sostanzialmente tre grandi invasioni, nessuna delle quali l’ha mai conquistata interamente: quella mongola, quella islamica e quella ottomana. Viceversa, ha portato la guerra in ogni angolo del mondo, anche il più remoto.
Questa visione dell’azione bellica è così radicata nella nostra cultura, che ci risulta difficile concepire diversamente l’atto guerresco. E, indipendentemente dall’andamento del conflitto, esso è concepito intorno all’idea dell’azione risolutiva. Dalla falange macedone al first strike nucleare, è questo il fil rouge del pensiero militare occidentale.
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La Serbia è a rischio sfinimento ed esplosione
Assediata da minacce, ricatti e provocazioni quotidiane
A cura di Enrico Vigna
Dai continui arresti di serbi kosovari con inconcepibili accuse relative a fatti di 25 anni fa, alla chiusura delle istituzioni statali serbe nel nord della provincia, con violenze e attacchi quotidiani ai serbi delle enclavi. Dalle minacce di morte al presidente Vucic alla pianificazione sempre più operativa di un “Maidan” serbo. Dalle pressioni per l’imposizione di sanzioni alla Russia, addirittura a diffide contro la Chiesa Ortodossa serba, dalle continue proteste di piazza, ai ricatti e minacce alla Repubblica Serba di Bosnia e al suo presidente Dodik, con il tentativo di rompere le relazioni fraterne con Belgrado. E, in ultimo, la controversa e dirompente questione circa il litio, la Serbia si trova in una situazione perennemente sotto ricatto e a rischio esplosione.
Al di là degli aspetti contingenti è ormai delineata e praticata da anni, una strategia di affossamento e di sottomissione della dirigenza nazionale serba, non asservita a interessi stranieri o ai diktat occidentali. La domanda che molti esperti e osservatori internazionali indipendenti si pongono è, se la Serbia riuscirà a mantenere un proprio governo che risponda prima di tutto a interessi nazionali o la pressione salirà a livelli non più controllabili?
Questa è in sintesi la situazione odierna nel paese balcanico.
MAIDAN serbo?
Il vice primo ministro della Repubblica di Serbia, A. Vulin ha pubblicamente denunciato che l’opposizione nel paese sta preparando uno scenario “Maidan” in Serbia.
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Eravamo quattro amici al bar…
La “vera storia” dell’attentato ai gasdotti Nord Stream
di Gianandrea Gaiani
Nella saga infinta dell’attentato ai gasdotti Nord Stream sono emerse nei giorni scorsi notizie e indiscrezioni, a tratti grottesche, che dovrebbero forse chiarire alcuni aspetti ma che sono probabilmente funzionali a nasconderne altri.
L’esplosione del 26 settembre 2022 sarebbe stata pianificata da un gruppo di alti ufficiali e uomini d’affari ucraini, andando contro gli ordini del presidente Volodymyr Zelensky e della CIA. Lo ha scritto il 15 agosto il Wall Street Journal in un articolo intitolato “A Drunken Evening, a Rented Yacht: The Real Story of the Nord Stream Pipeline Sabotage” che propone una ricostruzione di quello che definisce “uno degli atti di sabotaggio più audaci della storia moderna”.
Secondo diverse fonti, a guidare la messa a punto del piano c’era l’allora comandante delle forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny, rimosso quest’anno dal presidente Zelensky e ora ambasciatore a Londra. Secondo il WSJ l’operazione è costata circa 300 mila dollari e ha visto l’impiego di un piccolo yacht noleggiato in Polonia e di un equipaggio di sei membri, tra cui sommozzatori civili addestrati.
Le fonti del giornale statunitense riportano che uno di loro era una donna, la cui presenza ha contribuito a creare l’illusione che si trattasse di un gruppo di amici in crociera di piacere. Un ufficiale coinvolto nell’operazione ha detto al quotidiano americano che “tutto è nato da una notte di forti sbronze e dalla ferrea determinazione di una manciata di persone che hanno avuto il coraggio di rischiare la vita per il loro Paese”.
Zelensky avrebbe inizialmente approvato il piano, secondo un ufficiale che ha partecipato e tre persone a conoscenza dei fatti.
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Gli Stati Uniti tra debolezza e ambiguità
di Enrico Tomaselli
Osservando lo scenario complessivo del confronto che sta opponendo il blocco occidentale al blocco eurasiatico, emergono alcuni elementi di interesse su cui vale la pena soffermare l’attenzione. Sembra poco discutibile che gli Stati Uniti abbiano fatto una precisa scelta strategica, ossia che questo confronto – che sostanzialmente si riduce al rifiuto di accettare l’egemonia statunitense da parte di alcune nazioni – debba essere risolto in modo radicale, attraverso lo strumento della guerra. Di questo, si può trovare abbondante traccia nei documenti ufficiali del Pentagono, e dei vari think tank che contribuiscono variamente a determinare le scelte strategiche degli USA. Ma, una volta fatta questa considerazione, si corre il rischio di farne conseguire una lettura troppo semplicistica, che a sua volta potrebbe far interpretare erroneamente quanto sta accadendo – e quanto potrebbe accadere.
La prima precisazione che si rende necessaria, è che quando si utilizza il termine guerra, si intende soprattutto far riferimento a una modalità di approccio al confronto caratterizzata da una aggressività attiva: il confronto è inteso come conflitto, e questo è ritenuto insanabile, non suscettibile di mediazioni – se non su un piano meramente tattico. Questo approccio prevede la possibilità della guerra guerreggiata (dell’azione bellica vera e propria), ma non la privilegia: il modello preferito è quello della guerra ibrida, condotta cioè attraverso un insieme di azioni ostili, in cui coesistono minacce e blandizie, pressione economica e corruzione, psyops e cyberware, diplomazia e – sì – anche azione militare.
Sotto questo profilo, è rilevante anche tenere a mente i precedenti storici. Nella seconda guerra mondiale, che rappresenta il definitivo passaggio degli USA al ruolo di superpotenza mondiale, gli Stati Uniti si batterono sostanzialmente contro due potenze industriali emergenti – Germania e Giappone – che avevano però entrambe una sostanziale carenza nell’accesso alle fonti energetiche e alle materie prime, ed erano comunque inferiori sotto il profilo della capacità produttiva.
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Socialismo o barbarie. Il Sud globale e il futuro dell'Europa
Luca Placidi intervista Michael Hudson
Michael Hudson è professore di economia all'Università del Missouri-Kansas City, ricercatore al Levi Economics Institute del Bard College,ex analista di Wall Street, consulente politico e sta conducendo su Youtube il Podcast “Geopolitical Economy Hour” insieme a Radhika Desai, trasmesso sul canale YouTube “Geopolitical Economy Report”.
Solo per citare alcuni lavori pubblicati: “il Superimperialismo , la strategia economica dell'Impero americano”, la sua terza edizione è uscita nel 2021; “… And Forgive Them Their Debts”, pubblicato nel 2018; “The Collapse of Antiquity”, pubblicato nel 2023.
* * * *
Luca (Tracce di Classe):
Michael, benvenuto e grazie ancora per essere con noi oggi.
Michael Hudson:
Bene, grazie per avermi invitato. Sono felice di poter parlare a un pubblico italiano.
Luca (Tracce di Classe):
Per iniziare la nostra conversazione, sei d’accordo che la guerra in Ucraina e ancor più l’ultimo vertice della NATO con la sua dichiarazione finale ci stanno dimostrando che siamo di nuovo entrati in un mondo multipolare, dove il Sud del mondo si oppone al mondo occidentale?
Michael Hudson:
Si, ma questa è più di una semplice divisione geografica. Siamo davvero di fronte a una divisione di civiltà che va molto più in profondità. La posta in gioco è: che tipo di economia si dara’ il mondo nei prossimi anni?
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Chi ha causato la guerra in Ucraina?
di John J. Mearsheimer
Traduzione di Antonio Gisoldi
La domanda su chi sia responsabile di aver causato la guerra in Ucraina è stata una questione profondamente controversa da quando la Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.
La risposta a questa domanda è di enorme importanza perché la guerra è stata un disastro per una molteplicità di ragioni, la più importante delle quali è che l’Ucraina è stata effettivamente distrutta. Ha perso una parte considerevole del suo territorio ed è probabile che ne perderà ancora di più, la sua economia è a pezzi, un gran numero di ucraini è internamente sfollato o ha lasciato il paese, e ha subìto centinaia di migliaia di perdite. Naturalmente anche la Russia ha pagato un prezzo di sangue significativo. A livello strategico le relazioni tra Russia ed Europa, per non parlare di Russia e Ucraina, sono state avvelenate per il futuro prossimo, il che significa che la minaccia di una grande guerra in Europa ci accompagnerà anche dopo che la guerra in Ucraina si sarà trasformata in un conflitto congelato. Chi sia responsabile di questo disastro è una questione che non scomparirà presto e, semmai, diventerà probabilmente più importante man mano che la portata del disastro diventerà più evidente a un numero sempre maggiore di persone.
L’idea convenzionale in Occidente è che Vladimir Putin sia responsabile di aver causato la guerra in Ucraina. L’invasione - così si sostiene - mirava a conquistare tutta l’Ucraina e a renderla parte di una Russia più grande. Una volta raggiunto questo obiettivo i russi si sarebbero mossi per creare un impero nell’Europa orientale, proprio come fece l’Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. Pertanto Putin in definitiva rappresenta una minaccia per l’Occidente e deve essere affrontato con la forza. In breve Putin è un imperialista con un grande piano che si inserisce perfettamente in una lunga tradizione russa.
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Una nuova dottrina di guerra eurasiatica?
di Enrico Tomaselli
“Il generale esperto logora il nemico tenendolo costantemente sotto pressione. Lo fa correre dappertutto adescandolo con vantaggi illusori”.
Sun Tzu
L’evoluzione delle dottrine belliche è determinata per un verso da quella tecnologica (nuove armi, nuovi strumenti offensivi o difensivi impongono approcci diversi al combattimento – si pensi ai velivoli senza pilota), ma per un altro è l’esperienza stessa del combattimento a forgiare il nuovo pensiero militare. Tutti i grandi pensatori militari, infatti, siano essi occidentali od orientali, hanno sempre tratto le proprie riflessioni da una pregressa esperienza (diretta o meno) della guerra.
Storicamente, l’evoluzione del pensiero strategico si è addensata poi nella elaborazione di dottrine più specifiche, costruite anche in base alla natura e alla portata degli interessi dei paesi nel cui ambito queste venivano sviluppate. Se guardiamo ai decenni successivi alla fine della WWII, possiamo osservare come il pensiero strategico abbia avuto il suo sviluppo – com’è logico – essenzialmente negli Stati Uniti e nell’URSS. In entrambe i casi, è stato ovviamente risucchiato nel ristretto ambito del confronto tra queste due potenze. Durante l’intero corso della guerra fredda, il pensiero strategico occidentale e sovietico è stato caratterizzato dalla presenza delle armi nucleari (innovazione tecnologica) e dall’evoluzione di quanto sviluppato nel corso del precedente conflitto mondiale (esperienza di combattimento).
Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, infatti, hanno visto sia Washington che Mosca sviluppare un modello speculare, le cui caratteristiche principali sono state: creazione di grandi blocchi integrati di alleanze politico-militari (NATO e Patto di Varsavia), sviluppo di un arsenale atomico, sia in funzione potenzialmente offensiva che di deterrenza, costruzione di un modello di forze armate basato sulla mobilità e sulla massiccia presenza di corazzati.
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Euromissili statunitensi in Germania per difenderci?
di Francesco Cappello
Un missile nucleare Usa, schierato in Europa, può colpire Mosca, un analogo missile schierato dalla Russia può colpire le capitali europee, ma non Washington. Gli USA vogliono anche in Italia gli euromissili, come a Comiso negli anni ’80?
Con l’espansione della NATO a Est sino ai confini della Federazione Russa, che include la volontà di inglobare l’Ucraina, è stato violato il principio di indivisibilità della sicurezza secondo cui la sicurezza di alcuni non può essere raggiunta a discapito di quella di altri. L’ultimo atto di tale follia atlantista è stata l’inclusione di Finlandia e Svezia. La Finlandia condivide con la Russia quasi 1400 km di confine. È stato, di conseguenza, provocato il collasso del sistema di sicurezza euro Atlantico che dev’essere ricostruito al più presto come chiesto a più riprese da Lavrov e dallo stesso Putin se davvero si volesse un ritorno alla Pace.
Nell’ambito del summit di Washington per i 75 anni della NATO, è stata firmata una Lettera di Intenti su ELSA, l’European Long-Range Strike Approach, sottoscritta dai ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania e Polonia. Il ministro della difesa Crosetto ha dichiarato che: “L’iniziativa getta le basi per una cooperazione integrata e a lungo termine tra le nostre Nazioni per rafforzare le capacità europee di difesa e deterrenza, sviluppando la base industriale del settore”.
In pratica, quindi, il primo atto per riattivare un certo settore della produzione bellica che come di consueto consiste nello squilibrare la relativa deterrenza.
Nel frattempo che gli europei si organizzano per incrementare la loro capacità di sviluppare e produrre, autonomamente, capacità nel campo degli attacchi militari a lungo raggio, è comunque importante che procedano ad acquisti direttamente dalle statunitensi Lockeed Martin, Northmann Group e altre.
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"Nei prossimi 10 anni vivremo una dedollarizzazione sostanziale"
Alessandro Bianchi intervista Jeffrey Sachs
E’ con profonda emozione, non lo nascondiamo, che abbiamo avuto l’onore di incontrare nella sua presenza romana di questi giorni per una serie di conferenze, il direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University e presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite, il Professore Jeffrey Sachs.
Su l’AntiDiplomatico traduciamo in modo compulsivo i suoi scritti e le sue dichiarazioni, perché consideriamo con fermezza il Professor Sachs la bussola più importante da seguire nelle acque tempestose in cui navighiamo in questo periodo. Come si è arrivati all’abisso della potenziale conflagrazione totale? E’ la prima di una serie di domande che fluiscono come un fiume in piena nella nostra intervista per "Egemonia”. "Abbiamo avuto cinque presidenti di fila (Clinton, Bush, Obama, Trump, Biden) che ci hanno portato ciascuno più vicino alla guerra nucleare". Le origini del male sono da individuare nella scellerata politica neoconn che dagli anni ’90 è divenuta legge negli Stati Uniti e, attraverso la Nato, in Europa. Nessuno più del Professor Sachs riesce a spiegarlo nel dettaglio. "L'Europa ha rinunciato alla propria sicurezza, alla propria autonomia e al proprio benessere economico assecondando gli Stati Uniti", sostiene il Professore. Il conflitto in Ucraina dopo il golpe di Maidan è servito a rendere i paesi del continente europeo protettorati a tutti gli effetti di Washington, staccando ogni legame economico e commerciale con Mosca, la fonte più importante di possibile indipendenza e autodeterminazione. Gli atti terroristici ai gasdotti Nord Stream, il più grande attacco contro le infrastrutture logistiche dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno determinato un punto di non ritorno.
Ma la sete dei neoconn, non è sazia e per mantenere in piedi il potere unilaterale dinanzi ad un mondo che per entropia diventerà multipolare sta portando all’escalation finale, come stiamo assistendo non solo in Ucraina, ma in Medio Oriente e nel nuovo attacco alla sovranità del Venezuela.
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Rivoluzioni colorate. Genesi, applicazione e crisi di uno strumento di guerra ibrida
di Laura Ruggeri
Relazione presentata a un convegno in Umbria, 29 giugno 2024
Immagino che tutti voi sappiate che cosa si intende quando si parla di rivoluzioni colorate e possiate elencarne almeno alcune. In realtà la lista è molto lunga visto che uno dei teorici di queste rivoluzioni, Gene Sharp, scrive il suo libro The Politics of Nonviolent Action (La politica dell'azione nonviolenta ) già nel 1973. Quel libro si basava su una ricerca che Sharp aveva condotto quando studiava ad Harvard alla fine degli anni Sessanta e che era stata finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. A quel tempo l'Università di Harvard era l'epicentro dell'establishment intellettuale della Guerra Fredda — vi insegnavano Henry Kissinger, Samuel Huntington, Zbigniew Brzezenski. E anche la CIA era di casa.
A prima vista potrebbe sembrare strano che i temi su cui lavorava Gene Sharp fossero di grande interesse sia per la CIA che per il Dipartimento della Difesa. In realtà non è strano per nulla. Organizzare la società civile per usarla come un esercito irregolare avrebbe permesso di attaccare il nemico sul proprio terreno invece di scatenare un conflitto militare, opzione troppo pericolosa per gli USA dal momento che l'Unione Sovietica era una potenza nucleare. Un cambio di regime permetterebbe di raggiungere gli obiettivi desiderati ma senza il rischio di un'escalation militare. Ricordiamo che la sconfitta subita in Vietnam era ancora cocente e aveva lasciato una ferita profonda nella psiche degli americani, l'opinione pubblica era fermamente contraria all'idea di sacrificare in guerra un'intera generazione.
E così assistiamo a un fenomeno interessante: dalla fine degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta il budget destinato all'intelligence cresce a ritmi ancora più sostenuti del budget militare.
Poiché l'immagine della CIA era sempre più compromessa — era noto il suo coinvolgimento in colpi di stato militari, omicidi e torture di leader e militanti comunisti — occorreva creare altre organizzazioni, legato alla CIA, ma con un'immagine presentabile, una sorta di restyling, in modo da attrarre nuove reclute.
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Trump & Vance: disimpegno dall’Ucraina, guerra in Medio Oriente?
di Roberto Iannuzzi
Dall’addio di Biden al discorso di Netanyahu al Congresso, all’incognita Trump, il futuro internazionale appare incerto mentre Washington si avvita in una delle crisi più gravi della sua storia
Ancora una volta, la scorsa settimana, Washington è tornata sotto i riflettori dell’attenzione internazionale. A essere al centro di tale attenzione, però, è la crisi che si sta dipanando ai vertici della prima superpotenza mondiale.
Innanzitutto, l’improvvisa quanto singolare decisione del presidente Joe Biden di rinunciare alla propria ricandidatura alle presidenziali, domenica 21 luglio, dopo che soltanto la sera prima egli aveva twittato: “sono le elezioni più importanti della nostra vita. E io le vincerò”.
Una decisione comunicata attraverso una lettera forse non scritta di proprio pugno, su carta non intestata, con una firma secondo alcuni non sua, diffusa attraverso un tweet.
Complotto democratico?
L’inaspettato annuncio è avvenuto mentre Biden era ufficialmente in isolamento per Covid, nella sua casa al mare nel Delaware. Esso ha colto di sorpresa l’intero staff della Casa Bianca, che non ne era a conoscenza.
Per giorni il presidente non ha rilasciato alcuna dichiarazione davanti a una telecamera. Martedì 23 è ufficialmente tornato, apparentemente provato, alla Casa Bianca. Il fratello minore di Joe, Frank Biden, ha dichiarato alla CBS che lo stato di salute del presidente ha in effetti giocato un ruolo importante nella sua decisione di rinunciare alla ricandidatura.
Una smentita alle dichiarazioni dello stesso Joe, che alcune settimane prima aveva affermato di essere in buona forma, e che nessuno dei suoi medici riteneva che egli avesse problemi cognitivi o neurologici.
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Kiev apre ai negoziati con Mosca: svolta o bluff per guadagnare tempo?
di Gianandrea Gaiani
L’Unione Europea non se n’è ancora accorta ma molte cose stanno cambiando nelle prospettive del conflitto ucraina. Prima il preside te ucraino Volodymyr Zelensky ha riconosciuto che la guerra in Ucraina va conclusa il prima possibile incontrando il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano che è stato insignito dell’Ordine al Merito dell’Ucraina. Già questa è di per sé una notizia se si considera che nel settembre scorso il consigliere del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, aveva respinto il tentativo di mediazione della Santa Sede definendo il Papa “filorusso”.
«Penso che tutti capiamo che dobbiamo porre fine alla guerra il più presto possibile per non perdere più vite umane» ha detto Zelensky durante l’incontro aggiungendo in un’intervista alla BBC di ritenere possibile almeno tentare di porre fine alla guerra prima della fine dell’anno.
Le dichiarazioni del presidente ucraino sono state accolte positivamente dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, per il quale “questo è ovviamente meglio che affermare che qualsiasi contatto con la parte russa e con il capo dello Stato russo è escluso. Certamente, parlare di un dialogo è molto meglio che parlare dell’intenzione di combattere fino all’ultimo ucraino. Se la conversazione è seria, non possiamo ancora giudicarlo e bisognerà aspettare qualche azione concreta, se ce ne saranno”.
Lo stesso 24 luglio il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha detto a Pechino che l’Ucraina potrebbe essere disponibile a condurre negoziati “con la parte russa” quando Mosca “sarà pronta a farlo in buona fede”. Incontrando a Guangzhou l’omologo cinese, Wang Yi, il ministro ucraino ha invitato la Cina a svolgere un ruolo importante nella ricerca di una “pace giusta e stabile”: obiettivo che la Cina ha ufficializzato ieri di voler perseguire.
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Da Trump a Le Pen: la rivincita del capitalismo straccione e le lacrime di coccodrillo degli analfoliberali
di Ottolinatv
Tra analfoliberali sull’orlo di una crisi di nervi e miliardari fintosovranisti travestiti da working class heroes, andrà a finire che moriremo tutti, ma – di sicuro – non di noia: dopo 50 anni di pilota automatico, le diverse fazioni del grande capitale dell’Occidente imperialista, impanicate dal loro progressivo e inevitabile declino, sono tornate a farsi la guerra; e gli ultimi giorni, tra attentati falliti e la prima volta in assoluto dal 1968 che un commander in chief decide di rinunciare spontaneamente alla corsa per il secondo mandato, sono stati in assoluto i più movimentati del teatrino politico USA degli ultimi decenni. Ma al di là della rappresentazione teatrale, in cosa consistono davvero queste fazioni del capitale sull’orlo della guerra civile? Che interessi materiali rappresentano? Ha davvero senso tifare per una piuttosto che per l’altra? E sono davvero così alternative tra loro? Dalla Francia della Le Pen agli USA di The Donald, in questo video proveremo a dare alcune informazioni che speriamo ci permettano di navigare in queste acque turbolente senza essere totalmente in balia della propaganda e dei mezzi di produzione del consenso delle diverse fazioni del partito unico della guerra e degli affari; prima di farlo, però, vi ricordo di mettere un like a questo video (proprio per permetterci di portare avanti la nostra guerra quotidiana contro il pensiero unico imposto dagli algoritmi) e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche: a voi costa solo pochi secondi, ma a noi permette di dare ogni giorno un po’ più di voce al 99% e a chi dalle faide tra pezzi diversi di oligarchia, alla fine, ha sempre e solo da rimetterci.
Come mi capita spesso, non c’avevo capito una seganiente: unico tra tutti gli Ottoliner, ho continuato per mesi a dire che, a mio avviso, la vittoria di Trump nelle prossime presidenziali di novembre non era scontata per niente.
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Dopo il 75° vertice NATO: verso l’irreversibile distruzione dell’Ucraina
di Roberto Iannuzzi
L’Alleanza Atlantica immola definitivamente l’Ucraina, lavora alacremente al completamento della nuova cortina di ferro, e mette nel mirino la Cina, mentre si allargano le crepe nelle sue fondamenta
L’elemento forse più rilevante del vertice che doveva celebrare in grande stile i 75 anni dell’Alleanza Atlantica compare nel 16° paragrafo della Dichiarazione conclusiva, dove si definisce “irreversibile” il percorso dell’Ucraina verso la piena integrazione euro-atlantica, inclusa l’adesione alla NATO.
Il ricorso all’aggettivo “irreversibile” è deliberatamente finalizzato a garantire due esiti importanti per i vertici dell’Alleanza: in primo luogo, il prolungamento della guerra, poiché lo status neutrale dell’Ucraina, elemento chiave delle richieste russe, viene automaticamente escluso dagli scenari possibili.
Circa un mese fa, il presidente russo Vladimir Putin aveva citato proprio la neutralità dell’Ucraina fra le condizioni che, secondo le sue parole, avrebbero portato “immediatamente” a un cessate il fuoco e all’inizio dei negoziati.
Secondariamente, la suddetta formulazione implica la seria possibilità che l’adesione definitiva di Kiev alla NATO resti un miraggio che non si tradurrà mai in realtà, visto che la “irreversibilità” del percorso garantisce che non si torni indietro, ma non necessariamente che si vada avanti.
Esattamente come nella dichiarazione del vertice di Vilnius dello scorso anno, i membri del patto atlantico dichiarano genericamente che estenderanno all'Ucraina l'invito ad aderire alla NATO “quando gli alleati saranno d'accordo e le condizioni saranno soddisfatte”.
In questo modo, Kiev avrà sempre degli obblighi nei confronti della NATO, mentre quest’ultima non ne avrà mai nei confronti di Kiev (a eccezione di quelli che vorrà imporsi volontariamente). Il surrogato che è stato offerto al paese è un “ponte” verso l’adesione effettiva all’Alleanza.
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Vincenzo Maddaloni: Un puzzo di Reich aleggia su Berlino
Sergio Labate: L’Occidente e una pretesa superiorità che non esiste
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto




































