Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

intelligence for the people

Come il conflitto ucraino ha cambiato la Russia

di Roberto Iannuzzi

11e2194c 07bf 4bbf ad80 10e7a3f88462 1024x632Il paese sta vivendo una fase contrassegnata da una battaglia esistenziale con l’Occidente, e da una ridefinizione dei suoi obiettivi strategici e della sua identità politica e sociale

Più di due anni di conflitto in Ucraina non solo hanno rivoluzionato la politica estera russa, ma anche trasformato la società del paese forse irreversibilmente, al punto che la Russia ha oggi un’identità nuova e profondamente diversa rispetto ad alcuni anni fa.

Il ruolo internazionale del paese, la sua posizione nel mondo, gli obiettivi e la visione della sua classe dirigente – tutto è profondamente mutato.

Per la prima volta dal crollo del muro la Russia è realmente in guerra, non per risolvere qualche crisi ai margini della sua enorme massa territoriale, ma per combattere un conflitto esistenziale su un fronte lungo più di 1.000 chilometri, non molto lontano da Mosca, contro l’intero Occidente.

Gli Stati Uniti, infiltrandosi per anni in Ucraina, hanno trasformato quello che molti russi consideravano un paese fratello in un pericoloso nemico dal punto di vista di Mosca.

 

La breve parentesi della “pace fredda”

La crescente pressione e ostilità occidentale è riuscita a trasformare, nell’arco di poco più di due decenni, la leadership inizialmente forse più occidentalizzata ed europeista della Russia moderna – incluso lo stesso presidente Vladimir Putin – in una dirigenza fermamente determinata a contrastare le politiche americane ed europee nel continente.

Print Friendly, PDF & Email

italiaeilmondo

Gli eserciti fantasma della NATO

E il fantasma di Carl von Clausewitz

di Aurelien

carro armato gonfiabile della seconda guerra mondiale 1020x680Mentre le operazioni militari della crisi ucraina entrano nella sua lunga fase finale, con l’esito di massima ormai inequivocabile per tutti coloro che hanno occhi per vedere, ci si augura che gli opinionisti, a prescindere dalle loro opinioni personali di quale squadra di calcio vorrebbero la vittoria, accettino comunque la realtà e inizino a parlare dell’Europa e del mondo dopo una vittoria russa. Tuttavia, è tale la morsa del pensiero convenzionale e la paura di abbandonare le credenze sacre sul mondo, che questo non sta accadendo. Anzi, da tutti i punti della bussola ideologica si sente parlare di un nuovo minaccioso stadio nell’evoluzione della crisi, quello dell’intervento della NATO o, come suppongo si debba scrivere, dell’INTERVENTO DELLA NATO. Per alcuni, l’unico modo per “sconfiggere” la Russia e “fermare Putin” è che la NATO “venga coinvolta”, mentre per altri tale intervento è un disperato espediente dell’imperialismo statunitense che provocherà semplicemente la Terza Guerra Mondiale e la fine del mondo.

Se avete letto alcuni dei miei saggi passati, vi renderete conto che entrambi questi argomenti sono completamente falsi. Ma nonostante io, e altri scrittori molto più eminenti e letti, lo diciamo da tempo, sembra che siano quasi inosservati. Perciò questo è un saggio che pensavo non avrei mai dovuto scrivere, ma che ora mi sembra necessario. Si addentra in dettagli che potremmo definire strazianti, ma in questo genere di argomenti il diavolo si nasconde nei dettagli, o addirittura nei particolari dei dettagli. Detto questo, ci sono molti altri livelli che non vengono trattati, sui quali possono commentare persone molto più esperte di me in campo militare, ma si limita al quadro generale. Quindi….

Mentre pensavo a come affrontare questo saggio, mi sono imbattuto nel fantasma del grande pensatore militare prussiano Carl von Clausewitz che, un po’ contro le mie aspettative, ha prontamente accettato di fornire alcune riflessioni iniziali.

Print Friendly, PDF & Email

analisidifesa

Dal gas ai fondi russi congelati, la UE continua a farsi del male

di Gianandrea Gaiani

20170920 1505904021 178266.jpgDal gas ai fondi russi congelati l’Europa continua a farsi del male. Italia, Austria, Slovacchia e Ungheria sono i quattro partner che attualmente ricevono gas russo attraverso l’Ucraina e “dovranno trovare delle alternative” entro la fine dell’anno, come ha confermato oggi il portavoce della Commissione europea, Tim McPhie.

L’Unione Europea ha deciso infatti di non prolungare l’accordo trilaterale sul transito del gas con la Russia attraverso l’Ucraina, che scadrà alla fine di quest’anno, nell’ottica di continuare a ridurre ancora la dipendenza dal gas russo. “Nel 2021 abbiamo ricevuto il 45% delle nostre importazioni di gas dalla Russia, nel 2022 il 24%, nel 2023 il 15%”, ha precisato McPhie (nella foto sotto).

La riduzione della dipendenza energetica dalla Russia è diventata una delle principali priorità dell’Unione Europea dopo l’inizio dell’operazione militare speciale di Mosca in Ucraina nel febbraio 2022, quando Bruxelles ha deciso di eliminare gradualmente, entro il 2028, le importazioni energetiche dalla Russia.

Come ricordiamo tutti, la decisione ha portato a un forte aumento dei prezzi del gas e per contenerlo la Commissione ha presentato diverse misure, tra cui acquisti congiunti, tetti di prezzo e maggiori sforzi di conservazione dell’energia.

Come riporta quotidianamente Gazprom, il gas russo viene pompato in Europa dai gasdotti ucraini al ritmo costante di 42/43 milioni di metri cubi al giorno. In termini politici non si può non notare quali siano i partner Ue colpiti dalla decisione della Commissione UE presso la quale, evidentemente, Bratislava, Budapest, Vienna e Roma o sono consenzienti o non hanno voce in capitolo dal momento che la Commissione sembra averne ignorato gli interessi.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

La Georgia in bilico

di Giacomo Gabellini

720x410c50mokyvjche.jpgNella seconda metà degli anni ’90, l’allora presidente georgiano Edvard Ševardnadze attuò una politica di apertura alle agenzie straniere destinata a condizionare profondamente gli orientamenti politici ed economici del Paese. Al punto che, nell’arco di un trentennio scarso, la Georgia – popolata da poco più di tre milioni di abitanti – è arrivata ad annoverare oltre 25.000 Organizzazioni Non Governative (Ong) in il cui bilancio dipende pressoché integralmente dai finanziamenti erogati dai grandi donatori occidentali sia pubblici che privati. I quali, oltre ai fondi, garantiscono accesso alle ambasciate e più in generale agli uffici di rappresentanza statunitensi ed europei, assicurando alle Ong notevole una influenza politica decisiva ma svincolata da qualsiasi responsabilità nei confronti dei cittadini.

A partire dal 2003, sulla scia della cosiddetta Rivoluzione delle Rose guidata da Mikheil Saakašvili, avvocato e ministro della Giustizia sotto Ševardnadze formatosi presso la Columbia University e la George Washington University, decine di professionisti alle dipendenze delle principali Ong cominciarono ad assumere rapidamente il controllo del governo e della macchina statale, colonizzando segmenti cruciali del comparto pubblico quali sanità, istruzione e giustizia e definendo gli indirizzi in materia di sviluppo del settore privato. Di conseguenza, la Georgia è andata trasformandosi in una sorta di laboratorio deputato alla sperimentazione dei progetti di riforma concepiti all’estero, finanziati da fondi stranieri e appaltati alle Ong locali. Come evidenziano le specialiste Almut Rochowanski e Sopo Japaridze, «la situazione è in pratica più o meno questa: un’importante agenzia di aiuti allo sviluppo o un finanziatore internazionale, ad esempio l’Usaid, la Commissione Europea o la Banca Mondiale, ha ideato un nuovo modello per la riforma dell’istruzione, che ora prevede di implementare non solo in Georgia, ma in genere in tutta una serie di Paesi.

Print Friendly, PDF & Email

giubberosse

Bollire l'orso

di Enrico Tomaselli

photo 2024 04 05 10 46 23.jpgMentre nel corso dei primi due anni della guerra ucraina, il palmares del bellicismo era quasi equamente diviso tra USA e UK, in tempi più recenti questo è stato rivendicato da Macron. Le ragioni sono svariate, e spaziano dalla grande difficoltà in cui si trova oggi la Francia all’illusione di poter profittare della crisi tedesca per assumere la leadership europea, al nanismo politico del suo presidente. Ma la ragione di fondo è che le leadership europee, quasi unanimemente, si sono sostanzialmente rassegnate a eseguire il compito lasciato dagli Stati Uniti: assumersi l’onere del conflitto a est, sostenendo Kiev anche oltre l’ultimo ucraino, se necessario.

Anche qui, le ragioni per cui gli europei si sono convinti di non potersi sottrarre a tale incarico sono molteplici, e ne ho scritto altre volte. Quel che conta comprendere è come pensano di farlo, quando pensano di farlo, e ovviamente se davvero pensano di poterlo fare.

A giudicare da come si stanno intensificando le dichiarazioni interventiste, sembrerebbe che la scadenza non è poi così lontana; probabilmente, nelle segreterie europee si immagina di avviare una fase operativa quantomeno dopo le elezioni americane – anche per avere un quadro più chiaro in merito agli orientamenti della Casa Bianca, e alle sue tempistiche di sganciamento. Al tempo stesso, l’evoluzione sul campo di battaglia non sembra molto compatibile con queste ottimistiche previsioni: l’arrivo della bella stagione ha già rilanciato l’iniziativa russa lungo tutta la linea del fronte, e le carenze strutturali dell’esercito ucraino stanno venendo al pettine. Gli avvenimenti, quindi, potrebbero subire un’accelerazione.

Print Friendly, PDF & Email

intelligence for the people

Gaza: una catastrofe che può tradursi nella nemesi di USA e Israele

di Roberto Iannuzzi

L’ipotesi di un protettorato neocoloniale prende contraddittoriamente forma, ma il vuoto scavato da Washington e Tel Aviv nella regione rischia di trasformarlo in un disastroso fallimento

3a71b783 26d9 4296 a6b9 81ed0d6d4b51 2048x1365L’inizio dell’offensiva israeliana a Rafah apre una nuova tragica pagina nel catastrofico conflitto di Gaza che si protrae ormai da più di 7 mesi. L’offensiva accelera nuovamente uno sterminio che molti hanno definito un genocidio in atto.

Intanto, i rinnovati dissidi fra l’amministrazione Biden e il governo Netanyahu, finora non tali da provocare una vera rottura ma comunque sintomo di un malessere fra i due alleati, sono indicativi del vicolo cieco strategico in cui sia Washington che Tel Aviv stanno sprofondando.

Un possibile futuro assetto di Gaza sta faticosamente emergendo, non per effetto di una pianificazione concertata da parte della Casa Bianca e dei vertici israeliani, ma del caotico e sanguinoso evolversi degli eventi.

Tale evoluzione vede i due alleati sempre più legati a doppio filo nella gestione di una crisi che li pone in crescente difficoltà, progressivamente isolati a livello regionale e internazionale al di fuori dell’Occidente.

I paesi arabi, per ora, sembrano restii a pagare il conto della ricostruzione, e ancor meno a prendere parte all’amministrazione di un’enclave nella quale Hamas è tutt’altro che debellato e Israele continuerà a intervenire militarmente ancora per lungo tempo. Ma questa posizione potrebbe cambiare in futuro.

Il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant ha recentemente dichiarato in una conferenza stampa di essere in disaccordo con la prospettiva di istituire un governo militare israeliano a Gaza, sebbene le premesse per un simile scenario siano state poste.

 

L’infrastruttura della nuova occupazione

Print Friendly, PDF & Email

sollevazione2

Il momento decisivo

di Leonardo Mazzei

IMG 20240305 WA0003.jpgDomande (e tentativi di risposta) sugli sviluppi della guerra

Quali saranno gli sviluppi della guerra? Quali in Ucraina, quali in Medio Oriente? Queste ci paiono le domande fondamentali dell’oggi.

Mentre le mortifere società occidentali sonnecchiano, nubi di tempesta s’addensano all’orizzonte. Gli ottimisti pensano che tutto finirà con un temporale, i pessimisti con il diluvio universale. I primi giustificano la loro inerzia con il mantra del “non può succedere”, i secondi con l’argomento dell’impotenza. Entrambi hanno torto, dato che la prospettiva di una Terza Guerra Mondiale pienamente dispiegata è lì a un passo, ma non è ancora inevitabile certezza.

Il torto degli ottimisti risiede nell’errore di una semplicistica equazione: poiché una guerra mondiale porterebbe all’uso illimitato dell’atomica, dunque al reciproco annientamento, nessuno sarà così folle da innescare la propria autodistruzione. Si tratta della riproposizione della teoria della mutua distruzione assicurata (Mutual Assured Destruction, da cui l’acronimo inglese MAD, cioè “pazzo”), in voga durante la Guerra Fredda.

Il torto dei pessimisti è invece quello di non vedere gli elementi di contraddizione presenti nel blocco della guerra, quello che al Cremlino chiamano “Occidente collettivo”. Questo blocco, che ha avviato il conflitto con l’espansione a est della Nato, ha un centro (gli Usa), una potente e ramificata struttura militare (l’Alleanza atlantica, appunto) nonché una fondamentale costola politica nel Vecchio continente (l’Ue). Ma proprio questa sua ampia articolazione conduce a diverse problematicità, alcune delle quali verranno presto al pettine. Ed è su queste che chi si oppone alla guerra dovrà lavorare.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

L’Europa morirà americana?*

di Raffaele Sciortino

Ue e Usa.jpgQual è oggi lo stato dei rapporti transatlantici nel quadro del conflitto ucraino e sullo sfondo del montante scontro Usa/Cina? Non è facile anche solo delinearne contorni e possibili evoluzioni sia per la complessità dei fattori in gioco sia a maggior ragione perché uno dei due poli della relazione non rappresenta un soggetto unitario. Qualunque cosa possa rappresentare oggi l’Europa sul piano politico e simbolico, l’Unione Europea (UE) non è uno Stato, non può dunque surrogare la semi-sovranità politica e militare - a far data dalla II Guerra Mondiale - della Germania, suo pilastro economico. Piuttosto, essa si configura come un terreno di scontro transatlantico e intra-europeo se non, sul medio-lungo periodo, come una delle poste in palio nella più generale crisi dell’ordine internazionale apertasi con il tonfo finanziario del 2008.

Comunque sia, nell’affrontare questo intricato nodo vanno tenuti presenti due elementi, che qui non è possibile approfondire. Gli Stati Uniti sono riusciti finora a evitare una recessione economica, dopo lo scontato rimbalzo post covid, grazie sia a forti sovvenzionamenti pubblici alle imprese (Bidenomics) sia alle esportazioni energetiche verso i paesi europei (uno dei dividendi della guerra in Ucraina). È assai dubbio se in prospettiva questa politica industriale possa portare ad una effettiva reindustrializzazione degli States e al ritorno di un compromesso sociale accettabile (la cui disgregazione è la vera causa del trumpismo). È plausibile, invece, che incrociandosi con la guerra economico-tecnologica alla Cina essa prefiguri un nuovo tipo di “economia di guerra”.1 In secondo luogo, e di conseguenza, il conflitto con Mosca non potrà che avere un effetto trascinamento sulla UE essendo plausibile che un’”Europa senza Russia porta a un’Europa senza Cina”.2

Print Friendly, PDF & Email

comedonchisciotte.org

“Gaza è il laboratorio dove il capitale globale sta sperimentando la gestione delle popolazioni in eccesso”

di Ghassan Abu-Sittah

Il discorso integrale del chirurgo britannico-palestinese dopo la sua schiacciante vittoria come Rettore dell'Università di Glasgow

41 2024 638504420014838690 483.jpgPubblichiamo questo contributo non per i suoi riferimenti all’economia green e alla parità di genere, o per l’attenzione alle minoranze della società multiculturale: sembra che senza far minimo riferimento a questi concetti non si possa essere presi sul serio, soprattutto in ambienti scolastici e universitari.

Eppure dagli Stati Uniti all’Inghilterra fino in Europa, sta dilagando la protesta studentesca scolastica e universitaria, come sempre, a rischio strumentalizzazione o forse più.

Tuttavia, il discorso che state per leggere del nuovo Rettore dell’ateneo di Glasgow – quindi un discorso istituzionale – contiene elementi molto interessanti e fattuali contro le politiche genocide di Israele che sarebbero prese a modello in tanti angoli del mondo da altri governi.

Non solo Gaza, quindi: anche in questo Occidente pronto a tutto?

Sono davvero pronti a tutto: contro i popoli e quindi anche contro di noi, che un giorno potremmo diventare “socialmente indesiderati”, se non lo siamo ancora.

Non è neppure una questione, come afferma l’autore – Ghassan Abu-Sittah – di lottare “contro il nemico comune di un fascismo di destra in ascesa”.

Semmai di lottare contro il sionismo di ogni colore politico, contro il globalismo in ogni sua variante o camuffamento.

Il laboratorio – Gaza va avanti da secoli in ogni dove, ma non solo nel cosiddetto terzo mondo, come invece fa intendere Abu-Sittah. Lo dimostra ciò che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle durante l’emergenza Covid.

Buona lettura.

Print Friendly, PDF & Email

intelligence for the people

Perdita di potere e deriva autoritaria dell’Occidente

di Roberto Iannuzzi

Dal rinnovato militarismo alla repressione delle proteste universitarie, ultimo presidio di democrazia, le élite occidentali si mostrano incapaci di leggere la mutata realtà globale

3c01c500 8183 443e 88db df940e6e8738 4096x2731Con una spesa militare globale che continua a crescere, avendo toccato lo scorso anno la cifra record di 2,443 trilioni di dollari, la parte del leone continuano a farla i paesi occidentali e i loro alleati (dove risiede un sesto della popolazione mondiale), i quali contribuiscono a circa due terzi di essa.

Ciò non sembra rassicurare i nostri leader su nessuna delle due sponde dell’Atlantico, malgrado il pacchetto da 95 miliardi di dollari recentemente approvato dal Congresso USA per sostenere militarmente Ucraina, Israele e Taiwan.

 

Difendere l’egemonia occidentale

Da oltreoceano continuano a giungere appelli, debitamente rilanciati dai politici del vecchio continente, affinché l’Europa si riarmi per impedire una sempre più probabile vittoria russa in Ucraina, che potrebbe preludere nientemeno che a un attacco di Mosca alla NATO.

Ultimo a lanciare l’allarme, in ordine di tempo, è stato l’ex premier britannico Boris Johnson, il quale ha affermato che, se Kiev verrà sconfitta dai russi, “sarà una totale umiliazione” per i paesi occidentali, e anche “un punto di svolta nella storia, il momento in cui l’Occidente perderà definitivamente la sua egemonia”.

I timori di Johnson non sono nulla di nuovo. I leader occidentali sono terrorizzati all’idea di perdere la supremazia mondiale.

Print Friendly, PDF & Email

analisidifesa

Provaci ancora, Emmanuel

di Gianandrea Gaiani

AP24074574952675.jpgMacron ci riprova e torna a parlare di inviare truppe francesi e di altre nazioni aderenti NATO in Ucraina ma più lo ripete meno risulta credibile.

La prima volta le affermazioni del presidente francese scatenarono un vivace dibattito in Europa ed ebbero il merito di evidenziare come gli alleati dell’Ucraina fossero disposti al massimo a un “armiamoci e partite” o, se preferite, a combattere i russi fino all’ultimo ucraino.

Tutte le nazioni dell’alleanza precisarono che non avrebbero inviato proprie truppe a combattere nelle trincee del Donbass con l’esclusione di Polonia e repubbliche baltiche che non esclusero un futuro coinvolgimento diretto nel conflitto. Circolarono voci di un reggimento dell’Armèe de Terre pronto a partire e qualche indiscrezione riferì di truppe francesi nell’area di Odessa: nulla di confermato se non la presenza al fronte di qualche migliaio di combattenti stranieri, per lo più provenienti da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Georgia, ma inquadrati nella Legione Internazionale che combatte al fianco di Kiev e che alcune fonti russe stimano avere oggi la consistenza di circa 3.100 uomini.

La russa Foundation to Battle Injustice (non proprio una fonte neutrale) stima che vi sia un numero elevato di soldati e ufficiali delle nazioni aderenti alla NATO in Ucraina: ben 6.800, di cui 2.500 americani, 1.900 canadesi, 1.100 britannici e circa 700 francesi che avrebbero compiti di consulenza, addestramento, incarichi nei comandi ucraini e forse anche operativi.

La stessa fonte inoltre ritiene siano circa 13.000 i “mercenari” stranieri che eseguono anche ordini diretti provenienti da strutture di comando NATO.

Print Friendly, PDF & Email

italiaeilmondo

Ucraina: Un’ulteriore guida per i perplessi

Non lo sapevano. Ma ora lo sanno

di Aurelien

ukrainewar copia2 700x469.jpgLa scorsa settimana abbiamo analizzato cosa potrebbe accadere in Ucraina. Un armistizio, ovvero un accordo su come e quando terminare i combattimenti, dovrà essere negoziato a breve, anche se non sarà semplice da realizzare e potrebbe facilmente fallire. Tuttavia, supponendo che entro la metà del 2025 (o qualsiasi altra data vogliate proporre se ritenete che sia troppo presto) ci sia un armistizio e che i combattimenti siano finiti, cosa succederà? Questo è l’argomento del saggio di oggi.

Le questioni principali sono due. La prima riguarda le circostanze dell’armistizio stesso e il rapporto tra la situazione militare e le decisioni politiche che dovranno essere prese. Comincia a delinearsi la situazione che avevo previsto da tempo: gli ucraini si stanno ritirando da un certo numero di posizioni chiaramente indifendibili e alcune unità sembrano aver ceduto e si sono ritirate senza ordini. Con la crescente carenza di manodopera, equipaggiamento e munizioni, e dato che non si può combattere solo con i soldi, è probabile che entrambi questi processi continuino. Tuttavia, non c’è nulla di deterministico o matematico nella decisione di arrendersi, ed è per questo che è effettivamente impossibile prevedere anche solo una data approssimativa. La storia, che per quanto imperfetta è l’unica guida che abbiamo, suggerisce che ciò che determinerà la data sarà la perdita di speranza e di unità tra l’élite al potere, e questo potrebbe avvenire tra un mese o tra un anno.

Supponiamo quindi, per amor di discussione, che a un certo punto i russi abbiano il pieno controllo della regione del Donbas e che l’UAF si sia ritirata da Kharkov e Odessa. I russi hanno interrotto le operazioni offensive di terra, a eccezione di un’occupazione simbolica di Odessa per prendere il controllo del porto, ma continuano ad attaccare le aree posteriori dell’Ucraina e le infrastrutture del Paese. Ok, e allora? E chi decide?

Print Friendly, PDF & Email

perunsocialismodelXXI

Perché l'America fatica a mantenere il dominio globale

Appunti su un numero della rivista Limes

di Carlo Formenti

aukus.jpegPremessa

Il numero 3 (marzo 2024) di “Limes”, la prestigiosa rivista italiana di geopolitica, dovrebbe essere una lettura obbligata per gli intellettuali e i militanti marxisti che vogliano comprendere a fondo quali sfide orientano le attuali scelte di politica internazionale degli Stati Uniti. A incuriosirmi al punto da acquistare il corposo fascicolo (compro “Limes” solo saltuariamente) sono stati, più del titolo “Mal d’America”, i tre sottotitoli; “Il peso dell’impero mina la repubblica”, “Il Numero Uno non si piace più”, “Come perdere fingendo di vincere”. Li ho trovati stuzzicanti, anche se ad alcuni potrebbero sembrare un modo criptico e allusivo di evocare le contraddizioni che riducono le speranze di chi auspica che il XXI possa essere un nuovo secolo americano. Inoltre mi rendo conto del fatto che possano suonare depistanti alle orecchie d’una cultura comunista ancorata all’analisi “classica” (variamente aggiornata) dell’ imperialismo, appiattita sui meccanismi economici tardo capitalisti e poco propensa a valutare il peso dei fattori “sovrastrutturali”. Motivo per cui si perde la possibilità di capire le motivazioni del nemico che, da un lato, vengono ridotte a un chiacchiericcio ideologico che serve a mascherarne i suoi “veri” obiettivi, dall’altro, vengono depurate dalle tensioni e dalle contraddizioni che le attraversano, neutralizzandone la complessità.

Un’attenta lettura di queste trecento pagine consente a mio avviso di evitare la duplice trappola appena descritta. In primo luogo perché è lo stesso statuto della geopolitica a favorire un approccio “realistico” ai problemi, sfrondandoli (in parte) degli (inevitabili) pregiudizi valoriali.

Print Friendly, PDF & Email

analisidifesa

Foreign Affairs è “putiniana” e i russi continuano a bombardarsi da soli

di Gianandrea Gaiani

thumbs b c ca5a75efd7d6cd2399e18d8fbad45bd7Nei giorni scorsi ha fatto scalpore, ma forse in Italia non abbastanza, l’articolo di Foreign Affairs in cui Samuel Charap e Sergey Radchenko hanno ricordato i punti salienti della trattativa tra Russia e Ucraina che grazie alla mediazione turca erano giunte a fine marzo del 2022 a un accordo per interrompere le ostilità dopo poco più di un mese di guerra.

Come ricorda Roberto Vivaldelli su InsideOver, il magazine americano ha dedicato, con tanto di documenti e testimonianze inedite, un lungo articolo ai negoziati. “Alcuni osservatori e funzionari (tra cui, soprattutto, il presidente russo Vladimir Putin) hanno affermato che sul tavolo c’era un accordo che avrebbe posto fine alla guerra, ma che gli ucraini se ne sono allontanati a causa di una combinazione di pressioni da parte dei loro protettori occidentali e delle supposizioni di Kiev sulla debolezza militare russa” nota Foreign Affairs ammettendo che “i partner occidentali di Kiev erano riluttanti a lasciarsi coinvolgere in un negoziato con la Russia”, in particolare “in un negoziato che avrebbe creato nuovi impegni per garantire la sicurezza dell’Ucraina”.

La bozza di accordo visionato da Foreign Affairs prevedeva un’Ucraina “neutrale e priva di armi nucleari”, che avrebbe rinunciato a “qualsiasi intenzione di aderire ad alleanze militari o di permettere la presenza di basi militari o truppe straniere sul proprio territorio”.

I possibili garanti della sicurezza ucraina sarebbero stati i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (inclusa quindi la Russia) insieme a Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

La propaganda del "diritto di autodifesa di Israele" è il miglior alleato della guerra

di Luca Busca

720jniouvhPremessa

Il fervido dibattito in merito alla questione palestinese vede una sempre maggiore fetta di popolazione indignarsi nei confronti di quello che a tutti gli effetti ha assunto le caratteristiche di un genocidio. Nonostante un intenso battage mediatico chiamato a promuovere il sostegno a Israele, quasi tutti hanno ormai capito che continuando così la guerra non finirà mai e la questione palestinese rimarrà sempre aperta. Diverso il discorso quando al dibattito partecipano anche soggetti appartenenti alla comunità ebraica. La maggior parte, almeno di quelli che conosco io, è su posizioni antitetiche a quelle di Netanyahu e spesso di area pacifista.

Malgrado ciò sono pochissimi coloro che si dissociano dal genocidio in atto. Questa strana posizione oscillante tra la voglia di pace e lo sterminio è riassumibile nel motto strombazzato da tutti i media occidentali: “il diritto all’autodifesa di Israele”. Personalmente non mi sorprende il contenuto di questa opinione, né le traballanti motivazioni a suo sostegno, perché trovo perfettamente normale che un gruppo fortemente identitario, come è la comunità ebraica, si compatti intorno a un’idea anche se non completamente condivisa.

Ogni opinione poi è degna di rispetto per chi, come me, non crede nel sistema delle competenze e della delega a terzi del sapere e del pensiero critico, né crede in alcun dogma di carattere religioso o scientifico. In sostanza per chi, invece di credere, pensa è facile convincersi che lo facciano anche gli altri. In questo caso mi sorprende, però, la scarsa coscienza in merito a due fattori che caratterizzano l’espressione di qualsiasi opinione inclusa quella del “diritto all’autodifesa di Israele”.