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Il vertice Nato di Washington e il crepuscolo dell’impero atlantico
di Alberto Bradanini

Alla lettura del comunicato finale del vertice Nato, tenutosi a Washington il 10 luglio 2024 (celebrativo, si fa per dire, del suo 75.esimo compleanno), si verrebbe sopraffatti da una profonda tenerezza se tale rito funesto non confermasse l’angoscia delle persone dotate di senno davanti al rischio di un olocausto che porrebbe fine al genere umano.
Coloro che siedono su tali prestigiosi scranni non amano guardare in volto la realtà sebbene essa sia luminosa come il sole a mezzogiorno, preferendo la pratica sistematica della Menzogna, nel caso di specie somministrata con la redazione di documenti così grotteschi e mistificatori che la metà basta a stordirci per l’eternità.
Per dar senso compiuto all’esistenza, gli antichi saggi invitavano a guardare in volto la realtà poiché nei limiti nell’umana esperienza essa deve assumersi quale sinonimo di verità. A quest’ultima occorre piegarsi anche quando fa male e non si vorrebbe vederla, quando smentisce illusioni o false certezze o quando le conseguenze della sua presa d’atto richiederebbero di cambiar mestiere. Di tutta evidenza, però, la saggezza non è moneta corrente presso le nostre modeste classi dirigenti.
Pochi ahimè sembrano sorprendersi che il Potere (dal quale, come affermava Platone, provengono gli uomini peggiori!) ignori impunemente i popoli la cui volontà e sentimenti affermano di rispecchiare. Del resto, è legittimo il sospetto che il degrado intellettivo di cui soffre l’attuale inquilino della Casa Bianca si sia esteso ai suoi colleghi dell’Alleanza Atlantica, magari in forme mediche diversamente rilevabili e con qualche eccezione, che non fa tuttavia la differenza.
Tornando all’indigeribile documento, composto da 5.362 parole e 36.615 battute, esso proietta uno sguardo minaccioso su quella parte del pianeta che non intende piegarsi alle violenze e prevaricazioni dell’impero bellicista, ormai per di più, privo di egemonia.
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Ucraina nella NATO? Di irreversibile c’è solo la morte
di Gianandrea Gaiani
Il bilancio del summit NATO di Washington per i 75 anni dell’Alleanza Atlantica sembra confermare la tendenza dell’Occidente a cercare il confronto militare con la Russia e quella degli Stati Uniti e dei loro vassalli a lasciare un’Europa sempre più debole sul piano politico, militare, sociale ed economico.
La prima tendenze sembra destinata a restare immutata almeno fino alle elezioni di novembre negli Stati Uniti mentre la tendenza a mantenere l’Europa debole verrà mantenuta e rafforzata anche dalla futura amministrazione statunitense perché rientra negli interessi di Washington indipendentemente dal fatto che alla Casa Bianca sieda un democratico o un repubblicano.
Tra i protagonisti del summit di Washington vi sono stati Joe Biden (giudicato da alcuni irrimediabilmente da sostituire nella corsa alla Casa Bianca e da altri “molto lucido” nonostante qualche gaffe) e il segretario generale della NATO, Lens Stoltenberg, che presto cederà lo scranno all’olandese Mark Rutte, un altro fedelissimo scudiero degli interessi di statunitensi.
Dopo aver annunciato che l’adesione dell’Ucraina alla NATO è questione “di quando, non di se”, Stoltenberg ha definito l’accesso di Kiev all’alleanza come “irreversibile”. Questione ribadita in modo perentorio dal premier estone Kaja Kallas, sempre in prima linea sul fronte anti-russo e candidata a ricoprire il ruolo di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea.
Utile ricordare che tra le sue tante dichiarazioni bellicose brilla per lucidità strategica l’auspicio di una Russia sconfitta e divisa in 16 repubbliche in lotta tra loro: scenario così destabilizzante da minacciare la sicurezza mondiale anche solo perché rischierebbe di portare alla perdita del controllo su oltre 6.500 testate nucleari.
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La NATO è in guerra
di Gaetano Colonna
L’attenzione dei media al vertice NATO di Washington si è focalizzata soprattutto sugli aspetti più folcloristici, a partire dalla questione, a quanto pare essenziale, del livello di rimbambimento raggiunto da un qualche capo di Stato occidentale: le gustose immagini in merito ci hanno fatto dimenticare ciò che questo storico vertice ha in realtà prodotto.
Poiché invece clarissa.it, che quest’anno celebra i suoi oltre venti anni di silenziosa ma tenace attività di informazione libera e oggettiva, è attenta alla sostanza dei fatti e non alla loro spettacolarizzazione, ci sembra utile offrire intanto ai nostri lettori, in allegato, la dichiarazione finale del vertice dell’Alleanza Atlantica.
Aggiungiamo poi qui di seguito qualche notazione, sperando di stimolare così il lettore a sorbirsi tutto il testo, piuttosto articolato e complesso, di questo storico documento.
Quali regole?
Se dovessimo darne una sintesi, potremmo dire senza alcuna remora che con questo comunicato la NATO di fatto dichiara di considerarsi in stato di guerra con la Russia: un fatto che dovrebbe far riflettere gli Italiani, che in questa alleanza sono compresi, senza però che si sia mai dato modo al popolo sovrano di esprimere le propria documentata opinione – dato che, per fare un esempio, sono a tutt’oggi ancora gelosamente secretati i nostri invii di armamenti all’Ucraina.
La belligeranza contro la Russia è l’applicazione che la NATO fa del proprio «impegno a sostenere un ordine internazionale basato su regole», l’oramai celebre formula assunta dal mondo occidentale come parola d’ordine per la conservazione del proprio sistema egemonico.
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Il piano USA per "espandere la guerra oltre l'Ucraina"
La concentrazione di forze NATO in Finlandia crea un esercito ostile alle porte della Russia
di Mike Whitney per Global Research
L’amministrazione Biden ha deciso di estendere la guerra oltre l’Ucraina portando truppe da combattimento e armi letali in 15 basi militari in Finlandia. Non si sa ancora se il dspiegamento includerà missili balistici dotati di armi nucleari, ma la minaccia alla sicurezza della Russia è comunque seria. Si può immaginare cosa farebbe Washington se Mosca scegliesse di costruire 15 basi militari completamente equipaggiate e operative al confine tra Stati Uniti e Messico. Gli Stati Uniti eliminerebbero rapidamente la minaccia con la forza delle armi. Nessuno ne dubita. La domanda è se Putin seguirà la stessa linea d’azione degli Stati Uniti o se tergiverserà finché la minaccia non diventerà troppo evidente da ignorare. Questo pezzo è tratto da un articolo del The Defense Post:
Lunedì il Parlamento finlandese ha approvato all’unanimità un patto di difesa con gli Stati Uniti, che consentirà una maggiore presenza militare statunitense e lo stoccaggio di materiali da difesa in Finlandia…. L’accordo, mirato a rafforzare le capacità di sicurezza e difesa della Finlandia, arriva dopo l’adesione del paese nordico alla NATO nell’aprile 2023 …I rapporti della Finlandia con la vicina Russia, con cui condivide un confine lungo 1.340 chilometri (830 miglia), sono diventati sempre più tesi dopo l’adesione della Finlandia all’alleanza l’anno scorso. L’accordo dà agli Stati Uniti accesso a 15 basi militari in Finlandia e consente la presenza e l’addestramento delle forze statunitensi e il preposizionamento di materiale da difesa nel territorio finlandese. Rafforza inoltre la cooperazione tra i due paesi in situazioni di crisi.
La Russia afferma che risponderà alla Finlandia che concede agli Stati Uniti l’accesso alle basi [1], The Defense Post
La cosiddetta “presenza militare rafforzata degli Stati Uniti” di Washington in Finlandia non serve alcun interesse nazionale né fornisce alcun beneficio materiale al popolo americano.
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L'immolazione della Germania sull'altare dell'atlantismo
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 21 giugno, «Die Zeit» riportava con tono allarmato che, nel mese di maggio, «le esportazioni dalla Germania verso i Paesi al di fuori dell’Unione Europea sono calate drasticamente». I dati indicano una diminuzione su base annua del 6,4%, trainata in larga parte dal crollo verticale delle importazioni da parte della Cina (-14%). Secondo il settimanale tedesco, la contrazione del commercio tra Germania e Cina riflette in primo luogo l’avanzamento tecnologico conseguito dall’ex Celeste Impero, che allo stato attuale è nelle condizioni di fabbricare autonomamente beni che in passato venivano generalmente importati dalla Germania. Allo stesso tempo, un numero crescente di aziende tedesche stanno trasferendo gli impianti industriali direttamente in Cina, attratte dall’irriproducibile struttura demografica e dei costi che caratterizza il Paese e allontanate dalla madrepatria dagli alti costi energetici vigenti e dall’impatto negativo sugli utili ascrivibile alle direttive europee a tutela dell’ambiente – le quali rendono particolarmente antieconomico continuare a produrre sul suolo europeo.
«Die Zeit» non manca tuttavia di porre l’accento su una terza e parimenti cruciale motivazione alla base del crescente disinteresse cinese per il Made in Germany, consistente nell’incremento delle «tensioni legate alla disputa su Taiwan» contestuale a un allineamento generalizzato della Germania alle strategie politico-commerciali adottate dagli Stati Uniti. I quali, non a caso, si sono imposti come principali partner commerciali della Germania, soppiantando proprio la Cina che deteneva il primato fin dal 2015. Determinante, ai fini di questo avvicendamento, si sono rivelate le tensioni commerciali tra Repubblica Popolare Cinese e Unione Europea, accodatasi alla linea protezionista seguita dagli Stati Uniti a partire dall’era Obama e intensificata dapprima da Trump e successivamente da Biden.
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L’imminente crollo dell'impero americano
di Chris Hedges - declassifieduk.org
Il mondo come lo conosciamo è gestito da una classe esclusiva di gangsters americani che hanno a loro disposizione armi e denaro virtualmente illimitati
La percezione pubblica dell’Impero Americano, almeno per coloro che negli Stati Uniti non hanno mai visto l’impero dominare e sfruttare i “miserabili della terra”, è radicalmente diversa dalla realtà.
Queste illusioni artificiali, di cui Joseph Conrad aveva scritto in modo così preveggente, presuppongono che l’impero sia una forza per il bene. L’impero, ci viene detto, promuove la democrazia e la libertà. Diffonde i benefici della “civiltà occidentale”.
Si tratta di inganni ripetuti ad nauseam da media compiacenti e sciorinati da politici, accademici e potenti. Ma sono bugie, come sanno tutti coloro che hanno trascorso anni a fare reportage all’estero.
Matt Kennard nel suo libro The Racket – in cui racconta di Haiti, Bolivia, Turchia, Palestina, Egitto, Tunisia, Messico, Colombia e molti altri Paesi – squarcia il velo. Espone i meccanismi nascosti dell’impero. Ne descrive la brutalità, la mendacità, la crudeltà e le pericolose auto-illusioni.
Nell’ultima fase dell’impero, l’immagine venduta a un pubblico credulone inizia a incantare gli stessi mandarini dell’impero. Essi prendono decisioni basate non sulla realtà, ma sulle loro visioni distorte della realtà, colorate dalla loro stessa propaganda.
Matt lo definisce “il racket”. Accecati dall’arroganza e dal potere, arrivano a credere ai loro stessi inganni, spingendo l’impero verso il suicidio collettivo. Si ritirano in una fantasia in cui i fatti, duri e spiacevoli, non si intromettono più.
Sostituiscono la diplomazia, il pluralismo e la politica con minacce unilaterali e con lo strumento contundente della guerra. Diventano i ciechi architetti della loro stessa distruzione.
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Perché gli USA non aiutano a negoziare una fine pacifica della guerra in Ucraina?
di Jeffrey Sachs - Common Dreams
Per l'amor di Dio, negoziate!
Per la quinta volta dal 2008, la Russia ha proposto di negoziare con gli Stati Uniti su accordi di sicurezza, questa volta attraverso le proposte avanzate dal presidente Vladimir Putin il 14 giugno 2024. Le quattro volte precedenti, gli Stati Uniti hanno respinto l'offerta di negoziazione preferendo una strategia neoconservatrice volta a indebolire o smembrare la Russia attraverso la guerra e operazioni segrete. Le tattiche neocon degli Stati Uniti hanno fallito disastrosamente, devastando l'Ucraina e mettendo in pericolo il mondo intero. Dopo tutto questo bellicismo, è tempo che Biden avvii negoziati di pace con la Russia.
Dalla fine della Guerra Fredda, la grande strategia degli Stati Uniti è stata quella di indebolire la Russia. Già nel 1992, l'allora Segretario della Difesa Richard Cheney teorizzava che, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991, anche la Russia avrebbe dovuto essere smembrata. Zbigniew Brzezinski suggerì nel 1997 che la Russia dovesse essere divisa in tre entità confederate: la Russia europea, la Siberia e l'Estremo Oriente. Nel 1999, l'alleanza NATO guidata dagli Stati Uniti bombardò l'alleato della Russia, la Serbia, per 78 giorni, allo scopo di frammentarla e installare una grande base militare NATO nel Kosovo secessionista. I leader del complesso militare-industriale statunitense sostennero vigorosamente la guerra cecena contro la Russia nei primi anni 2000.
Per garantire questi progressi contro la Russia, Washington ha spinto aggressivamente per l'espansione della NATO, nonostante le promesse fatte a Mikhail Gorbaciov e Boris Yeltsin che la NATO non si sarebbe mossa nemmeno di un centimetro verso est dalla Germania.
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L’Occidente è un accidente
di Paolo Ferrero
Cosa sta succedendo? Questa domanda è sempre più diffusa perché l’insicurezza e il disorientamento hanno oramai raggiunto un livello impressionante: alla precarizzazione della vita che ci ha imposto per decenni il liberismo si è infatti aggiunta la possibilità concreta della guerra. L’insicurezza sociale, la precarietà, la distruzione del welfare, uniti alla vicenda della pandemia del Covid e oggi al clima di guerra determinano un vero e proprio spaesamento, uno diffuso stato di choc.
L’insicurezza si nutre anche di una forte di perdita di credibilità delle narrazioni pubbliche: com’è del tutto evidente buona parte della comunicazione non è finalizzata a informare i cittadini ma a manipolare l’opinione pubblica. Pensate solo a come viene rappresentato dai media il genocidio del popolo palestinese a Gaza. Nell’insicurezza matura la sfiducia ma anche la ricerca spasmodica di certezze a cui aggrapparsi come a un salvagente.
Nel difficile compito di evitare sia le bugie di regime che quelle complottiste, abbiamo realizzato questo numero di “Su la Testa”, cercando di capire cosa c’è dentro e dietro questa situazione nebulosa connotata dal clima di guerra. Lo facciamo puntando l’attenzione sull’Occidente. Non solo perché ci viviamo ma perché è l’Occidente che più di ogni altro aggregato mondiale sta puntando sulla guerra. Giova ricordare, per sottolineare un solo elemento, che l’Occidente ha l’unica alleanza militare a largo raggio oggi esistente al mondo – la NATO – e nel 2023 ha speso 1.341 miliardi di dollari, pari al 55% della spesa militare mondiale pur avendo meno del 23% della popolazione.
Attorno ai nodi della guerra e dell’Occidente ruota questo numero della rivista che confido vi aiuterà a inquadrare il problema e spero venga letto e discusso collettivamente: perché la rifondazione del comunismo e il rilancio dell’alternativa si fondano necessariamente su una corretta analisi di fase.
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Una cosiddetta “conferenza per la pace”, e il suo fallimento
di Gianmarco Pisa
A metà tra un’iniziativa politica di parte e un’operazione internazionale di offensiva mediatica, il vertice di Bürgenstock, un vero e proprio caso di “peacewashing”, si è concluso con un totale fallimento.
Si è conclusa con un clamoroso fallimento la cosiddetta “conferenza per la pace” in Ucraina, svolta presso il resort di Bürgenstock, in Svizzera, tra il 15 e il 16 giugno scorsi, e organizzata dalla Confederazione Elvetica, raccogliendo, in questo sforzo politico, la richiesta dell’Ucraina, che aveva avanzato una proposta contenente l’indicazione di un format di discussione decisamente “singolare”: una conferenza internazionale, sulle questioni della pace e del superamento della guerra nel Paese, sostanzialmente collegata alle iniziative del mondo occidentale e dei Paesi Nato nel supporto allo sforzo bellico del governo di Kiev, e che, sin dalla sua premessa, non prevedesse la partecipazione della “controparte”, vale a dire la Federazione russa. Come indica la piattaforma di questa iniziativa politica, pubblicata sul sito del Ministero degli Esteri della Confederazione, infatti, “il summit si baserà sulle discussioni che hanno avuto luogo negli ultimi mesi, in particolare sulla “formula di pace” ucraina e su altre proposte di pace basate sulla Carta delle Nazioni Unite. L’obiettivo del summit è quello di ispirare un futuro processo di pace. Per raggiungere questo obiettivo, il summit intende a) fornire una piattaforma per il dialogo sul percorso per raggiungere una pace globale, giusta e duratura per l’Ucraina basata sul diritto internazionale e sulla Carta delle Nazioni Unite; b) promuovere una comune intesa per un possibile quadro per raggiungere questo obiettivo; c) definire congiuntamente una tabella di marcia su come coinvolgere entrambe le parti in un futuro processo di pace”.
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La guerra inevitabile
di Enrico Tomaselli
A volte, non c’è davvero alcuna ragionevolezza, nelle scelte fatte dai leader. Ovviamente molto dipende dal contesto, e dal pensiero politico-ideologico cui fanno riferimento; un caso di scuola è quello di Adolf Hitler, che dagli anni del putsch di Monaco alla vigilia dell’Operazione Barbarossa mostrò sempre una grande lucidità politica e strategica, per poi finire via via preda di un vero e proprio delirio psicotico.
Qualcosa del genere sta purtroppo accadendo ancora una volta e, paradossalmente, stavolta il ruolo è ricoperto dal leader israeliano Netanyahu.
Quantomeno a partire dal 7 ottobre 2023, le sue capacità di leadership – da politico di lungo corso – si sono progressivamente affievolite, e appare sempre più governato dagli eventi, piuttosto che colui che li governa.
In questo continuo avvitamento, nel quale ovviamente trascina con sé un paese che – peraltro – al di là dei suoi errori, largamente si identifica col suo pensiero di fondo, ogni giorno viene fatto un passo in più verso una nuova guerra, forse più rapida di quella ucraina, ma di sicuro molto più feroce, e molto più destabilizzante.
In un certo senso, Israele sembra condannato alla coazione a ripetere.
Ovviamente, al di là della personalità di Netanyahu, c’è un problema di fondo, che va ben oltre lui e il suo governo, ed è l’ideologia sionista. Non è questa la sede per analizzarla, e sviscerarne le enormi contraddizioni che la caratterizzano, ma non si può non farne menzione poiché è su di essa che si fonda – letteralmente e in ogni senso – lo stato israeliano. Questo imprinting fondativo non può pertanto essere rimosso, e si riflette nelle scelte operate dalle varie leadership israeliane, dal ‘48 a oggi. Israele, semplicemente, non può cessare di essere ciò che è, non può diventare altro da sé.
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Il martello di Maslow
di Salvatore Minolfi
Qual è il bilancio dell'unipolarismo USA? Per il Watson Institute oltre novecentomila vittime, costi finanziari in trilioni e neanche l’apparenza di un ordine politico. A mancare non è stata la forza, ma la politica: una visione, un progetto
Con la guerra in Ucraina, il conflitto in Palestina e l’allerta su Taiwan, i tre più importanti tra i comandi strategici americani, attraverso i quali si dispiega operativamente il globalismo a stelle e strisce (Eucom, Centcom, Indopacom), risultano, per la prima volta, simultaneamente ingaggiati. Basterebbe questa osservazione a riconoscere il carattere generale e sistemico della crisi, la sua potenziale radicalità e la sua apparente refrattarietà a qualsiasi trattamento politico.
Introducendo un fascicolo di “Limes” interamente dedicato all’assenza di “fine” (il fine-la fine) delle guerre e delle crisi in cui sono coinvolti oggi gli Stati Uniti, direttamente o indirettamente, Lucio Caracciolo spaziava tra una spiegazione antropologica (la guerra, clausewitzianamente, non ha in se stessa un limite), una culturale (il limite è un elemento costitutivamente estraneo all’american way of life) e una di natura storico-politica (al declino dell’egemonia americana non si associa l’emergere di una tangibile alternativa). A questi spunti di analisi, sicuramente stimolanti, sarebbe utile associarne uno che indaghi più direttamente i caratteri distintivi dell’ordine americano ora in discussione. Da questa prospettiva si potrebbe valutare in che misura la moltiplicazione dei conflitti, il divorzio tra mezzi e fini, l’apparente eclissi della politica e, in ultimo, il ritorno dell’immagine di un nemico a tutto tondo, siano un portato della qualità stessa, della speciale conformazione che l’ordine americano ha assunto da più di un trentennio, con la sua agenda, le sue formule, la sua prassi, le sue istituzioni.
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Qualcosa di nuovo sul Fronte Occidentale
di Gianandrea Gaiani
Tre eventi internazionali in pochi giorni – Il G7 in Puglia, la Conferenza di pace in Svizzera e il summit dei ministri della Difesa della NATO a Bruxelles – hanno messo in luce la debolezza dell’Occidente, le sue crescenti quanto malcelate divisioni, la dissociazione dalla realtà di parte dei suoi leader ma anche qualche sprazzo di concreto realismo.
Un contesto di debolezza generalizzata, forse senza precedenti, di quasi tutti i leader delle potenze euro-atlantiche (in scadenza o dimissionari o in profonda crisi di consensi) che ha visto emergere l’Italia, padrona di casa del G7, per la stabilità del suo esecutivo, l’unico tra quelli delle grandi nazioni europee a essere uscito rafforzato dal voto dell‘8 e 9 giugno anche in virtù della posizione moderata e realistica assunta nelle ultime vicende che hanno riguardato il conflitto ucraino.
Instabilità crescente
Nonostante il tentativo di alcuni di presentare l’Italia “isolata” dagli alleati per il no secco all’impiego delle nostre armi fornite a Kiev contro obiettivi in territorio russo, a uscire isolati (dal proprio elettorato) sono stati proprio i governi più “bellicosi”. Pochi giorni dopo aver promesso di inviare in Ucraina aerei Mirage e truppe francesi Emmanuel Macron ha subito una sconfitta senza appello che lo ha costretto a indire nuove elezioni in Francia a fine giugno mentre il governo tedesco ha raggiunto l’apice della sua debolezza, con la SPD del cancelliere Olaf Scholz scavalcata persino da AfD.
Fuori dalla UE anche la crisi del governo conservatore britannico sembra pagare il prezzo del conflitto in Ucraina e delle sue conseguenze economiche e sociali: il premier Rishi Sunak ha indetto elezioni per il 4 luglio e sembra voler fare di tutto per farle vincere al Partito Laburista considerato che ha promesso, in caso di vittoria, il ripristino della leva militare obbligatoria.
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La Nuova via della seta e la narrazione sulla trappola del debito che la circonda
di Pompeo Della Posta
Pompeo Della Posta, dopo avere ricordato che la Nuova Via della Seta (NVS) trova origine in primo luogo nella necessità di collegare le aree occidentali della Cina con l’Europa attraverso l’Asia Centrale, illustra le ragioni per le quali ritiene infondata la narrazione della NVS secondo cui la Cina creerebbe trappole del debito per acquisire gli asset strutturali finanziati e mette in guardia dal bias che le tensioni geopolitiche fra Stati Uniti e Cina possono introdurre nella valutazione della NVS
La Nuova Via della Seta (NVS), lanciata nel 2013, vede la partecipazione di 154 dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite e ha comportato nei suoi primi 10 anni di vita investimenti complessivi per circa 1.000 miliardi di dollari.
Per comprendere le ragioni che hanno condotto alla sua creazione, dobbiamo considerare innanzitutto la politica del ‘Go West, avviata nel 2000 per favorire lo sviluppo delle province occidentali della Cina. Tale sviluppo è possibile solo collegando queste ultime alle regioni landlocked dell’Asia centrale, che separano la Cina dall’Europa. In questo modo, le regioni landlocked diventerebbero land linked.
Peraltro, il fabbisogno di infrastrutture per i Paesi meno sviluppati e in via di sviluppo è certificato dalle banche regionali dei continenti asiatico, africano e latino-americano. La Banca asiatica di sviluppo stima per gli anni 2016-2030 un fabbisogno di 260 miliardi di dollari per colmare il suo gap infrastrutturale, quella africana stima un fabbisogno infrastrutturale compreso tra 130 e 170 miliardi di dollari all’anno (e un gap di finanziamento di 67,6-107,5 miliardi di dollari all’anno) e la Banca interamericana di sviluppo stima un deficit infrastrutturale di 150 miliardi di dollari per anno.
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Scontro Russia-Occidente: scenari di escalation
di Roberto Iannuzzi
Una “exit strategy” dallo scacchiere ucraino sarebbe preferibile all’attuale conflitto potenzialmente in grado di sfociare in uno scontro nucleare. E poi c’è l’incognita mediorientale
Il mondo si sta avvicinando a un bivio molto pericoloso. L’Occidente continua a violare le cosiddette “linee rosse” del conflitto ucraino, che si era in parte autoimposto per scongiurare la possibilità di scivolare in uno scontro diretto con Mosca.
Kiev sta lentamente ma inesorabilmente perdendo la guerra, ed è proprio questa improvvisa presa di coscienza che sta spingendo i paesi occidentali a ignorare i limiti di sicurezza che in precedenza ritenevano di dover rispettare per impedire un allargamento del conflitto.
L’assunto occidentale di partenza era che una guerra Russia-NATO sarebbe rapidamente sfociata in un confronto nucleare. Di fronte all’ineluttabile declino delle capacità di difesa ucraine, i vertici militari e politici, in Europa e oltreoceano, sembrano aver smarrito questa consapevolezza.
Ucraina: le ragioni della sconfitta
Kiev manca di uomini e armi. La nuova campagna di mobilitazione sta registrando scarsi risultati. Gli ucraini non vogliono più combattere, e fanno di tutto per sottrarsi alla coscrizione.
I pochi che vengono arruolati spesso sono inadatti al servizio militare per ragioni di età o di salute, e vengono sommariamente addestrati prima di essere mandati al fronte, spesso semplicemente a morire.
Più in generale, l’Occidente ha perso la sfida della produzione bellica. Si prevede che le fabbriche russe sforneranno quest’anno circa 4,5 milioni di proiettili d’artiglieria, a fronte di una produzione complessiva di USA ed Europa pari a circa 1,3 milioni.
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Il limite di Limes, e il nostro
di Mimmo Porcaro
Recentemente Limes, una delle pochissime entità culturali italiane capaci di porsi all’altezza dei problemi attuali, ha formulato una chiara proposta di politica estera per il nostro paese, proposta che merita di essere discussa perché, pur proseguendo un ragionamento avviato da molto tempo, rappresenta un importante salto di qualità[1]. Mossa dall’esplicito, lodevole intento di far sì che l’Italia eviti di trasformarsi in mero oggetto delle dinamiche internazionali e ne divenga invece pienamente soggetto, la rivista da voce a interventi spesso assai condivisibili che ci parlano delle condizioni di questo auspicato protagonismo: ridiscussione dell’euro, reindustrializzazione della penisola, rafforzamento dell’unità contro la frammentazione regionalistica, politiche demografiche centrate sul lavoro femminile e giovanile, mutamenti decisivi nella politica scolastica, nella gestione dell’immigrazione, ecc… Ma il clou della proposta riguarda, come detto, la collocazione del paese nello scontro geopolitico in atto.
Relazioni pericolose
E sul punto non si poteva essere più chiari: nell’editoriale del fascicolo dedicato a Una certa idea di Italia, si invoca infatti “un accordo bilaterale speciale con gli Stati Uniti, […r]icostituente della nostra pressoché nulla deterrenza, onde anticipare guerre da cui saremmo sopraffatti”[2]. E nel corpo del fascicolo si precisa che, posto che il problema principale degli Stati Uniti è la Cina e che Washington non può più (se mai ha veramente potuto) controllare tutte le aree critiche del globo, posto inoltre che di difesa comune europea è persino ozioso parlare, per non restare sguarnita l’Italia deve operare una vera rivoluzione copernicana e decidersi una buona volta a sparare, ossia a svolgere in prima persona, in stretta connessione con gli Stati Uniti e anche grazie a una integrazione crescente della nostra industria militare in quella nordamericana, una particolare funzione di controllo e sedazione delle crisi mediterranee.
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