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Eravamo quattro amici al bar…
La “vera storia” dell’attentato ai gasdotti Nord Stream
di Gianandrea Gaiani
Nella saga infinta dell’attentato ai gasdotti Nord Stream sono emerse nei giorni scorsi notizie e indiscrezioni, a tratti grottesche, che dovrebbero forse chiarire alcuni aspetti ma che sono probabilmente funzionali a nasconderne altri.
L’esplosione del 26 settembre 2022 sarebbe stata pianificata da un gruppo di alti ufficiali e uomini d’affari ucraini, andando contro gli ordini del presidente Volodymyr Zelensky e della CIA. Lo ha scritto il 15 agosto il Wall Street Journal in un articolo intitolato “A Drunken Evening, a Rented Yacht: The Real Story of the Nord Stream Pipeline Sabotage” che propone una ricostruzione di quello che definisce “uno degli atti di sabotaggio più audaci della storia moderna”.
Secondo diverse fonti, a guidare la messa a punto del piano c’era l’allora comandante delle forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny, rimosso quest’anno dal presidente Zelensky e ora ambasciatore a Londra. Secondo il WSJ l’operazione è costata circa 300 mila dollari e ha visto l’impiego di un piccolo yacht noleggiato in Polonia e di un equipaggio di sei membri, tra cui sommozzatori civili addestrati.
Le fonti del giornale statunitense riportano che uno di loro era una donna, la cui presenza ha contribuito a creare l’illusione che si trattasse di un gruppo di amici in crociera di piacere. Un ufficiale coinvolto nell’operazione ha detto al quotidiano americano che “tutto è nato da una notte di forti sbronze e dalla ferrea determinazione di una manciata di persone che hanno avuto il coraggio di rischiare la vita per il loro Paese”.
Zelensky avrebbe inizialmente approvato il piano, secondo un ufficiale che ha partecipato e tre persone a conoscenza dei fatti.
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Gli Stati Uniti tra debolezza e ambiguità
di Enrico Tomaselli
Osservando lo scenario complessivo del confronto che sta opponendo il blocco occidentale al blocco eurasiatico, emergono alcuni elementi di interesse su cui vale la pena soffermare l’attenzione. Sembra poco discutibile che gli Stati Uniti abbiano fatto una precisa scelta strategica, ossia che questo confronto – che sostanzialmente si riduce al rifiuto di accettare l’egemonia statunitense da parte di alcune nazioni – debba essere risolto in modo radicale, attraverso lo strumento della guerra. Di questo, si può trovare abbondante traccia nei documenti ufficiali del Pentagono, e dei vari think tank che contribuiscono variamente a determinare le scelte strategiche degli USA. Ma, una volta fatta questa considerazione, si corre il rischio di farne conseguire una lettura troppo semplicistica, che a sua volta potrebbe far interpretare erroneamente quanto sta accadendo – e quanto potrebbe accadere.
La prima precisazione che si rende necessaria, è che quando si utilizza il termine guerra, si intende soprattutto far riferimento a una modalità di approccio al confronto caratterizzata da una aggressività attiva: il confronto è inteso come conflitto, e questo è ritenuto insanabile, non suscettibile di mediazioni – se non su un piano meramente tattico. Questo approccio prevede la possibilità della guerra guerreggiata (dell’azione bellica vera e propria), ma non la privilegia: il modello preferito è quello della guerra ibrida, condotta cioè attraverso un insieme di azioni ostili, in cui coesistono minacce e blandizie, pressione economica e corruzione, psyops e cyberware, diplomazia e – sì – anche azione militare.
Sotto questo profilo, è rilevante anche tenere a mente i precedenti storici. Nella seconda guerra mondiale, che rappresenta il definitivo passaggio degli USA al ruolo di superpotenza mondiale, gli Stati Uniti si batterono sostanzialmente contro due potenze industriali emergenti – Germania e Giappone – che avevano però entrambe una sostanziale carenza nell’accesso alle fonti energetiche e alle materie prime, ed erano comunque inferiori sotto il profilo della capacità produttiva.
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Socialismo o barbarie. Il Sud globale e il futuro dell'Europa
Luca Placidi intervista Michael Hudson
Michael Hudson è professore di economia all'Università del Missouri-Kansas City, ricercatore al Levi Economics Institute del Bard College,ex analista di Wall Street, consulente politico e sta conducendo su Youtube il Podcast “Geopolitical Economy Hour” insieme a Radhika Desai, trasmesso sul canale YouTube “Geopolitical Economy Report”.
Solo per citare alcuni lavori pubblicati: “il Superimperialismo , la strategia economica dell'Impero americano”, la sua terza edizione è uscita nel 2021; “… And Forgive Them Their Debts”, pubblicato nel 2018; “The Collapse of Antiquity”, pubblicato nel 2023.
* * * *
Luca (Tracce di Classe):
Michael, benvenuto e grazie ancora per essere con noi oggi.
Michael Hudson:
Bene, grazie per avermi invitato. Sono felice di poter parlare a un pubblico italiano.
Luca (Tracce di Classe):
Per iniziare la nostra conversazione, sei d’accordo che la guerra in Ucraina e ancor più l’ultimo vertice della NATO con la sua dichiarazione finale ci stanno dimostrando che siamo di nuovo entrati in un mondo multipolare, dove il Sud del mondo si oppone al mondo occidentale?
Michael Hudson:
Si, ma questa è più di una semplice divisione geografica. Siamo davvero di fronte a una divisione di civiltà che va molto più in profondità. La posta in gioco è: che tipo di economia si dara’ il mondo nei prossimi anni?
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Chi ha causato la guerra in Ucraina?
di John J. Mearsheimer
Traduzione di Antonio Gisoldi
La domanda su chi sia responsabile di aver causato la guerra in Ucraina è stata una questione profondamente controversa da quando la Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.
La risposta a questa domanda è di enorme importanza perché la guerra è stata un disastro per una molteplicità di ragioni, la più importante delle quali è che l’Ucraina è stata effettivamente distrutta. Ha perso una parte considerevole del suo territorio ed è probabile che ne perderà ancora di più, la sua economia è a pezzi, un gran numero di ucraini è internamente sfollato o ha lasciato il paese, e ha subìto centinaia di migliaia di perdite. Naturalmente anche la Russia ha pagato un prezzo di sangue significativo. A livello strategico le relazioni tra Russia ed Europa, per non parlare di Russia e Ucraina, sono state avvelenate per il futuro prossimo, il che significa che la minaccia di una grande guerra in Europa ci accompagnerà anche dopo che la guerra in Ucraina si sarà trasformata in un conflitto congelato. Chi sia responsabile di questo disastro è una questione che non scomparirà presto e, semmai, diventerà probabilmente più importante man mano che la portata del disastro diventerà più evidente a un numero sempre maggiore di persone.
L’idea convenzionale in Occidente è che Vladimir Putin sia responsabile di aver causato la guerra in Ucraina. L’invasione - così si sostiene - mirava a conquistare tutta l’Ucraina e a renderla parte di una Russia più grande. Una volta raggiunto questo obiettivo i russi si sarebbero mossi per creare un impero nell’Europa orientale, proprio come fece l’Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. Pertanto Putin in definitiva rappresenta una minaccia per l’Occidente e deve essere affrontato con la forza. In breve Putin è un imperialista con un grande piano che si inserisce perfettamente in una lunga tradizione russa.
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Una nuova dottrina di guerra eurasiatica?
di Enrico Tomaselli
“Il generale esperto logora il nemico tenendolo costantemente sotto pressione. Lo fa correre dappertutto adescandolo con vantaggi illusori”.
Sun Tzu
L’evoluzione delle dottrine belliche è determinata per un verso da quella tecnologica (nuove armi, nuovi strumenti offensivi o difensivi impongono approcci diversi al combattimento – si pensi ai velivoli senza pilota), ma per un altro è l’esperienza stessa del combattimento a forgiare il nuovo pensiero militare. Tutti i grandi pensatori militari, infatti, siano essi occidentali od orientali, hanno sempre tratto le proprie riflessioni da una pregressa esperienza (diretta o meno) della guerra.
Storicamente, l’evoluzione del pensiero strategico si è addensata poi nella elaborazione di dottrine più specifiche, costruite anche in base alla natura e alla portata degli interessi dei paesi nel cui ambito queste venivano sviluppate. Se guardiamo ai decenni successivi alla fine della WWII, possiamo osservare come il pensiero strategico abbia avuto il suo sviluppo – com’è logico – essenzialmente negli Stati Uniti e nell’URSS. In entrambe i casi, è stato ovviamente risucchiato nel ristretto ambito del confronto tra queste due potenze. Durante l’intero corso della guerra fredda, il pensiero strategico occidentale e sovietico è stato caratterizzato dalla presenza delle armi nucleari (innovazione tecnologica) e dall’evoluzione di quanto sviluppato nel corso del precedente conflitto mondiale (esperienza di combattimento).
Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, infatti, hanno visto sia Washington che Mosca sviluppare un modello speculare, le cui caratteristiche principali sono state: creazione di grandi blocchi integrati di alleanze politico-militari (NATO e Patto di Varsavia), sviluppo di un arsenale atomico, sia in funzione potenzialmente offensiva che di deterrenza, costruzione di un modello di forze armate basato sulla mobilità e sulla massiccia presenza di corazzati.
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Euromissili statunitensi in Germania per difenderci?
di Francesco Cappello
Un missile nucleare Usa, schierato in Europa, può colpire Mosca, un analogo missile schierato dalla Russia può colpire le capitali europee, ma non Washington. Gli USA vogliono anche in Italia gli euromissili, come a Comiso negli anni ’80?
Con l’espansione della NATO a Est sino ai confini della Federazione Russa, che include la volontà di inglobare l’Ucraina, è stato violato il principio di indivisibilità della sicurezza secondo cui la sicurezza di alcuni non può essere raggiunta a discapito di quella di altri. L’ultimo atto di tale follia atlantista è stata l’inclusione di Finlandia e Svezia. La Finlandia condivide con la Russia quasi 1400 km di confine. È stato, di conseguenza, provocato il collasso del sistema di sicurezza euro Atlantico che dev’essere ricostruito al più presto come chiesto a più riprese da Lavrov e dallo stesso Putin se davvero si volesse un ritorno alla Pace.
Nell’ambito del summit di Washington per i 75 anni della NATO, è stata firmata una Lettera di Intenti su ELSA, l’European Long-Range Strike Approach, sottoscritta dai ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania e Polonia. Il ministro della difesa Crosetto ha dichiarato che: “L’iniziativa getta le basi per una cooperazione integrata e a lungo termine tra le nostre Nazioni per rafforzare le capacità europee di difesa e deterrenza, sviluppando la base industriale del settore”.
In pratica, quindi, il primo atto per riattivare un certo settore della produzione bellica che come di consueto consiste nello squilibrare la relativa deterrenza.
Nel frattempo che gli europei si organizzano per incrementare la loro capacità di sviluppare e produrre, autonomamente, capacità nel campo degli attacchi militari a lungo raggio, è comunque importante che procedano ad acquisti direttamente dalle statunitensi Lockeed Martin, Northmann Group e altre.
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"Nei prossimi 10 anni vivremo una dedollarizzazione sostanziale"
Alessandro Bianchi intervista Jeffrey Sachs
E’ con profonda emozione, non lo nascondiamo, che abbiamo avuto l’onore di incontrare nella sua presenza romana di questi giorni per una serie di conferenze, il direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University e presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite, il Professore Jeffrey Sachs.
Su l’AntiDiplomatico traduciamo in modo compulsivo i suoi scritti e le sue dichiarazioni, perché consideriamo con fermezza il Professor Sachs la bussola più importante da seguire nelle acque tempestose in cui navighiamo in questo periodo. Come si è arrivati all’abisso della potenziale conflagrazione totale? E’ la prima di una serie di domande che fluiscono come un fiume in piena nella nostra intervista per "Egemonia”. "Abbiamo avuto cinque presidenti di fila (Clinton, Bush, Obama, Trump, Biden) che ci hanno portato ciascuno più vicino alla guerra nucleare". Le origini del male sono da individuare nella scellerata politica neoconn che dagli anni ’90 è divenuta legge negli Stati Uniti e, attraverso la Nato, in Europa. Nessuno più del Professor Sachs riesce a spiegarlo nel dettaglio. "L'Europa ha rinunciato alla propria sicurezza, alla propria autonomia e al proprio benessere economico assecondando gli Stati Uniti", sostiene il Professore. Il conflitto in Ucraina dopo il golpe di Maidan è servito a rendere i paesi del continente europeo protettorati a tutti gli effetti di Washington, staccando ogni legame economico e commerciale con Mosca, la fonte più importante di possibile indipendenza e autodeterminazione. Gli atti terroristici ai gasdotti Nord Stream, il più grande attacco contro le infrastrutture logistiche dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno determinato un punto di non ritorno.
Ma la sete dei neoconn, non è sazia e per mantenere in piedi il potere unilaterale dinanzi ad un mondo che per entropia diventerà multipolare sta portando all’escalation finale, come stiamo assistendo non solo in Ucraina, ma in Medio Oriente e nel nuovo attacco alla sovranità del Venezuela.
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Rivoluzioni colorate. Genesi, applicazione e crisi di uno strumento di guerra ibrida
di Laura Ruggeri
Relazione presentata a un convegno in Umbria, 29 giugno 2024
Immagino che tutti voi sappiate che cosa si intende quando si parla di rivoluzioni colorate e possiate elencarne almeno alcune. In realtà la lista è molto lunga visto che uno dei teorici di queste rivoluzioni, Gene Sharp, scrive il suo libro The Politics of Nonviolent Action (La politica dell'azione nonviolenta ) già nel 1973. Quel libro si basava su una ricerca che Sharp aveva condotto quando studiava ad Harvard alla fine degli anni Sessanta e che era stata finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. A quel tempo l'Università di Harvard era l'epicentro dell'establishment intellettuale della Guerra Fredda — vi insegnavano Henry Kissinger, Samuel Huntington, Zbigniew Brzezenski. E anche la CIA era di casa.
A prima vista potrebbe sembrare strano che i temi su cui lavorava Gene Sharp fossero di grande interesse sia per la CIA che per il Dipartimento della Difesa. In realtà non è strano per nulla. Organizzare la società civile per usarla come un esercito irregolare avrebbe permesso di attaccare il nemico sul proprio terreno invece di scatenare un conflitto militare, opzione troppo pericolosa per gli USA dal momento che l'Unione Sovietica era una potenza nucleare. Un cambio di regime permetterebbe di raggiungere gli obiettivi desiderati ma senza il rischio di un'escalation militare. Ricordiamo che la sconfitta subita in Vietnam era ancora cocente e aveva lasciato una ferita profonda nella psiche degli americani, l'opinione pubblica era fermamente contraria all'idea di sacrificare in guerra un'intera generazione.
E così assistiamo a un fenomeno interessante: dalla fine degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta il budget destinato all'intelligence cresce a ritmi ancora più sostenuti del budget militare.
Poiché l'immagine della CIA era sempre più compromessa — era noto il suo coinvolgimento in colpi di stato militari, omicidi e torture di leader e militanti comunisti — occorreva creare altre organizzazioni, legato alla CIA, ma con un'immagine presentabile, una sorta di restyling, in modo da attrarre nuove reclute.
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Trump & Vance: disimpegno dall’Ucraina, guerra in Medio Oriente?
di Roberto Iannuzzi
Dall’addio di Biden al discorso di Netanyahu al Congresso, all’incognita Trump, il futuro internazionale appare incerto mentre Washington si avvita in una delle crisi più gravi della sua storia
Ancora una volta, la scorsa settimana, Washington è tornata sotto i riflettori dell’attenzione internazionale. A essere al centro di tale attenzione, però, è la crisi che si sta dipanando ai vertici della prima superpotenza mondiale.
Innanzitutto, l’improvvisa quanto singolare decisione del presidente Joe Biden di rinunciare alla propria ricandidatura alle presidenziali, domenica 21 luglio, dopo che soltanto la sera prima egli aveva twittato: “sono le elezioni più importanti della nostra vita. E io le vincerò”.
Una decisione comunicata attraverso una lettera forse non scritta di proprio pugno, su carta non intestata, con una firma secondo alcuni non sua, diffusa attraverso un tweet.
Complotto democratico?
L’inaspettato annuncio è avvenuto mentre Biden era ufficialmente in isolamento per Covid, nella sua casa al mare nel Delaware. Esso ha colto di sorpresa l’intero staff della Casa Bianca, che non ne era a conoscenza.
Per giorni il presidente non ha rilasciato alcuna dichiarazione davanti a una telecamera. Martedì 23 è ufficialmente tornato, apparentemente provato, alla Casa Bianca. Il fratello minore di Joe, Frank Biden, ha dichiarato alla CBS che lo stato di salute del presidente ha in effetti giocato un ruolo importante nella sua decisione di rinunciare alla ricandidatura.
Una smentita alle dichiarazioni dello stesso Joe, che alcune settimane prima aveva affermato di essere in buona forma, e che nessuno dei suoi medici riteneva che egli avesse problemi cognitivi o neurologici.
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Kiev apre ai negoziati con Mosca: svolta o bluff per guadagnare tempo?
di Gianandrea Gaiani
L’Unione Europea non se n’è ancora accorta ma molte cose stanno cambiando nelle prospettive del conflitto ucraina. Prima il preside te ucraino Volodymyr Zelensky ha riconosciuto che la guerra in Ucraina va conclusa il prima possibile incontrando il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano che è stato insignito dell’Ordine al Merito dell’Ucraina. Già questa è di per sé una notizia se si considera che nel settembre scorso il consigliere del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, aveva respinto il tentativo di mediazione della Santa Sede definendo il Papa “filorusso”.
«Penso che tutti capiamo che dobbiamo porre fine alla guerra il più presto possibile per non perdere più vite umane» ha detto Zelensky durante l’incontro aggiungendo in un’intervista alla BBC di ritenere possibile almeno tentare di porre fine alla guerra prima della fine dell’anno.
Le dichiarazioni del presidente ucraino sono state accolte positivamente dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, per il quale “questo è ovviamente meglio che affermare che qualsiasi contatto con la parte russa e con il capo dello Stato russo è escluso. Certamente, parlare di un dialogo è molto meglio che parlare dell’intenzione di combattere fino all’ultimo ucraino. Se la conversazione è seria, non possiamo ancora giudicarlo e bisognerà aspettare qualche azione concreta, se ce ne saranno”.
Lo stesso 24 luglio il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha detto a Pechino che l’Ucraina potrebbe essere disponibile a condurre negoziati “con la parte russa” quando Mosca “sarà pronta a farlo in buona fede”. Incontrando a Guangzhou l’omologo cinese, Wang Yi, il ministro ucraino ha invitato la Cina a svolgere un ruolo importante nella ricerca di una “pace giusta e stabile”: obiettivo che la Cina ha ufficializzato ieri di voler perseguire.
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Da Trump a Le Pen: la rivincita del capitalismo straccione e le lacrime di coccodrillo degli analfoliberali
di Ottolinatv
Tra analfoliberali sull’orlo di una crisi di nervi e miliardari fintosovranisti travestiti da working class heroes, andrà a finire che moriremo tutti, ma – di sicuro – non di noia: dopo 50 anni di pilota automatico, le diverse fazioni del grande capitale dell’Occidente imperialista, impanicate dal loro progressivo e inevitabile declino, sono tornate a farsi la guerra; e gli ultimi giorni, tra attentati falliti e la prima volta in assoluto dal 1968 che un commander in chief decide di rinunciare spontaneamente alla corsa per il secondo mandato, sono stati in assoluto i più movimentati del teatrino politico USA degli ultimi decenni. Ma al di là della rappresentazione teatrale, in cosa consistono davvero queste fazioni del capitale sull’orlo della guerra civile? Che interessi materiali rappresentano? Ha davvero senso tifare per una piuttosto che per l’altra? E sono davvero così alternative tra loro? Dalla Francia della Le Pen agli USA di The Donald, in questo video proveremo a dare alcune informazioni che speriamo ci permettano di navigare in queste acque turbolente senza essere totalmente in balia della propaganda e dei mezzi di produzione del consenso delle diverse fazioni del partito unico della guerra e degli affari; prima di farlo, però, vi ricordo di mettere un like a questo video (proprio per permetterci di portare avanti la nostra guerra quotidiana contro il pensiero unico imposto dagli algoritmi) e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche: a voi costa solo pochi secondi, ma a noi permette di dare ogni giorno un po’ più di voce al 99% e a chi dalle faide tra pezzi diversi di oligarchia, alla fine, ha sempre e solo da rimetterci.
Come mi capita spesso, non c’avevo capito una seganiente: unico tra tutti gli Ottoliner, ho continuato per mesi a dire che, a mio avviso, la vittoria di Trump nelle prossime presidenziali di novembre non era scontata per niente.
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Dopo il 75° vertice NATO: verso l’irreversibile distruzione dell’Ucraina
di Roberto Iannuzzi
L’Alleanza Atlantica immola definitivamente l’Ucraina, lavora alacremente al completamento della nuova cortina di ferro, e mette nel mirino la Cina, mentre si allargano le crepe nelle sue fondamenta
L’elemento forse più rilevante del vertice che doveva celebrare in grande stile i 75 anni dell’Alleanza Atlantica compare nel 16° paragrafo della Dichiarazione conclusiva, dove si definisce “irreversibile” il percorso dell’Ucraina verso la piena integrazione euro-atlantica, inclusa l’adesione alla NATO.
Il ricorso all’aggettivo “irreversibile” è deliberatamente finalizzato a garantire due esiti importanti per i vertici dell’Alleanza: in primo luogo, il prolungamento della guerra, poiché lo status neutrale dell’Ucraina, elemento chiave delle richieste russe, viene automaticamente escluso dagli scenari possibili.
Circa un mese fa, il presidente russo Vladimir Putin aveva citato proprio la neutralità dell’Ucraina fra le condizioni che, secondo le sue parole, avrebbero portato “immediatamente” a un cessate il fuoco e all’inizio dei negoziati.
Secondariamente, la suddetta formulazione implica la seria possibilità che l’adesione definitiva di Kiev alla NATO resti un miraggio che non si tradurrà mai in realtà, visto che la “irreversibilità” del percorso garantisce che non si torni indietro, ma non necessariamente che si vada avanti.
Esattamente come nella dichiarazione del vertice di Vilnius dello scorso anno, i membri del patto atlantico dichiarano genericamente che estenderanno all'Ucraina l'invito ad aderire alla NATO “quando gli alleati saranno d'accordo e le condizioni saranno soddisfatte”.
In questo modo, Kiev avrà sempre degli obblighi nei confronti della NATO, mentre quest’ultima non ne avrà mai nei confronti di Kiev (a eccezione di quelli che vorrà imporsi volontariamente). Il surrogato che è stato offerto al paese è un “ponte” verso l’adesione effettiva all’Alleanza.
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Il vertice Nato di Washington e il crepuscolo dell’impero atlantico
di Alberto Bradanini

Alla lettura del comunicato finale del vertice Nato, tenutosi a Washington il 10 luglio 2024 (celebrativo, si fa per dire, del suo 75.esimo compleanno), si verrebbe sopraffatti da una profonda tenerezza se tale rito funesto non confermasse l’angoscia delle persone dotate di senno davanti al rischio di un olocausto che porrebbe fine al genere umano.
Coloro che siedono su tali prestigiosi scranni non amano guardare in volto la realtà sebbene essa sia luminosa come il sole a mezzogiorno, preferendo la pratica sistematica della Menzogna, nel caso di specie somministrata con la redazione di documenti così grotteschi e mistificatori che la metà basta a stordirci per l’eternità.
Per dar senso compiuto all’esistenza, gli antichi saggi invitavano a guardare in volto la realtà poiché nei limiti nell’umana esperienza essa deve assumersi quale sinonimo di verità. A quest’ultima occorre piegarsi anche quando fa male e non si vorrebbe vederla, quando smentisce illusioni o false certezze o quando le conseguenze della sua presa d’atto richiederebbero di cambiar mestiere. Di tutta evidenza, però, la saggezza non è moneta corrente presso le nostre modeste classi dirigenti.
Pochi ahimè sembrano sorprendersi che il Potere (dal quale, come affermava Platone, provengono gli uomini peggiori!) ignori impunemente i popoli la cui volontà e sentimenti affermano di rispecchiare. Del resto, è legittimo il sospetto che il degrado intellettivo di cui soffre l’attuale inquilino della Casa Bianca si sia esteso ai suoi colleghi dell’Alleanza Atlantica, magari in forme mediche diversamente rilevabili e con qualche eccezione, che non fa tuttavia la differenza.
Tornando all’indigeribile documento, composto da 5.362 parole e 36.615 battute, esso proietta uno sguardo minaccioso su quella parte del pianeta che non intende piegarsi alle violenze e prevaricazioni dell’impero bellicista, ormai per di più, privo di egemonia.
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Ucraina nella NATO? Di irreversibile c’è solo la morte
di Gianandrea Gaiani
Il bilancio del summit NATO di Washington per i 75 anni dell’Alleanza Atlantica sembra confermare la tendenza dell’Occidente a cercare il confronto militare con la Russia e quella degli Stati Uniti e dei loro vassalli a lasciare un’Europa sempre più debole sul piano politico, militare, sociale ed economico.
La prima tendenze sembra destinata a restare immutata almeno fino alle elezioni di novembre negli Stati Uniti mentre la tendenza a mantenere l’Europa debole verrà mantenuta e rafforzata anche dalla futura amministrazione statunitense perché rientra negli interessi di Washington indipendentemente dal fatto che alla Casa Bianca sieda un democratico o un repubblicano.
Tra i protagonisti del summit di Washington vi sono stati Joe Biden (giudicato da alcuni irrimediabilmente da sostituire nella corsa alla Casa Bianca e da altri “molto lucido” nonostante qualche gaffe) e il segretario generale della NATO, Lens Stoltenberg, che presto cederà lo scranno all’olandese Mark Rutte, un altro fedelissimo scudiero degli interessi di statunitensi.
Dopo aver annunciato che l’adesione dell’Ucraina alla NATO è questione “di quando, non di se”, Stoltenberg ha definito l’accesso di Kiev all’alleanza come “irreversibile”. Questione ribadita in modo perentorio dal premier estone Kaja Kallas, sempre in prima linea sul fronte anti-russo e candidata a ricoprire il ruolo di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea.
Utile ricordare che tra le sue tante dichiarazioni bellicose brilla per lucidità strategica l’auspicio di una Russia sconfitta e divisa in 16 repubbliche in lotta tra loro: scenario così destabilizzante da minacciare la sicurezza mondiale anche solo perché rischierebbe di portare alla perdita del controllo su oltre 6.500 testate nucleari.
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La NATO è in guerra
di Gaetano Colonna
L’attenzione dei media al vertice NATO di Washington si è focalizzata soprattutto sugli aspetti più folcloristici, a partire dalla questione, a quanto pare essenziale, del livello di rimbambimento raggiunto da un qualche capo di Stato occidentale: le gustose immagini in merito ci hanno fatto dimenticare ciò che questo storico vertice ha in realtà prodotto.
Poiché invece clarissa.it, che quest’anno celebra i suoi oltre venti anni di silenziosa ma tenace attività di informazione libera e oggettiva, è attenta alla sostanza dei fatti e non alla loro spettacolarizzazione, ci sembra utile offrire intanto ai nostri lettori, in allegato, la dichiarazione finale del vertice dell’Alleanza Atlantica.
Aggiungiamo poi qui di seguito qualche notazione, sperando di stimolare così il lettore a sorbirsi tutto il testo, piuttosto articolato e complesso, di questo storico documento.
Quali regole?
Se dovessimo darne una sintesi, potremmo dire senza alcuna remora che con questo comunicato la NATO di fatto dichiara di considerarsi in stato di guerra con la Russia: un fatto che dovrebbe far riflettere gli Italiani, che in questa alleanza sono compresi, senza però che si sia mai dato modo al popolo sovrano di esprimere le propria documentata opinione – dato che, per fare un esempio, sono a tutt’oggi ancora gelosamente secretati i nostri invii di armamenti all’Ucraina.
La belligeranza contro la Russia è l’applicazione che la NATO fa del proprio «impegno a sostenere un ordine internazionale basato su regole», l’oramai celebre formula assunta dal mondo occidentale come parola d’ordine per la conservazione del proprio sistema egemonico.
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