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BRICS: la voce del mondo non occidentale si leva da Kazan
di Roberto Iannuzzi
Nel pieno della crisi dell’attuale ordine internazionale, dal cuore eurasiatico della Russia emergono i possibili contorni di una visione alternativa del mondo
Mentre trent’anni di era unipolare americana stanno tumultuosamente sprofondando in un crescente numero di conflitti spesso alimentati dall’ex potenza egemone, il vertice dei BRICS della scorsa settimana ci ha offerto una finestra sul mondo che potrebbe emergere da questo pericoloso periodo di transizione.
Tenutosi a Kazan, capitale della Repubblica del Tatarstan, in Russia, è stato un vertice di consolidamento, il primo dopo l’espansione del gruppo a nove membri sancita dall’incontro di Johannesburg dello scorso anno.
Durante il primo giorno, i membri originari dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno dato il benvenuto ufficiale ai nuovi arrivati (Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, e Iran). Il gruppo allargato, solitamente denominato BRICS+, rappresenta più del 40% della popolazione mondiale.
Ospitando questo importante evento, il presidente russo Vladimir Putin ha dimostrato ancora una volta all’Occidente che Mosca non è affatto isolata a livello internazionale, sebbene il conflitto ucraino sia tuttora in corso. Al contrario, la Russia è uno dei principali motori di questo raggruppamento che sta attirando un crescente numero di paesi.
Almeno altre 40 nazioni hanno in varia misura espresso interesse ad aderire al gruppo.
Al vertice hanno preso parte più di 30 delegazioni, 22 capi di Stato e di governo, e i rappresentanti di diverse organizzazioni internazionali, incluso il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.
Lo stesso che è stato recentemente dichiarato persona non grata da Israele, alleato chiave di Washington che, con il suo persistente disprezzo delle risoluzioni ONU e con i suoi ripetuti attacchi all’UNRWA in Palestina ed all’UNIFIL in Libano, continua a delegittimare l’ordine internazionale “basato su regole” a guida statunitense.
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L'Ucraina ha "diritto" ad aderire alla NATO? Realismo versus Idealismo
di Alberto Bradanini
Perché il solo orizzonte in grado di immaginare una prospettiva di pacificazione in Ucraina, che ponga fine ai massacri reciproci e apra la strada a una possibile riconciliazione, è costituito dal ripristino della sua neutralità
1. In un articolo pubblicato su Substack, Glenn Diesen, un pungente professore norvegese (dell’Università Sud-Orientale del suo paese) e acuto esponente della scuola realista delle Relazioni Internazionali - cui appartiene anche il più noto John Mearsheimer dell’Università di Chicago – sfida con argomentato coraggio la narrativa convenzionale occidentale, manifestamente costruita dai sistemi di comunicazione di massa - che l’operazione militare speciale decisa da Mosca il 24 febbraio 2024 sia stata una derivata non-provocata dell’intento russo di riproiettarsi sul quadrante esteuropeo un tempo occupato/presidiato dall’Unione Sovietica.
Le riflessioni del prof. Diesen costituiscono un prezioso arricchimento intellettuale e vaccinatorio contro la macchina della distorsione mediatica. Insieme alle sue riflessioni il lettore troverà a intermittenza alcuni commenti a margine da parte dello scrivente.
2. Confondendo i termini della questione, molti dipingono la scuola del realismo politico – rileva l’autore - come una teoria deficitaria sotto il profilo etico, non solo politico, contestandone la valenza teleologica, vale a dire la capacità di definire un convincente modello di gestione della competizione tra nazioni, che per i realisti è una derivata ineludibile della struttura anarchica del sistema internazionale. Tale indomabile competizione è causata dalla necessità degli stati di proteggere la loro sicurezza in assenza di un potere gerarchico che disponga del monopolio dell’uso della forza. Per gli idealisti (i seguaci della scuola di pensiero da cui prendono nome), la condotta degli stati deve invece ricondursi alla dimensione etica. Se i corrispondenti valori non sono rispettati - quelli generati dalla Grande Potenza di turno e coincidenti, non a caso, con i suoi interessi (oggi, gli Stati Uniti, portatori dell’ideologia democratica, liberale e mercantile) -, questa ha il dovere morale di imporli al resto del mondo. E qui, come si può immaginare, cominciano i guai.
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I BRICS a Kazan per un nuovo multilateralismo
di Alfonso Gianni
I paesi che si sono incontrati al vertice in Russia rappresentano oggi il 44,4% della popolazione e il 35,6% del Pil mondiali. Nonostante i media occidentali abbiano ingigantito i punti deboli della Dichiarazione finale, molti passi avanti sono stati compiuti nella cooperazione commerciale e finanziaria e per la riforma delle istituzioni globali
Quasi un quarto di secolo fa, precisamente nel 2001, un economista britannico conservatore, che ricoprì cariche importanti nella Goldman Sachs e nel Governo di Cameron, Terence James O’Neill, coniò l’acronimo BRIC – ed è per questo che il mondo lo ricorda – avvertendo che Brasile, Russia, India e Cina erano destinate in un prossimo futuro a trainare l’economia mondiale. Possiamo dire che il barone inglese ci prese. Anche se per lui la profezia si presentava piuttosto distopica. Da allora, passando attraverso un crescente disordine mondiale, segnato da guerre di ogni tipo – 55 sono quelle attualmente in corso, secondo un attendibile calcolo – crisi molteplici di dimensioni planetarie, economiche, finanziarie, pandemiche che hanno bruscamente ridimensionato le sorti magnifiche e progressive della globalizzazione dell’ultimo ventennio del secolo scorso, il numero dei paesi attorno a quei primi quattro è venuto crescendo. Nel 2010 l’acronimo è cambiato in BRICS, grazie alla adesione del Sudafrica. Più recentemente si sono uniti al gruppo paesi – tra loro assai diversi per ragioni economiche e politiche – quali l’Egitto, l’Etiopia, l’Iran, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Di conseguenza anche la sigla iniziale è cambiata ancora una volta: “BRICS Plus”.
In questo modo si è giunti al XVI vertice dei BRICS, tenutosi tra il 22 e il 24 ottobre nella città della Federazione Russa di Kazan, sotto la presidenza di Vladimir Putin. La versione BRICS Plus/Outreach, adottata nell’ultimo giorno del summit, ha permesso di allargare la partecipazione a paesi che stanno maturando l’adesione al gruppo o sono comunque interessati a esso, raggiungendo quindi la cifra di 36 paesi, perlopiù appartenenti a quello che è stato chiamato il Global South, con la presenza anche di Stati aderenti alla NATO, come l’onnipresente Turchia fisicamente rappresentata da Erdogan. Erano presenti anche l’ANP con il suo presidente Abu Mazen in rappresentanza dello Stato di Palestina e il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres.
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Brics 2024, sfida all’Occidente
di Daniele Pagini
Il Summit BRICS del 2024, tenutosi a Kazan, in Russia, dal 22 al 24 ottobre scorso, rappresenta un momento cruciale per la ristrutturazione dell’architettura economica e l’assetto geopolitico globale
La partecipazione dei paesi fondatori, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, e l’ingresso di cinque nuovi membri, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Arabia Saudita, hanno evidenziato l’urgenza collettiva di ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense e di creare un ordine mondiale multipolare.
I risultati del Summit
Tutti i membri hanno sottolineato l’importanza della cooperazione per affrontare le sfide globali, riconoscendo che solo lavorando insieme possono promuovere lo sviluppo economico e sociale, la stabilità e la sicurezza regionale, la sostenibilità ambientale.
In particolare, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iran hanno enfatizzato la necessità di diversificazione energetica per garantire uno sviluppo sostenibile e posto l’accento sulla questione palestinese. Etiopia ed Egitto hanno sottolineato l’importanza della sicurezza alimentare e della produzione di cereali per la stabilità regionale. Brasile e Sud Africa hanno valorizzato la cooperazione per la pace e la stabilità. Russia, India e Cina hanno evidenziato l’importanza del contributo collettivo per affrontare le sfide globali affermando che il loro modello può essere un esempio per altre regioni del mondo.
È emerso che Il nuovo assetto BRICS si basa su posizioni dominanti nella produzione di minerali e materie prime e sulla condivisione di risorse e tecnologie.
Non si tratta di sogni ma di realtà effettive.
I BRICS presentano una combinazione unica di risorse strategiche, economie di scala, avanzamento tecnologico e collaborazione, rendendoli un blocco economico e geopolitico di grande influenza a livello globale, e i loro numeri non lasciano adito a dubbi o perplessità.
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"Kazan finirà nei libri di storia". Dialogo sui Brics
Alessandro Bianchi intervista Alberto Bradanini
Il Vertice Brics in Russia per il futuro del nuovo mondo multipolare. Il punto sul processo di Dedollarizzazione e il messaggio inviato all'occidente
Abbiamo chiesto all'Ambasciatore Alberto Bradanini[i], come sempre una bussola imprescindibile per comprendere i tortuosi tempi in cui viviamo, un commento più a freddo e ragionato sul Vertice BRICS di Kazan per "Egemonia".
Buona lettura.
* * * *
Ambasciatore, dopo alcuni giorni dalla sua conclusione, quali sono i suoi giudizi più a freddo sul Vertice di Kazan?
Senza enfatizzare oltre misura e a dispetto del fastidio con cui viene accolto in Occidente, non pare vi siano dubbi che il vertice Brics di Kazan sarà riportato nei libri di storia. Gli accordi di Bretton Woods (1944) conferirono al dollaro lo status di valuta di riserva in tutto il mondo e inaugurarono l’era della prevaricazione, a vantaggio dei vincitori, gli Stati Uniti. Kazan ha ora decretato che l’epoca dell’immutabilità del privilegio è giunta a fine corsa. I rapporti di potere sulla scena internazionale non cambieranno domattina, ma a Kazan il Sud del Mondo ha aperto nuovi orizzonti, insperati spiragli di luce nel tunnel distruttivo dove intendono rinchiuderci i generali Stranamore del Nord del Mondo. Costoro, in veste di cupe gentildonne e gentiluomini affetti da ipocrisia e narcisismo, si agitano con movenze ridicole su un palcoscenico da incubo, tentando di riportare indietro l’orologio della storia, quando il Regno del Bene era sovrano assoluto ed estrattore unico delle risorse altrui.
Che messaggio, secondo lei, è stato mandato all’occidente da Kazan?
Oggi l’Occidente è una locomotiva impazzita, il suo deragliamento metterebbe fine al genere umano.
L’eco che giunge da Kazan ha la concisione di un segnale telegrafico: “Il treno della storia si è rimesso in moto. Le pretese egemoniche dell’impero (nel silenzio ebete dei satelliti europei) hanno fatto il loro tempo.
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Gli USA battono in ritirata? – Il piano che metterebbe fine all’eccezionalismo statunitense
di OttolinaTV
Ma se, invece che finire di scatenare la terza guerra mondiale, l’Occidente decidesse di ritirarsi? Di fronte alla debacle ucraina, al fallimento della guerra economica e commerciale contro la Cina e alla manifesta incapacità di tirare un ragno dal buco dal caos in Medio Oriente, negli ultimi mesi, sulle principali testate specializzate di politica internazionale d’oltreoceano, si sono andati moltiplicando gli appelli a un ridimensionamento complessivo delle ambizioni egemoniche dell’imperialismo a guida USA; e non mi riferisco alle fantasie erotiche sul fantomatico isolazionismo di Trump: per un impero globale come gli USA, che vive del furto sistematico di una parte consistente della ricchezza prodotta nel resto del mondo, l’isolazionismo – banalmente – non è un’opzione. No: mi riferisco a una lunga serie di riflessioni che partono dall’assunto che (volenti o nolenti) l’ordine globale, in qualche misura, è già multipolare e le mire egemoniche degli USA risulterebbero ormai sostanzialmente velleitarie: sostanzialmente, si avanza l’ipotesi che sia arrivata l’ora di operare una qualche forma di ritirata ordinata e si cerca di stabilirne fini e modalità; le riflessioni più comuni si limitano, di solito, a ipotizzare la ritirata da qualche fronte per concentrarsi maggiormente su quelli ritenuti più urgenti e vitali. Altre cercano di stabilire le condizioni minime necessarie affinché una ritirata ordinata non si tramuti in un vera e propria disfatta; ma mai nessuno si era spinto a ridisegnare, in modo così ampio ed esaustivo, le coordinate di un nuovo ipotetico ruolo degli USA e dei suoi alleati nel nuovo ordine multipolare come questo articolo pubblicato lunedì scorso su Foreign policy. Congelamento del fronte ucraino e fine all’espansionismo della NATO per permettere a una piccola (ma stabile) Europa di contrattare serenamente le condizioni della pace con il vicino russo, fine del sostegno incondizionato a Israele e definitiva ritirata degli USA dal Medio Oriente; e, soprattutto, stop a ogni tentativo di costruire una coalizione anti-cinese nel Pacifico: insomma, decisamente pane per i nostri denti. Ma prima di addentrarci nei dettagli di questo coraggioso piano, vi ricordo di mettere mi piace a questo video per permetterci di non dover dichiarare anche noi la nostra ritirata e continuare, invece, la nostra battaglia quotidiana contro la propaganda e la dittatura degli algoritmi e, se ancora non lo avete fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali su tutte le piattaforme social – da YouTube a Spotify, da X a Telegram, passando per Rumble – e di attivare tutte le notifiche.
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A Kazan l’ordine del mondo è precipitato
di Thierry Meyssan
Il vertice dei BRICS a Kazan ha segnato la fine del dominio del G7 sul mondo. Le regole anglosassoni che organizzavano le relazioni internazionali saranno gradualmente sostituite da impegni vincolanti sottoscritti da ciascun Paese. Questa rivoluzione ci riporta ai tentativi fatti da Russia e Francia nel 1899 di stabilire un diritto internazionale, vanificati dalla Conferenza Atlantica e dal duopolio Stati Uniti-Regno Unito
Il XVI vertice dei BRICS allargati si è tenuto a Kazan (Russia) dal 22 al 24 ottobre [1]. Oltre ai nove capi di Stato e di governo dei Paesi già membri dell’organizzazione, vi hanno partecipato altri 11 Stati; inoltre, una ventina di Paesi hanno presentato richiesta di adesione.
Questo evento rappresenta il culmine della strategia avviata nel 2019 dal presidente brasiliano Luiz Inácio da Silva, dal primo ministro russo Vladimir Putin, dal primo ministro indiano Manmohan Singh e dal presidente cinese Hu Jintao. Il loro obiettivo era instaurare relazioni internazionali fondate sulla Carta delle Nazioni Unite, che avrebbero consentito a ogni Paese di svilupparsi. Non si trattava di opporsi all’imperialismo occidentale del G8 (di cui la Russia è stata membro fino al colpo di Stato occidentale di Maidan del 2014 in Ucraina), ma di esplorare un’altra via, senza gli anglosassoni.
Putin ha svolto un ruolo centrale nell’istituzione di questo organismo di cooperazione economica, simile a quello svolto dallo zar Nicola II nel 1899, quando fu inventato il diritto internazionale [2]. Fu Putin a organizzare il primo vertice dei BRICS a Ekaterinburg, dove la Russia fu però rappresentata dal presidente Dmitri Medvedev.
In un’intervista rilasciata in occasione del vertice di Kazan, Putin, citando le affermazioni del primo ministro Narendra Modi, ha ribadito che «i BRICS non sono un’organizzazione anti-occidentale, ma non-occidentale».
Nella dichiarazione finale i capi di Stato e di governo affrontano quattro questioni distinte [3]:
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Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale
di Claudio Conti - Guido Salerno Aletta
L’avanzata e soprattutto l’allargamento dei paesi Brics sono un problema ormai molto consistente per la propaganda che deve vendere la storica “superiorità occidentale”. Soprattutto sul piano economico.
L’ingresso, un anno fa, di altri quattro paesi (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti), ha portato quell’area a rappresentare il 35% del Pil e quasi la metà della popolazione mondiali, mentre il G7 (Usa, Giappone, Gran Bretagna, Canada, Italia, Francia e Germania) è sceso ormai al 30% del Pil, con appena un sedicesimo della popolazione. Particolari decisivi: la quota del Pil “occidentale” continua a scendere velocemente e l’età media nei Brics (e nei candidati) è molto bassa, mentre l’area G7 sente il morso del calo demografico, con popolazioni che invecchiano e fisiologicamente escono dalla produzione (nonostante il costante aumento dell’età pensionabile).
Anche il fatto di controllare il 42% della produzione di petrolio chiarisce l’importanza di questo insieme, forte nella produzione e nelle materie prime. Soprattutto tenendo presente che alcuni paesi già oggi sulla porta dell’organizzazione potranno solo aumentare di molto queste caratteristiche: a cominciare da Arabia Saudita, Malesia, Algeria, Venezuela, Indonesia, Cuba.
Detto in estrema sintesi, economie sovradimensionate dalle attività finanziarie, con una popolazione in calo, contro economie “fisiche” che possono contare su una massa di giovani che – una volta migliorate le condizioni per il loro protagonismo in tutti gli ambiti del lavoro (istruzione, formazione, sviluppo industriale, ecc) – non potranno che moltiplicare la distanza che già ora separa i Brics dall’”Occidente collettivo”.
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Sul filo del rasoio 2/2
di Enrico Tomaselli
Se c’è una cosa fondamentale che va messa subito in chiaro, per quanto riguarda l’attuale fase del conflitto in Medio Oriente, è che – esattamente come per il conflitto in Ucraina – siamo di fronte a un conflitto radicale, in cui la dimensione spaziale (territori) è assolutamente secondaria, mentre a essere prevalente è la dimensione temporale (durata), e soprattutto che si tratta di un conflitto in cui gli obiettivi delle parti sono assolutamente inconciliabili. Questo significa che non esiste una possibilità intermedia tra vittoria e sconfitta, non c’è spazio alcuno per mediazioni e negoziazioni che puntino a stabilire una qualche pace duratura, e che anche solo opzioni tattiche, come dei cessate il fuoco temporanei, sono estremamente difficili. In entrambe i casi, si è superato un punto di non ritorno; e lo si è superato non nel corso delle due guerre, dove pure si registra una continua escalation, ma nel momento stesso in cui hanno preso avvio. Così come l’avvio dell’Operazione Speciale Militare, il 24 febbraio 2022, ha segnato (forse persino senza piena consapevolezza da ambo le parti) il passaggio a una fase di conflittualità irreversibile, altrettanto è stato per l’operazione Al Aqsa Flood, il 7 ottobre 2023.
Nello specifico, quanto si sta verificando nel teatro mediorientale – che al di là delle motivazioni peculiari è comunque parte a pieno titolo del confronto globale in atto – si presenta come uno scontro tra attori con posizioni assolutamente non conciliabili. La posta in gioco, infatti, è un completo ridisegno del quadro geopolitico regionale (che, come visto nella prima parte, si ripercuote ampiamente, anche ben oltre i paesi direttamente coinvolti) e che, a prescindere dagli esiti immediati del conflitto, presenta due sole possibili opzioni: o la distruzione dell’Asse della Resistenza, Iran compreso, con tutto quello che ciò comporterebbe (espulsione della Russia dal Medio Oriente, cancellazione definitiva dei progetti legati alla Nuova Via della Seta, crescenti minacce occidentali in Asia Centrale ed Africa), o viceversa espulsione di qualsiasi influenza regionale da parte americano-occidentale.
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I fronti ucraini, il summit dei BRICS in Russia e la “strategia dello struzzo”
di Gianandrea Gaiani
Il vertice del BRICS tenutosi a Kazan (Russia) è stato ampiamente trascurato da molti media occidentali. Dopo il primo giorno di lavori non se ne trovava traccia sulle prime pagine di nessun grande quotidiano italiano e lo stesso approccio veniva evidenziato da qualche osservatore sulla stampa britannica. Il giorno successivo solo due quotidiani italiani hanno messo il summit in prima pagina ma solo per evidenziare le critiche alla presenza del segretario generale dell’ONU all’evento.
Un distacco mediatico che coincide in buona parte con quello (di facciata) della politica, forse non casuale, da abbinare alla scomparsa da prime pagine, TG e persino agenzie di stampa occidentali dei resoconti dai fronti ucraini dove si moltiplicano di giorno in giorno le avanzate russe e i centri abitati liberati od occupati (a seconda dei punti di vista) dalle truppe di Mosca.
Una “strategia dello struzzo” (dalla leggenda infondata che lo struzzo infili la testa nella sabbia per non vedere le minacce) che non ci risparmierà dall’impatto con la cruda realtà.
Fenomeno peraltro non nuovo: basti ricordare che la lunghissima battaglia di Bakhmut, a cui sono state dedicate migliaia di pagina per raccontare l’epica resistenza delle truppe di Kiev, è scomparsa dai giornali dopo la sua caduta in mano alle truppe russe del Gruppo Wagner nel maggio 2023 al punto che diversi giornali hanno accuratamente evitato per molti giorni persino di rendere noto il successo russo.
Anche la caduta di Avdiivka è stata ignorata, quella di Ugledar (o Vuhledar) ampiamente sminuita d’importanza: altre roccaforti probabilmente continueranno a cadere nel silenzio mediatico di Europa e Occidente, ovviamene con qualche bella eccezione.
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Perché il vertice BRICS di Kazan è l’ultima speranza che abbiamo per evitare la terza guerra mondiale
di OttolinaTV
Ottoliner buongiorno e benvenuti a questo nuovo appuntamento delle cronache di fine impero; come molti di voi sapranno, nonostante il silenzio assordante del circo mediatico domani a Kazan avrà inizio quello che, con ogni probabilità, è l’evento di politica internazionale più importante dell’anno: il sedicesimo summit annuale dei BRICS (ormai ufficialmente BRICS+), probabilmente il più importante dalla loro fondazione nel 2009, subito dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria causata dagli USA e pagata da tutto il resto del mondo. L’Occidente collettivo, infatti, che è ostaggio di una ristrettissima oligarchia finanziaria che deve il suo dominio all’imperialismo finanziario USA e alla dittatura globale del dollaro, ha già dichiarato la guerra totale al resto del mondo per ostacolare l’ineluttabile transizione a un nuovo ordine multipolare; e, dopo aver subito una clamorosa sconfitta nella prima battaglia sul fronte ucraino, è impegnato a sostenere la deflagrazione definitiva di un secondo fronte in Medio Oriente per salvare la faccia, destabilizzare il pianeta e ostacolare così, appunto, la crescita economia e industriale dei presunti avversari. Di fronte alle evidenti difficoltà del blocco occidentale, in molti (ovviamente intendo tra gli antimperialisti che, comunque, alle nostre latitudini sono una piccola minoranza, per quanto sempre più consistente), presi dall’entusiasmo, tifano per una resa dei conti definitiva che metta fine per sempre all’imperialismo a guida USA attraverso le armi e – sempre presi dall’entusiasmo – sono spinti a farsi un’immagine dei BRICS+ come di un blocco di Paesi coeso, pronto a guidare questa distruzione – via missili ipersonici – del Grande Satana. Purtroppo (o per fortuna) rischiano di rimanere delusi: ammesso e non concesso che alcuni dei BRICS+ auspichino davvero la resa dei conti definitiva via armi contro il dominio dell’Occidente collettivo, quello che possiamo dire con un discreto margine di certezza è che, di sicuro, non è una posizione condivisa e nemmeno maggioritaria.
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Medio Oriente in fiamme 1/2
di Enrico Tomaselli
Un sommario inquadramento geopolitico della situazione mediorientale, per provare ad orientarsi nel complesso panorama della regione, tra le più esplosive del pianeta, e comprenderne le dinamiche politiche e militari. Prima parte di una analisi generale, che successivamente, nella seconda, esaminerà gli aspetti militari del conflitto
Gli avvenimenti mondiali susseguiti all’avvio dell’Operazione Speciale Militare, nel febbraio 2022, hanno sicuramente rilanciato – specialmente in occidente – un interesse diffuso per la geopolitica, materia negletta da decenni. Questo rinnovato interesse, però, non ha trovato grande corrispondenza nella effettiva comprensione delle dinamiche che la sottendono, anche e soprattutto nelle élite politiche europee.
Anche chi prova a fare delle analisi geopolitiche, del resto, spesso tende a dare per scontate cose che, invece, tali non sono per il grande pubblico. Uno degli errori più comuni – nella rappresentazione e quindi nella comprensione – è quello di focalizzare l’attenzione sugli attori principali, ricadendo, anche involontariamente, in quelle schematizzazioni dualistiche che hanno caratterizzato i decenni precedenti, allontanandosi quindi dalla complessità che invece caratterizza appunto la visione geopolitica.
Con questa consapevolezza, si vuole qui pertanto affrontare l’attuale situazione mediorientale – al momento la più incandescente – partendo dapprima da una valutazione complessiva del quadro geopolitico, per poi esaminare nella seconda parte – con uno sguardo più ravvicinato – la situazione di teatro sotto il profilo militare.
Quando guardiamo al conflitto in Medio Oriente, tendiamo appunto a escludere (o quanto meno a marginalizzare) gli attori non di primo piano. Vediamo Israele, con gli Stati Uniti alle loro spalle, e dall’altro lato l’Iran con i vari soggetti dell’Asse della Resistenza.
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La sconfitta dell’Occidente – l’irrinunciabile analisi di Emmanuel Todd
di Roberto Iannuzzi
Todd ha il grande merito di aver aperto un dibattito troppo a lungo rifiutato dall’ipocrisia delle élite occidentali, tracciando un quadro realistico delle ragioni del declino dell’Occidente
A più di due anni dall’inizio del conflitto ucraino, sebbene la guerra continui a infuriare soprattutto nella parte orientale del paese, se ne sente parlare molto meno.
Una ragione c’è: le cose non stanno andando come la gran parte degli strateghi, dei commentatori, dei grandi mezzi di informazione occidentali aveva previsto.
Kiev è sulla difensiva, la speranza ucraina di riconquistare i territori perduti si è rivelata un’illusione, le forze russe stanno avanzando sull’intero fronte del Donbass. L’invasione estiva dell’oblast russo di Kursk da parte ucraina si è risolta in un estemporaneo episodio di avventurismo militare.
Ma soprattutto, l’entusiasmo occidentale per il sostegno all’Ucraina si sta affievolendo, con una Germania sempre più alle prese con la sua crisi economica interna, e gli Stati Uniti assorbiti da un’incerta campagna presidenziale.
Le ragioni del fallimento occidentale in Ucraina
Sebbene il conflitto sia tutt’altro che concluso, e presenti tuttora rischi di escalation a seconda delle scelte che compiranno i leader occidentali, esso ci parla di un fallimento.
Ad aver fallito sono le strategie militari della NATO, le sanzioni che avrebbero dovuto mettere in ginocchio un’economia russa che è invece più che mai vitale, l’industria militare americana ed europea che si sono rivelate incapaci di stare al passo con la produzione bellica russa.
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Alle porte della guerra finale
di Carlos X. Blanco
L’Europa si trova sull’orlo di una guerra devastante. Si chiudono le strade verso una soluzione negoziata, si arroccano i principali attori e si delineano scenari irreversibili.
La situazione nell'Europa occidentale è particolarmente tragica: quasi tutta la sua popolazione vive sotto una cupola di granito, come nella famosa grotta di Platone. Sottomessi alle “ombre” proiettate su di loro dagli strateghi della guerra psicologica e dalla propaganda ufficiale, gli europei non sono consapevoli dei piani che vengono elaborati in meno di cinque anni.
Quali piani? Si prevede un aumento del reclutamento obbligatorio in tutti i paesi, nonché un aumento significativo delle armi di tutti i tipi. È molto probabile che vengano effettuati investimenti nei campi di prigionia per ospitare i “nemici” (russi e russofili) e che vengano introdotte modifiche legislative volte a censurare le informazioni sulla guerra e la realtà riguardante la Federazione Russa.
La popolazione europea è stata indottrinata per molti decenni e la sua capacità di reazione è dubbia; Negli ultimi tempi si è verificata una combinazione di due processi che, nella terminologia del filosofo marxista Costanzo Preve, potrebbero essere descritti come segue:
- Imposizione della “globalizzazione”. A rigor di termini, questa parola non significa, come volevano i suoi mentori, la creazione simile a un crogiolo di un’unica civiltà mondiale, ma piuttosto l’imposizione del potere americano modo di vivere. Questa è la tesi di Preve che, alla luce degli eventi accaduti nel corso del XXI secolo, condivido pienamente.
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"La sconfitta dell'occidente"
di Gennaro Scala
Recensione del libro di Emmanuel Todd, La défaite de l’Occident, Gallimard 2024 / La sconfitta dell’occidente, Fazi Editore 2024
Gli USA vivono in una fase di nichilismo avanzato, prodotto dalla scomparsa del protestantesimo che è stata la religione che ha dato vita al capitalismo moderno. Secondo Todd, vi è una prima fase in cui la religione viene osservata ed è determinante nel formare la mentalità collettiva. Seguita da una seconda, la fase “zombie”, che vede venir meno l’influenza morale della religione e il ruolo della formazione di una mentalità collettiva viene coperto dalle ideologie politiche. Vi è infine un grado zero della religione che corrisponde a quello attuale in cui la scomparsa dei valori è totale.
Il libro in oggetto che è uscito in Francia lo scorso gennaio, fornisce al mondo occidentale forse la descrizione più completa della sua reale condizione. Il libro parte dal conflitto tra Ucraina e Russia, che, naturalmente, Todd descrive quale esso è, cioè un confronto tra l’Occidente e la Russia, ma poi il discorso si allarga a un’ampia analisi della condizione reale degli Usa e dell’Occidente di carattere economico, sociale, antropologico, e anche filosofico, visto il ruolo centrale che ha nel libro il concetto di nichilismo.
Vi sono state varie analisi critiche della politica occidentale, ma il pregio del libro, unico nel panorama attuale, è quello di fornire un quadro generale delle condizioni reali dell’Occidente che sono agli occhi di Todd disastrose. Per questo non esito a dire che si tratta di un libro fondamentale, e mi auguro che il libro scritto da un intellettuale del livello di Todd possa cambiare il dibattito in corso, e riportarlo a termini più realistici, poiché i grossolani errori di valutazione nel caso di un conflitto con una potenza nucleare come la Russia possono essere molto pericolosi, ma non c’è molto da sperare, dato lo stato pietoso del mondo politico, mediatico e culturale occidentale.
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