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fuoricollana

Cina, Europa e il nuovo corso trumpiano

di Alessandro Volpi

Il 2025 potrebbe essere l’anno del grande compromesso o quello dello scontro decisivo tra Cina e Usa. La vittoria di Trump accentuerà la spinta verso un'Europa più dominata dalla finanza, meno sociale e più impegnata per la “rinascita” della manifattura bellica

1737561889 trump coin.jpgIl successo elettorale di Trump e la composizione della sua squadra sembrano aprire un varco nello strapotere delle “Big Three” – BlackRock, Vanguard e State Street – e rendono assai più critica l’idea di un’Europa delle esportazioni verso gli Stati Uniti. In questa prospettiva, i vertici della finanza europea paiono intenzionati a reagire e dare corpo a un pezzo del “progetto Draghi”, non a caso immaginato come possibile presidente della Commissione europea in caso di eccessiva debolezza della Von der Leyen.

 

La vittoria di Trump potrebbe accelerare l’attuazione del piano Draghi

Prima l’allarme lanciato dalla Bce sulla possibile bolla, sul punto di esplodere, generata dall’eccessiva concentrazione del valore azionario delle Borse americane, poi l’insistenza, sempre a opera di Madame Lagarde, sull’urgenza di creare un mercato unico dei capitali europei, superando l’attuale frammentazione sono segnali che paiono muoversi in tale direzione. L’obiettivo di queste mosse infatti è possibile che sia quello di evitare la costante trasmigrazione dei 33 mila miliardi di euro di risparmio europeo verso i titoli degli Stati Uniti. Il messaggio di Lagarde è chiaro: i colossi del risparmio gestito Usa dovranno fare i conti, dopo anni, con un governo non troppo amico, e quindi saranno più deboli, meno in grado di garantire super dividendi, come del resto sta dimostrando il caso Nvidia, a cui sembra svanita la patina di imbattibilità. La società quotata con la maggiore capitalizzazione al mondo, infatti, ha presentato la terza trimestrale 2024 con risultati record; i profitti sono raddoppiati, arrivando a 19,3 miliardi di dollari e il giro d’affari è cresciuto del 94 per cento superando i 35 miliardi. Nonostante questo, il titolo Nvidia ha perso valore, segnando un chiaro rallentamento rispetto a una corsa che sembrava inarrestabile. Forse la guerra interna al capitalismo finanziario USA sta facendosi sentire e non bastano neppure gli ottimi risultati della società dell’Intelligenza artificiale a sostenerne il titolo.

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lafionda

La guerra persa in Ucraina e il fallimento di Ursula von der Leyen

di Enrico Grazzini

Immagine 2024 09 20T110946Z 1561758593 RC2A4AA7QETH RTRMADP 5 UKRAINE CRISIS EU.jpgE’ molto probabile che Ursula von der Leyen, la presidente tedesca della Commissione Europea, non verrà neppure invitata ai colloqui di pace che il presidente americano Donald Trump intende avviare sull’Ucraina con la Russia di Vladimir Putin. Se Trump riuscisse a mantenere le sue promesse di pace sull’Ucraina, come è possibile, molto difficilmente l’accordo con la Russia vedrà la partecipazione dell’Unione Europea. Ma se l’Europa non dovesse neppure partecipare alle trattative sull’Ucraina la von der Leyen dovrebbe per dignità dimettersi.

Con Trump al potere negli USA tutto cambia anche per l’Europa: per il neopresidente statunitense la UE è praticamente irrilevante, un competitor fragile, un consorzio commerciale da disgregare. La Russia e la Cina sono invee potenze da rispettare. Occorre prendere atto che con la sua elezione alla Casa Bianca l’Occidente è finito, si è rotto in mille pezzi. La UE forse non se ne è ancora accorta, ma l’America di Trump non è più l’alleato principale, è un duro avversario, e potrebbe diventare anche un nemico. Trump non è un isolazionista come lo erano i conservatori americani dei vecchi tempi: è invece un presidente imperiale che vuole rompere l’Unione Europea e trattare gli Stati europei come se fossero semicolonie del sud America!

Secondo Donald Trump i rapporti internazionali si basano solo sulla forza. I valori dell’Occidente liberale e democratico sono apertamente rinnegati dall’America di Trump: l’Occidente perde così la sua autorità morale e ideologica di fronte al resto del mondo. Un fatto è certo: i rapporti tra la UE e gli Stati Uniti diventeranno sempre più conflittuali, probabilmente ancora più conflittuali di quelli con la Cina. Anche considerando che Trump vuole che la Danimarca, stato membro della UE, ceda la Groenlandia. Ma la UE della von der Leyen non è mai stata debole come oggi.

Il bersaglio più facile di Trump è proprio la von der Leyen che ha finora stupidamente e irresponsabilmente perseguito la linea del vecchio presidente Joe Biden e della Nato[1] di escalation nella guerra con la Russia.

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comedonchisciotte.org

La bomba cinese DeepSeek fa vacillare l’oneroso progetto da 500 miliardi di dollari di Trump per l’intelligenza artificiale

di Mike Whitney

titolo 8.jpgIl futuro dell’umanità si sta decidendo mentre parliamo. E non si sta decidendo su un campo di battaglia nell’Europa dell’Est, in Medio Oriente o nello Stretto di Taiwan, ma nei centri dati e nelle strutture di ricerca dove gli esperti di tecnologia creano “l’infrastruttura fisica e virtuale per alimentare la prossima generazione di intelligenza artificiale”. Si tratta di un vero e proprio scontro a fuoco che ha già fatto diverse vittime, anche se non si direbbe leggendo i titoli dei giornali, che di solito ignorano i recenti sviluppi “catastrofici”. Ma, quando martedì il Presidente Trump ha annunciato il lancio di un progetto infrastrutturale per l’intelligenza artificiale da 500 miliardi di dollari (Stargate), poche ore dopo che la Cina aveva rilasciato il suo DeepSeek R1 – che “supera i suoi rivali nelle capacità avanzate di codifica, matematica e conoscenza generale” – è diventato dolorosamente ovvio che la battaglia per il futuro “è iniziata” in grande stile. E non è una battaglia che nessuna delle due parti può permettersi di perdere. Ecco come ha riassunto la cosa l’esperto di tecnologia Adam Button:

Immaginate di essere tornati nel 2017 e che l’iPhone X sia stato appena presentato al pubblico. Allora veniva venduto a 999 dollari e Apple, con le vendite alle stelle, stava costruendo un ampio fossato intorno al suo ecosistema.

Ora immaginate che, solo pochi giorni dopo, un’altra azienda avesse presentato un telefono e una piattaforma uguali in tutto e per tutto, se non migliore, al prezzo di soli 30 dollari.

Questo è ciò che si è verificato oggi nello spazio AI. La cinese DeepSeek ha rilasciato un modello opensource che funziona alla pari con gli ultimi modelli di OpenAI, ma che costa una frazione minima. Inoltre, è possibile scaricarlo ed eseguirlo gratuitamente (con l’unica spesa dell’energia elettrica).

Il prodotto rappresenta un enorme balzo in avanti in termini di scalabilità ed efficienza e potrebbe ribaltare le aspettative sulla quantità di potenza e di calcolo necessaria per gestire la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

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ottolinatv.png

Trump ci offre su un piatto d’argento l’occasione di mettere all’angolo gli USA, cancro del mondo

di OttolinaTV

hq720.jpgTrump ha dichiarato apertamente guerra al vecchio ordine mondiale frutto di 40 anni di globalizzazione neoliberista (che, detta così, suona anche parecchio bene), se non fosse che il modello proposto assomiglia da vicino all’era dei conflitti inter-imperialistici che ci ha portato dritti a due guerre mondiali e che Trump inaugura con una valanga di regali senza precedenti alle multinazionali USA, che dovranno essere finanziati tassando in varie forme il resto del pianeta; e, quando le tasse coloniali non basteranno, annettendo direttamente le aree che più gli interessano. Con stupore di tutti – a essere onesti – nonostante la produzione da record di ordini esecutivi nelle prime 24 ore di mandato, sul fronte dei dazi e della guerra commerciale per ora Trump ha fatto solo annunci: il primo è stata la minaccia di dazi del 25% per i veicoli che arrivano da Messico e Canada, dove vengono prodotti il 40% dei veicoli venduti ogni anno negli USA, in parte non irrilevante da produttori europei – a partire da Stellantis che, ricordiamo, significa anche marchi come Chrysler, Jeep e Dodge; anche Volkswagen subirebbe una botta gigantesca, a partire dal suo mega-stabilimento di Puebla, che da solo produce oltre 450 mila veicoli l’anno, l’80% dei quali è destinato al mercato USA.

Come degli Zuckerberg qualsiasi, le case automobilistiche però, invece che incazzarsi, hanno sconigliato e sono corse da Re Donald per promettere che si adegueranno ai suoi diktat: John Elkann, dopo essere entrato nel CDA di Meta, come il capo Mark si è trasformato ormai in una sorta di militante MAGA; Volkswagen, invece, ha rafforzato il suo impegno per i 10 miliardi di investimento per lo stabilimento di Chattanooga e per la joint venture col marchio locale Rivian. Tutti soldi che, ovviamente, verranno tolti dagli investimenti in Europa, dove non c’è nessun Trump che prenda per le orecchie la casa automobilistica e la costringa a fare gli investimenti necessari per evitare la prima chiusura nella storia del gruppo di 3 stabilimenti in Germania.

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sinistra

Il masso erratico

di Piero Pagliani

putin e trump 1 scaledAvevo espresso il sospetto che sotto sotto il Cremlino preferisse vedere alla Casa Bianca Kamala Harris piuttosto che Donald Trump. Successivamente Putin sembrò confermarlo al Forum economico di Vladivostock: «Prima avevamo Biden come favorito, ma è stato escluso dalla corsa. Lui ha raccomandato a tutti i suoi sostenitori di appoggiare Harris, quindi lo faremo anche noi… lei ha una risata così contagiosa, il che vuol dire che le cose le vanno bene».

In realtà stava facendo dell'ironia sull'ennesima accusa di “interferenza” nelle elezioni statunitensi e sul perenne riso della Harris sul quale già ironizzavano gli americani stessi.

Ciononostante, trapelavano informazioni sulla “preferenza” russa per un'amministrazione Dem, più prevedibile e uniforme, rispetto a un'amministrazione Trump erratica e contraddittoria. Per il Cremlino l'Operazione Militare Speciale in Ucraina stava andando come doveva andare. Idem per le sanzioni contro la Russia [1]. La continuità dell'azione statunitense avrebbe inintenzionalmente ma inevitabilmente garantito l'indebolimento di Kiev, degli Usa, della Nato e della UE secondo modalità ormai sperimentate che finora erano rimaste al di qua dell'irreparabile e permettevano a Mosca di esercitare la propria “escalation dominance”. Per contro con Trump l'unica cosa garantita era il proseguimento dell'atteggiamento ostile verso la Russia, così scontato che Dmitri Medvedev, forse la persona più importante in Russia dopo Putin, ha dichiarato che per ripristinare normali relazioni con gli Stati Uniti ci vorranno decenni, addirittura chiedendosi se è davvero necessario farlo [2].

D'altra parte, se era stato Obama a iniziare il conflitto in Ucraina col golpe nazista della Maidan curato dalla sua plenipotenziaria Victoria Nuland, durante il suo primo mandato Trump aveva preparato l'esercito di Kiev all'invasione del Donbass e se possibile della Crimea, armandolo fino ai denti e riorganizzandolo, approfittando slealmente degli accordi di Minsk, e aveva sommerso la Russia di sanzioni come mai prima [3].

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analisidifesa

UE e NATO terrorizzati dall’idea che Trump negozi la pace in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

241029 sg eu rdax 775x440s.jpgLa schizofrenia di NATO e UE, le cui dirigenze parlano ormai in fotocopia circa la guerra in Ucraina al netto del fatto che i due organismi sono composti in buona parte dagli stessi stati membri, sta raggiungendo il culmine in questi ultimi sgoccioli dell’Amministrazione Biden.

Lo si avverte da numerosi indicatori, inclusa l’evidente irritazione avvertibile in molte cancellerie europee per la possibilità che Donald Trump possa aprire un negoziato che concluda il conflitto in Ucraina.

Una “paura della pace” (o di una “pace non giusta” per citare un’espressione spesso utilizzata dalla politica europea), che tradisce il timore fondato che l’Europa venga ancora una volta tagliata fuori da un negoziato USA – Russia e relegata al solito ruolo di comparsa.

Un timore che colpisce anche l’Amministrazione Biden uscente che nell’aprile 2022 impedì a Kiev di accettare l’accordo con Mosca mediato dalla Turchia e che pochi mesi più tardi, come ha rivelato oggi il New York Times, scoraggiò gli ucraini ad aprire trattative con i russi sull’onda dei successi appena conseguito con le controffensive nelle regioni di Kharkiv e Kherson. All’epoca fu il capo degli stati maggiori riuniti, generale Mark A. Milley, a suggerire tale iniziativa agli ucraini ma il segretario di Stato Antony Blinken (peraltro di origini ucraine) la cassò, convinto che la guerra dovesse continuare.

La preoccupazione che Trump possa trovare una soluzione negoziata al conflitto traspare anche dalla nuova narrazione con cui UE e NATO cercano in ogni modo di nascondere quanto sta avvenendo sui campi di battaglia da cui, ci avrete fatto caso, giungono dai media notizie sempre più scarse mano a mano che la situazione per gli ucraini si aggrava.

Occultate o messe al bando le quotidiane evoluzioni belliche a vantaggio dei russi che giungono dai fronti di Kursk, Pokrovsk, Toretsk, Chasov Yar e dalla regione di Kharkiv (di cui ci occupiamo con qualche dettaglio in un altro articolo), dai vertici occidentali emergono dichiarazioni che suscitano perplessità, poiché del tutto prive di pragmatismo e realismo.

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metis

La guerra ibrida di Trump

di Enrico Tomaselli

ukraine war.jpegNonostante le grandi aspettative di cui è riuscito a circondare il suo secondo mandato presidenziale, è assai improbabile che Trump possa e voglia imprimere una svolta radicale alla politica internazionale degli Stati Uniti. E ciò per la semplice quanto evidente ragione che le linee strategiche di una grande potenza non possono essere soggette a continui cambiamenti, se non sul piano tattico e per gli aggiustamenti resi necessari dall’evoluzione delle situazioni, e che pertanto non è una Presidenza che imprime la direzione, ma è questa a determinare il Presidente.

Fermo restando, quindi, che la presidenza Trump (cosa del resto chiaramente rivendicata) avrà come obiettivo la riaffermazione dell’egemonia americana, e non certo una qualsiasi apertura al multipolarismo, resta da capire come concretamente svilupperà questa linea strategica, soprattutto relativamente alle maggiori aree di crisi, ma non solo.

Se guardiamo ad esempio alla crisi ucraina, sulla quale del resto si è accentrata l’attenzione, possiamo notare come la posizione statunitense – quale si va sempre più delineando – è caratterizzata innanzitutto da un approccio riduttivo, che cioè considera il conflitto come una questione circoscritta, che va mantenuta e risolta in un ambito limitato, senza quindi affrontare i temi di fondo che invece lo sottendono, quali non solo l’appartenenza o meno dell’Ucraina alla NATO ma la sua neutralità/smilitarizzazione e, ancora più importante, una nuova architettura di sicurezza reciproca in Europa e globale. Temi questi che, per loro natura, richiederebbero appunto la disponibilità a mettere in discussione la supremazia statunitense, cosa che la nuova amministrazione non vuole e non può fare.

Ugualmente, si vede come Washington intenda conseguire il solo risultato che gli sta a cuore – ovvero la fine dei combattimenti – attraverso una politica del bastone e della carota; da un lato offrendo la prospettiva di un progressivo allentamento delle sanzioni e il riconoscimento de facto delle annessioni territoriali, accompagnati da un rinvio sine die dell’adesione di Kiev alla NATO, e dall’altro la minaccia di inasprirle e di mantenere il sostegno militare all’Ucraina, magari allargandone la facoltà di utilizzo.

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volerelaluna

Cina e India, fratelli rivali

di Vincenzo Comito

b37648f67e85c90d4ad7b41506ccce02 87780841Le statistiche disponibili indicano che il pil di Cina ed India ha rappresentato circa il 50% del totale mondiale per moltissimi secoli, almeno dall’anno mille (Maddison, 2007) in poi e ancora sino al 1820, con la rivoluzione industriale inglese ormai matura. Poi la stanchezza delle due grandi civiltà asiatiche (incidentalmente, gli storici hanno analizzato a lungo, ad esempio, le ragioni dello strano caso della mancata rivoluzione industriale in Cina prima che in Inghilterra), gli sviluppi del colonialismo uniti al progressivo decollo dell’economia del Nord del mondo, hanno fatto sì che il loro peso arrivasse a stabilirsi in una frazione ridotta del totale mondiale. Così nel 1973, sempre secondo le analisi di Maddison, il valore del pil dei due paesi era sceso al 7,7%. Per moltissimi secoli l’area asiatica si è collocata al centro dell’economia mondiale e si è caratterizzata tra l’altro per i rapporti, a volte sereni, a volte tempestosi, tra le due grandi civiltà delle pianure alluvionali da una parte e quella dei popoli nomadi dell’Asia Centrale dall’altra. La via della seta, che collegava tra di loro i due paesi con quelli asiatici e poi con l’Europa, costituiva nella sostanza il sistema nervoso del mondo, come ha scritto un grande storico, Peter Frankopan, facendo da trait d’union lungo i paesi attraversati per la diffusione di culture, religioni, tecnologie, informazioni. Inoltre i due paesi partecipavano a un intenso e fittissimo sistema di scambi commerciali marittimi con gli altri paesi asiatici.

Facciamo a questo punto un salto nel tempo. A partire dalla fine degli anni quaranta del Novecento, dopo l’indipendenza indiana e l’arrivo di Mao a Pechino, sul piano economico le cose hanno cominciato a cambiare di nuovo, con un processo che, prima abbastanza lento, è andato accelerando nel tempo, prima in Cina e ora in India. Così ormai nel 2024, secondo le cifre del Fondo Monetario, il PIL cinese, se calcolato con il criterio della parità dei poteri di acquisto, rappresenta il 19% del totale mondiale, contro il 15% circa di quello Usa, mentre da qualche anno quello indiano cresce a ritmi anche più elevati di quello dell’altro paese asiatico.

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analisidifesa

Con amici così chi ha bisogno di nemici?

di Gianandrea Gaiani

4f4c80e3c47837b096f8454bc8c27a70 1695335138 extra large.jpegOggi più che mai la celebre frase della scrittrice britannica Charlotte Brontë torna alla mente osservando quanto accaduto sul fronte energetico nelle ultime due settimane. Nonostante i tranquillizzanti annunci dell’Unione Europea lo stop al transito del gas russo attraverso il gasdotto ucraino sta determinando, per ragioni oggettive e conseguenti incertezze e speculazioni, difficoltà e rialzo dei costi in gran parte d’Europa, con previsioni di incrementi considerevoli delle bollette per famiglie e aziende.

La Slovacchia, membro di NATO e UE, è la nazione che risentirà di più della decisione assunta da Kiev con il pieno supporto degli Stati Uniti e, paradossalmente, dell’Unione Europea.

Se Washington ha tutto l’interesse a privare di fornitori competitivi il mercato energetico europeo per imporci l’acquisto del suo costoso GNL (tema sostenuto perentoriamente prima da Barack Obama, poi da Joe Biden e che Donald Trump ha già anticipato) c’è da porsi più di qualche domanda circa il reale ruolo della UE o quanto meno di questa Commissione (e di quella precedente sempre a guida von der Leyen), pronta a sacrificare gli interessi dei suoi stati membri pur di difendere quelli di Washington e Kiev.

Basti ricordare quale timida reazione giunse dall’Unione Europea (e anche dal governo tedesco oggi uscente) dopo la distruzione dei gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico nel settembre 2022, attacco strategico alla Germania e all’Europa che raccolse il plauso di alcuni membri di NATO e UE, compiuto forse degli ucraini, più probabilmente dagli anglo-americani con qualche alleato del Nord Europa, ma certamente non dei russi.

L’esplosione dei Nord Stream non è stata certo l’ultima battaglia della guerra per il mercato energetico europeo. L’11 gennaio il ministero della Difesa di Mosca ha denunciato come “terrorismo energetico” il fallito attacco portato da 9 droni ucraini alla stazione di compressione Russkaya del gasdotto TurkStream a Gai-Kodzor, vicino ad Anapa, nel territorio di Krasnodar, nel sud della Russia.

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intelligence for the people

2025: un mondo senza legge

di Roberto Iannuzzi

La crescente delegittimazione della legalità internazionale lascia spazio a un mondo senza regole, dove vige un’unica legge: quella del più forte

5cb8615d 01f4 4d14 9ab1 22c1ef17a9cc 2048x1365L’anno appena trascorso ci ha mostrato una verità pericolosa. Ci ha confermato che l’Occidente, che a parole ha sempre sostenuto il rispetto del diritto internazionale, può violarlo a proprio piacimento, e lasciare che i propri alleati facciano altrettanto.

In questo senso, quella di Gaza non è soltanto una tragedia ma anche un monito, un precedente rischioso.

Una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sulla plausibilità del rischio di genocidio nella Striscia, una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che chiede la fine dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi (occupazione giudicata illegale da un precedente verdetto della CIG), rapporti delle Nazioni Unite e di numerose organizzazioni internazionali sulla natura genocida dell’operazione in corso a Gaza, non hanno fermato il massacro.

L’amministrazione Biden ha manipolato e sminuito dati e informazioni in suo possesso per negare che Israele impiegasse le armi americane in violazione del diritto internazionale, e che bloccasse l’ingresso degli aiuti nella Striscia.

Esponenti del Congresso, e la stessa Casa Bianca, hanno minacciato di imporre sanzioni alla Corte Penale Internazionale se avesse emesso mandati di arresto nei confronti di esponenti del governo israeliano. Una legge appena approvata dalla Camera dei Rappresentanti può tradurre in realtà queste minacce.

I paesi europei hanno respinto un rapporto del rappresentante speciale dell’UE per i diritti umani che, evidenziando i crimini di guerra commessi dalle forze armate israeliane, invitava i membri dell’Unione a sospendere le esportazioni di armi verso Israele.

Questa imprudente delegittimazione della legalità internazionale avviene nel contesto di uno scontro serrato per la ridefinizione degli equilibri mondiali.

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contropiano2

Trump non è “il caos”, ma l’impero in stile western

di Dante Barontini - Guido Salerno Aletta*

Trump in ombra 1.jpgPassato il primo momento di sconcerto, sulle più recenti sparate di Donald Trump – Groenlandia, Panama, Canada, ecc – hanno affondato il bisturi analisti piuttosto seri. Mentre i più rimbambiti cantori dell’establishment bipartisan (non facciamo nomi, ma ve li ritrovate su tutti i giornali e soprattutto talk show, con bretelle o senza) stanno ancora lì a recitare giaculatorie scandalizzate per il modo in cui si esprime il miliardario indebitato, campione della reazione parafascista dell’Impero in crisi.

Si può capirli… vorrebbero poter conservare l’immaginario dell’America liberal, faro dei “diritti umani” ma disposta persino a fare “guerre umanitarie” senza giustificazione, o genocidi che non si devono chiamare col loro nome, tra un volto hollywoodiano e una serata da Grammy Awards mentre si cosparge il mondo di cadaveri.

E invece si ritrovano questo buzzurro che squaderna i peggiori tratti del colonialismo ottocentesco, quasi una generale Custer fuori tempo, trattando gli stessi Alleati come potenziali nemici da mettere a posto a suon di sganassoni.

Sotto il velo dell’apparente “pazzia”, però, il tycoon newyorkese sta soltanto indicando alcuni degli obiettivi che risultano “indispensabili” a realizzare l’altrettanto passatista programma del “make America great again”.

E allora, grattando nella storia neanche troppo recente, per esempio a proposito di Groenlandia, si può scoprire che durante la seconda guerra mondiale gli Usa l’avevano già occupata con reparti della Guardia Costiera “liberati dal servizio“, formalmente solo “volontari” senza legami con il governo statunitense.

Il governo danese tacque perché era tutto in esilio, visto che a Copenhagen campeggiavano le SS. L’accordo con gli Usa che legalizzava la presenza di militari sull’isola arrivò un po’ dopo, senza troppe trattative.

Nel 1951 venne poi firmato un altro accordo che consentiva agli USA di costruire ed equipaggiare basi militari statunitensi, diventate alla fine una cinquantina (quasi tutte stazioni di osservazione radar, tranne la più grande, Thule). Era iniziata la “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica e dalla Groenlandia era molto più facile controllare le possibili rotte di eventuali missili sovietici verso l’America.

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sollevazione2

Trump fermerà la guerra in Ucraina?

di Thomas Fazi*

CONDIZIONI PUTIN.jpgL’imminente ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha radicalmente modificato il dibattito sulla guerra in Ucraina. Dopo aver insistito per anni su una vittoria militare ucraina a ogni costo, l’establishment politico e mediatico occidentale sembra riconoscere a malincuore che questa guerra può terminare solo attraverso i negoziati o il collasso dell’Ucraina sotto la pressione di uomini e risorse esaurite. Dato che la probabilità di quest’ultimo scenario sta diventando sempre più evidente — nonostante l’ultimo pacchetto di aiuti annunciato lunedì dall’amministrazione uscente di Biden — non sorprende che persino il New York Times, di solito falco, abbia recentemente concluso che “è tempo di pianificare la fase postbellica”.

Putin ha manifestato la sua disponibilità a incontrare Trump per discutere un accordo di pace, mentre il presidente eletto ha recentemente ribadito che “dobbiamo porre fine a questa guerra”. Dopo aver incontrato Zelenskyy a Parigi durante la riapertura della Cattedrale di Notre Dame, Trump ha chiesto un “cessate il fuoco immediato”. In un cambiamento notevole, lo stesso Zelenskyy ha recentemente riconosciuto che l’Ucraina non può recuperare i territori perduti con mezzi militari e ha persino suggerito che sarebbe disposto a cedere il territorio in cambio della protezione della NATO.

Il solo fatto che i negoziati siano ora sul tavolo è uno sviluppo positivo in una guerra che ha già causato un immenso spargimento di sangue e innescato tettonici cambiamenti economici e geopolitici. Tuttavia, nonostante le audaci affermazioni fatte durante la campagna elettorale, secondo cui avrebbe posto fine alla guerra “in 24 ore”, la risoluzione del conflitto si rivelerà probabilmente molto impegnativa — come ora ammette lo stesso Trump.

L’ostacolo principale è che l’incessante spinta dell’Occidente verso un’impossibile vittoria ucraina contro un avversario molto più forte ha rafforzato la mano della Russia. Rifiutando le precedenti opportunità di negoziazione — quando l’Ucraina era in una posizione più forte — i leader occidentali hanno permesso alla Russia di consolidare le sue conquiste militari, lasciando a Putin pochi incentivi per scendere a compromessi.

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metis

La scommessa di Israele

di Enrico Tomaselli

photo 2024 10 05 23 44 47 1024x574.jpgChe la caduta di Assad in Siria non fosse poi questo gran successo, per l’occidente, è cosa che sta lentamente cominciando a chiarirsi; ciononostante, sono più o meno tutti concordi nel ritenere che – tra tutti gli attori regionali e internazionali in scena – l’unico ad averne tratto sicuramente grande vantaggio è Israele. Il che effettivamente è difficile da contestare, visto che ha potuto ottenere, praticamente a costo zero, una serie di risultati niente affatto di poco conto.

Innanzi tutto, ha potuto procedere in tutta tranquillità alla distruzione sistematica dell’intera infrastruttura militare siriana, eliminando dall’orizzonte quello che – pur ormai ridotto molto male – è stato uno degli eserciti arabi sempre in prima linea in tutte le guerre con lo stato ebraico. Ha inoltre potuto occupare una parte significativa di territorio siriano, ben oltre le alture del Golan annesse di fatto dal 1967. Occupazione che dà a Tel Aviv più di una carta da giocarsi, nella ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente.

Tanto per cominciare, la conquista del monte Hermon, che offre all’IDF la possibilità di controllare una vasta aerea, dal Mediterraneo alla Giordania, per non parlare di quella di alcune dighe, che danno a Israele il controllo sulle forniture di acqua dolce alla Siria e alla Giordania, un evidente leva geopolitica di grande rilevanza. Niente affatto secondariamente, poi, i nuovi territori occupati offrono ulteriori possibilità, dall’espansione degli insediamenti coloniali (venendo così incontro ai desiderata dell’ala più estremista della sua maggioranza, e al tempo stesso offrendo uno sfogo all’irrequieto movimento dei settler), alla creazione di uno stato-cuscinetto affidato ai drusi siriani. Per non parlare, ovviamente, del fatto che ora l’IDF controlla la parte meridionale del confine siro-libanese, il che dà all’esercito israeliano la possibilità (in caso di riaccendersi del conflitto con Hezbollah) di attaccare il territorio libanese da un lato dove non esistono linee difensive fortificate.

Se, dunque, indiscutibilmente Tel Aviv ha tratto vantaggio dal cambio di regime in Siria, resta da capire se si tratti di un vantaggio tattico o strategico.

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clarissa

Stolten-Bilderberg

di Gaetano Colonna

cospi e1735721526184.jpgIl 2024 non poteva che concludersi con un evento che non è solo simbolico: la nomina di Jens Stoltenberg, non appena concluso lo scorso ottobre il suo mandato come Segretario generale della NATO, a nuovo co-presidente del Gruppo Bilderberg.

Certo non ci occupiamo di questo fatto per alimentare i vari complottismi, che troppo spesso svaniscono in un confuso bisbigliare.

Meglio approfondire con pazienza la storia, per capire che con il Gruppo Bildberg non siamo in presenza di un complotto, ma semplicemente davanti all’azione delle forze che hanno formato questo nostro tempo e che operano per conservare il loro potere.

 

Nasce il Bilderberg

Il Bilderberg Group fa la sua prima comparsa ufficiale nel maggio del 1954, come sodalizio fra autorevoli esponenti della classe dirigente che si è venuta formando sulle due sponde dell’Atlantico tra i vincitori delle due grandi guerre mondiali del secolo XX.

Il loro dichiarato intento è appunto quello di dare continuità a quelle fondamentali vittorie, rendendo indistruttibili i rapporti euro-atlantici, in vista del futuro. Un futuro che allora si manifestava con l’inizio della Guerra Fredda, con la diffusione dei movimenti comunisti anche nell’Europa occidentale, con lo scoppio della guerra di Corea, la formazione della NATO, l’annosa questione tedesca, che si risolveva portando la nuova Repubblica Federale di Germania sotto stretto controllo atlantico.

Tutto ciò fu allora lucidamente compreso dal singolare animatore del Bilderberg, Jozef Retinger: un polacco che aveva vissuto per mezzo secolo come uno dei principali protagonisti sotto traccia della storia europea.

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analisidifesa

L’Ucraina chiude i rubinetti del gas russo

di Gianandrea Gaiani

gazprom 179634.jpgPrima che propaganda e disinformazione (la nostre, non quelle russe) impostino narrazioni “fantasiose” circa lo stop alle forniture di gas russo all’Europa attraverso i gasdotti ucraini e le conseguenze sul caro-energia, ci sono almeno tre punti che vanno evidenziati.

Il primo è che la decisione di non rinnovare il contratto con Gazprom per il transito del gas verso la UE (in media 42 milioni di metri cubi al giorno, 14/15 miliardi all’anno, transitati nonostante la guerra in corso) è stata presa dall’Ucraina (per ragioni di “sicurezza nazionale” ha detto il ministro dell’Energia di Kiev) che, in accordo con gli Stati Uniti e alcune nazioni europee, punta a tagliare ogni residua forma di legame politico, commerciale e soprattutto energetico tra Russia e UE.

Non sorprende che il presidente ucraino Volodymyr Zelenski lo abbia definito “una delle più grandi sconfitte di Mosca” ricordando che “quando Putin prese il potere in Russia più di 25 anni fa, il volume annuo di gas inviato attraverso l’Ucraina in Europa ammontava a più di 130 miliardi di metri cubi“.

Semmai l’aspetto sorprendente è che la decisione di Kiev non sia contestata né ostacolata dall’Unione Europea, innanzitutto perché, nonostante le dichiarazioni di Ursula von der Leyen e gli alti costi energetici patiti nel Vecchio Continente dal 2022, l’Unione non è riuscita a fare meno del gas russo come si era ripromessa.

Mosca è ancora oggi il nostro maggior fornitore di gas (insieme agli USA) ma a prezzi molto più elevati perché ci viene rivenduto da terzi o perché acquistato in forma liquida (GNL), quindi molto più costoso rispetto al gas trasferito via tubo.

Infatti nel 2024 le importazioni di GNL russo dell’Unione Europea hanno toccato un livello record, superando i 16,5 milioni di tonnellate, come ha ricordato recentemente il Financial Times, per un terzo acquisito tramite il “mercato spot”, che permette acquisti a breve termine a prezzi più bassi. La Germania importa GNL russo dalla Francia mentre Belgio e Paesi Bassi continuano a fungere da piattaforme logistiche per il gas russo.