Count down
di Enrico Tomaselli
L’improvvisa escalation della guerra contro l’Iran, nonostante il pedestre tentativo di Trump di continuare nel giochetto poliziotto buono – poliziotto cattivo – in cui lui e Netanyahu (o che ne ha preso il posto, a questo punto…) sicuramente eccellono, è un pessimo segnale, e se non interverranno fattori nuovi nei prossimi giorni potrebbe essere l’anticamera di un disastro globale di proporzioni incommensurabili.
Ovviamente, non è solo l’attacco israeliano al campo gasifero di South Pars in Iran, con conseguente e prevedibilissimo allargarsi del conflitto a tutte le installazioni energetiche dell’area, ma la rinnovata insistenza statunitense sulla vittoria militare (mettendo momentaneamente in sordina i tentativi di uscirne fuori in maniera indolore, che pure sottobanco continuano), i nuovi spostamenti di forze verso la regione (il MEU della USS Tripoli in arrivo dal Mar Cinese), e soprattutto l’improvviso dietrofront degli europei, che sino a ieri avevano dichiarato di non volersi unire alla campagna per tenere libero Hormuz, e che all’improvviso firmano una dichiarazione congiunta (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone) in cui si dicono pronti a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. La premier giapponese, Sanae Takaichi, è già volata a Washington a prendere ordini.
Tutto questo sembra indicare che sta prevalendo la linea dura, e gli Stati Uniti pensano di poter (o dover…) giocare la carta dell’all-in. Non a caso, anche le petromonarchie del Golfo – che sinora avevano cercato di tenere in piedi un’immagine di facciata neutrale – ora spingono apertamente perché Trump eserciti la massima potenza possibile per schiacciare l’Iran.
Di fatto, gli Stati Uniti sono in trappola, che ci si siano cacciati da soli o che ce li abbia trascinati Israele, a questo punto è secondario. Personalmente propendo per l’idea che alla Casa Bianca, anche grazie a informazioni fuorvianti fornite da Tel Aviv, si era radicata la convinzione di poter replicare in Iran – più o meno in modo simile – il colpaccio fatto col Venezuela, e che vista la situazione generale era opportuno tentare il raddoppio adesso, nonostante le difficoltà prospettate dal Capo di Stato Maggiore Generale Caine.
Del resto, anche a prescindere da ciò che si può ipotizzare sul dossier Epstein, è indiscutibile che alcuni dei più stretti consiglieri del presidente sono smodatamente filo-sionisti, che la sua elezione è di molto debitrice a grandi finanziatori sionisti – Miriam Adelson prima tra tutti – e che i suoi diplomatici di fiducia – Witkoff e Kushner – sono a tutti gli effetti degli asset israeliani. Quello che sta emergendo, ad esempio anche attraverso la testimonianza di Tulsi Gabbard al Senato proprio in queste ore, è che la decisione presidenziale di andare in guerra è stata presa da Trump contro ogni evidenza contraria fornita dalle forze armate e dai servizi di intelligence. Si può quindi dire che la decisione di provare a mettere le mani sul petrolio iraniano è perfettamente in linea con la strategia statunitense, ma che i tempi sono stati abilmente accelerati attraverso la manipolazione di Trump, per assecondare il desiderio iraniano di chiudere i conti con la Repubblica Islamica adesso.
Ovviamente adesso per Trump il problema non è tanto salvare la faccia – il danno in parte è irrecuperabile, ma una riduzione del danno ulteriore è ancora possibile – quanto come farlo, stretto com’è in una forbice strettissima. Qualunque exit strategy, infatti, si scontra con un doppio problema: da un lato, Teheran non è disposta ad avallarla, e quindi anche se gli USA dovessero chiamarsi fuori unilateralmente dal conflitto, l’Iran continuerebbe a colpire, sia gli interessi statunitensi nella regione che, ancor più, Israele; e questo è, dall’altro, il secondo aspetto problematico, poiché Washington non può permettersi di abbandonare Tel Aviv. Senza la disponibilità iraniana a concedere una via d’uscita – anche a prescindere dal prezzo da pagare per averla – semplicemente questa non c’è. Dunque, almeno per il momento, a Washington non resta altra alternativa che provare a vincere di forza.
Questa soluzione, oltretutto, viene ovviamente caldeggiata da tutti gli altri attori regionali, perché sia Israele che le monarchie arabe sanno benissimo che, a questo punto, se la guerra dovesse concludersi con una sconfitta di fatto, le condizioni per loro sarebbero pesantissime, e per alcuni – EAU, Kuwait, Qatar, Bahrain – tale da mettere in discussione forse persino la sopravvivenza come entità statuali autonome.
Il margine di manovra per l’opzione vittoria militare, però, è estremamente ridotto ed aleatorio. Perché, per le ragioni suddette, non è possibile una vittoria simbolica; l’alternativa è tra una vittoria completa ed indiscutibile e l’accettazione delle condizioni iraniane.
Al tempo stesso, come indubbiamente il Generale Caine avrà spiegato nello Studio Ovale, non ci sono realisticamente possibilità di ottenere la vittoria manu militari. Non con una campagna aerea, che comunque ha dei limiti di sostenibilità, sia in termini di costi che di consumo delle risorse, né tantomeno con una invasione di terra, che implicherebbe migliaia e forse decine di migliaia di morti, ed un tempo lunghissimo, forse anni, e comunque senza nemmeno la certezza di arrivare ad una vittoria.
Tutto ciò che rimane nelle possibilità degli Stati Uniti, quindi, e cercare di trovare un evento che – collocato in un quadro di pesante logoramento delle infrastrutture militari e civili iraniane – possa assolvere al compito di provocare un cedimento nella leadership di Teheran, spingendola a riaprire uno spiraglio. Ma poiché una cosa è emersa con chiarezza in queste prime tre settimane di guerra, e cioè che le valutazioni di intelligence (soprattutto israeliane) si sono dimostrate a dir poco imprecise, non esiste neanche chiarezza su quale possa essere questo evento, e nemmeno sulla sua natura. Di conseguenza, Washington prosegue a braccio.
In tal senso va letta a mio avviso l’operazione israeliana contro South Pars, la cui esecuzione è stata affidata agli israeliani solo per avere la possibilità di negarne formalmente la paternità. Far entrare l’elefante nella cristalleria del mercato energetico mondiale, infatti, Trump sa bene che è potenzialmente un disastro. Già per molto meno è stato necessario rilasciare una buona fetta di riserve petrolifere strategiche da parte dei paesi del G7, e sospendere per 30 giorni le sanzioni sul petrolio russo già imbarcato; ora si parla di una sospensione simile persino sul petrolio iraniano, mentre la Russia considera la possibilità di fermare l’export. Dunque l’attacco serve a capire se, ed eventualmente quanto sposta nella fermezza iraniana. Al tempo stesso, si tengono in caldo altre opzioni più specificatamente militari, come un possibile sbarco sull’isola di Kharg o nel porto di Bandar Abbas, o un’incursione di forze speciali sul sito di Isfahan per recuperare l’uranio arricchito. Entrambe peraltro missioni ad altissimo rischio, e senza alcuna certezza che possano incidere sulla suddetta determinazione iraniana. Senza ovviamente escludere ulteriori tentativi di estendere la catena di omicidi mirati, sperando di seminare il panico, o quantomeno l’inquietudine, nella leadership di Teheran.
Tutto questo, ovviamente, all’interno di una finestra temporale che tende a chiudersi inesorabilmente. Il primo fattore con cui fare i conti è la scarsità di intercettori, che già comincia a manifestarsi. Quanto più la capacità di difendersi dagli attacchi iraniani va degradando, tanto più questi saranno in grado di colpire con maggior efficacia e precisione, e con minor impiego di risorse. E questo vale in particolar modo per Israele, che sconta la sua piccola dimensione e, quindi, la concentrazione di potenziali bersagli. Probabilmente, il tentativo statunitense di spingere le petromonarchie a entrare direttamente nel conflitto è legato più che all’apporto offensivo che queste potrebbero dare, alla possibilità di spalmare le capacità offensive iraniane su un numero maggiore di obiettivi. Cioè, in sostanza, nel fare ancora una volta da parafulmine per Israele.
Il secondo fattore è l’estensione e l’intensificazione degli attacchi. Al momento, come stiamo vedendo, l’Asse della Resistenza sta operando soltanto dal Libano, e in parte in Iraq. Ma questo è già di per sé sufficiente ad impegnare forze e risorse militari statunitensi e israeliane. Ma ovviamente non solo questa azione può intensificarsi, ma può estendersi, sia col passaggio al colpire obiettivi in Israele da parte delle forze militari irachene (PMF), sia con l’ingresso attivo nel conflitto dello Yemen, sia – allo stato poco probabile, ma non da escludere totalmente – con una ripresa dei combattimenti nei territori palestinesi – Gaza e Cisgiordania.
Il terzo fattore, ovviamente, è l’incidenza della crisi sui mercati globali e, quindi, la reazione dei paesi che si trovano al di fuori della sfera di vassallaggio nei confronti di Washington. In particolare Russia e Cina, che seppure hanno un loro interesse nel vedere l’impantanamento USA in Medio Oriente, di certo non considerano positivo il prolungamento del caos statunitense in una regione così delicata per gli equilibri mondiali, e la possibilità di presentarsi – ancora una volta – come fattore di stabilità agli occhi dei paesi emergenti non è secondaria. In ogni caso, lo scombussolamento dei mercati energetici ha conseguenze pesanti proprio sui vassalli statunitensi – Europa, Giappone, Corea del Sud – ma anche negli stessi Stati Uniti. Anche se l’impennata dei costi energetici sta favorendo la crescita dei profitti per le major petrolifere USA, il costo a gallone della benzina è già quasi triplicato, e questo è un fattore destabilizzante per le politiche trumpiane, che già incontrano forti resistenze da parte di un segmento importante dell’establishment politico e finanziario.
Le pressioni interne e internazionali per porre un freno a tutto ciò sono quindi destinate a moltiplicarsi, anche perché già comincia ad aleggiare lo spettro di una recessione globale, cui proprio i paesi occidentali sono i più esposti.
Quarto fattore, la War Powers Resolution, che impone al presidente un limite massimo di 60 giorni per impegnare le forze armate in azioni ostili; dopo di che, se il Congresso non vota la dichiarazione di guerra, restano a disposizione altri 30 giorni per completare il ritiro delle forze dispiegate. Su un totale di 12 settimane, quindi, già ne sono state consumate 3, e nell’arco delle nove successive non solo deve essere trovata la via d’uscita, ma deve essere pienamente attuato il ritiro. Anche se al momento questa può apparire una finestra abbastanza ampia, in realtà è assai ristretta, poiché in questo arco di tempo gli USA dovrebbero mettere in atto una mossa capace di incrinare la resistenza iraniana, avviare un negoziato parallelo al conflitto, porre fine allo stesso e ridispiegare le forze. Tutte cose che, ovviamente, dipendono però dalla capacità di determinare questa catena di eventi. E durante questo tempo anche gli altri fattori contribuiscono al ticchettio del count down. Cosa di cui la leadership iraniana è perfettamente consapevole.
E del resto, l’incertezza, per non dire la confusione, che regna a Washington è abbastanza evidente: mentre l’Iran mantiene l’iniziativa strategica, anche quando Israele e Stati Uniti cercano di prendere l’iniziativa tattica, la situazione appare sempre e comunque fuori dal controllo americano.
In termini strategici, c’è infine un ulteriore fattore da considerare. Storicamente, e quantomeno dal 1945 in poi, cioè da quando gli Stati Uniti assumono una dimensione imperiale, il sistema oligarchico su cui sono fondati ha assunto un’ulteriore caratteristica, ovvero il formarsi di un corpus non istituzionale (o quantomeno non del tutto), che nella vulgata si tende a definire come deep state – definizione a cui preferisco quella di deep power – che si è assunto il compito di assicurare la continuità strategica necessaria al mantenimento dell’impero, e che ovviamente non può oscillare a ogni mutamento elettorale. Questo insieme di poteri, al cui interno ovviamente sono sempre esistite delle dialettiche interne, ha sostanzialmente definito la politica estera degli Stati Uniti dal dopoguerra ad oggi, mentre agli esecutivi restava, appunto, l’esecuzione delle linee strategiche determinate in questo contesto.
Questo sistema, che ha assicurato la stabilità del potere egemonico statunitense, indipendentemente dal succedersi e alternarsi delle presidenze, a seguito della profonda crisi dovuta al declino imperiale è sostanzialmente saltato. O meglio, alla dialettica interna che lo ha caratterizzato per decenni, ha fatto seguito uno scontro interno, anche molto duro, che rende impossibile il formarsi di un consensus su cui convergere, e che si riflette sugli esecutivi, che diventano a loro volta oggetto e strumento di questo scontro. E tutto ciò, ovviamente, non solo indebolisce ulteriormente il sistema statunitense nel suo complesso, ma anche l’azione dei singoli esecutivi.
Dato questo quadro generale, ovviamente quello che si sta consumando in Medio Oriente è una sorta di tiro alla fune, dove a vincere non è chi riesce a far cadere l’avversario, ma chi resiste più a lungo. Gli Stati Uniti hanno scommesso sulla propria capacità di sviluppare una forza presumibilmente soverchiante, concentrata nel tempo. L’Iran ha scommesso sulla sua capacità di resistenza.
All’interno della finestra temporale variamente determinata da diversi fattori, Washington deve trovare la quadra tra tutte le problematiche che sono state sin qui sommariamente riassunte. Teheran deve attendere che la finestra si chiuda. Ovviamente il calcolo della leadership iraniana è che questo comporta un prezzo considerevole – che del resto la leadership stessa paga per prima, diversamente che nei paesi occidentali… – ma che alla lunga ciò risulterà retributivo. Più a lungo si protrae la resistenza della Repubblica Islamica, più alto sarà il costo di uscita per gli Stati Uniti. Come in tutte le guerre asimmetriche – e questa lo è sotto molti aspetti – il fattore tempo è determinante. Ma, diversamente che in Vietnam o in Afghanistan, Washington non ha alcuna possibilità di stabilizzare la guerra, trascinandola per anni, per poi andarsene quando altre urgenze si affacciano. Se giochi all-in, hai una sola mano a disposizione.










































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