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manifesto

I predatori del sistema

Benedetto Vecchi intervista Saskia Sassen

Parla l’economista e sociologa autrice di molti saggi sulla globalizzazione, in Italia per partecipare domani a un incontro del meeting torinese «Biennale Democrazia»

27cultLa con­ver­sa­zione è ini­ziata lad­dove era stata inter­rotta alcuni anni fa. Anche allora la crisi domi­nava la scena. Ma Occupy Wall Street era molto più che una debole spe­ranza, men­tre gli indi­gna­dos sem­bra­vano inar­re­sta­bili. Per Saskia Sas­sen erano segnali di una pos­si­bile inver­sione di ten­denza rispetto alle poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali di matrice neo­li­be­ri­sta. E Barack Obama negli Stati Uniti, dove vive e inse­gna, sem­brava ancora capace di sfug­gire alle grin­fie della destra popu­li­sta. Ad anni di distanza, Saskia Sas­sen non ha per­duto l’ottimismo della ragione che ha carat­te­riz­zato molti suoi libri, ma è però con­sa­pe­vole che alcune ten­denze indi­vi­duate sono dive­nute realtà corrente.

Nota per il libro sulle Città glo­bali (Utet), ma anche per le sue ana­lisi sulla glo­ba­liz­za­zione, cul­mi­nate nel volume Ter­ri­to­rio, auto­rità e diritti (Bruno Mon­da­dori), dove Saskia Sas­sen non si limita a foto­gra­fare la glo­ba­liz­za­zione, ma ne ana­lizza la genesi, le tra­sfor­ma­zioni indotte nel sistema poli­tico nazio­nale e la for­ma­zione di cen­tri deci­sio­nali poli­tici sovra­na­zio­nali, messi al riparo dalla pos­si­bi­lità di con­trollo dei «gover­nati», da poco ha pub­bli­cato un nuovo volume (Expul­sions, Bel­k­nap Press; in Ita­lia sarà pub­bli­cato dall’editore il Mulino). La con­ver­sa­zione pre­cede la sua par­te­ci­pa­zione alla Bien­nale Demo­cra­zia di Torino, dove par­te­ci­perà domani a una tavola rotonda con Dona­tella Della Porta e Colin Crouch.

 

Crisi è un ter­mine che ritorna osses­si­va­mente nell’agenda poli­tica glo­bale e nelle ana­lisi sullo stato dell’arte dell’economia glo­bale. In entrambi i casi è usata per sot­to­li­neare il fatto che il capi­ta­li­smo è entrato da ormai otto anni in un tun­nel del quale non si vede la fine. Nel suo nuovo libro «Expul­sions» lei scrive che gli effetti col­la­te­rali della forma spe­ci­fica di capi­ta­li­smo qua­li­fi­cata come neo­li­be­ri­sta si basano sull’esclusione e le disu­gua­glianze sociali. Può spie­gare que­sto punto di vista?

Per me crisi è un ter­mine ina­de­guato. Parto dalla con­sta­ta­zione che, nel pre­sente, ci sono più tipo­lo­gie di crisi. D’altronde è cosa abba­stanza acqui­sita dalle scienze sociali che l’attuale sistema glo­bale sia un sistema com­plesso, ma non sta­tico. Anzi pre­senta una certa dina­mi­cità e alcune poten­zia­lità di svi­luppo impen­sa­bili fino a quando si evi­den­ziano nella loro capa­cità tra­sfor­ma­tiva della realtà. In altri set­tori, eco­no­mici e sociali, invece si può mani­fe­stare un loro declino o crisi. Per que­sto, l’uso della parola crisi è restrit­tivo. Più inte­res­sante, invece, è capire chi vince e chi perde social­mente in que­sta fase dello svi­luppo capitalistico.

Nel libro al quale lei fa rife­ri­mento, Expul­sions, affronto certo il tema dell’esclusione e delle disu­gua­glianze sociali, ma non sono inte­res­sata a regi­strare il feno­meno, bensì a com­pren­dere come viene pro­dotto, quali sono le dina­mi­che eco­no­mi­che e poli­ti­che che lo pro­du­cono. L’esclusione e la disu­gua­glianza sociale sono sem­pre esi­stite. Non sono cioè delle «novità». Pos­siamo certo con­cen­trarci su come il feno­meno si sia modi­fi­cato nel tempo, defi­nire le diverse tas­so­no­mie della disu­gua­glianza. Ed è anche impor­tante che qual­cuno lo faccia.

Quel che emerge nei tempi che stiamo vivendo è, però, una realtà che pre­senta alcune signi­fi­ca­tive dif­fe­renze rispetto al pas­sato. Per que­sto sono par­tita dal fatto che per com­pren­dere quale tipo di ine­gua­glianze si stanno affer­mando occorre capire come fun­zioni il com­plesso sistema glo­bale dell’economia. Quali sono le spe­cia­liz­za­zioni pro­dut­tive che pren­dono piede e si svi­lup­pano in un ter­ri­to­rio; quali le rela­zioni che si sta­bi­li­scono all’interno del sistema. Sia ben chiaro, non sto pro­po­nendo un approc­cio siste­mico. Sem­mai, invito a guar­dare le dina­mi­che in atto nel loro dive­nire e tota­lità. Per fare que­sto, occorre par­tire dalle con­di­zioni più estreme, più dure della realtà sociale. Potrei dire che è neces­sa­rio andare alle radici dei pro­blemi, che sono esem­pli­fi­cati da chi è escluso o di chi vive con dram­ma­ti­cità le disu­gua­glianze sociali. In Expul­sions mi con­cen­tro sui mar­gini del sistema glo­bale. Mar­gine è tut­ta­via un con­cetto dif­fe­rente da quello di con­fine geo­gra­fico che qua­li­fica ancora le rela­zione tra gli Stati nazio­nali.

L’ipotesi dalla quale sono par­tita è la pro­li­fe­ra­zione dei «mar­gini di sistema» — il declino delle poli­ti­che eco­no­mi­che che hanno carat­te­riz­zato le eco­no­mie occi­den­tali nel XX secolo, il degrado ambien­tale e la cre­scita di forme com­plesse di cono­scenze che tra­dotte ope­ra­ti­va­mente pro­du­cono inter­venti di una bru­ta­lità ele­men­tare. Mi spiego meglio. Alcune cono­scenze sono state appli­cate nella pro­du­zione di alcuni mate­riali o per acce­dere ad alcune mate­rie prime. Que­sto ha com­por­tato dif­fe­renti forme di «espul­sione». In altri ter­mini, l’esclusione, la messa ai mar­gini è stata prima pen­sata logi­ca­mente e poi tra­dotta in espul­sione di popo­la­zioni, di comu­nità intere. E se que­sto è evi­dente per quanto riguarda il degrado ambien­tale, lo stesso si può dire per quanto riguarda alcune realtà indu­striali nel nord del pia­neta. Tutto ciò per dire che l’esclusione è l’esito finale di un pro­cesso logico, cogni­tivo che ha visto impe­gnati tan­tis­simi uomini e donne. È que­sto dispo­si­tivo logico, cul­tu­rale che va com­preso per affer­rare la realtà nella sua totalità.

 

Nel recente pas­sato, lei ha scritto sulle forme di resi­stenza all’inuguaglianza, alla disoc­cu­pa­zione, alla esclu­sione sociale. Alcuni teo­rici hanno par­lato di cen­tra­lità delle «pra­ti­che micro­po­li­ti­che»; altri invece hanno scritto di ritorno del mutua­li­smo, rife­ren­dosi a forme di coo­pe­ra­zione sociale, di wel­fare state dal basso. Sono espe­rienze che coin­vol­gono cen­ti­naia di migliaia di per­sone che espri­mono un indub­bio potere sociale, senza avere però la capa­cità di cam­biare i rap­porti di forza nella società e di modi­fi­care le agende poli­ti­che nazio­nali e sovra­na­zio­nali. Cosa ne pensa di que­sto para­dosso: un potere sociale che non rie­sce a espri­mere un potere politico?

Esi­ste sì il potere sociale che lei descrive, ma deve fare i conti con una realtà che vede la for­ma­zione di élite pre­da­to­rie gra­zie allo svi­luppo di una for­ma­zione sociale-economica «pre­da­to­ria». Sono élite che fanno leva sulla finanza e su alcuni stru­menti di governo della realtà per inglo­bare, con­cen­trare nelle pro­prie mani tutto ciò che può pro­durre ric­chezza e potere. Anche qui, invito a non cedere alla ten­ta­zione della sem­pli­fi­ca­zione. Le con­cen­tra­zioni della ric­chezza sono una delle costanti dell’economia capi­ta­li­stica. Potremmo anche dire dell’economia in generale.

Nella situa­zione attuale assi­stiamo al dispie­gare di forme estreme di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Basti pen­sare che negli ultimi 25 anni la con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani dell’un per cento della popo­la­zione ha visto un balzo del 60 per cento.

Per essere più chiara: i primi 100 miliar­dari degli Stati Uniti hanno visto i loro red­diti cre­scere di 240 miliardi di dol­lari solo nel 2012. Una cifra che, se redi­stri­buita, avrebbe posto fine alla povertà di milioni e milioni di per­sone sem­pre negli Stati Uniti. Altri dati: nel 2002, cioè pochi anni prima della data che indica l’inizio della crisi glo­bale, le ban­che ave­vano assi­stito alla cre­scita dei loro pro­fitti del 160 per cento, pas­sando da 40 miliardi a 105 miliardi di dol­lari, cioè una volta e mezza il pro­dotto interno lordo su scala pla­ne­ta­ria. Nel 2010, cioè in un periodo di crisi, i pro­fitti delle cor­po­ra­tion sta­tu­ni­tensi sono saliti di 355 milioni rispetto il 2009. A fronte di que­ste cifre da capo­giro, negli Stati Uniti le tasse sui red­diti delle imprese sono solo di 1,9 miliardi di dollari.

I ric­chi e le imprese glo­bali non pote­vano da soli rag­giun­gere que­sto intenso tasso di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Hanno avuto biso­gno di un «aiuto siste­mico», cioè di un milieu di inno­va­tive tec­ni­che finan­zia­rie e sup­porto gover­na­tivo. L’esito è stato appunto la for­ma­zione di una élite glo­bale che si auto­rap­pre­senta come un mondo a parte che trae forza dalle poli­ti­che eco­no­mi­che, dalle leggi sta­bi­lite a livello nazio­nale, ma anche glo­bale. Da que­sto punto di vista, i governi hanno svolto un fon­da­men­tale ruolo di inter­me­dia­zione, teso a ren­dere opaco, meglio fosco ciò che stava acca­dendo. Siamo quindi di fronte a un com­plesso dispo­si­tivo fina­liz­zato alla con­cen­tra­zione della ric­chezza. Niente a che vedere con una stanza dove è dif­fi­cile scor­gere le cose a causa del fumo dei sigari di qual­che impe­ni­tente «padrone del vapore». In pas­sato è bastato aprire una qual­che fine­stra e tutto era diven­tato chiaro. Ora non è così.

La mia tesi è che abbiamo assi­stito a un cam­bia­mento di scala della con­cen­tra­zione della ric­chezza che ha man­dato in pezzi il mondo di qual­che decen­nio fa, dove esi­steva una classe media e una classe ope­rai sostan­zial­mente non ric­che, ma «abbienti». Pro­vo­ca­to­ria­mente potrei affer­mare che nel Nord glo­bale le società sono sem­pre più simili a quelle del Sud globale.

L’Europa e gli Stati Uniti non erano quindi immuni da con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani di pochi, disu­gua­glianze sociali, raz­zi­smo, povertà, ma tutto ciò era miti­gato dalla cre­scita costante nel tempo di una classe media. Inol­tre, erano paesi dove era forte la ten­sione a supe­rare povertà, raz­zi­smo, dif­fe­renze di classe, ma c’era una ten­sione al supe­ra­mento di que­gli ele­menti. Bene quel mondo è stato pro­gres­si­va­mente can­cel­lato dagli anni Ottanta in poi. Ora siamo in un mondo dove élite glo­bali «pre­dano» la ric­chezza senza troppe resi­stenze. Per tor­nare alla sua domanda, invito a pen­sare ad un aspetto che è fon­da­men­tale in una realtà come quella che ho sin­te­ti­ca­mente descritto. I movi­menti sociali sono fon­da­men­tali per la loro abi­lità nell’includere realtà molto diverse tra loro. Sono cioè espe­rienze che pro­du­cono una poli­tica di buon vici­nato, di soli­da­rietà, di con­di­vi­sione sociale. La forza di Syriza in Gre­cia è dovuta alla sua capa­cità di fare pro­pria l’abilità aggre­ga­tiva dei movi­menti sociali, che pun­tano a risol­vere alcuni pro­blemi vitali per i sin­goli: la casa, il man­giare, la cura del corpo.

 

Certo non cam­biano l’agenda poli­tica, né i rap­porti di forza. Qui vale una domanda che non è reto­rica: come fare questo?

Pro­vando, spe­ri­men­tando, coin­vol­gendo la popo­la­zione e anche que­gli espo­nenti poli­tici che sono con­sa­pe­voli e cri­tici verso que­sta feroce dina­mica di espul­sione e di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Pro­vando, magari sba­gliando, ma con­ti­nuando a pro­vare. Per me, que­sto signi­fica rigore nell’analisi della realtà, resi­stere alle sirene delle sem­pli­fi­ca­zione o, altret­tanto forte, incam­mi­narsi su strade già bat­tute e che si sono rive­late come vicoli ciechi.

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