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effimera

Gratificazione o sfruttamento?

Dal lavoro gratuito alle nuove forme di organizzazione e mutualismo 

di Sergio Bologna

workUn testo importante di Sergio Bologna che analizza tre libri collettanei pubblicati di recente, all’interno dei quali, nelle differenze di taglio e di configurazioni, è centrale il tema della gratuità del lavoro contemporaneo, cioè la crisi del “valore” del lavoro (“merce per eccellenza, la madre di tutte le merci”). Si tratta di: Salari rubati, a cura di Francesca Coin, Ombre Corte, 2017; Le reti del lavoro gratuito, a cura di Emiliana Armano e Annalisa Murgia, Ombre Corte, 2016; Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, a cura di Emiliana Armano, Annalisa Murgia e Maurizio Teli, Mimesis, 2017

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Il gruppo di ricercatrici e ricercatori che in Italia indaga sulla distruzione del lavoro salariato, la precarizzazione, il lavoro gratuito, l’estrazione di plusvalore dalle capacità relazionali e dagli stati emozionali, ha raggiunto ormai un grado di approfondimento analitico e di ampiezza di sguardo, che hanno permesso d’illuminare anche i lati più nascosti di questo universo del lavoro in costante decomposizione. E’ un segmento della sociologia del lavoro che ha raggiunto risultati eccellenti, in buon parte realizzati da ricercatori precari.

Si potrebbe aggiungere che in parallelo alla svalorizzazione della prestazione lavorativa si assiste a una svalorizzazione delle merci, causata da quella che possiamo chiamare l’”economia della deflazione” e che consiste in una cieca politica degli sconti, in una corsa al ribasso dei prezzi che nulla ha da invidiare a quella delle retribuzioni.

Il Guardian del 23 aprile, in un’inchiesta sul fallimento della catena distributiva britannica BHS, riferiva che negli USA si parla ormai di una retail apocalypse. Le grandi catene riducono drasticamente i loro punti vendita a causa del diffondersi dell’e-commerce (vendite online) ma anche per il restringersi dei margini di profitto determinato da una politica degli sconti attuata sistematicamente per reggere la concorrenza. Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio e, data l’età media del personale di vendita, ne viene investita la fascia di disoccupazione giovanile. Analogo fenomeno si verifica nel settore che sto seguendo da anni per ragioni professionali, il settore dello shipping, della navigazione commerciale, dove siamo arrivati al punto che il 36% della flotta mondiale in esercizio ha un valore pari a prezzi di scrap. In pratica si può comperare sul mercato dell’usato una nave e rivenderla il giorno dopo a un demolitore pakistano o indiano e ricavarci pure qualcosa.

Sembra dunque tutto coerente: se la merce per eccellenza, la madre di tutte le merci, il lavoro, perde valore, necessariamente tutto il resto segue. In realtà il processo è molto meno lineare e pieno di contraddizioni. Se il crollo delle retribuzioni, intaccando il reddito, provoca un crollo dei consumi, invano arginato dalla politica degli sconti che deprime i prezzi, come si spiega l’incremento del 16% nelle immatricolazioni di auto nuove in Italia nel 2016 (o mille altri esempi di questo genere nei paesi dell’Occidente che sembrano in controtendenza)? Dobbiamo prendere atto del colossale mutamento antropologico causato dal postfordismo, dalle politiche neoliberali, dalla globalizzazione e così via. Le gerarchie di valori sono saltate. Una famiglia può benissimo accettare di tenersi in casa e mantenere due figli laureati che lavorano gratis fino a 40 anni ma correre a cambiare macchina quando esce un nuovo modello della Toyota. Le aziende di maggior successo sono quelle che esplicitamente si prefiggono di creare un uomo nuovo, di cambiarne non solo le abitudini di consumo, ma le dinamiche razionali ed emotive, di modificarne il DNA, come ho sentito proclamare tranquillamente da top manager di Google e di Amazon ad uno degli ultimi congressi internazionali di logistica ai quali ho partecipato.

Quando parliamo di lavoro gratuito ci indigniamo per i metodi ed i linguaggi con i quali viene richiesto e rappresentato (l’appello di Expo 2015 al lavoro volontario si rivolgeva a soggetti dalle caratteristiche di eccellenza, altamente qualificati, con padronanza di lingue straniere, capacità di problem solving e disponibilità, duttilità, cortesia, empatia nelle relazioni, individui eccezionali gratificati dall’essere considerati cittadini meritevoli – per gente che doveva di fatto distribuire dei dépliant pubblicitari e dire straight ahead o welcome). Ma dovremmo indignarci assai di più per la disponibilità dimostrata dai soggetti, come se la mutazione antropologica fosse già compiuta nel loro cervello e la convinzione di essere dei cittadini modello, loro che distruggono posti di lavoro retribuiti in cambio di nulla, già acquisita. Penso che nelle nuove generazioni in Italia sia ormai molto avanzata questa mutazione, che l’idea di considerare la retribuzione un’ingiusta pretesa sia molto diffusa, che il rapporto di lavoro venga iscritto nelle “fortune della vita”, dimenticando del tutto, anzi considerando insolita, la sua sostanza contrattuale. Vendersi al ribasso è un comportamento normale ormai nel mondo dei freelance. L’abbassamento dei prezzi sembra quasi una compensazione in termini di riduzione dei costi della sopravvivenza. Di fronte a fenomeni come quello descritto nello shipping qualche marxista d’accatto tornerà a sperare in un crollo/suicidio del capitalismo, in realtà questo è il new normal. Dobbiamo partire non più dalle astuzie perverse dell’economia della promessa ma dal soggetto che accetta, riconosce come giusto, si gratifica del suo sfruttamento.

Io credo che anche nei bei ragionamenti e nelle approfondite analisi che si sono fatte finora sia avvertibile una certa carenza, quella di aver trascurato i percorsi di liberazione o, meglio, di non aver indagato la meccanica, le dinamiche per le quali dei soggetti già completamente conquistati dall’ideologia dell’autosfruttamento riescano ad uscirne, o almeno a dubitarne. Non si sono indagati quei momenti interiori nei quali scatta la scintilla del rifiuto o almeno della resistenza, del disgusto, del disagio, che poi maturano in atteggiamento di ribellione e magari in percorso di liberazione. Quali sono le condizioni che possono far scattare quella scintilla? Cos’è che ad un certo punto può diventare intollerabile? Quali condizioni esterne possono accelerare questo processo, quali stati interiori possono scatenarlo? Non cambia nulla se invece di un’adesione acritica alla predicazione del lavoro gratuito o al cedere le proprie competenze al ribasso, ci troviamo di fronte ad atteggiamenti del tipo ”certo che è tutto uno schifo ma se le condizioni del mercato sono queste non ho alternative”. Chi è impegnato – certe volte giorno per giorno – in processi associativi, di rappresentanza ed autotutela, tocca con mano una situazione che a livello di soggettività sembra irrimediabilmente compromessa. Mi piacerebbe che i ricercatori ogni tanto si mettessero nei panni o assumessero il punto di vista dell’organizer.

Gli organizzatori sindacali di una volta, che spendevano le loro vite nel tentare di far scioperare per la prima volta operai con moglie e figli a carico, disposti sino a quel momento a qualunque azione di crumiraggio, a qualunque asservimento, a qualunque straordinario non pagato, non so se facevano maggior fatica di un attivista di ACTA che si sforza di convincere un freelance ad essere cosciente dei propri diritti ed a fare qualcosa per difenderli. Non si tratta quasi mai di resistenze ad un processo associativo – perfettamente comprensibili – ma di resistenze ad un atteggiamento di “esposizione”, ad accettare il rischio della minoranza, a impegnarsi a non vendersi al ribasso. Purtroppo un organizzatore di freelance non può ricorrere a metodi coercitivi, mentre il sindacalista di una volta poteva almeno organizzare un picchetto duro. Quanto ormai la situazione sia compromessa a livello soggettivo lo si vede dal fatto che moltissimi gestori di spazi di coworking considerano dei seminatori di zizzania coloro propongono di portare al loro interno un discorso sui diritti negati del lavoro postfordista, mentre spesso spalancano le porte ad emeriti ciarlatani che vendono capitale umano a buon mercato.

Nella produzione sociologica “militante” c’è ancora carenza di analisi sulla genesi del conflitto o semplicemente sulla possibilità del conflitto (ormai dobbiamo chiamare “conflitto” quello che sarebbe stato considerato trent’anni fa un comportamento “normale”). Càpita di leggere anche in queste analisi, per esempio, un certo scetticismo per le esperienze mutualistiche. Io credo invece che il mutualismo sia la forma naturale di autotutela in un ambiente privo di conflitti o che non ha ancora raggiunto lo stadio del conflitto. Se può servirci ancora l’esperienza del passato, non possiamo ignorare che il mutualismo ha preceduto il sindacalismo, assicurando possibilità di sopravvivenza a un proletariato minacciato nella medesima e solo in un secondo tempo assicurando ad un sindacalismo conflittuale una specie di retrovia, per poter gestire la resistenza di una lotta. Questa sequenza potrebbe riprodursi oggi con i lavoratori della conoscenza? Io non vedo altre alternative. Ed ho notato con un certo piacere lo spostarsi dell’attivismo delle associazioni di freelance – sia in USA che in Europa – dal terreno delle tematiche previdenziali e assistenziali (pensioni, malattia, maternità) a quello delle tematiche retributive (wage theft, mancati e ritardati pagamenti) perché questo consente di entrare nel merito dello scontro caratteristico dell’economia della deflazione, rimanda a un conflitto hic et nunc e ribadisce la natura contrattuale della prestazione. Il mutualismo ormai non è un’utopia, possiamo testarlo su realtà esistenti che associano decine di migliaia di persone e verificare la complessità dei servizi che riesce a mettere in campo (Derive&Approdi sta traducendo l’intervista con Sandrino Graceffa, coordinatore di Smart, la Société Mutuelle des Artistes, che ormai conta più di 80 mila soci a livello europeo, Refaire le monde… du travail. Contre l’uberisation de l’économie).

Capisco la sottovalutazione del mutualismo di fronte allo spettacolo della sua mercificazione ma qui non possiamo farci nulla, non possiamo continuare a piagnucolare perché il capitalismo riesce a trarre profitto da tutto (anche dal conflitto). Piuttosto interroghiamoci se la difficoltà a individuare la genesi dei percorsi di liberazione sia in parte attribuibile alla rappresentazione di una “umanità uniformemente precaria” dove le differenze tra lavoro dipendente e autonomo scompaiono, tra occupati e inoccupati, tra giovani e vecchi, lasciando come unica differenza quella di genere ma ridotta, proprio nel lavoro, ad una differenza solo formale (la “femminilizzazione” del lavoro alla quale fa riscontro la “maschilizzazione” del femminile).

Se continuiamo a rappresentare il lavoro postfordista come un’indistinta multitudine precaria non troveremo mai, né dal punto di vista analitico né dal punto di vista pratico, l’appoggio su cui far leva per sollevare la pesante coltre di subordinazione passiva alle regole dell’economia della deflazione. In parte queste preoccupazioni mi sembrano già presenti in alcuni contributi dei testi citati (Ciccarelli, Allegri, Sciortino). Pertanto io sarei propenso a rispolverare la doppia valenza della composizione di classe e ad insistere perché la composizione tecnica, ossia, in termini attuali, la frammentazione, possa offrirci mille campi di osservazione diversi all’interno dei quali i percorsi di liberazione appaiano in tutta la loro diversificazione, come rispecchiamento di segmenti di mercato, rimandando la “ricomposizione” ad una prospettiva…escatologica, considerandola la conclusione di un cammino di civiltà non il punto di partenza del ragionamento. Per individuare i percorsi di liberazione io ho bisogno di vedere il lavoro concreto, devo mettere a fuoco dei particolari, non posso perdermi nelle nebbie di una moltitudine che viene barattata come la forma visibile del lavoro astratto dei Grundrisse. La rappresentazione uniforme dell’”umanità precaria” rischia oltretutto di ridurre strumenti di emancipazione, come  la richiesta del reddito di cittadinanza (sulla quale ribadisco il mio scetticismo), in una specie di Sol dell’Avvenire di staliniana memoria.

Molti dei nostri discorsi oggi sembrano superati dal salto in avanti prodotto dal capitalismo delle piattaforme, che ha ricombinato in maniera inedita controllo e autonomia, uso delle risorse altrui ed espropriazione, volontariato e schiavitù. Però ha anche riportato alla ribalta la protesta, il conflitto collettivo, quello tradizionale, che assume le forme ed i contenuti dello sciopero, ed è su questo che dovremo lavorare, senza inseguire soltanto le nuove trovate del capitalismo digitale. Mentre quello domina su Internet e nella rete, noi ci spostiamo verso le vecchie formule della protesta sindacale, che ci appaiono preziose, siano dei driver di Uber o dei ciclisti di Foodora. Dove andranno a finire non so ma proprio la loro forma elementare è preziosa, hanno rimesso in circolo dei vocaboli, un linguaggio, che sembravano scomparsi e li hanno riproposti al dipendente terrorizzato da una possibile operazione di “esuberi” ed al freelance che non ha tempo di scendere in pizzeria e si fa portare a casa un calzone da Deliveroo. Non buttiamoli via questi conflitti, prendiamo e mettiamo da parte, magari domani quei ciclisti con il cubo sulla schiena saranno capaci di entrare negli algoritmi che li comandano e di sabotarli come faceva il vecchio operaio Fiat sulle linee della 124.

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