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Diritti umani: una prospettiva marxiana

di Zoltan Zigedy

hum5Per quasi trecentocinquanta anni, i diritti umani sono stati un importante, se non dominante, strumento dell’impegno mirante alla giustizia sociale. Nel corso di buona parte di questa storia, i diritti umani son stati invocati al fine di demarcare la propria posizione sul campo di battaglia. È altrettanto importante notare che, prima del XVII secolo, la giustizia sociale veniva promossa, il più delle volte, attraverso una lingua diversa da quella dei diritti umani. Se bisogna dare credito alle Chroniques di Froissart, le Jacquerie della campagna francese ed i contadini inglesi coinvolti nella rivolta del 1381 non possedevano una vera e propria nozione di diritti umani universali. Tentavano, invece, di rimpiazzare dei signori ritenuti iniqui, o facevano appello ai loro reggenti in modo da ottenere riparazione all’ingiustizia. Essi non reclamavano i propri diritti – poiché non ne avevano conoscenza – bensì equità e un trattamento umano. John Ball, uno dei leader della rivolta inglese, la quale giunse a un momento di illusoria “liberazione” contadina nel 1381, si riferisce abbia predicato: “Veniamo chiamati servi e picchiati se siamo lenti al loro servizio, eppure non abbiamo un signore cui rivolgere le nostre lamentele, nessuno che ci ascolti e ci renda giustizia. Andiamo dal Re – egli è giovane – e mostriamogli a qual punto siamo oppressi, riferiamogli che vogliamo che le cose cambino, o altrimenti le cambieremo noi stessi” [1]. Non ci si appellava, dunque, ad un insieme di diritti, bensì  alla saggezza ed al senso di giustizia incarnati da un potere superiore, potere superiore che, per altro, si sarebbe infine rivelato infido. Come affermato dal traduttore delle Chroniques, Geoffrey Brereton, Froissart “non si serve di una parola esattamente corrispondente di “eguale”. Invece, ricorre a “tutt’uno” o “tutti insieme” per indicare un destino condiviso. L’uguaglianza, sembrerebbe, è una condizione necessaria del ricorso moderno al concetto di “diritti universali”, priva di riscontro in Froissart.

Meno di trecento anni dopo, i diritti umani, diritti universali, avevano stabilito una solida testa di ponte nel pensiero sulla giustizia sociale. Portatrice di una nuova era costituzionale (codificazione dei diritti), la Guerra civile inglese innescò dibattiti in cui si evocava un mondo libero da privilegi feudali e diritto divino. Negli anni Quaranta del Seicento, in Inghilterra, la nozione di diritti “naturali” – di portata universale – informava i militanti anti-monarchici come Cromwell. I livellatori, fazione radicale del movimento contrapposto alla corona, si ergevano a favore dell’uguaglianza e dell’universalità dei diritti umani. Ed ancora, nella medesima epoca, emerge una “questione” a ciò inerente, la quale trova esposizione nella celebre dottrina dei rivoluzionari del XVII secolo, una question che permane tutt’oggi. Henry Ireton, generale dell’esercito di Cromwell, nonché uomo mal disposto nei confronti della difesa dei diritti comunitari avocata dai livellatori, ebbe a sostenere durante i dibattiti tenutisi nella chiesa di Putney:

La cosa principale su cui insisto è che vorrei si avesse riguardo alla proprietà. Spero che non arriveremo a litigare per la vittoria – ma che ciascuno rifletta se egli non intenda raggiungerla per abolire ogni proprietà. Poiché qui si tratta della parte più fondamentale della costituzione del regno; se sopprimete la quale, sopprimete con essa ogni cosa…  Ora vorrei sapere a quale diritto vi appellate affermando che tutti gli uomini devono avere il diritto di voto nelle elezioni. Forse al diritto naturale? Se vi mettete su questo terreno, allora credo che dobbiate negare anche ogni proprietà e per questa ragione; in base allo stesso diritto naturale (sia quel che sia) da voi invocato e che vi consente di dire che ogni uomo ha un uguale diritto di scegliersi chi deve governarlo – in base allo stesso diritto naturale, egli ha lo stesso eguale diritto a qualsiasi bene cada sotto i suoi occhi – cibi, bevande, vestiti -, il diritto di prenderseli e usarne per il proprio sostentamento [2].

Si tratta di un argomentazione semplice ma ingegnosa, raramente affrontata dagli odierni filosofi accademici. Ireton presuppone che la proprietà (individuale, non eguale, non universale) sia storicamente e logicamente prioritaria, oltreché sacrosanta, rispetto ai “diritti” così come intesi dai radicali. Dal suo punto di vista, nessuno può seriamente negare la validità della proprietà. Ma se assumiamo l’esistenza di diritti dotati di eguale ed universale applicabilità, naturalmente fondati, allora dobbiamo riconoscere che tutti hanno diritto ad acquisire qualsiasi cosa detenuta quale proprietà da qualcuno. Pertanto, l’idea di un diritto universale ed eguale a scegliere i governanti non può essere riconosciuta senza con ciò sancire il diritto a violare la proprietà. Ireton, dunque, confida che nessuno coinvolto nella discussione voglia giungere ad un simile risultato.

È questa incongruenza della proprietà che ha sempre sfidato la dottrina dei diritti umani. Risulta difficile far quadrare l’universalità del possesso, così come l’uguaglianza di esercizio e godimento promessi dalle dichiarazioni dei diritti umani, con l’asimmetria e l’ineguaglianza dei presunti diritti di proprietà. È arduo trovare uguaglianza e universalità nella distribuzione della proprietà. Tuttavia, gli apologeti del diritto alla proprietà l’hanno abilmente difeso fondendo l’inalienabilità dei diritti con quella della proprietà (in quanto opposta all’inalienabilità del diritto alla proprietà). La seconda sfida posta da Ireton ai diritti umani è rivolta al loro comune fondamento naturale. Egli schernisce  l’idea (“sia quel che sia”) di diritti aventi una qualche origine e sostegno “naturale”. Per quanto potesse già essere comune parlare di “diritti naturali”, doveva certo suonare strano per un conservatore che aveva solo familiarità con diritti creati per mano di un qualche essere, naturale o soprannaturale. Ovvero, Ireton poteva comprendere diritti generati per convenzione o dettati dall’autorità (sovrano o divinità). Ma riteneva incredibile accettare i diritti come qualcosa radicato nella natura o rivelato attraverso lo studio di essa. Del resto, ancor’oggi è difficile comprendere i “diritti naturali” in tal modo.

I primi sostenitori dei diritti ed i loro critici hanno affrontato le anomalie insite nella dottrina dei diritti con maggiore serietà rispetto ai suoi aderenti contemporanei, i quali si limitano a dare per scontata la coerenza del discorso intorno ai diritti. Richard Tuck, nel suo fondamentale studio sull’origine dei diritti umani [3], apre il suo minuzioso resoconto riportando l’aneddoto di un monaco benedettino che, nel 1515, riflette sulla tensione tra un tipo di discorso sui diritti (ius) ed uno sulla proprietà (dominium) [4]. Il lavoro accademico di Tuck dimostra le insicurezze dei primi teorici dei diritti – una disperata necessità di esporre delle basi per i diritti naturali al di fuori del capriccio soprannaturale o del dettato di un sovrano. In conclusione la disputa ruotava sul fondamento da conferire ai diritti, ovvero, l’auto evidenza o una costruzione razionale a partire da un ipotetico stato di natura. Grozio costituisce un esempio della prima opzione, una comprensione riflessiva dei diritti [5]. Hobbes, ovviamente, della seconda.

Nella nostra epoca, i filosofi hanno generalmente cercato di giustificare i diritti umani tramite varianti del contratto sociale, l’eredità di Hobbes. Le teorie consequenzialiste, come l’utilitarismo, sono di norma incompatibili, o quantomeno a disagio, con strumenti sociali che siano intesi al contempo come inalienabili e universali. Da cui la celebre battuta di Bentham secondo cui i diritti sono una “assurdità sui trampoli”. I diritti umani, per tanto, sono problematici poiché esibiscono delle caratteristiche logiche peculiari. Spesso, vengono concepiti come controparti, nell’ambito della sfera morale, delle leggi di natura. Vale a dire, si ritiene condividano applicazione universale con dette leggi; dunque si pensano come funzionanti non solo in determinati tempi e luoghi, bensì in ogni tempo e luogo. Nel caso delle leggi che governano i corpi a riposo o in movimento, potremmo affermare che esse non vengono mai sospese. Analogamente, il diritto alla libertà di parola o di spostarsi liberamente sono ritenuti sia inalienabili che universali e, per ciò, mai sospesi. Ma è davvero così?

L’esperienza insegna che i diritti, non di rado, collidono tra loro. Il diritto di una persona a compiere una determinata azione può essere sopravanzato da quello di un’altra persona a fare qualcos’altro, qualcosa di incompatibile con la realizzazione della prima azione. Ad esempio, il tuo diritto a spostarti liberamente potrebbe entrare in conflitto col mio diritto a proteggere la terra fonte del mio sostentamento. Nel mondo reale della giurisprudenza gli esempi abbondano, esempi che richiedono l’arbitrato tra diritti in conflitto. Inoltre quando un diritto ha preminenza su un altro, possiamo coerentemente dire di quest’ultimo che è svuotato, un modo di esprimersi con cui si suggerisce che i diritto non sono sempre e comunque universali, nel senso dell’universalità delle leggi scientifiche. La celebre citazione di Wendell Holmes riguardo a un “pericolo chiaro e immediato” quale base per una sospensione di quello che, forse, è il più sacrosanto dei diritti umani, ovvero la libertà di parola, illustra la debolezza dell’analogia con le leggi della natura.

Gli aderenti al concetto secondo cui i diritti umani sono come le leggi scientifiche insistono nell’affermare che essi vengono scoperti riconosciuti. Ossia, come le leggi della termodinamica, i diritti umani si applicavano in epoca antica anche se nessuno li riconosceva. Così, gli schiavi, nell’Impero romano, si vedevano sistematicamente negare i propri diritti umani, sebbene nessuno li avesse ancora riconosciuti. Tuttavia, la credibilità di quest’interpretazione è messa alla prova allorché notiamo che quasi tutti i diritti umani sono socialmente vincolati; ad eccezione, forse, del diritto alla vita, i diritti umani presuppongono convenzioni sociali o istituzioni, e sicuramente non avrebbero un’esistenza significativa prima della creazione di simili artefatti sociali. Si consideri, per esempio, il diritto ad una stampa libera. Quale senso avrebbe postulare l’esistenza di tale diritto prima dell’invenzione dei caratteri mobili?

Nel contesto della dottrina e del discorso sui diritti oggi dominanti, la generazione di nuovi diritti diviene un fatto ubiquo e ordinario. Nuove tipologie di diritti, un’espansione dei soggetti di essi titolari (imprese, resti umani, feti, animali, natura, ecc.) e l’estensione in nuovi ambiti (ad esempio internet) sono comuni. Mentre il discorso sui diritti è onnipresente nella discussione politica la sua espansione rischia di incorrere in una sorta di annacquamento e trivialità. Tali preoccupazioni mettono in discussione il compiacimento espresso dai sostenitori dei diritti umani, quando ne celebrano la dottrina quale misura ultima della giustizia sociale. Le obiezioni citate suggeriscono che giustificare i diritti umani, o i codici su essi basati, non è né cosa ovvia né priva di problemi; indicano, inoltre, come la nozione di diritti non sia coerente quanto vorrebbero i suoi aderenti; ancora, che la portata o raggio dei diritti non sia strettamente vincolata, per non dire in alcun modo vincolata; infine, come i diritti umani siano strumenti dalla costruzione contingente, aventi una storia così come un’evoluzione. È quest’ultimo punto ad aprire la strada per una qualsivoglia seria analisi dei diritti umani e della loro utilità.

 

Diritti umani e marxismo

Una maggiore chiarezza deriva dall’impresa dell’archeologia dei diritti umani universali. Grazie all’accurato lavoro di ricerca accademico svolto da Ricahrd Tuck e altri [6], siamo in grado di individuare degli antecedenti ai diritti umani (pre-diritti o proto-diritti), un loro punto di maturazione (o uno “spartiacque”) e, infine, un loro continuo sviluppo. Un’esame scrupoloso della documentazione sul discorso intorno ai diritti umani ne rintraccia la trasformazione, da un’antica nozione riguardante un tipo di proprietà individuale, fondamentalmente un rapporto privato tra individui (ius), sino ad un più solido e generalizzato rapporto di diritti, detenuti in confronto a tutti e, finalmente, detenuti da tutti. Un’evoluzione, quest’ultima, coincidente abbastanza da vicino con l’esaurirsi e l’eliminazione del privilegio feudale, nonché con l’emergere e maturare dei rapporti capitalistici di produzione e distribuzione. Le implicazioni di tale ricerca nella storia delle idee sfuggono ai filosofi angloamericani, i quali sguazzano ai confini della questione dei diritti umani, immersi in aspetti secondari quali i diritti del feto, degli animali e delle imprese. Altri ancora disquisiscono su questioni fondazionali, che consentano di ancorare i diritti umani all’universo morale, ora e per l’eternità. L’idea stessa dei diritti umani intesi come strumento sociale in evoluzione, valutato al meglio e raccomandato per la sua efficacia ed adeguatezza sociale, risulta repellente per non pochi filosofi accademici contemporanei.

L’avversione dei filosofi morali rispetto ad un approccio empirico e storico al tema dei diritti scaturisce, senza dubbio, da una manichea confusione tra riconoscimento dei costrutti sociali e culturali e relativismo politico e morale, la negazione di validità a qualsiasi rivendicazione di diritti. Ma questo è sicuramente un atteggiamento semplicistico e assolutista. È infatti possibile accordare validità ai diritti individuali, ai sistemi di diritti, ai beneficiari e titolari di diritti in momenti e luoghi specifici. È ben lungi dal relativismo concedere che i diritti sono utili, persino essenziali, o appropriati a seconda delle circostanze. Insistere sull’assoluta universalità dell’applicazione, della portata ed estensione dei diritti umani inevitabilmente suscita i problemi già descritti. Probabilmente, nessuno più di Marx ha visto le istituzioni, le pratiche e gli altri artefatti della storia umana quali costrutti sociali adattivi e in evoluzione. Per Marx, entità sociali  come i diritti umani sono meri epifenomeni per i rapporti sociali [7]. Detto in altri termini, il discorso sui diritti è semplicemente un’acronimo per una serie di convenzioni, legate ad una particolare epoca della storia umana, un’epoca (e delle convenzioni) definiti dai contemporanei meccanismi finalizzati a provvedere ai bisogni e alle necessità materiali degli esseri umani.

La rigorosa fedeltà metodologica di Marx nei confronti del metodo storico, la coerente ricerca delle determinanti sociali di istituzioni e convenzioni umane spiegano, probabilmente, i suoi brevi incontri e l’atteggiamento sprezzante con i diritti umani. Egli li vedeva come un artefatto dell’ascesa della borghesia quale forza sociale dominante nell’era moderna. Slogan, codici e costituzioni fondati sui diritti umani erano dunque da intendersi come strumenti utili a svincolare e promuovere tale classe dominante  emergente, nonché la sua visione del mondo. In Sulla questione ebraica, Marx intende i diritti dell’uomo sia come canonizzazione dell’individualismo  sia come definizione dei confini della vita sociale:

Nessuno dei cosiddetti diritti dell’uomo oltrepassa dunque l’uomo egoistico… cioè individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio  privato, e isolato dalla comunità… L’unico legame che li tiene insieme [gli individui] è la necessità naturale, il bisogno e l’interesse privato, la conservazione della loro proprietà privata e della loro persona egoistica [8].

È in questa giovanile formulazione che Marx sviluppa la nozione di diritti umani al servizio dell’homo economicus – esseri umani preoccupati solo del proprio individuale, ed asociale, interesse personale.

Questo tema trova un ulteriore sviluppo nel Capitale, in cui l’ambito dei rapporti capitalistici di produzione viene considerato come coestensivo a quello dei diritti umani. Inoltre, le due sfere traggono beneficio l’una dall’altra: i diritti umani forniscono il quadro morale e legale (istituzionale) per lo scambio “equo” tra forza-lavoro e salari. Laddove il modo capitalistico di produzione genera e spinge l’individualismo e l’interesse personale essenziali al fascino dei diritti umani.

La sfera della circolazione, ossia dello scambio di merci, entro i cui limiti si muovono la compera e  la vendita della forza-lavoro, era in realtà un vero Eden dei diritti innati dell’uomo. Quivi regnano soltanto Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham. Libertà! Poiché compratore e venditore d’una merce , per es. della forza-lavoro, sono determinati solo dalla loro libera volontà. Stipulano il loro contratto come libere persone, giuridicamente pari. Il contratto è il risultato finale nel quale le loro volontà si danno un’espressione giuridica comune. Eguaglianza! Poiché essi entrano in rapporto reciproco soltanto come possessori di merci, e scambiano equivalente per equivalente. Proprietà! Poiché ognuno dispone soltanto del proprio. Bentham! Poiché ognuno dei due ha a che fare solo con se stesso. L’unico potere che li mette l’uno accanto all’altro e che li mette in rapporto è quello del proprio utile, del loro vantaggio particolare, dei loro interessi privati. E appunto perché così ognuno si muove solo per sé e nessuno si muove per l’altro, tutti portano a compimento, per un’armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d’una provvidenza onniscaltra, solo l’opera del loro reciproco vantaggio, dell’utile comune, dell’interesse generale [9].

È l’intimo legame tra diritti umani e modo capitalistico di produzione a definire la prospettiva di Marx e la comprensione marxista dell’ascesa e ubiquità del discorso sui diritti nel dibattito politico. Per i marxisti le dichiarazioni e codificazioni dei diritti umani sono inseparabili dal ruolo che esse svolgono nella società borghese, dal loro posto nella fabbrica sociale del capitalismo. La dottrina dei diritti umani funge da fondamento sicuro e compatibile per la morale, la legge e la politica nel corso dell’ascesa e maturazione del modo capitalistico di produzione. Friedrich Engels ha riassunto l’opinione marxista circa i diritti umani in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza:

I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorità esterna di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura, società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica più spietata; tutto doveva spiegare la propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all’esistenza. L’intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa, dapprima nel senso che la testa dell’uomo e i princìpi trovati dal suo pensiero pretendevano di valere come base di ogni azione e d’ogni associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la realtà che era in contraddizione con questi princìpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno; da ora in poi la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio e l’oppressione dovevano essere soppiantati dalla verità eterna, dalla giustizia eterna, dall’eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell’uomo.

Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’eguaglianza andò a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà borghese fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell’uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto sociale di Rousseau, si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto avevano potuto tutti i loro predecessori [10].

Dunque, i diritti umani sono elemento di un’intera visione del mondo – una sovrastruttura, se si vuole – prodotto dell’emergere del capitalismo e da esso sostenuta. I diritti individuali, inalienabili e universali, costituiscono il quadro morale, legale e politico maggiormente compatibile e simpatetico col sistema capitalistico.

Ciò non significa condannare i diritti umani, bensì collocarne l’ascesa e lo sviluppo nel contesto dell’ascesa e sviluppo del capitalismo. Nella misura in cui il capitalismo era una forza liberatrice, i diritti umani erano base per una società più giusta e foriera di liberazione. L’emancipazione della borghesia è stata, in modi rilevanti, un passo da gigante nell’emancipazione delle masse, nell’avanzamento dei lavoratori. Di fatto, dichiarazioni e costituzioni riconoscenti i diritti umani hanno ispirato le lotte di milioni di persone, aspiranti a maggiore partecipazione nella vita civica e politica delle repubbliche borghesi. L’appello ai diritti umani ha agevolato la lotta contro la schiavitù, quella a favore del suffragio universale e molte altre riforme fondamentali. Mentre queste ultime hanno spesso tratto alimento dai diritti umani, esse sono giunte solo a “perfezionare” e “completare” le promesse dell’epoca borghese. Non hanno, quindi, lanciato una sfida nei suoi confronti.

 

Comprensione e fraintendimento della critica marxista dei diritti umani

I marxisti non sono mai stati ostili nei riguardi della dottrina dei diritti umani per se. Hanno, tuttavia, criticato il feticismo dei diritti umani, negando a questi lo status di esclusivo arbitro della moralità e della giustizia sociale; contestandone inoltre l’autorità, laddove estesa a tutti i tempi e luoghi. Nel corso del XX secolo, i marxisti hanno espresso numerose rivendicazioni radicali nel linguaggio dei diritti, dalla sindacalizzazione all’autodeterminazione nazionale. I comunisti si sono battuti per il diritto ad un giusto processo nel caso di molte vittime di pregiudizio e ingiustizia. Hanno sempre avuto un ruolo preminente tra i sostenitori della causa dei diritti civili di gruppi razziali o nazionali oppressi. Infine, hanno lottato per il loro stessi diritti, da quello di associarsi liberamente a quello di parola e diffusione delle idee.

Fatto ancor più significativo, i comunisti sono stati decisivi, durante il secondo dopoguerra, nell’arricchire le dichiarazioni dei diritti umani con l’inserimento dei diritti positivi all’occupazione, all’asilo, al welfare, insieme a molti altri diritti costitutivi della giustizia economica. Certamente, alcuni liberali vicini al New Deal e i socialdemocratici europei hanno anch’essi supportato tale esito, ma l’Unione Sovietica e altri paesi socialisti si sono schierati a favore di più solidi e completi diritti sociali, mentre i rappresentanti dei paesi capitalisti hanno cercato di limitare le dichiarazioni dei diritti a quelli individuali a protezione dell’azione, dello spazio e della proprietà. I paesi socialisti si sono inoltre posti alla guida del processo di decolonizzazione, tramite un accordo internazionale circa il diritto delle nazioni e dei popoli all’autodeterminazione, un diritto accolto con ben scarso entusiasmo dalle potenze coloniali e dai loro alleati.

Dopo la Seconda guerra mondiale, le dichiarazioni dei diritti proliferavano, riflettendo sempre più le differenze frutto della Guerra fredda, differenze radicali nella visione del mondo. In misura sempre maggiore, accordi e dichiarazioni esprimevano posizioni ideologiche plasmate dall’equilibrio delle forze, nel contesto di organismi internazionali come l’ONU. Questa fase di evoluzione della dottrina dei diritti umani assumeva l’aspetto di un campo di battaglia, nel quale si fronteggiavano sostenitori del socialismo e del capitalismo. Ovviamente, in occidente, non veniva presentato in tal modo, bensì come scontro fra sostenitori dei diritti umani e coloro che invece li calpestavano. Grazie a ideologi della Guerra fredda come Isaiah Berlin [11], i diritti umani presero ad essere identificati con quell’insieme di diritti compatibili con l’ordine capitalista e le classi medie. A mia conoscenza, nessuna campagna è mai stata organizzata dall’establishment dei diritti umani in difesa dell’Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ovvero l’articolo che garantisce “un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere… con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

Che siano emerse o meno da motivazioni sincere, le organizzazioni per i diritti umani sono fiorite durante la Guerra fredda col generoso ed esplicito supporto di ricchi sostenitori, fondazioni e persino grandi aziende. Probabile anche il sostegno occulto dei servizi di sicurezza occidentali. È interessante notare che alcune delle più importanti ONG a difesa dei diritti (The International Republican Institute, The National Democratic Institute for International Affairs, National Endowment for Democracy, International Foundation for Electoral Systems, etc.) agiscono, sotto un velo assai sottile, quali canali per i fondi del governo USA. Che l’evoluzione dei diritti umani sia stata modellata da ampie e tendenziose considerazioni politiche è indiscutibile. Che il loro patrocinio sia stato contaminato, compromesso e, in non poche occasioni, corrotto, è altrettanto pacifico.

A partire dalla scomparsa in Europa della comunità di paesi socialisti, la NATO ed i suoi padroni capitalisti hanno offuscato la reputazione della dottrina dei diritti umani, smantellando la Jugoslavia, distruggendo la società civile libica e minacciando ora la sovranità siriana, il tutto, appunto, sotto la bandiera dei diritti umani. Laddove decine di migliaia sono morti a causa di tali violazioni dei diritti fondamentali all’autodeterminazione e alla non-ingerenza, l’establishment dei diritti umani è rimasto in larga parte silente, tanto riguardo ai costi umani che alla concomitante ipocrisia. Quando i diritti umani sono divenuti un’arma nella lotta dell’occidente con l’Unione Sovietica, le potenze occidentali hanno fatto di tutto per mettere in vetrina i diritti civili sanciti nelle rispettive costituzioni liberali. Eludendo le limitazioni alle libertà d’azione imposte dall’ineguaglianza economica, questi regimi evocavano un’immagine di spensierata espressione tramite la parola, movimento illimitato e successo personale.

Un esempio dell’efficacia dei diritti umani come arma politica è emerso già ai primordi della Guerra fredda. La costruzione del socialismo nella Germania orientale formava migliaia di professionisti, i quali, tuttavia, ricevevano un compenso modesto. Il meno egualitario ovest allettava molti, inducendoli a lasciare l’est alla ricerca di opportunità per una più prospera crescita personale. Data la comunanza di lingua, cultura e la prossimità, “disertare” non costava troppo. Questa tattica non solo drenava dall’est competenze, ma di fatto rubava anche le risorse finalizzate alla formazione professionale, oltre a erodere ogni senso di solidarietà sociale. A fronte di perdite crescenti, l’est costruiva il famigerato Muro di Berlino. Sebbene vi fosse una spiegazione credibile per la sua edificazione, gli USA e i loro alleati manifestarono indignazione per la violazione dei diritti umani. L’assolutismo dei diritti umani si è dimostrato un potente ostacolo alla funzionalità del muro. Una lezione ben appresa dai propagandisti occidentali. Ovviamente l’occidente ha fallito alla prova della coerenza. La questione dei diritti umani costituiva un’evidente fonte di imbarazzo per le potenze occidentali, le quali intrattenevano rapporti stretti e amichevoli con regimi sprezzanti al riguardo, ma risolutamente anticomunisti. Invece dell’ostilità, gli Stati Uniti mantenevano legami stretti col regime dell’apartheid sudafricano, il tutto sotto l’ombrello della politica ipocrita nota come “impegno costruttivo”, atteggiamento tenuto anche rispetto ad altri governi spregevoli.

Dalla fine della Guerra fredda, gli USA e molti dei loro alleati hanno lasciato cadere la pretesa di rappresentare un bastione dei diritti umani, una tacita ammissione della funzionalità di questi ultimi agli obiettivi della suddetta guerra. La creazione di un “grande fratello” da parte dell’amministrazione Bush, ed il suo ulteriore implemento sotto l’amministrazione Obama, evidenziano il cinismo ufficiale circa diritti umani come quello alla privacy, alla libertà di parola e di associazione. La quiescenza delle principali organizzazioni a difesa dei diritti umani rispetto a tali sviluppi odora di ipocrisia. La presunta sorveglianza della società civile da parte dei cosiddetti “totalitarismi” del passato impallidisce di fronte ai mezzi tecnologici a disposizione degli apparati di sicurezza nazionale USA.

Tuttavia, la critica marxista ai diritti umani non si limita alle accuse di incoerenza, ipocrisia e cinismo. I marxisti, infatti, obiettano che la dottrina dei diritti umani sottrae spazio ad altre ugualmente degne. Se una costituzione possa essere costruita senza il diritto alla proprietà e la sua sacralità spetta ad altri deciderlo. Ma il fatto è che il cosiddetto diritto alla proprietà ha costituito l’ostacolo fondamentale all’accettazione della visione alternativa marxista. L’ascesa del capitalismo ha dato origine non solo alla dottrina dei diritti umani, ma anche ad uno strumento di contrapposizione a favore della giustizia sociale: il concetto di sfruttamento del lavoro. L’uso del termine “sfruttamento”, nella sua applicazione all’essere umano, coincide grosso modo con l’emergere del capitalismo industriale e, in particolare, con la difesa del lavoro. Sebbene Karl Marx non abbia certo gettato il seme di tale idea, né l’abbia per primo utilizzata in difesa dei lavoratori, insieme a Friedrich Engels , senza dubbio, l’ha posta al centro della critica sociale radicale, indicando l’eliminazione dello sfruttamento quale obiettivo di punta per la classe lavoratrice. Per buona parte dell’epoca moderna, l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ha costituito la parola d’ordine principale del movimento operaio.

Ma eliminare lo sfruttamento si interseca e contrasta esattamente col diritto, inteso come assoluto e inalienabile, alla proprietà. Nel senso marxiano, lo sfruttamento è la conseguenza logica della proprietà privata dei mezzi di produzione; non vi può essere un persistente e sistematico sfruttamento del lavoro (nel senso tecnico marxista) senza l’istituzione della proprietà privata e dell’insieme di diritti posti a sua protezione. È proprio tale intersezione a generare una divisione di classe tra difensori dei diritti umani e sostenitori della classe lavoratrice rivoluzionaria. In buna parte del mondo in via di sviluppo, molti prestano poca o nessuna attenzione alle richieste di libertà di stampa, movimento, dissenso o proprietà, quando sono privi dei più rudimentali mezzi per esercitare ognuno di questi diritti, così come molti altri inclusi nel canone dei diritti umani. Vedono invece gli estremi della ricchezza e della povertà come ostacoli alla soddisfazione delle loro necessità basilari, persino alla loro sopravvivenza. Vedono che il loro precario aggrapparsi alla vita non viene rafforzato dai diritti borghesi, bensì solo da un radicale riordinamento dei rapporti economici. E l’appello all’eliminazione dello sfruttamento rappresenta la più alta espressione di questo punto di vista.

È imperativo comprendere che i classici diritti umani borghesi, intesi come diritti negativi, ovvero quali diritti formali e procedurali alla libertà, hanno poco da offrire a coloro che non detengono i mezzi per godere della protezione che garantiscono. La loro celebrazione da parte delle classi relativamente benestanti – quelle medio alte, in particolare delle nazioni economicamente avvantaggiate – non è condivisa da quanti in condizione di inferiorità economica. Tuttavia, ciò non toglie niente al loro valore. Così come le grandi ed uniche opere d’arte, chiunque è in grado di apprezzarne l’esistenza, ma pochi ne traggono conforto nella lotta quotidiana per la vita. Si tratta di una realtà che sfugge all’establishment dei diritti umani, limitandone le campagne. Il loro ostinato rifiuto di abbracciare i diritti positivi all’alloggio, al sostentamento, all’occupazione, all’assistenza sanitaria, ecc., come parte del canone dei diritti umani, ne sminuisce l’impegno per la giustizia sociale esponendoli all’accusa di speciosità. L’attenzione dogmatica ai diritti individuali e l’ostinata cecità riguardo a quelli socialiculturalinazionali, come il diritto all’autodeterminazione, incoraggiano al compromesso con istituzioni ostili a questi ultimi. Al pari di tutti gli strumenti ideati dagli esseri umani, i diritti umani sono funzionali solo a seconda di chi li detiene ed esercita.


Note
  1. Froissart, Chronicles,  trad. di Geoffrey Brereton (Londra, 1978) p. 212.
  2. Citato in Freedom in Arms,  A.I. Morton (a cura di), (New York, 1975) p 43-44. La traduzione in italiano si trova in Valentina Pazè, Diritti (Laterza, 2013).
  3. Tuck, Richard, Natural Rights Theories: Their Origin and Development (Cambridge, 1979).
  4. Tuck, p 5.
  5. “… e proprio come gli animali, per il tramite dell’unione tra maschio e femmina, mirano all’espansione delle rispettive specie  e provvedono alla prole; così l’uomo, facendo lo stesso, è conscio di agire per il giusto…” citato in Tuck, p. 68.
  6. Tuck, Richard. Natural Rights Theories: Their Origins and Development (Cambridge, 1979); Finnis, J. Natural Law and Natural Rights (Oxford); Rights, White, A. R. (Oxford, 1980).
  7. Punto esposto nel modo più convincente nella trattazione del carattere di feticcio della merce. Marx, Karl, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. I, p.86.
  8. Marx, Sulla questione ebraica, Archivio Marx-Engels.
  9. Marx, Il Capitale (Einaudi, 1975), vol. I, cap. IV, p. 212.
  10. Engels, Friedrich, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Archivio Marx-Engels.
  11. Si veda il suo Libertà (Feltrinelli, 2005).

Zoltan Zigedy è lo pseudonimo di un militante comunista, con base negli Stati Uniti, che ha abbandonato il mondo accademico alcuni anni fa, con una tesi di dottorato in filosofia incompiuta. Scrive regolarmente su ZZ’s blog e Marxist-Leninism Today. Suoi scritti sono stati pubblicati a Cuba, in Grecia, Italia, Canada, Gran Bretagna, Argentina e Ucraina.

Link all’articolo originale in inglese Philosophers for Change
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