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effimera

Confusione o complessità?

Un convegno su sviluppo capitalistico e ostilità

di Carmelo Buscema

Dal 6 all’8 giugno 2017, l’Università della Calabria ospita un convegno internazionale in memoria di Giovanni Arrighi a 30 anni dalla pubblicazione del testo, scritto con Fortunata Piselli, “Capitalist Development in  Hostile Environments” (1987) che Donzelli ha recentemente pubblicato in italiano con il titolo: “Il capitalismo in un contesto ostile” (2017)

copGrande è la confusione sotto e sopra il cielo. Ma, con buona pace di Mao Tse-Tung, questo rende la situazione oggi pessima, altro che eccellente!

Attraversiamo tempi in cui le bussole del pensiero critico sembrano impazzire, mentre quelle che orientano la politica e la prassi comune segnano avventurosi territori di frontiera,dove difficile è orientarsi e pericoloso è vivere. In essi siamo tutti ributtati a forza, presi nella morsa di tenaglie di odiosi e sistematici ricatti: della propaganda mediatica e dello sfogo frustrato di indignazione moralizzatrice; dello Stato di polizia securitario, sempre più oppressivo, e dell’insicurezza generalizzata provocata dal terrorismo; delle guerre tra settarismi religiosi e delle crescenti contese geopolitiche per l’accaparramento e la gestione delle risorse naturali e strategiche. Intanto, il lavoro si fa sempre più degradante sfruttamento nelle case, nei campi, in fabbrica, in strada, negli uffici e nelle aule dell’accademia. Mentre le minacce della disoccupazione e della precarietà assoluta sono sempre più ampia cappa che opprime potenzialità di benessere condiviso mai state così ricche. Anche per questa via, ci incuneiamo nel paradosso del più poderoso sviluppo della cooperazione sociale che, però – costretto entro i binari che ingiungono universalmente la valorizzazione gratuita del capitale e delle sue forme di potere sociale –, finisce con il preparare e affinare dispositivi di controllo del pensiero e della condotta di tutti come mai la storia ne ha conosciuti.

Con tutta evidenza, a “osare la confusione”deliberatamente sono oggi le élites internazionali rappresentate dai Grandi della terra sfilati a Taormina nei giorni scorsi. Come riprendere, quindi, a “osare l’impossibile” in queste condizioni in cui la nuova configurazione conservatrice del neoliberismo si attrezza ad affermare una nuova effettiva forma di fascismo, proprio brandendo i fantasmi delle nuove destre e del nichilismo jihadista da quella stessa alimentati? “Ci si può solo perdere”, cantavano i CCCP negli anni Ottanta…

A meno di riuscire a sottrarre la vista dal nugolo dei piccoli discorsi specialistici e autoreferenziali, che tanto somigliano ai manganelli che, secondo Guy Debord, la logica del capitalismo spettacolare ricava abbattendo il grande albero della scienza. A meno di guadagnare la prospettiva teorica sotto la quale la confusione si dissipa e articola in ragionata complessità. A meno di costruire la consapevolezza delle interrelazioni, delle strutture, dei cicli e delle ricorsività emergenti dalla storia sociale, e di metterla al servizio dell’impegno politico e dell’autonoma militanza. È da questa altezza che quei territori all’apparenza sconosciuti, in cui oggi ci addentriamo, appaiono attraversati da sentieri e animati da movenze riconoscibili nella loro natura e qualità. È da questa prospettiva di consapevolezza che diventa di nuovo possibile osare l’impossibile.

L’opera e la figura di Giovanni Arrighi sono un sicuro riferimento a questo scopo. Nato a Milano nel 1937, e morto a Baltimora, nel Maryland,nel 2009, egli ha saputo conferire agli studi di economia lo spessore vivo delle ricerche sociologiche, e alla sociologia il respiro e la consapevolezza prospettica degli studi storici. Vocato alle costruzioni teoriche capaci di efficace generalizzazione, egli ha continuamente sfidato i modelli scientifici che sacrificano all’astrazione le peculiarità delle contingenze e dei luoghi concreti. Rigoroso nell’uso dei metodi e nell’approccio scientifico, egli è stato uno studioso militante che ha vissuto il carcere fiancheggiando i movimenti di liberazione nell’Africa meridionale nei primi anni Sessanta; e che, tornato in Italia, ha partecipato attivamente alla straordinaria stagione di lotte che si è chiusa nel successivo decennio, dialogando intensamente, a Trento, Milano e Torino, con i gruppi studenteschi e operai che la hanno animata. In particolare, Arrighi è stato tra i fondatori del Gruppo Gramsci edella feconda prospettiva dell’autonomia operaia,consistente di un rapporto organico e leale tra la ricerca scientifica e le lotte sociali. Attento interlocutore della voce degli operai, egli ne ha auscultato pure i significativi silenzi, divenendo acuto interprete del senso politico e storico anche della susseguente lunga fase di afasiadi quella classe.

La traiettoria intellettuale e la grana del pensiero di Arrighi riflettono la sua ricca biografia, che lo ha portato a maturare esperienza diretta dell’articolata complessità sociale, storica e geografica del modo di governo e produzione che chiamiamo capitalismo. Ad esempio, la sua cognizione del concetto generale di impresa si è strutturata praticamente, prima, nel tentativo fallimentare di condurre la piccola azienda a gestione famigliare, precocemente ereditata alla morte del padre; poi, nell’esperienza di lavoro e osservazione nella fabbrica del nonno materno, caratterizzata da medie dimensioni e da tratti organizzativi già fordisti; infine, nel periodo di apprendistato svolto presso la multinazionale Unilever (attraverso cui si è “finanziato” il primo incarico di assistente volontario non retribuito nell’università italiana). La consapevolezza di tali differenze dimensionali, funzionali e organizzative,è stata proiettata da Arrighi nelle pagine in cuiha contrassegnato lospecifico portato storico, sociale e geopoliticodi volta in volta riferibile alla struttura della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, al modello di intrapresa affermatosi dopo la prima rivoluzione industriale in Gran Bretagna, e poi all’assetto delle corporazioni multinazionali tipiche della fase egemonica statunitense, concentrate strategicamente sulla gestione finanziaria e del marketing.

Ancora, nell’esperienza di Arrighi, il capitalismo si declina in processi e configurazioni differenti anche in funzione della variabile spazio-temporale. Da ciascuna delle sue ricerche svolte in Africa, in Calabria, negli Stati Uniti e in Cina, egli ha guadagnato una diversa angolatura di studio sulle dinamiche articolazioni sociali, politiche ed economiche di cui consiste il sistema-mondo. Il modo capitalistico, in quanto oggetto di studio, sotto il suo sguardo si smeriglia e articola nello spazio e nel tempo divenendo oggetto complesso, ma senza per questo sgretolarsi e dissolversi nei frammenti di una confusione incomprensibile, priva di organicità e in cui è impossibile l’iniziativa politica. Anzi, proprio perché letto dalle diverse angolature offerte alla vista dalla geografia e dalla storia, e divenendo un corpo dinamico, articolato e complesso, il capitalismo nelle sue opere non smette di guadagnare dignità di oggetto di studio unitario e strategico per la comprensione e l’azione nel mondo.

Le griglie, i piani e i soggetti di questa complessa articolazione spaziale, sociale, storica e funzionale sono: i concetti di centro e periferia; le forze del territorialismo e del capitalismo propriamente detto; le potenze statuali in competizione nella contesa per il capitale finanziario e per l’egemonia mondiale; la propulsione sviluppata dalle particolari strutture d’impresae dalle diverse forme del conflitto sociale. Ma per Arrighi queste ascisse e ordinate, che parlano il linguaggio dello studio del sistema-mondo e della longue durée, non si trasformano mai in gabbie concettuali discrete e astratte,in cui rinchiudere le realtà vive e concrete.

Durante gli anni Settanta, la tappa calabrese è stata importante nella definizione del suo percorso intellettuale anche a questorispetto. Gli studi sui processi di reclutamento della forza lavoro in Calabria hannomostrato la compresenza, in sezioni diverse di una stessa regione periferica, di modi di articolazione tra sviluppo capitalistico e proletarizzazione considerati,sino ad allora,appannaggioesclusivo di aree del centro: quelli che Lenin aveva definito i percorsi “americano” e “prussiano”, insieme a un terzo modello aggiuntivo, chiamato “svizzero”. Ciò ha consentito ad Arrighi di alimentare il dibattito internazionale muovendo una decisiva critica sia alla concezione univoca dei processi di proletarizzazione, sviluppata da Robert Brenner, sia alla rappresentazione rigida della determinazione geografica dei rapporti di produzione, teorizzata da Immanuel Wallerstein. Ancora: di proporre una teoria sulla correlazione tra le fasi migratorie e i cicli del conflitto sociale, tutt’oggi rilevante; nonché di impostare un’interessante articolazione metodologica tra l’indagine dei luoghi specifici e lo studio del sistema complessivo, tra le tendenze strutturali e storiche e gli obiettivi particolari delle lotte.

Di converso, anche per l’Università della Calabria è stata importante la tappa settennale di Arrighi in quella regione. Da una parte, il modello e le evidenze empiriche sviluppate dal gruppo di ricerca locale da lui coordinato sono entrate paradigmaticamente nelle discussioni relative ai “tortuosi sentieri” che lo sviluppo capitalistico intraprende nei “contesti ostili”. Dall’altra, attraverso Arrighi, il più vivo dibattito che all’epoca si svolgeva sulle trasformazioni del capitalismo, ha arricchito il bagaglio di parte almeno di quella costituenda e marginale comunità accademica: dai lavori degli antropologi sociali incontrati ai tempi del primo periodo africano, nell’ex Rhodesia; ai fruttuosi scambi intellettuali intrattenuti con studiosi del calibro di Wallerstein e John Saul, tra gli altri, durante il periodo trascorso a Dar es Salaam, nella Tanzania che allora sperimentava forme di socialismo africano; alle esperienze di inchiesta militante, maturate in quella stagione cruciale che è coincisa con il suo ritorno in Italia.

Con intento non solo commemorativo, ma soprattutto di riallacciare prospettive e riavviare percorsi interrotti, un gruppo di studiosi dell’Università della Calabria, insieme all’Arrighi Center for Global Studies della Johns Hopkins University, ha organizzato un convegno internazionale dal titolo “Sviluppo capitalistico in contesti ostili”. Esso si terrà dal 6 all’8 giugno prossimi presso la sede universitaria di Arcavacata di Rende. Lo spunto per gli importanti dibattiti che vi si svolgeranno è dato dalla ricorrenza dei trent’anni dalla prima edizione in inglese del saggio “calabrese” scritto da Arrighi insieme a Fortunata Piselli, e che Donzelli ha recentemente pubblicato in italiano con il titolo: Il capitalismo in un contesto ostile (2017). Le riflessioni delle giornate di giugno mireranno a stimolare la rilettura critica dell’attualità di quell’opera, delle applicazioni che ne sono state fatte, della sua metodologia innovativa, nonché delle categorie e questioni in essa affrontate.

Per questo i lavori saranno strutturati in tre parti. La prima vedrà la partecipazione di eminenti studiosi che hanno collaborato con Arrighi e che, in diverse fasi, ne hanno condiviso il percorso intellettuale. Tra questi: Samir Amin, Perry Anderson, Maurice Aymard, Ada Cavazzani, Gad Lerner, Romano Madera, Luisa Passerini, Marta Petrusewicz, Fortunata Piselli, Jane e Peter Schneider, Beverly Silver, Giordano Sivini, Immanuel Wallerstein. La seconda sarà dedicata alle applicazioni che del “paradigma Calabria” sono state fatte in diverse regioni del mondo – Cina, Colombia, Iran, Paesi ex-URSS e Sud Africa –, e a una sua rivisitazione, a trent’anni dall’elaborazione, a cura di Tonino Perna. La terza, infine, raccoglierà una selezione dei migliori contributi di ricercatori internazionali, pervenuti in risposta all’appello degli organizzatori, e sarà articolata in tavoli tematici coordinati da importanti studiosi, quali Piero Bevilacqua, Giorgio Cesarale, Andrea Fumagalli, Stefano Lucarelli, Enzo Mingione, Mario Pianta, Carlos Prieto del Campo.

Significativo, e auspicabilmente propizio, è che questo evento si svolga in Calabria, tutt’oggi cruciale terra di mezzo in cui – con ancora maggiore intensità rispetto agli anni che hanno visto Arrighi lì protagonista – continuano a incrociarsi i nord e i sud del mondo, il centro e le periferie, le nuove frontiere dello sfruttamento e quelle più vecchie che si alimentano del gioco dei movimenti migratori, della violenza e dei confini.


UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA, 6 – 7- 8 JUNE 2017
Capitalist Development in Hostile Environments
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