Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La dottrina sociale della Chiesa cattolica fra continuità e discontinuità

Le religioni monoteistiche: sovrastrutture di “lunga durata”

di Eros Barone

51pKQZr8oTL1. La morte di papa Francesco e l’elezione del nuovo papa nella persona del cardinale statunitense Robert Francis Prevost, il quale ha scelto per caratterizzare il suo pontificato di chiamarsi Leone XIV, hanno richiamato l’attenzione del movimento di classe sulla crescente importanza di un’organizzazione - la Chiesa cattolica, per l’appunto – che esiste da oltre duemila anni, pur con vari adattamenti e con diversi gradi di influenza rispetto ai diversi modi di produzione (da quello schiavistico a quello feudale e da questo al modo di produzione capitalistico), e costituisce un fattore non secondario sia nella dinamica socio-politica e ideologica italiana sia in quella internazionale.

La natura anfibologica e proteiforme delle religioni (non solo del cristianesimo ma anche dell’ebraismo e dell’islamismo, per limitarci alle tre grandi religioni monoteistiche) spiega in parte la ‘lunga durata’ di certe sovrastrutture (non solo religiose ma anche filosofiche, giuridiche e artistiche): si tratta di un fenomeno su cui hanno acutamente riflettuto Marx ed Engels, i quali hanno posto in luce tanto le corrispondenze tra la base e le sovrastrutture quanto lo ‘sviluppo ineguale’ o la dissimmetria, fatta di ritardi e di anticipazioni, fra l’una e le altre. Occorre inoltre considerare un aspetto a cui raramente si presta attenzione, e cioè che la Chiesa, in quanto organizzazione gerarchica e centralizzata contrapposta alle prime comunità cristiane, che erano di natura del tutto differente, reca in sé stessa il codice ‘negativo’ della propria costituzione ed esistenza, essendo il prodotto della mancata ‘parousia’ (III secolo d. C.) e del conseguente patto costantiniano con l’Impero romano (IV secolo d. C.).

È poi opportuno sottolineare, per quanto concerne la problematica del rapporto tra Stato e Chiesa, che esiste una differenza assai profonda tra formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella religiosa (tali sono quella medievale in Europa, per lo meno fino alla rivoluzione francese, e attualmente quelle di un certo numero di paesi arabo-islamici) e formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella giuridico-politica (tali sono le formazioni esistenti ed operanti nei paesi europei e americani e in un certo numero di paesi asiatici).

Print Friendly, PDF & Email

doppiozero

Petroooolio! Petroooolio!

di Alessandro Carrera

81sZmFfWIqL. SL1500 .jpgDurante la campagna elettorale del 2008, una candidata repubblicana alla vicepresidenza di cui oggi non si ricorda più nessuno (Sarah Palin, allora governatrice dell’Alaska), fece proprio uno slogan lanciato alla National Convention del Partito Repubblicano da Michael Steele, allora vicegovernatore del Maryland: Drill, Baby, Drill!, che stava per: “Scava altri pozzi di petrolio, usa il fracking, non importa se inquina le risorse idriche, fa’ quello che ti pare, basta che ci sia più petrolio!”. Detto da Sarah Palin, che giocava apertamente sull’allure della bibliotecaria sexy con occhiali a televisore e tacco dodici, il doppio senso sessuale rivolto all’elettorato maschile (“Trapanami, tesoro!”) non era sussurrato, era esplicito. Il senso era poi triplo se ci si figurava un’America che vuole essere penetrata/trapanata dal bestione americano e generare così una petrolifera nidiata. Sarah Palin non divenne vicepresidente, ma poi fu il fracking, nonostante l’acqua nera che usciva dai rubinetti delle case di chi viveva vicino ai giganteschi drill, a risultare un fattore essenziale nel garantire all’America l’indipendenza energetica.

In uno dei comizi di Sarah Palin, all’ennesimo grido Drill, Baby, Drill la cinepresa inquadrò un uomo di grossa corporatura, barba lunga da chitarrista dei ZZ Top e abbigliamento da biker, mentre spalancando le braccia gridava a piena voce: Ooooil! Ooooil! “Petroooolio! Petroooolio!”, come se avesse ricevuto una pacca dallo Spirito Santo, come se stesse gridando Dio, Gesù Cristo, droga, eroina, mettetemi del petrolio in vena, sono americano, il petrolio è mio, tutto mio, la Declaration of Independece dice che ho diritto a life, liberty, and the pursuit of oil, l’inchiostro della Constitution è fatto di petrolio, i miei hamburger sono fatti di petrolio, la birra che bevo è petrolio, il mio American blood è petrolio!

Una delle prove dell’origine biologica del petrolio, si dice, starebbe nella presenza di porfirina derivante dalla compressione di antichi organismi animali e vegetali. Infatti c’è porfirina anche nel sangue umano, ma le porfirine sono molecole ad anello di molti tipi. Condividono la stessa struttura chimica, ma nel petrolio e nel sangue si legano a metalli diversi e hanno funzioni differenti. Credo però che il biker al comizio di Sarah Palin avesse intuito, anche se poco scientificamente, una somiglianza profonda tra le sue vene e le vene dell’America, per non dire dell’affinità tellurica tra se stesso, la sua moto e la benzina che lo faceva correre sui deserti d’asfalto delle strade americane.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Il teatrino della politica nell’orizzonte della guerra

di Giovanni Tonlorenzi

IL TEATRINO DELLA POLITICA INCERTO E INDECOROSO.jpgQualche giorno fa La Fionda pubblicava un articolo del professor Geminello Preterossi intitolato, con una formula che merita di essere presa sul serio, “Voterò no con grande sofferenza”. Il ragionamento in esso contenuto è denso e tutt’altro che scontato.

Preterossi riconosceva senza ipocrisie che i problemi della magistratura esistono, che essi sono reali e strutturali, come peraltro evidenziato dal caso Palamara e dalle correnti ridotte ad aggregazioni autoreferenziali, fino al ripiegamento anche culturale di un ordine che non è forse più, nella sua maggioranza, un efficace presidio di attuazione costituzionale.

Ma Preterossi individuava il cuore della crisi in qualcosa di più profondo e cioè nel collasso di quel circuito virtuoso tra legittimazione, responsabilità, partecipazione politica organizzata e delega democratica che aveva sorretto le stagioni migliori della Repubblica italiana.

Infatti, in molte e significative fasi della vita repubblicana la giurisdizione fu un avamposto a difesa di aspetti del progresso sociale, dove le scelte politiche di fondo maturarono comunque sul terreno della rappresentanza democratica, in Parlamento, nei partiti strutturati e capillarmente diffusi, nel conflitto organizzato, nei grandi dibattiti intellettuali di un mondo culturale vivo.

Oggi possiamo dire che quel terreno è deserto, non esiste più. E probabilmente non per caso naturale.

Se vogliamo capire fino in fondo la portata odierna dell’attacco alla Costituzione o a quel che resta dell’anima e della filosofia che l’ha prodotta, non potremo dimenticare la storia almeno degli ultimi trentacinque anni e comunque questa non è la sede.

Dovremmo però avere il coraggio di ammettere che quella stessa sinistra che oggi si erge a custode della Costituzione, ha nel corso degli anni contribuito a svuotarla nei suoi elementi più vitali e significativi.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Il benpensante, il giocatore e l’ayatollah

di Antonio Cantaro

Letture. Niente migliora tutto peggiora, disse il benpensante. Tutto accelera, rispose il giocatore. Ma come, disse il benpensante, non vedi che non ci sono più nemmeno le guerre di una volta, le guerre legali, le guerre giuste. L’unica virtù è la vittoria per annientamento, rispose il giocatore. E se The Donald non vincesse? 

668735Correva l’anno 2026. L’anno in cui aveva avuto inizio il regno mondiale del caos, è scritto nei manuali di storia. E sempre quei manuali raccontano che quasi nessuno dei commentatori e analisti dell’epoca riusciva a dare una plausibile spiegazione del perché e del come il mondo stava scivolando sulla strada per l’inferno (https://fuoricollana.it/la-strada-per-linferno/).  Molti di essi attribuivano la paternità dell’idea di fare la guerra all’Iran allo ‘psicopatico’, a The Donald. Certamente uno degli esecutori materiali del delitto, ma di un delitto tutto iscritto in quell’inconfessabile compiacimento per lo spettacolo della guerra virtuosa che da decenni permeava l’immaginario americano. In Iran, invero, l’America aveva già “vinto” nell’ottobre del 2011 (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/07/guerre-gamification-trump/).

 Battlefield 3, il videogioco.Un’operazione militare motivata da un’imminente minaccia nucleare in cui il giocatore assume il ruolo di un soldato inviato a disinnescare una crisi che potrebbe scatenare una vera e propria esplosione nella regione. Lo scenario è quello di un attacco aereo all’aeroporto Mehrabad di Teheran, di operazioni con veicoli blindati, di aerei da combattimento statunitensi nelle strade dell’Iran. Dal 2011 milioni di giocatori, non solo in America, hanno trascorso ore a vincere in Iran, bombardando Mehrabad e neutralizzando la minaccia nucleare. Una finzione, annota il nostro scrupoloso storico. Ma una finzione, aggiunge subito dopo, che stabilisce un orizzonte di “prove” che mostra l’intervento in Iran come fattibile, legittimo nella sua forma narrativa e spettacolare nei suoi effetti. Vittorioso, virtuoso.

Battlefield 3 non aveva, ovviamente, previsto gli attacchi del giugno 2025 né l’Operazione Furia Epica (Epic Fury) iniziata il febbraio 2026. Ma aveva, come altri videogiochi, contribuito a creare il mondo iperreale in cui questi attacchi erano diventati concepibili, ancor prima che Netanyahu e Trump li nominassero come attuali.  Videogiochi che non si accontentavano più di riflettere la geopolitica, ma partecipavano alla sua costruzione culturale generando le insicurezze (Il caos nel Regno) che giustificavano le “azioni di sicurezza” fuori da qualsivoglia finzione di regola ed etica universalistica (Il Regno del caos).

Print Friendly, PDF & Email

Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA

di nlp

epic fury2 800x445.jpgE’ ormai consolidato il fatto che la AI è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione AI della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli da tenere conto.

La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’AI e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.

Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.

Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.

Print Friendly, PDF & Email

jacobin

Perché la sinistra minimizza il caso Epstein?

di Paolo Mossetti

Con gli Epstein files la sinistra ha paura di passare per «complottista». Troppi si Illudono di proteggere la democrazia ignorando la vicenda

epstein file jacobin italia.jpgCi vuole un bel coraggio a definire la discarica degli Epstein File – un oceano di detriti in cui il pubblico è stato lanciato senza salvagente – un esempio di «trasparenza». Non solo perché il format del rilascio sembra pensato apposta per favorire un crollo cognitivo, che vediamo tradotto in timeline invase da ritagli decontestualizzati, commenti furiosi e generalizzazioni rozze, ma anche perché la censura è stata talmente maldestra da alimentare le letture più paranoiche possibili: nomi oscurati ma numeri e dati personali visibili, dettagli casuali coperti come se fosse tutto improvvisato, o come se il criterio fosse proprio quello di farci ammattire tutti. Chi parla di insabbiamento ora sta vedendo i suoi sospetti convalidati, ma chi vuole capire meglio resta sopraffatto.

Non sorprende che in questo mare ci si buttino soprattutto gli outsider dell’informazione: i creatori di content su TikTok o Instagram che magari senza alcuna preparazione in materia spingono video su sacrifici umani e cannibalismo, costruiti su letture creative di due righe o su testimonianze anonime che l’Fbi non ha mai considerato credibili. E siccome ormai l’AI ha distrutto il concetto di evidenza fotografica, costringendoci a riprogrammare la nostra epistemologia, circolano anche immagini e mail inventate da utenti a caso, che si mimetizzano perfettamente nel rumore generale.

Forse queste premesse sono necessarie per spiegare la reazione in parte sdegnosa, in parte volta a minimizzare il tutto di alcuni segmenti del ceto riflessivo di fronte alle implicazioni politiche del caso Epstein. Un dispositivo che in questa, come in un po’ tutte le ultime crisi di legittimazione delle autorità – da WikiLeaks all’ascesa del nazional-populismo, dal Covid all’Ucraina – dà l’impressione di essersi attivato sulla base di una paura molto comune nella cultura progressista: quella di essere assimilati ai populisti.

 

L’antipopulismo militante

Print Friendly, PDF & Email

Quando le Big Tech vanno in guerra

di Giulio De Petra

Note a partire dal libro “Imperialismo digitale” (Laterza) di Dario Guarascio. Articolo pubblicato sul Menabò n. 254/2026 di “eticaeconomia”

imperialismo digitale 1 2048x1101.pngLa crescente compenetrazione tra apparato militare e sistema industriale digitale descrive la forma attuale della ‘rivoluzione digitale’. E consente, a partire da questo esito, di rileggere all’indietro l’intero percorso della trasformazione digitale. Svelando l’impronta militare delle grandi piattaforme che oggi strutturano la vita di miliardi di persone.

* * * *

Quando, a inizio del 2025, alla cerimonia di inaugurazione della presidenza Trump, comparvero, schierati disciplinatamente nelle prime file, i proprietari delle più grandi imprese digitali, quella immagine segnò simbolicamente la fine di una illusione. A essere cancellata era l’idea che le grandi imprese digitali, per le loro dimensioni, per le caratteristiche della loro produzione e per la natura globale dei mercati a cui si rivolgevano, fossero interpreti di un sistema produttivo che non aveva alcun bisogno di allinearsi così platealmente al potere politico. E che anzi aveva esplicitamente difeso la propria autonomia dall’ingerenza dei poteri dello stato.

Questa narrazione non corrispondeva alla realtà già da decenni. Ma tuttavia faceva parte dell’aura di indipendenza che aveva caratterizzato la nascita delle grandi imprese digitali americane e ancora persisteva, a dispetto di una crescente compromissione con i poteri dello stato, e a difesa della necessità di non imbrigliare la benefica forza propulsiva delle imprese digitali con dannose regolamentazioni.

Ma quella della autonomia delle grandi imprese digitali dal potere politico non era la sola falsa credenza a essere contraddetta così clamorosamente.

Print Friendly, PDF & Email

unblogdirivoluzionari.png

L’ombra di Thiel su Roma

Il miliardario dell’apocalisse, Palantir e la nuova strategia della tensione

di Mario Sommella

05clt1 f01 tecnofascismo.jpgUN CENACOLO SEGRETO NELLA CAPITALE

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies — la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo — arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.

Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.

Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?” Una domanda legittima, a cui — come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio — non è arrivata alcuna risposta.

Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

 

CHI È PETER THIEL: L’IDEOLOGO OSCURO DELLA TECNO-DESTRA

Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto nell’Africa del Sud durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti — e meno conosciuti dal grande pubblico — del pianeta.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

La sudditanza geopolitica attraverso il conformismo: la sinistra di fronte al proprio vuoto storico

di Giovanni Tonlorenzi

rdsmodàlL’ansia per il controllo delle riserve petrolifere, coerentemente con quanto accaduto in Venezuela, potrebbe essere uno dei fattori più plausibili alla base del conflitto. L’Iran possiede infatti tra le maggiori riserve di petrolio al mondo, e una destabilizzazione del Golfo Persico farebbe inevitabilmente salire i prezzi dell’energia, favorendo gli Stati Uniti in quanto esportatori netti.

Inoltre, una guerra prolungata e dagli esiti imprevedibili penalizzerebbe molto la Cina, grande importatrice di petrolio e principale destinataria delle esportazioni iraniane e, prima, venezuelane. In questa prospettiva, l’operazione in Iran potrebbe inserirsi in una più ampia strategia di contenimento di Pechino, incidendo sulla stabilità delle sue forniture energetiche e rafforzando la pressione sull’asse russo-cinese.

Se l’Iran avesse accettato di interrompere o ridurre fortemente le forniture alla Cina, sullo stile venezuelano, forse gli USA avrebbero avuto qualche possibilità in più per resistere a quelle che sembrano essere sempre più follie teocratiche fondamentaliste di Israele1.

Tuttavia, il coacervo di relazioni e di prospettive geopolitiche esistenti tra Stati Uniti e Israele di cui si ignora la profondità ma si può ben immaginare anche alla luce della vicenda Epstein – impediscono a oggi l’esatta comprensione dei moventi reali dell’ingiustificata aggressione contro la Repubblica iraniana, e il quadro si riempie sempre più di elementi molto inquietanti se davvero è bastata una telefonata di Netanyahu a Trump per sconvolgere il Medio Oriente2.

Però da questa ulteriore vicenda provocata dai due alleati emerge il consolidarsi di due elementi, di cui uno perfettamente conosciuto e che anche in questo caso si manifesta, e cioè l’importanza della narrazione della realtà.

Il secondo è invece il definivo imporsi di un modello di gestione delle relazioni internazionali basato sull’eliminazione fisica dei vertici politici e militari di Stati sovrani, fatto definitivamente normalizzato come strumento di intervento.

Print Friendly, PDF & Email

infoaut2

Ritratto di famiglia:Trump, Epstein e la Silicon Valley

Tra controllo dei corpi e nuovo ordine tecnologico

di Infoaut

GettyImages 681946576 1024x716.jpgTrump pochi giorni fa al Congresso ha snocciolato una serie di orpelli discorsivi per dimostrare che tutto sta procedendo per “Rendere l’America Ancora Grande”

Dalla colpa agli immigrati per i crimini più efferati, al finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate dallo stesso di cui in questi giorni si sono magicamente perse le documentazioni. In questo show utile a camuffare la poca soddisfazione per la sua politica interna in vista delle elezioni di midterm non ha esitato a dare certezze sul prossimo obiettivo strategico, l’Iran, realizzato prontamente nei giorni successivi con l’avvio di una guerra diretta da parte di Usa e Israele.

Francesco Dall’Aglio commenta così la conferenza di Monaco per la sicurezza di qualche settimana fa: “è stata, in linea di massima, un gran circo con pochi acrobati e moltissimi clown. I clown non devono però distrarci dalle conclusioni alle quali i nostri leader sono giunti, ovvero che l’Occidente, qualsiasi cosa intendiamo con questo termine, è nei guai. Questa non è una novità ma è sicuramente un problema, e non solo perché in Occidente ci viviamo pure noi: è un problema perché ormai è chiaro che l’unico modo di venirne fuori è la guerra, non quella che la Russia, la Cina e gli altri cattivi faranno a noi, perché non hanno né necessità né intenzione né mezzi per farla, ma quella che noi faremo a loro e per la quale stiamo preparando la nostra opinione pubblica, la nostra legislazione, la nostra economia.” E poi continua elencando i motivi dei guai dell’Occidente: la scarsità di risorse e dunque il colonialismo come strumento adottato su più livelli; la pavida rincorsa alle indicazioni dell’imperialismo USA, tradotto in una sorta di continuo punzecchiamento nei confronti di Russia, Cina e Iran – Paesi che due su tre hanno l’arma atomica.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Epstein, o l’orgia del potere. Ma il problema è il potere, non l’orgia

di Alessio Mannino

salo 1.jpgEpstein, o l’orgia del potere. Dove ciò che cattura lo sguardo di chi scorre quei files è l’orgia, intesa qui come infrazione di tabù (sesso con minorenni, sevizie, omicidi, antropofagia). Mentre il potere, fedele al famoso adagio, si conferma fonte di corruzione. È la lettura immediata che si evince dal diluvio di commenti e analisi che ribollono, in Italia, soprattutto sui social media, appassionando molto meno, al contrario, i media giornalistici. È un’interpretazione corretta, che nasce dal senso morale comune che ancora regge. L’enormità dei fatti, al momento indiziari, in quella montagna di email, immagini e video finora resi pubblici giustifica la reazione di ribrezzo e di sdegno, incluso il vouyerismo un po’ morboso che prevedibilmente accompagna la legittima curiosità ogni qual volta ci siano di mezzo crimini gravi, specialmente sessuali. Ma il piano morale non esaurisce il significato della vicenda, anzi. Concentrarsi sull’immoralismo delle pratiche di cui Epstein risulta l’organizzatore seriale rischia di ingigantire un fattore che è sì certamente importante, ma che tuttavia lascia sullo sfondo altri due che vanno al di là della sana riprovazione di pancia: quello politico, e quello psicologico (e psichiatrico). Entrambi ben più complessi del giudizio istintivo di condanna. Quello politico perché illumina su filiere e modalità in cui, all’atto pratico, si struttura e agisce l’oligarchia del denaro in Occidente. Quello psicologico, perché apre uno squarcio, a guardar bene ancora più inquietante, sull’abisso di senso morale ma più profondamente esistenziale, nell’accezione di esistenza come soggettività, come capacità naturale di elevarsi dagli appetiti primari all’auto-responsabilità. Mettendo in fila una serie di elementi, si capirà meglio lo scarto fra i diversi piani.

1) Perché Trump ha deciso di sganciare adesso la bomba. Lo sblocco di tre milioni di documenti, con omissis che hanno lasciato coperti nomi importanti, è stata una scelta che l’amministrazione ha adottato per necessità politica. Il presidente statunitense ha deciso di dare in pasto all’opinione pubblica anzitutto repubblicana, in particolare alla base elettorale Maga, un osso da spolpare, in questi mesi prima della campagna elettorale per le elezioni di midterm a novembre.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La Cina e la lotta antimperialista su scala planetaria

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

cinaiehfIl movimento comunista, fin dalla sua genesi nel 1846-48, è sempre stato di natura internazionale nei suoi obiettivi generali (socialismo-comunismo in tutto il mondo), nei suoi legami organizzativi (Prima e Seconda Internazionale tra il 1864 e il 1914, seppur con forti componenti antimarxiste al loro interno) e in una purtroppo debole attività contro le guerre e il colonialismo di matrice occidentale.

Un decisivo salto di qualità in questo campo avvenne con l'Ottobre Rosso del 1917 e la nascita del primo stato socialista, capace di riprodursi per più di sette decenni: di conseguenza il movimento comunista e il marxismo agirono da allora anche come forze operanti concretamente su scala internazionale contro il capitalismo e l'imperialismo.

I principali strumenti utilizzati fin dai tempi di Lenin dal nuovo potere sovietico e, dopo il 1945, dagli altri stati socialisti furono:

  • la difesa dagli attacchi militari, economici e propagandistici provenienti dal mondo occidentale;
  • la competizione pacifica con quest'ultimo almeno in termini di soft power, fin dal Decreto sovietico sulla pace della Ottobre del 2017;
  • la coesistenza pacifica con i paesi capitalisti, quando è se possibile come con il trattato di Brest-Litovsk del 1918, (accordo anglo-sovietico del marzo 1921, e così via).

Lenin sottolineò nel 1921 come già allora la lotta, aperta e sotterranea, tra una Russia Sovietica ancora molto debole e i diversi gangli statali dell'imperialismo mondiale costituissero ormai il fulcro principale della politica internazionale: e arrivando all'inizio del terzo millennio, durante lo scontro epocale tra la tendenza unipolare incentrata sugli USA e quella invece multipolare il cui nucleo decisivo risiede a Pechino, sorge quasi inevitabile anche la domanda su quali siano attualmente i fattori di forza materiali attualmente in possesso della Cina (prevalentemente) socialista.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

AntiTrump-capitalismo e schizofrenia

di Vincenzo Morvillo

manifestazioni usa anti trump 2.jpgScrivo sempre meno di questioni prettamente politiche. Lo faccio per non apportare ulteriore confusione in un contesto storico-politico drammaticamente caotico. E anche perché in questi frangenti la possibilità di profferir minchiate è altissima.

In questi mesi preferisco leggere, analizzare, riflettere. E poi di Lenin e Che Guevara in sessantaquattresima ne abbiamo già a iosa. Così come di eminenti analisti politici e geopolitici della domenica.

La fase dunque è quella che è. Tragica e ai limiti del delirio da qualunque angolazione la si guardi. Estesi conflitti regionali, questioni monetarie (dedollarizzazione e alternative al sistema Swift che stanno mettendo in fibrillazione l’impianto egemonico Usa) tracolli energetici, petrolio, aggressioni geostrategiche, neocolonialismo, crisi di valorizzazione del capitale, fanatismo religioso. Tutto deflagrato oggi, sotto le sempre più visibili e fosche insegne di una guerra globale.

Una fase che fisiologicamente sta lasciando emergere le pulsioni occulte e imponderabili dell’essere umano. Le sue più agghiaccianti inclinazioni psichiche, il suo insito sadismo, la sua consustanziale crudeltà. Che sempre fanno capolino dalle stanze oscure dell’inconscio.

È quella fase eminentemente tanatoica che la Storia umana ha sempre provveduto a tirar fuori ciclicamente. Ma che oggi si estende sul piano inclinato di un’isteria collettiva, per la natura stessa delle nostre governance.

Ovvero, di quel sistema capitalistico che risulta, piaccia o no, il più criminale assetto politico-economico che la vicenda umana ricordi.

L’ultima tra le fasi storiche tanatoiche in senso assoluto ha riguardato, com’è noto, gli anni Trenta del secolo scorso, dopo la crisi strutturale del ’29. Con l’affermazione del fascismo e del nazismo e il conseguente secondo conflitto mondiale.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu

di Giovanni Di Fronzo

Cheng Enfu buona.jpgIl libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto di socialismo e quanto di capitalismo c’è nell’economia cinese”?

Sicuramente, leggendolo, si può rispondere alla domanda “perché la Cina non è diventata una democrazia liberale di tipo occidentale” (oppure non è stata frazionata in tanti Stati su base etnica), come prevedevano, appunto, gli occidentali?

Si tratta, infatti, di una raccolta di testi che datano dai primi anni ’90 alla fine degli anni ’10 del Terzo Millennio, che riflettono l’ampio e sconosciuto dibattito presente in Cina sugli indirizzi economici del paese. Da tali testi si evince come il Partito Comunista Cinese, in maniera non scontata, abbia tenuto la barra diritta su determinati principi anche grazie all’azione di intellettuali come Cheng Enfu.

Per leggerlo, occorre assumere la visione del marxismo adottata in Cina, da loro definita “olistica”, simile a quella definita in Occidente negli anni ’70 come “sviluppo organico” fra i vari riferimenti politico-ideologici. Ovvero ogni riferimento politico-ideologico contribuisce a sviluppare la teoria marxista, anche superando alcuni nodi e concezioni precedenti.

Ad esempio, se ci si ferma alla “Critica del Programma di Gotha” – [un testo polemico sulle degenerazioni del partito socialdemocratico tedesco, necessariamente “ristretto” ndr] – non sarebbero concepibili rapporti mercantili in una società socialista. Tuttavia, altre esperienze e riflessioni del movimento comunista hanno articolato più concretamente i concetti in questo campo.

Lenin delineò la compresenza di cinque forme economico-sociali nella NEP. Stalin provò a indicare l’ambito di validità della legge del valore nell’URSS della sua epoca, fino a giungere alle innovazioni portate dai riferimenti cinesi (Mao, Deng, ecc), Ecco che il risultato è l’impianto teorico del “socialismo di mercato”.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

I limiti di Trump

di Carla Filosa

us president donald trump prepares speak media 440nw 15173677i.jpgNell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – in primis - il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! - e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre - dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.

Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.