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La divisione sessuale del lavoro alle origini del dominio maschile

Una prospettiva marxista

di Christophe Darmangeat

garner 500Di tutti i temi trattati da Engels, ormai centotrenta anni fa, nell’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, quello dell’oppressione delle donne è senza alcun dubbio tra quelli ancora oggi più carichi di implicazioni. Le femministe più coerenti, in effetti, hanno sempre ritenuto di doversi appoggiare su una chiara comprensione delle cause e dei meccanismi di ciò contro cui lottavano. Ora, dopo la redazione dell’opera di Engels, le conoscenze allora ancora balbettanti circa le società primitive e la preistoria sono avanzate a passi da gigante, rendendo effimeri non pochi sviluppi. Col presente scritto, dunque, ci si propone di indicare lungo quali assi andrebbero aggiornate le argomentazioni marxiste riguardo questa tematica, alla luce delle scoperte accumulatesi da allora (1).

 

Le posizioni marxiste tradizionali

Nel corso della seconda metà del XIX secolo, nel momento in cui l’archeologia e, ancor più l’antropologia, iniziavano a malapena a costituirsi in quanto scienze, una serie di indizi concordanti militavano a favore del’idea secondo la quale il dominio maschile non era sempre esistito. Johann Jacob Bachofen (1861), mobilitando al contempo l’analisi dei miti degli antichi greci e alcuni elementi archeologici, giungeva alla conclusione che, prima delle epoche storiche, note per il regno indiscusso del sesso maschile, le società greche – e al di là di queste, tutte le società umane – avevano attraversato un lungo periodo segnato dal «diritto materno». Era diffusa anche la convinzione secondo la quale tale matriarcato primitivo, prima di venir rovesciato dagli uomini, fosse culminato in una forma suprema e militarizzata, il cosiddetto amazzonato.

Simili tesi suscitarono un clamore considerevole; ebbero un eco particolare presso Lewis Morgan, specialista degli Irochesi. L’organizzazione sociale di questi indiani del nordest degli Stati Uniti era notoriamente caratterizzata dall’esistenza di clan matrilineari, nonché dalla posizione elevata ricoperta dalle donne. Oltre ad una grande autonomia in materia coniugale (esse potevano separarsi dal marito come meglio credevano, semplicemente ponendo la sua roba alla porta), le irochesi detenevano un forte potere economico, possedendo le abitazioni e gestendo le scorte di grano della tribù, e le loro rappresentanti potevano destituire dei capi maschi. Fatto rarissimo, la compensazione da versare in caso di omicidio era superiore laddove la vittima fosse donna. In breve, gli irochesi costituivano una confutazione vivente dell’idea in base alla quale, nelle società primitive, le donne venivano trattate come semi-schiave e parevano illustrare a meraviglia il matriarcato teorizzato da Bachofen.

Nel suo schema generale dell’evoluzione sociale, Morgan (2013) vedeva nella matrilinearità una caratteristica universale delle società degli esordi della «barbarie» (oggi noi diremmo Neolitico). Coniugata ad una struttura economica che si presumeva egalitaria, si riteneva avesse garantito alle donne una posizione favorevole, sino a quando nel corso dell’età dei metalli non si svilupparono contemporaneamente la proprietà privata, le ineguaglianze materiali e il dominio maschile.

Questi lavori, la cui prospettiva evoluzionista derivava da una conoscenza enciclopedica del materiale allora disponibile, susciteranno gli entusiasmi di Marx ed Engels. Agli occhi di questi ultimi, rappresentavano l’opera scientifica più compiuta del loro tempo. A seguito della morte di Marx, sarà Engels, nel 1884, a popolarizzarne le tesi principali con l’opera che sarebbe divenuta il riferimento di generazioni di marxisti sul soggetto: L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.

Engels ampliava le conclusioni di Morgan circa la comparsa tardiva  – con le classi sociali, o poco dopo – del dominio maschile. A sua detta, «il soggiogamento di un sesso da parte del’altro, [… il] conflitto tra i sessi [è] sconosciuto in tutta la preistoria». Senza sottoscrivere realmente le affermazioni più audaci di Bachofen, Engels parlava nondimeno di «alta considerazione» per le donne, e di «dominio della donna nella casa» in quel remoto periodo. Vi sarebbe stato così «dominio della donna» ma non «soggiogamento» dell’uomo: le sfumature hanno la loro importanza. Tale armonia iniziale tra i sessi trovava la sua fine con l’alba delle società di classe, tra i popoli dell’età dei metalli che avevano prodotto in una volta le ineguaglianze materiali e la proprietà privata, segnando in tal modo il destino delle donne: «Il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta sul piano storico universale del sesso femminile. L’uomo prese nelle mani anche il timone della casa , la donna fu avvilita, asservita, resa schiava delle sue voglie e semplice strumento per produrre figli».

In alcune brillanti pagine, Engels comparava la situazione delle donne nelle società strutturate secondo l’economia «domestica comunista» con la loro posizione nella società capitalistica – ma anche con le prospettive che quest’ultima, laddove rovesciata, apriva alla loro emancipazione.

Durante i decenni che seguirono la redazione dell’Origine della famiglia, il marxismo continuò ad essere una dottrina vitale che i sostenitori non temevano di emendare sulla scorta di nuove scoperte. Talune affermazioni di Engels vennero in tal modo rimesse in causa rapidamente, per esempio da parte di Alexandra Kollontaj (1978). Ma questo periodo non durò a lungo. A partire dagli anni Venti, si abbatté la cappa di piombo dello stalinismo. L’atmosfera di libera discussione lasciò il posto ad una dottrina «ufficiale», con la proscrizione di ogni dibattito. Pressoché del tutto estinto lungo diversi decenni, esso non riprese piede che negli anni Sessanta e Settanta.

Durante questo lungo intervallo, una massa considerevole di materiali inediti era stata accumulata. Le società primitive erano state studiate in gran numero e le correnti di pensiero, lungi dall’essere tutte ispirate da motivazioni progressiste, avevano da lungo tempo concentrato il proprio fuoco sulle principali argomentazioni di Morgan (mirando esplicitamente, di rimbalzo, al marxismo).

In ambito marxista, un certo numero di ricercatori si batté con le unghie e con i denti tentando di provare che un simile afflusso di dati non rimetteva in causa gli schemi ereditati da Engels. Ciò implicava la ricusazione di numerosi elementi attestanti l’oppressione delle donne in società prive di lavorazione dei metalli, dell’agricoltura e talvolta caratterizzate da uno stretto egalitarismo economico. La figura di punta di questa battaglia fu Eleanor Leacock (1972,1978), la quale si impegnò al fine di stabilire che simili testimonianze non erano altro che illusioni, dovute sia al contatto di tali società con l’Occidente, sia alle prospettive deformate degli osservatori stessi. Noi riteniamo che una simile posizione non possa essere difesa validamente. Dunque, a meno di non voler dar prova di mancanza di discernimento, le argomentazioni marxiste dovrebbero tener «in dovuto conto lo stato attuale della scienza» (6 tr. it. p. 37) e integrare questi elementi anziché ignorarli.

 

Le osservazioni

Per iniziare, i rapporti tra i generi non si lasciano ricondurre ad una semplice legge generale. Per ciascuno dei principali livelli tecnici e delle  grandi tipologie di organizzazione sociale, dai cacciatori-raccoglitori nomadi ed egualitari sino alle prime società statuali, le società si ripartiscono lungo un continuum tra i due punti estremi, ossia tra il più esacerbato dominio maschile da un lato, e un relativo equilibrio tra i sessi dall’altro.

Si può constatare inoltre che il «matriarcato», vale a dire una situazione nella quale sarebbero le donne a governare, non è mai stato osservato in nessun luogo – nessun indizio archeologico serio, per di più, testimonia a favore di una sua esistenza in passato. Persino tra gli Irochesi, spesso citati come esempio, a fronte dei poteri reali delle donne, anche gli uomini ne detenevano di altrettanto reali. Per farsi un’idea, è sufficiente dire che le donne, ad esempio, non erano eleggibili alle più alte cariche politiche, ovvero al Consiglio della lega. Oltre agli Irochesi, sono stati identificati altri popoli presso i quali le donne godevano di prerogative che conferivano loro un peso sociale comparabile a quello degli uomini: tra gli altri, i Khasi in India, i Minangkabau a Sumatra, i Nagda di Flores (Indonesia), o ancora, i Na in Cina. Tuttavia, in nessun caso, anche fra i Na – senza dubbio l’unico popolo al mondo a ignorare tanto il matrimonio che la paternità – , le donne governano la società. Ciò che vale per i popoli che padroneggiavano l’agricoltura e l’allevamento lo è anche per i popoli di cacciatori-raccoglitori nomadi: i Kung del Kalahari, i Mbuti dell’Africa centrale o gli indigeni delle isole Andamane, costituiscono altrettanti esempi in cui il dominio maschile, se non del tutto assente, è in ogni caso relativamente attenuato.

Ma all’altro estremo dello spettro, si trovano innumerevoli testimonianze di un dominio maschile incontestabile, talvolta estremo, il quale non può essere attribuito né alle deformazioni del punto di vista dell’osservazione, né agli effetti del contato con le società moderne.

 

Società «neolitiche»

Così è nell’area della Nuova Guinea, dove alcune tribù di cacciatori-raccoglitori avvicinano numerosi piccoli coltivatori e allevatori di maiali.

In quelle società di coltivatori-raccoglitori nelle quali esistevano certe ineguaglianze di ricchezza, la condizione delle donne era spesso inferiore a quella degli uomini. Così presso i Bena Bena, «L’uomo considera la donna, e questa tende a considerare se stessa, come (relativamente) debole, con una sessualità più pronunciata, meno intelligente, sporca, e praticamente da qualsiasi punto di vista inferiore» (7). Un’ineguaglianza sancita dal diritto: «se una donna attacca o colpisce il marito il suo sottoclan deve pagare una compensazione. Non è vero il contrario» (8). Vale a dire che i mariti avevano tutta la libertà di colpire e ferire le mogli. Tra i Fore: «La donna rifiuto (…) è colei che sfida l’autorità maschile, che è indisciplinata e ostinata. (…) Una donna insolente e posta sotto controllo tramite una relazione di tipo disciplinare, il marito e tutti gli uomini del suo “lignaggio” copulano con lei in sequenza» (9). Presso i Mae Enga: «Gli uomini hanno vinto la loro battaglia e hanno relegato le donne in una posizione di inferiorità. In termini giuridici, per esempio, una donna rimane lungo tutto il corso della propria vita una minorenne (in custodia del padre, fratello, marito o figlio), alla quale è negato il titolo a qualsiasi proprietà di valore. Essa raramente partecipa agli affari pubblici se non per procurare cibo agli uomini o per rendere testimonianza in casi giudiziari. Per il resto deve sempre apparire passiva e tenere le proprie opinioni per sé. (…) Gli uomini possono aspettarsi, e in genere la ottengono, deferenza dalle proprie donne, sino al punto che quest’ultime dovrebbero girarsi e abbassare lo sguardo  ogni volta che incontrano un uomo sulla loro strada» (10).

Nella stessa regione, le società che rimanevano caratterizzate da un certo egalitarismo economico, alcune volte assai rigoroso, esibivano in genere un dominio maschile altrettanto esacerbato, se non maggiore.

È il caso emblematico dei Baruya piccoli coltivatori e allevatori studiati da Maurice Godolier, tra i quali la superiorità dei maschi vien affermata da tutti i punti di vista. Un ragazzo veniva automaticamente considerato come il maggiore dei figli rispetto alle sorelle, anche quelle nate prima di lui. Tutti i sentieri attraversanti i villaggi venivano raddoppiati, con uno dei due situato alcuni metri più in basso dell’altro, naturalmente il più alto era riservato agli uomini. Ladove accadesse a delle donne di incrociare degli uomini, queste distoglievano lo sguardo e coprivano il viso col loro mantello, mentre loro proseguivano ignorandole. Le donne – tra le altre cose – non avevano diritto di ereditare la terra, di portare armi e di fabbricare le barre di sale. Gli utensili per liberare il terreno dalla foresta erano loro interdetti, al pari della costruzione dei loro stessi bastoni da scavo. Quanto agli oggetti sacri, flauti e rombi, ritenuti incarnare i misteri più intimi della religione baruya, ogni donna cui accadeva di vederli, anche involontariamente, veniva immediatamente messa a morte. Inoltre, se gli uomini potevano in qualsiasi momento ripudiare la loro sposa o concederla a chi più gli aggradava, questa non poteva lasciare il marito senza esporsi ai castighi più severi. Godolier così sintetizza la condizione delle donne presso i Baruya: «Gli uomini godevano in questa società di tutta una serie di monopoli o di funzioni chiave, i quali assicuravano loro in permanenza, collettivamente o individualmente, una superiorità pratica e teorica sulle donne, superiorità materiale, politica, culturale, ideale e simbolica» (11).

Pur con qualche sfumatura l’Amazzonia presenta un volto simile. La legittimità della violenza contro le donne, in particolare, vi è largamente attestata. Tra i Kulina, cacciatori, raccoglitori e piccoli coltivatori economicamente egualitari: «La violenza fisica può essere usata, sebbene non abitualmente. Gli uomini possono picchiare le proprie figlie o sorelle non sposate perché non approvano l’amante da loro scelto, o perché i loro amanti sono troppo numerosi. Possono picchiare o stuprare in gruppo donne che rifiutano di avere rapporti sessuali con loro, e possono anche picchiare le proprie mogli quando rifiutano di avere figli» (12). Presso i loro vicini, gli Amahuaca, «In generale gli uomini esercitano una considerevole autorità sulle donne (…) Una volta sposato, un uomo picchia [la moglie] sulle spalle, le braccia, le gambe e sui glutei o sulla schiena, con un particolare bastone di legno duro provvisto di una parte piatta dai bordi taglienti. Il pestaggio con questo bastone può essere a tal punto duro che la donna è appena in grado di camminare per diversi giorni. La donna può venire picchiata per aver infastidito il marito in una varietà di modi, come non preparare il cibo quando egli lo richiede, o il mettere troppo sale (un articolo di commercio di recente acquisizione) nelle sue pietanze» (13).

Stupri di gruppo in caso di rifiuto dei rapporti sessuali, un «particolare bastone di legno duro» per picchiare le mogli: tutto ciò la dice lunga sul modo di concepire le relazioni tra i sessi di questo popolo. Senza ombra di dubbio, la violenza maschile qui non è occasionale o individuale: essa è istituzionalizzata, riconosciuta dalla società come legittima e necessaria – un’altra testimonianza eclatante è fornita dalla straordinaria autobiografia di Helena Valero (14), catturata dagli Ynomami da bambina, ha vissuto per ventidue anni tra di loro. Citiamo per concludere i Mundurucu tra i quali, nella casa degli uomini, edificio tipico dei villaggi amazzonici e della Nuova Guinea, gli occupanti amano ricordare gli stupri di gruppo inflitti alle donne ritenute indocili, confidando all’etnologo con un sorriso di complicità «domiamo le nostre donne con la banana».

 

Cacciatori-raccoglitori nomadi

Presso numerosi cacciatori-raccoglitori nomadi, peraltro strettamente egalitari sul piano materiale, la condizione delle donne appare altrettanto poco invidiabile.

Per quanto riguarda gli Inuit, Saladin d’Anglure la riassume in questi termini: «La giovane donna era (…) sottomessa all’uomo e alle donne più grandi sino a quando non avesse avuto dei figli grandi e controllare a sua volta le nuore. La poliginia, assai più frequente della poliandria, lo scambio di mogli, organizzato abitualmente dagli uomini, e la più ampia libertà extraconiugale dell’uomo costituivano altre espressioni del dominio maschile» (16).

In Australia, questo immenso continente allora popolato esclusivamente, prima del contatto con gli occidentali, da cacciatori-raccoglitori nomadi, i primi osservatori furono unanimi nel notare l’estrema ineguaglianza che presiedeva alle relazioni di genere. «Schiave», «serve», «bestie da soma», tale è il vocabolario che ritorna invariabilmente nei loro scritti a proposito delle donne aborigene (17). Anche se l’etnologia del XX secolo ha apportato importanti sfumature a simili giudizi, ha comunque confermato che nell’insieme del continente regnava un dominio maschile più o meno pronunciato, il quale si insinuava tanto nell’ambito domestico, che in quelli politico e religioso. Due etnologi non certo sospetti di antipatia nei confronti degli Aborigeni come Catherine e Ronald Berndt scrivevano tra l’altro: «Nel complesso, un uomo ha maggiori diritti sulla moglie di quanti quest’ultima ne abbia su di lui. Egli può rifiutarla o lasciarla, se lo desidera, senza fornire alcuna spiegazione per il suo agire, eccetto la propria inclinazione. Lei (…) può lasciarlo infine solo tramite la fuga con un amante, in altre parole, stringendo un’altra relazione; tuttavia se fa questo, egli ha tutto il diritto di procedere contro lei e il suo amante. La nuova unione non è considerata come un matrimonio valido, fintanto che il primo uomo non rinuncia ai suoi diritti su di lei, o accetta una compensazione. (…) Inoltre, un uomo ha il diritto di disporre dei favori sessuali della moglie a proprio piacimento, con o senza il suo consenso; ma con ciò egli non rinuncia alle pretese su di lei. Quest’ultima, tuttavia, non può fare lo stesso a parti inverse. Formalmente parlando, il “prestito della moglie” non ha una controparte nel “prestito del marito”. (…) In sintesi, lo status delle donne, considerato nel complesso, non è uguale a quello egli uomini» (18).

Infine, tra i cacciatori-raccoglitori nomadi della Terra del Fuoco, gli Ona (o Selk’Nam), gli uomini organizzavano cerimonie religiose esplicitamente finalizzate a controllare e terrorizzare le donne (Chapman, 1982). Ad un marinaio inglese che chiedeva se avessero dei capi, un indiano replicò: «Certo, señor, noi Ona abbiamo molti capi. Gli uomini sono tutti capitani e tutte le donne sono marinai» (19).

 

Un primo bilancio

Da questa breve panoramica emergono due punti cruciali.

Innanzitutto, tali elementi mostrano come il dominio maschile non sia confinato ad una fase tecnico-economica determinata. Per quanto ciò non provi ipso facto che sia esistito – comprese le sue forme più aspre – nelle società tecnicamente analoghe della preistoria, ne indica per lo meno la possibilità.

Di conseguenza, se dal punto di vista dei rapporti tra i sessi le società presentano una grande diversità, in tutti i continenti e a tutti i livelli di sviluppo, regna una divisione sessuale del lavoro e dei ruoli sociali con alcuni tratti che si rivelano notevolmente costanti.

Questo suggerisce che se lo scenario e i ragionamenti tradizionali del marxismo riguardo tale questione non possono ormai più essere considerati validi, la chiave dell’enigma si trova comunque nella direzioni in cui l’ha cercata il materialismo storico: dal lato delle strutture economiche – nella fattispecie, nelle modalità della divisione sessuale del lavoro; qui risiede l’elemento fondamentale che consente di rendere conto dei rapporti tra i sessi, al contempo in ciò che possiedono di contingente e di generale.

 

La divisione sessuale del lavoro

La divisione sessuale del lavoro è uno dei principali tratti universali delle società umane. Rappresenta la più antica forma di divisione sociale del lavoro, presente sin dalle società basate sulla caccia e la raccolta. Le modalità con cui ha ripartito i compiti maschili e femminili variano molto da un popolo all’altro; tuttavia, essa è ovunque caratterizzata dal monopolio maschile di ciò che si può definire, con una piccola dose di anacronismo, il complesso militare-industriale, vale a dire, l’insieme di caccia grossa, manipolazione delle armi più letali e funzioni politico-militari. Esistono certo dei casi assai rari in cui tale monopolio è limitato – si pensi ad esempio agli Agta delle Filippine, cacciatori-raccoglitori presso i quali le donne possono maneggiare l’arco – ma si tratta di eccezioni relative spiegabili sulla base delle circostanze particolari nelle quali vivono questi popoli (20).

La divisione sessuale del lavoro è senza dubbio tra le questioni più difficili da affrontare. Ad oggi è impossibile stabilire con certezza a quale epoca rimonti un simile tratto, sebbene alcuni indizi facciano propendere per situarlo all’inizio del Paleolitico superiore (Kuhn e Stiner, 2006). Per un certo numero di ragioni, si può dubitare  che essa sia stata istituita con l’biettivo cosciente di assoggettare le donne; più verosimilmente corrisponde alla prima divisione del lavoro sociale, in cui gli handicap relativi e temporanei legati alla maternità hanno assunto la forma di interdizioni rigide e permanenti, dettate da qualche imperativo soprannaturale. Il suo successo è dovuto plausibilmente al fatto che assicurava una produttività maggiore e uno sfruttamento più diversificato delle risorse.

Vi sono stati tentativi di spiegare il dominio maschile con motivazioni psicologiche: la svalutazione e, di conseguenza il dominio, dipenderebbe dalla volontà da parte degli uomini di impadronirsi del potere riproduttivo delle donne (21). Il problema di questa tesi, oltre ad essere difficilmente verificabile, è che tace sulle ragioni per le quali le donne hanno lasciato fare, consentendo alle presunte intenzioni degli uomini di diventare realtà. Contro l’idea che la svalutazione delle attività femminili sarebbe un presupposto dell’oppressione delle donne, si può invocare il caso degli Achuar, dei cacciatori-coltivatori dell’Amazzonia riconducibili al gruppo Jivaro, tra i quali il meccanismo della dominazione maschile si presenta sotto una forma, per così dire, chimicamente pura.

Gli Achaur non stabiliscono alcun giudizio di valore tra la caccia maschile la coltivazione femminile (Descola, 1983). contrariamente ad uno schema ricorrente, le coltivatrici non vengono considerate maggiormente debitrici rispetto agli uomini, non più di quanto questi ultimi lo siano verso di loro. Questo egalitarismo tra i sessi tuttavia si ferma ai rapporti di lavoro. Socialmente, gli uomini dominano le donne, in forma estremamente brutale per di più, poiché il diritto dei mariti si spinge fino a permettere loro di disporre della vita delle mogli. Dato che essa non nono deriva dal prestigio legato ai loro rispettivi lavori, tale autorità possiede un’altra origine: «Il luogo strategico del potere maschile è […] esteriore al processo di produzione. Gli uomini achuar possiedono il monopolio assoluto della conduzione delle “relazioni esterne”, vale a dire, di quella sfera di rapporti sovra-familiari che presiede alla riproduzione sociale. Di conseguenza, essi esercitano un diritto di tutela sulle proprie mogli, sorelle e figlie, e sono dunque i soli decisori nel processo di circolazione delle donne, sia nella forma pacifica dello scambio con gli alleati, sia in quella bellicosa del ratto presso i nemici» (22).

Lo scambio pacifico tra alleati, il ratto presso nemici: il che la dice lunga.  Tra gli Achuar, così come in tutte le società primitive economicamente egualitarie, non disponendo di armi, le donne tendono a divenire, in assenza di elementi di peso in senso contrario, sia la posta in gioco che gli strumenti dei rapporti tra uomini. Probabilmente qualcuno potrebbe giudicare una simile analisi eccessivamente concentrata sulle problematiche legate alla violenza. Poiché il mito del «buon selvaggio» ha la pelle dura, si è speso incline a pensare che l’uguaglianza socio-economica cada di pari passo col pacifismo, e che i conflitti armati non siano comparsi se non con le disparità di ricchezza, nonché con lo stato. Si tratta di un’idea ampiamente smentita dall’etnologia e dall’archeologia (Martin & Frayer 1997, Gat 2006, Allen & Jones 2014): per la maggior parte di questi popoli, la messa in sicurezza dei rapporti tra uomini era una preoccupazione permanente, e la circolazione delle donne ne costituiva un mezzo privilegiato.

 

Perché controllare le donne?

Per quanto concerne il fine del dominio maschile in queste società, due tesi vengono talvolta citate.

La prima riguarda la dimensione economica: gli uomini avrebbero dominato le donne al fine di appropriarsi del loro lavoro o, quantomeno, per assicurarsi rispetto ad esse alcuni vantaggi materiali. Senza scartare del tutto questa possibilità, l’esame dei dati disponibili non la convalida nettamente. Anche se, secondo alcune testimonianze, è accaduto effettivamente che gli uomini convertissero la loro dominazione in privilegi economici, l’impressione generale (certo fondata su elementi frammentari e fragili) è piuttosto quella di un contrasto tra il carattere limitato di tali privilegi e le forme a volte esacerbate del dominio maschile (23).

Si è ugualmente voluto vedere una dimensione determinante del dominio maschile nel controllo della riproduzione del gruppo. Un’idea che ha peraltro prodotto due tesi simmetriche: quella di Paola Tabet (1985), la quale identifica dei meccanismi di «riproduzione forzata», e quella di J. Estevez e A. Vila (TODO), la quale pone l’accento sul controllo delle nascite. Anche qui, almeno per quanto riguarda i cacciatori-raccoglitori nomadi, questi due ragionamenti non sembrano inequivocabilmente supportati dai fatti etnografici; è infatti possibile riscontrare costumi orientati in un senso o nell’altro in seno a una stessa società. Così l’Australia aborigena, in cui le giovani donne erano sistematicamente costrette, nel corso della pubertà, ai rapporti sessuali con i loro mariti ma dove, contemporaneamente, le madri avevano la libertà di praticare l’infanticidio alla nascita.

Quindi più che il lavoro o le loro capacità produttive, l’obiettivo più chiaro, e largamente condiviso, del controllo delle donne in queste società senza ricchezza sembra essere la loro sessualità. Non può non colpire, presso tutti questi popoli, tanto la vigilanza feroce con la quale i mariti vegliano sulla violazione dei loro diritti coniugali, quanto la loro propensione a concedere volontariamente questi stessi diritti ad altri uomini, che ciò avvenga in un quadro cerimoniale o, più semplicemente, per sigillare un’alleanza o sedare una lite. A. P. Elkin (1938: 128) fornisce una vivida descrizione di tali pratiche per quanto riguarda l’Australia; ma si può leggere qualcosa di analogo per gli Inuit: «Quando un marito punisce sua moglie per infedeltà, è perché ha oltrepassato i suoi diritti; la sera seguente, molto probabilmente sarà lui stesso a prestarla» (24). D’altronde, questi fatti contraddicono frontalmente l’argomentazione sociobiologica secondo la quale la gelosia sessuale dei maschi sarebbe alla base delle istituzioni umane. In tutte queste società, ciò che gli uomini difendono, all’occorrenza con le armi, non è mai il loro accesso sessuale esclusivo  alle mogli, bensì il diritto di disporne a loro piacimento.

 

Contro-poteri femminili e pseudo-matriarcati

In tal modo, dovunque, nelle società di cacciatori-raccoglitori così come negli stadi tecnici più avanzati, sono gli uomini a detenere le armi maggiormente efficienti, oltre ad essere formati e organizzati per utilizzarle. Ovunque, sono loro ad esercitare l’essenziale o la totalità delle funzioni politiche, non concedendone alle donne che una parte minima. Questo è il motivo per cui in nessun luogo mai si sono viste le donne dirigere la società nella forma di un «matriarcato» speculare al patriarcato.

Ecco anche perché, in numerose società, gli uomini hanno concentrato nelle proprie mani tutti i poteri e il prestigio. Padroni delle armi, della guerra e della politica, lo sono ugualmente delle prede, dei campi, del bestiame, del commercio, della magia e dei rituali; in tutto il mondo essi esercitano diritti non reciproci sule donne.

Tuttavia, gli uomini non hanno raggiunto questa situazione di egemonia sempre e dappertutto. I loro poteri hanno potuto essere bilanciati da quelli delle donne, al punto che i due sessi hanno talvolta esercitato un’influenza equivalente sui destini della società. È il caso, in particolare, di quei celebri – e impropriamente definiti – «matriarcati» che sono stati gli Irochesi, i Minangkabau, i Ngada o i Na. Al di là delle loro differenze, questi quattro esempi, insieme agli altri che si potrebbero citare, presentano delle analogie troppo numerose per essere dovute al caso.

Presso tutti questi popoli, in effetti, la condizione relativamente favorevole delle donne va di pari passo con la loro elevata posizione economica, alla base della loro influenza. Ciò presuppone una notevole partecipazione al lavoro produttivo, ma tale partecipazione, da sola, non è sufficiente (poiché ovunque le donne lavorano, e duramente): è necessario, in aggiunta, che esse esercitino un pieno diritto sui loro prodotti, detto altrimenti, che siano loro a controllarne la distribuzione. Presso gli Irochesi, erano le «matrone», alla testa delle lunghe-case e dei granai, a poter rifiutare di concedere agli uomini le risorse necessarie ad una spedizione di guerra, esercitando in tal modo su di essi una pressione considerevole. Tra i Minangkabau, durante le assenze prolungate degli uomini partiti per esercitare le loro attività fuori dai villaggi, erano le donne a possedere e gestire le case, i campi e il bestiame.

 

Archeologia della divisione sessuale del lavoro

Studiando elementi materiali, l’archeologia non saprebbe rendere conto in maniera diretta dei rapporti tra i sessi. Questi non possono essere ricostruiti che attraverso ragionamenti improntati ad una certa prudenza. Così, il presentare talvolta le numerose statuette femminili del Paleolitico e del Neolitico europei come segno infallibile di un culto della «Grande madre», culto caratterizzante società necessariamente «matristiche» (Gimbutas, 1991), non regge più: una simile lettura va incontro a numerose e convincenti critiche (Ucko 1962, Conkey e Tringham 1995, Testart 2010).

Laddove cogliere il senso delle rappresentazioni simboliche di culture scomparse  è particolarmente difficile, la divisione sessuale del lavoro rappresenta un’approccio più solido alle rapporti tra i sessi durante la preistoria. Essendo il monopolio maschile sulle armi un elemento decisivo del dominio maschile nelle società studiate dall’etnologia, si può ritenere che nel passato, le stesse cause abbiano prodotto gli stessi effetti. A voler essere precisi: questo monopolio non prova ipso facto l’esistenza del dominio maschile, data la sua effettività negli pseudo-matriarcati di Irochesi, Minangkabau e Na. Esso ne indica tuttavia la probabilità.

Ora, su questo punto, i dati provenienti dai cinque continenti, al di là delle inevitabili difficoltà di interpretazione, sono significativamente convergenti. Che si tratti di rappresentazioni artistiche, di corredi funerari o di tracce di attività sui corpi, gli indizi, quando esistono, si pronunciano largamente nello stesso senso.

È impossibile, nel quadro di questo articolo, pretendere di dare conto nel dettaglio di una massa di elementi, tanto più imponente considerato l’imporsi della gender archaeology, ormai da tre decenni, come una branca tra le più importanti della disciplina. Ci si limiterà, per tanto, a ricordarne le principali acquisizioni.

In numerose parti del mondo, l’arte figurativa rappresenta personaggi sessuati in attività, consentendo in tal modo di verificare sia la divisione sessuale del lavoro, sia il monopolio maschile delle armi. È il caso di svariate ed eloquenti scene del Levante spagnolo, sfortunatamente difficili da datare, tra Mesolitico e Paleolitico. È ugualmente vero per l’Australia aborigena (Balme e Bowdler, 2006), o ancora per l’iconografia del sudovest americano, che si tratti di cacciatori-raccoglitori o di coltivatori (Crown 2009, Munson 2000).

Per quanto concerne i corredi funerari del Neolitico e delle epoche posteriori, le tombe femminili son quelle dove generalmente sono deposti mole e lesine, mentre in quelle maschili asce, spade o punte di frecce. Certo, esistono delle eccezioni: si trovano tombe di donne armate in Europa del nord e, sopratutto, tra le kurgan dell’Asia centrale (Davis-Kimball, 2002). Eccezioni spiegabili dal contesto particolarmente bellicoso di tali società, le quali avevano, in qualche modo, riorientata la divisione sessuale del lavoro (e degli armamenti).

Infine, gli indicatori di attività sugli scheletri, quando sono utilizzabili, rivelano anch’essi una differenza significativa tra uomini e donne all’inizio del Neolitico e nel periodo precedente, come in Medio Oriente  (Eshed, Gopher, Galili et Hershkovitz, 2004) o in Italia (Marchi, Sparacello, Holt & Formicola, 2006). Va segnalato inoltre, per quanto riguarda un Paleolitico generalmente avaro di indizi, un recente studio (Villotte & Knüsel, 2014) su elementi datati a 30.000 anni. Gli scheletri maschili, e solo essi, presentano sul gomito, e più spesso sulle membra sia destre che sinistre, una lesione tipica dei giocatori di baseball. Il che vine interpretato come lo stigma di un lancio potente e ripetuto – senza dubbio quello di un arpione con l’aiuto di un qualche propulsore. Ad oggi, questo costituisce una delle indicazioni più antiche della divisione sessuale del lavoro.

 

Le ulteriori evoluzioni

Il dominio maschile, dunque, affonda le proprie radici in un lontano passato, ben prima della comparsa delle classi sociali e dello stato, ben prima anche della ricchezza e delle ineguaglianze: esso è il prodotto della più elementare delle divisioni del lavoro, quella che ripartisce i compiti sulla base del sesso. Più precisamente, è il prodotto del modo in cui la divisione sessuale del lavoro si è dispiegata e tradotta nell’ideologia, stabilendo un’incompatibilità più o meno totale tra i ruoli sociali devoluti alle donne e l’insieme costituito da caccia, armi e guerra. È l’attribuzione iniziale di tali compiti ad aver garantito agli uomini una posizione strategica, quella della direzione politica della società. Inoltre, è sempre così che le donne, salvo nei casi in cui disponevano di posizioni economico che permettevano loro di bilanciare, con più o meno efficacia, il potere maschile, sono divenute, in un modo o nell’altro, e malgrado la loro resistenza, gli oggetti delle strategie maschili.

La posizione di debolezza delle donne, già effettiva in numerose società economicamente egualitarie, le poneva altresì in condizione di subire sfavorevolmente le evoluzioni ulteriori. Nel momento in cui, con la comparsa dello stoccaggio, le ricchezze hanno iniziato ad essere accumulate e il lavoro umano sistematicamente sfruttato, le prime vittime sono state, logicamente, appartenenti ai gruppi più vulnerabili. Si trattava essenzialmente di prigionieri di guerra, privati del sostegno delle loro famiglie e la cui vita veniva loro praticamente sottratta in combattimento dai vincitori, mettendoli totalmente alla mercé di questi ultimi. Furono inoltre le donne, a condizione che non avessero qualche punto d’appoggio per opporsi all’estensione del dominio maschile. Più tardi, l’apparizione di certe forme di agricoltura intensiva hanno senza dubbio spinto nello stesso senso, facendo dell’uomo il lavoratore agricolo per eccellenza, escludendo le donne da queste attività e minando le linee di difesa da esse conservate in alcune società.

 

Il ruolo storico del capitalismo

Se il dominio maschile ha la sua origine ultima nel monopolio maschile sulle armi e le attività ad esso legate, è lecito domandarsi per quale ragione tale dominio è perdurato, in una forma o nell’altra, sino ai nostri giorni.

Un elemento centrale della risposta è che sino all’epoca contemporanea, nessuna delle organizzazioni economiche succedutesi ha rimesso in causa la divisione sessuale del lavoro. Ora, il fatto che ciascun sesso si sia visto assegnare un ruolo proprio nella produzione ha costituito il substrato sul quale si è mantenuta l’idea ancestrale secondo la quale, più in generale, ogni sesso doveva essere assegnato a un ruolo sociale differente e, quantomeno potenzialmente, inegualmente valorizzato. Sebbene i monopoli maschili sulla caccia e sulle armi, ovviamente, non giocano più armai da tempo il ruolo chiave che fu loro, la divisione sessuale del lavoro è rimasta dopo secoli il fondamento dell’ineguaglianza fra i sessi.

Tuttavia, sulla base di questa permanenza, si sono prodotte delle evoluzioni. Sin quando la divisione sessuale del lavoro è rimasta ad un livello elementare, attribuire determinati compiti agli uomini ed altri alle donne appariva senza dubbio il modo più evidente e adeguata di effettuare la ripartizione. Ma nel corso del tempo, il divenire sempre più complesso della divisione sociale del lavoro, che ha accompagnato il progresso della produttività e della tecnica, ha penetrato a poco a poco le sfere devolute a ciascun sesso. Laddove, in precedenza, tutti gli individui effettuavano gli stesi lavori elementari e specifici al loro sesso, ora iniziavano ad esercitare attività sempre più specializzate e differenti l’una dall’altra. In tal modo, quanto più si approfondiva, la divisione del lavoro contribuiva a rendere il criterio del sesso oggettivamente sempre più sorpassato e superfluo, senza tuttavia eliminarlo. Aumentavano i mestieri degli uomini così come quelli delle donne; ma appunto rimanevano mestieri riservati agli uomini e mestieri riservati alle donne.

Un passo decisivo è stato compito col modo di produzione capitalistico, il quale, in tale ambito come in molti altri, ha giocato un ruolo rivoluzionario straordinario. Il capitalismo è in effetti il primo sistema economico ad aver gettato le basi di una autentica (e impropriamente definita) uguaglianza tra i sessi.

Generalizzando la forma merce, è il primo modo di produzione nel quale vengono comparati oggettivamente, quotidianamente e su larga scala, il lavoro maschile e quello femminile, i quali si fondono nel mercato in una sostanza indifferenziata incarnata dalla moneta. È nelle profondità della sua macchina economica che il capitalismo ha messo in morto i meccanismi che minano la divisione sessuale del lavoro, e che preparano le condizioni oggettive di una sua futura sparizione.

Già Marx rimarcava che se il genio di Aristotele aveva fallito nello scoprire la teoria del valore-lavoro, ciò era dovuto al fatto che solo la società capitalistica aveva fatto emergere il concetto di «lavoro» nel suo senso più generale, quello dell’attività economica umana, astratta rispetto a tutte le sue forme particolari (25). Per tutte le società precapitalistiche, esistevano tipologie di lavoro di natura differente – in particolare, libero e servile – che non potevano essere ridotti ad alcun denominatore comune. Ciò vale anche per la separazione tra lavoro maschile e lavoro femminile, percepiti in tutte le società primitive, in assenza di mercato e in presenza di una marcata divisione sessuale del lavoro, come qualità differenti e dunque incommensurabili.

Ora, in un’economia capitalistica affermata, i prodotti vengono confrontati costantemente gli uni agli altri mediante la moneta. Il loro valore, che si esprime nel prezzo, è indifferente alla determinazione concreta del lavoro e dei lavoratori, quella del sesso tra le altre. Nella misura in cui producono merci, i diversi lavori concreti si dissolvono nel lavoro astrato, il «lavoro umano indifferenziato, una sostanza omogenea per quanto riguarda la sua qualità e in cui solo la quantità, il «tempo di lavoro socialmente necessario», interviene nella creazione del valore. E se la forza lavoro femminile è frequentemente meno pagata di quella maschile, l’esistenza del mercato crea un punto d’appoggio per correggere ciò che appare come un’anormalità. «A lavoro uguale, uguale salario!», questo è stato il grido di battaglia delle proletarie, le quali, anche se il cammino è ancora lungo, hanno ottenuto dei successi significativi in tal senso.

Gettando le fondamenta di una rivoluzione nei rapporti sociali oggettivi, la società borghese ha creato le condizioni di una rivoluzione delle coscienze. La bandiera storica della borghesia nella sua lotta contro le classi dirigenti del passato era quella dell’uguaglianza giuridica, la quale includeva l’uguaglianza delle merci nella concorrenza e quella delle differenti componenti della forza lavoro. Beninteso, nel momento steso in cui sventolava tale bandiera, la borghesia era pronta a calpestarla; e durante la grande Rivoluzione francese, le donne furono tra le prime a constatare con amarezza che la semplice uguaglianza politica non le riguardava. Ma anche se la nascente società borghese non era pronta a riconoscere i diritti giuridici e politici della popolazione femminile, l’emergere di tale rivendicazione – ed i suo raggiungimento, paese dopo paese – erano in qualche modo inscritti nei geni di un’organizzazione sociale che si pensa e si annuncia sotto la bandiera dell’uguaglianza.

Secondo la celebre formula di Marx, l’umanità non si pone se non quei problemi che può risolvere; non è un caso, dunque, che è nella società borghese che sono comparse, per la prima volta nell’avventura umana, delle correnti, a cominciare dal movimento operaio rivoluzionario, le quali si sono date come fine l’uguaglianza dei sessi – sarebbe peraltro più esatto parlare di scomparsa, o identità, dei generi.

Nelle società primitive, la divisione sessuale del lavoro era un fatto onnipresente, essa toccava così profondamente le questioni essenziali della vita materiale e ideologica da impregnare l’intera vita sociale: non era solamente nel lavoro, ma praticamente in tutti i domini dell’esistenza che uomini e donne apparivano come entità differenti. Non vi è esempio migliore di quanto la divisione sessuale del lavoro segnasse le società primitive dell’Australia aborigena, nella quale uomini e donne venivano definiti metaforicamente dal loro strumento di lavoro: «lance e bastoni da scavo» (26) (allo stesso modo, l’Amazzonia opponeva «l’arco e il paniere») (27). Più in generale, se si dispone di molte testimonianze di atti di resistenza da parte delle donne delle società primitive contro gli abusi commessi dagli uomini, l’idea che le donne e gli uomini potessero giocare, in maniera indifferenziata, gli stessi ruoli sociali, condividere gli stessi diritti e doveri, non è mai emersa prima dell’epoca moderna. In tutte le società del passato, lacerate dalla divisione sessuale del lavoro, una simile idea è rimasta, letteralmente, impensabile.

La questione che la possibilità di un’autentica uguaglianza dei sessi (vale a dire, una dissoluzione dei generi) si realizzi un giorno nel quadro del sistema capitalistico è troppo complessa per essere trattata qui. Per un certo numero di ragioni, Marx affermava che solo l’instaurazione di una società socialista permetterà all’umanità di uscire realmente dalla preistoria; dal punto di vista dei rapporti tra i sessi, un secolo dopo che tali parole sono state scritte, risuonano con una strana profondità.


Note

  1. Questo articolo sintetizza le tesi sviluppate nel mio libro Le communisme primitif n’est plus ce qu’il était (2012).
  2. Engels (2005: 93).
  3. Engels (2005: 76).
  4. Engels (2005: 76).
  5. Engles (2005: 84).
  6. Engels (2005: 37)
  7. Langness (1974 : 191).
  8. Langness (1974 : 191).
  9. Lindenbaum (1978 : 55-56)
  10. Meggitt (1964 : 220-221).
  11. Godelier (1982 : 221).
  12. Lorrain (2000 : 298).
  13. Dole (1974 : 12-13).
  14. Biocca (1970).
  15. Murphy (1986 : 413).
  16. Saladin d’Anglure (1977 : 81-82).
  17. Per una sintesi si veda, Malinowski (1913).
  18. Berndt e Berndt (1992 : 208)
  19. Bridges (1948 : 216).
  20. Testart (1986).
  21. Héritier (1996).
  22. Descola (1983 : 87).
  23. Darmangeat (2015).
  24. Birket-Smith (1937 : 173).
  25. Marx (1975).
  26. Berndt (1974).
  27. Clastres (1974 : 92).

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Commenti   

#1 aldo zanchetta 2016-11-18 17:38
Forse la lettura attenta del libro GENERE di Ivan Illich non sarebbe inutile per avere anche un'altro approccio

Aldo Zanchetta
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