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Sul presunto donmilanismo

Ovvero perché Mastrocola dovrebbe studiare di più la storia della scuola italiana

di Vanessa Roghi

milani1 1231669 292647 635x420Vale la pena di prenderlo sul serio l’articolo uscito oggi sul Domenicale del «Sole 24 Ore», quello di Paola Mastrocola sul “donmilanismo”.

Vale la pena anche se la prima reazione sarebbe quella di liquidarlo con un post su facebook, ecco la solita storia, un altro articolo a favore dell’appello dei 600, la grammatica è di destra o di sinistra?, l’italiano non lo parla più nessuno, si stava meglio quando si stava peggio e via dicendo. Ma non si può. Perché in questo ennesimo articolo pubblicato dal Domenicale su quello che Mastrocola definisce “donmilanismo” si gioca in un certo senso il futuro della scuola pubblica, poiché è attraverso la costruzione di un discorso pubblico condiviso sulla scuola che si elaborano le ideologie, si pensano le leggi, si immaginano e si scrivono le riforme. Anche a partire dalla storia specifica della pubblica istruzione in questo paese e dal senso che oggi attribuiamo ad essa. L’invenzione di una tradizione democratica e di sinistra “contro la grammatica” di cui don Milani sarebbe stato l’ispiratore, Tullio De Mauro l’interprete e le maestre delle scuole elementari (intrise di un altro male gravissimo, il “rodarismo”) il braccio armato, è un’operazione culturale molto precisa che ha la sua genealogia e come tale va letta. Qui riassumerò alcuni passaggi.

Andiamo per ordine.

Non è la prima volta che la scrittrice attacca duramente don Milani, possiamo ricordare il suo libro Togliamo il disturbo (2011) dove scrive: «non credo che volesse davvero una scuola che non insegna nozioni. So che nelle sue classi si studiava eccome. Semplicemente, voleva una scuola che non escludesse dall’istruzione i ragazzi meno fortunati, quelli che per origini famigliari non possedevano gli strumenti per farcela. Come dargli torto? Giustissimo. Fu una grande scuola, la sua. Ciò nonostante, noi abbiamo costruito negli anni, grazie anche alle idee di don Milani, una scuola che non insegna più nozioni». Sic.

Oppure, antecedente, l’articolo su «La Stampa» del 2007 (anniversario, come quest’anno, della morte del priore e dell’uscita della Lettera a una professoressa) dal titolo eloquente: La sua utopia si è realizzata, purtroppo.

«Caro don Milani, rileggere oggi il suo libro, mi creda, è illuminante e anche un tantino inquietante: ci aiuta a capire che la scuola di oggi è esattamente la scuola che voleva lei quarant’anni fa. Ma ci chiediamo se forse non sia per questo che non funziona più tanto: perché nel frattempo sono passati quarant’anni».Perché, spiega? «Chiedeva parecchie cose, tra cui: di non interrogare sulle poesie di Foscolo perché Foscolo scrive parole difficili, come inaugurare che vuole dire augurare male: «C’è scritto nella nota. Ma è una bugia. L’ha inventata il Foscolo perché non voleva bene ai poveri»; di non mettere più in programma l’Eneide, perché è scritto in una «lingua nata morta»; di non fare l’Iliade nella traduzione del Monti, perché «il Monti chi è? uno che ha qualcosa da dirci? uno che parla la lingua che occorre a noi?». Gianni, il figlio del contadino, è andato via da scuola a 15 anni e lavora in officina, «non ha bisogno di sapere se è stato Giove a partorire Minerva o viceversa. Nel programma d’italiano ci stava meglio il contratto dei metalmeccanici». Era il 1967. Quarant’anni dopo possiamo dirle che abbiamo esaudito quasi completamente le richieste di quel suo ragazzino, e questa notizia di sicuro le farà piacere; a parte il contratto dei metalmeccanici che non so se abbiamo messo davvero nei programmi (personalmente spero di no), per il resto sono sicura: studiamo abbastanza la Costituzione e pochissimo la grammatica; siamo completamente indifferenti alle acca del verbo avere; non bocciamo quasi nessuno; il Foscolo lo facciamo poco, giusto al triennio dei licei; e il Monti nessuno più sa chi sia perché abbiamo approntato meravigliose versioni in prosa dell’Iliade, scritte in uno stupendo stile quotidiano corrente. Più o meno la lingua che usiamo per andare a comprare il pane. Il problema è che, così facendo, qui da noi nessuno sa più niente e nessuno ha più voglia di studiare. Nessuno, né i poveri né i ricchi». Dunque: don Milani voleva una scuola semplificata e senza grammatica. Da questa ideologia nasce il donmilanismo (non si capisce bene né dove né quando, si dà per scontato e basta, il donmilanismo esiste).

Ora cosa sarebbe il donmilanismo? una malattia infantile dalla quale sono affetti gli insegnanti “democratici” a partire più o meno dal 1967, o meglio, da qualche anno dopo, dall’uscita di quelle tesi linguistiche per l’educazione democratica di cui diabolico estensore è stato il comunista Tullio De Mauro al quale, è noto, dobbiamo l’imbarbarimento dei costumi italici, l’analfabetismo primario e di ritorno, e chissà quali altri mali.

Scrive oggi Mastrocola: «Abbiamo emarginato sempre più la grammatica e la letteratura (dei classici, in primis) sostituendola con attività di vario intrattenimento (v. i progetti del POF). Andiamo a rileggere i passi in cui s’invita la professoressa a non fare grammatica perché la lingua è appannaggio dell’élite, e a non fare Foscolo o l’Iliade del Monti perché la difficoltà di quei testi umilia i “poveri”. Ad esempio: «Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri (…). I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro (…). Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua, l’ha detto la Costituzione. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione». Bene. È da cinquant’anni che facciamo a scuola più Costituzione che grammatica; oggi in particolare facciamo Educazione alla cittadinanza, non certo Educazione alla grammatica». Sulla veridicità di questa osservazioni ripetute, come abbiamo visto, da anni senza alcuna sostanziale revisione, sono già intervenuti altri (non è vero che non studia grammatica a scuola per esempio, e che si studia la costituzione al suo posto).

Vorrei dunque soffermarmi su questo passaggio, che è quello nel quale si entra a gamba tesa nella storia, intesa come disciplina, la si usa in modo “pubbico”, e così facendo si costruisce un’ideologia rivolta alla nostra contemporaneità che parte da un assunto falso ma verosimile che, evidentemente, è il punto di incontro di tanti intellettuali di oggi, ovvero che don Milani volesse una scuola più semplice per i poveri.

«Che l’idea di don Milani avesse allora un senso, non implica che quel senso non fosse sbagliato già allora, e che lo sia probabilmente oggi più che mai. Voglio dire che si potrebbe avere un’idea esattamente contraria, per raggiungere lo stesso nobile fine: cioè, proprio per aiutare i figli dei contadini (tradotto i ragazzi oggi più deboli), si potrebbe rendere più difficile, e non più facile, la scuola. Tradotto, dovremmo fare proprio l’Iliade del Monti (che, tra l’altro, piace moltissimo ai ragazzi!), e non approntare ridicole traduzioncine, semplici e prosastiche, col linguaggio più piatto possibile, perché gli attuali “figli dei contadini” non facciano fatica e siano inclusi! Inclusi in cosa, poi? In un percorso di studi fittizio e ingannevole, che li lascia impreparati ad affrontare gli studi più alti e le professioni più ambite? C’è una sottile punta di razzismo, direi, in questa idea che i ceti cosiddetti ceti subalterni non possano elevarsi, emanciparsi dalle loro origini e accostarsi alla cultura alta».

Ovviamente don Milani non ha mai neanche per un momento pensato che la scuola andasse resa più facile, né che ai ragazzi poveri si dovessero precludere le strade che si aprivano ai figli dei ricchi. La sua idea del 1967 nasceva da venti anni di riflessione sull’istruzione in generale. Don Milani aveva iniziato a Calenzano, nel 1947, a riflettere sull’analfabetismo degli operai, l’aveva fatto a partire dalla sua esperienza, l’aveva raccontato nel suo primo libro, le Esperienze pastorali, dove per la prima volta aveva tematizzato il problema della lingua.

Don Lorenzo Milani, pronipote del filologo Comparetti, sapeva bene che le lingue sono una “quistione” storica, sapeva che nessuno è predestinato ad essere analfabeta, sapeva che sulla lingua si può e si deve lavorare. Aveva per questo aperto un doposcuola in parrocchia, poteva farlo per una legge dello Stato del 1949. Aveva invitato intellettuali a parlare di cose difficili ai ragazzi, perché sapeva bene che la complessità è formativa e che non ci sono cose “vere in città e false in campagna”.

Arrivato a Barbiana nel 1954 aveva visto qualcosa di ancora più triste e grave, la rassegnata miseria linguistica dei figli dei contadini. A loro aveva dato una scuola alternativa, non perché non credesse nell’istruzione, ma proprio perché sapeva che l’istruzione era l’unica arma che i poveri avevano per non farsi fregare da chi ne sapeva più di loro.

Voi forse non lo sapete o non lo ricordate ma negli anni Cinquanta la scuola media non era per tutti, bisognava fare un esame per essere ammessi, e molti preferivano non continuare. A Barbiana don Milani vide che il lavoro dei ragazzi nei campi, con le bestie era l’unico destino possibile, per questo li andava a prendere uno per volta a casa. Per questo iniziò a insegnare loro a leggere e scrivere.

Quando si iniziò a discutere di scuola media unica si infuriò venendo a sapere che in molti volevano abolire il latino perché troppo difficile per i poveri.

Il 22 marzo del 1956 il Ministro della Pubblica Istruzione, Paolo Rossi, presentò un progetto di riforma della scuola media, una media unica ma divisa in tre indirizzi differenziati: «è veramente indispensabile che i futuri studenti tecnici conoscano il latino? E’ meglio che quei giovani il latino non lo studino affatto … si renderebbe loro un pessimo servizio». In quella occasione don Milani scrisse a Ettore Bernabei, in quel momento direttore del Giornale del Mattino di Firenze: il ministro mi ricorda Maria Antonietta «Non auguro al ministro di far la fine che fece lei. Gli offro invece quindici giorni di ospitalità in casa mia. Se si saprà adattare per quei pochi giorni al lume a carburo e alla mezzina e a tante altre cosette, io lo terrò accanto a me mentre fo scuola ai miei giovani montanari e gli prometto di aprirgli gli occhi su un orizzonte immenso che non suppone. Il ministero andrà avanti benissimo anche senza di lui e al ritorno potrà gloriarsi d’esser finalmente degno d’una Repubblica fondata sul lavoro. Vedrai che dal quel giorno non concederà più interviste sull’abolizione del latino. C’è anzi il caso che bandisca un concorso per un testo di greco da adottarsi nelle quinte elementari. E per la riforma del programma dell’Avviamento Industriale penso che si rivolgerà a uno studioso di ebraico per non defraudare i poveri dell’incontro diretto col testo sacro. Dio lo voglia davvero. Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte».

Dieci anni dopo la media unificata esisteva ma non funzionava. Non lo diceva solo il parroco di Barbiana. Le inchieste della Rai di quegli anni sono durissime in questo senso: fra il 1963 e il 1966 mettono in luce l’abbandono scolastico, l’inadempienza dello stato e dei genitori che ancora mandano i figli a lavorare a 11 anni. E’ colpa della Rai che ha puntato il dito contro la mancata attuzione della riforma se oggi i ragazzi non sanno leggere e scrivere?

E’ il 1969 quando esce l’inchiesta di Marzio Barbagli e Maurizio Dei Le vestali della classe media, dedicata alla formazione, alle aspirazioni, alle frustrazioni degli insegnanti italiani, soprattutto quelli delle medie inferiori. La ricerca è frutto di anni di lavoro, le conclusioni basate su uno studio assai preciso delle dinamiche occupazionali del mestiere di insegnante dopo la riforma delle scuole medie del 1962. Che la scuola degli anni Sessanta sia un luogo di forte esclusione sociale è un dato incontrovertibile, per tutti, tanto è vero che chi contesta la posizione di Barbagli non lo fa dicendo: ma no non è vero la scuola include, bensì dicendo: è giusto che sia così.

Ma, dicono Barbagli e Dei, il problema è un altro: «Uscendo dall’università con una formazione da studioso il laureato italiano non solo manca delle più elementari conoscenze necessarie all’esercizio della sua professione, non solo non sa insegnare, ma – entrando nella scuola media inferiore – non può non avere la netta impressione che quanto ha imparato fino ad allora sia sprecato».

Per questo la Lettera a una professoressa centra il bersaglio, per questo fa tanto discutere allora e tanto infuriare oggi. Perché al di là delle frasi roboanti, delle provocazioni, come è quella relativa al Monti tanto citata da Mastrocola, la scuola sperata in venti anni di lavoro con i poveri, nel 1967, non è arrivata, gli insegnanti non sono cambiati. La miseria è sempre lì.

Gli ostacoli per diventare cittadini non sono stati rimossi, la promessa della Costituzione appare vana. I figli dei poveri hanno il destino segnato. Ma non si può dire, né oggi nel 1967. Perché altrimenti si incita all’odio di classe, e non va bene. Eppure nessuno nel 1967 imputa alla Lettera un classismo negativo, anzi. Del resto il Sessantotto ancora non c’è stato, e nessuno omologa don Milani alle rivendicazioni degli studenti, al sei politico, all’antiautoritarismo accademico. E’, semmai, il sintomo di una frattura non risanabile. Che solo le riforme degli anni settanta, in qualche modo, ripareranno: lo statuto dei lavoratori, il diritto di famiglia, la legge Basaglia, andranno ad accorciare le distanze fra ricchi e poveri fra deboli e forti e così, migliorando la società, miglioreranno anche la scuola, rendendo più uniformi le condizioni di partenza di tutti i bambini e le bambine che entrano a scuola (le classi differenziali vengono abolite nel 1977).

Eppure non c’è niente da fare, tutta questa storia, che è storia sociale, culturale, politica di questo paese, la storia della battaglia contro l’esclusione sociale e la ricerca “dei mezzi per combatterla” viene tradotta, da vent’anni a questa parte e da certa pubblicistica come incitazione all’“odio di classe”. Su questa traduzione si fonda una delle più longeve interpretazioni della Lettera a una professoressa. «Un’ esperienza didattica forse non proprio marginale, ma simile in definitiva a tantissime altre, si era così venuta arricchendo d’ un ingrediente rivoluzionario: l’odio di classe, che il movimento operaio italiano aveva ripudiato già nell’ Ottocento e che tornava a riaffacciarsi, dopo quasi un secolo, nella prosa elegante e un po’ nevrotica di un prete di origine borghese», Sebastiano Vassalli, 1992. «Ognuno nasce dove deve nascere, dove meglio si completa il suo disegno. Kafka lavorava in un ufficio di assicurazioni, e Einstein all’Ufficio Brevetti. Questo pensiero dovrebbe aiutarci a superare l’odio di classe, l’invidia sociale e tutti quei cattivi sentimenti che non ci fanno onore. E che hanno finito per intorbidare anche le acque della nostra scuola», Paola Mastrocola. «Ciò che impressiona oggi è il risentimento che anima quelle pagine, e che allora poteva essere inteso come riflesso dell’entusiasmo ribelle. Ma ormai appare solo come la manifestazione di una pervicace abitudine italiana a fare di odio e invidia la base di ogni ragionamento», Lorenzo Tomasin, 2017.

Forse allora bisogna ritornare a Tullio De Mauro e allargare la sua definizione di analfabetismo funzionale riferendola anche a chi non è in grado di leggere un testo del 1967 per quello che è, ovvero una fonte per la storia della cultura di questo paese: perché non si riesce a capire cosa voleva davvero dire don Milani? Perché lo si travisa così spesso lo si capisce così male? Perché non andare a studiare invece quando e come e chi lo ha trasformato in un santino, in un idolo polemico, in un mostro. Forse bisognerebbe studiare bene la storia per capire la Lettera a una professoressa e non leggerla in modo retrospettivo a partire dalla nostra contemporaneità.

Collocare storicamente un testo, coglierne i registri, gli intenti, il contesto, le esagerazioni e le esasperazioni non è facile è vero.

Molto più difficile che studiare la grammatica.

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Comments   

#1 Eros Barone 2017-04-01 00:30
L’allarme sullo stato catastrofico del rapporto tra conoscenza della lingua italiana e nuove generazioni, lanciato da 600 docenti universitari in una lettera aperta indirizzata alle istituzioni, ha giustamente occupato un posto di rilievo nelle prime pagine degli organi di comunicazione del nostro Paese. La questione sollevata tuttavia non è affatto nuova, poiché esiste da alcuni decenni ed è andata progressivamente aggravandosi negli ultimi anni. La realtà era da tempo sotto gli occhi di tutti, a cominciare da istituzioni prestigiose come l’Accademia della Crusca e da studiosi altrettanto prestigiosi come Tullio De Mauro. Alle une e agli altri, così come all'ideologia neo-roussoviana promossa da don Milani, va forse attribuita qualche responsabilità non solo per la passività e l’acquiescenza dimostrate verso questo
preoccupante fenomeno di regressione culturale, ma addirittura per l’ottica ottimistica con cui, in certi momenti, hanno invitato a considerare tale fenomeno. Ricordo ancora uno scritto dello studioso testé citato, dal titolo “Scripta sequentur” (gli scritti seguiranno), in cui veniva tessuto l’elogio del primato del linguaggio orale sul linguaggio scritto come asse di un’educazione linguistica innovativa… Si è trattato, in realtà, di una forma di populismo linguistico che, insieme con la rivalutazione del dialetto, l’abolizione del latino e l’enfasi sproporzionata posta sull’inglese, ha spianato oggettivamente la strada alla deriva localista e neo-primitiva, inficiando una corretta e completa formazione linguistica delle nuove generazioni e determinando le perniciose conseguenze che sono ora oggetto di una denuncia tanto accorata quanto tardiva. Sennonché, se vi è un interrogativo che ha, in relazione al presente discorso, una rilevanza cruciale, esso è il seguente: saprà la scuola rispondere ai dilemmi e alle alternative, che oggi le si pongono, con una sintesi critica e costruttiva che escluda sia l’adeguamento populistico alle tendenze dominanti sia l’arroccamento elitario nella difesa di una cultura nobile ma lontana dall’odierna dialettica sociale? Se si considerano i fatti e le riflessioni sin qui sviluppate, così come i risultati prodotti dalle politi-che scolastiche, di segno populistico e neoliberista, che hanno perseguito in questi decenni tutti i governi che si sono succeduti al dicastero dell’Istruzione, temo che la risposta non possa che essere negativa.
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