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econ diclasse

Sul perchè la battaglia per il "pluralismo" nella teoria economica (come altrove) è debole

di Riccardo Bellofiore

12Aderisco al Manifesto per la libertà del pensiero economico, perché segna una importante messa in discussione del modo con cui viene condotta la ricerca economica oggi. Credo però giusto aggiungere alla firma alcuni commenti e anche alcune critiche, visto che non pochi sono i punti di dissenso con il Manifesto.

1. Non credo che gli ultimi 30 anni abbiano visto la rinascita di un "fondamentalismo liberista". Questa è stata l'apparenza ideologica. Abbiamo vissuto una fase niente affatto caratterizzata dal laisser faire. Il pensiero dominante si è piuttosto teoricamente diviso tra ripresa dell'approccio in ultima istanza walrasiano, sempre meno rilevante, e imperfezionismo dei dissenzienti dal mainstream neoclassico puro e duro. Corrispettivamente si è avuta la spaccatura tra neoliberismo (liberista sul mercato del lavoro, ma non sul mercato dei beni e dei servizi; tutto meno che ostile davvero ai disavanzi di bilancio,;favorevole ai monopoli, come testimoniano le figure stesse di Berlusconi o di Bush; etc.) e socialliberismo (che oppone mercato a capitale, che vuole "liberalizzare per riregolamentare"; che favorisce il bilancio dello stato in pareggio, e però vagheggia una qualche redistribuzione del reddito; che concentra la critica alla finanza nella domanda di una mera regolamentazione). Il socialliberismo, si badi, è cosa ben diversa dal liberalsocialismo (la tradizione di Ernesto Rossi, Paolo Sylos Labini, o di Norberto Bobbio), ben più radicale nella sua critica al capitalismo. Neoliberismo e socialliberismo sono approcci irriducibili l'uno all'altro. La critica al pensiero dominante non può stare sotto il cappello della opposizione a un presunto pensiero unico.

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La critica dell’economia politica, ieri e oggi*

di Sergio Cesaratto

1. A mo’ di premessa: la parabola dell’economia critica

Nel lontano 1973 due valorosi economisti sraffiani aprivano un (allora) influente articolo su marxismo ed economia con la seguente ottimistica affermazione: «[c]rediamo non si possa mettere in dubbio che la teoria economica, che ha dominato praticamente incontrastata per quasi un secolo, attraversa oggi una crisi profonda»1. Purtroppo questa veniva sostenuto proprio nel mentre nelle università degli Stati Uniti si consolidava la contro-rivoluzione monetarista che avrebbe rapidamente spazzato via quella keynesiana dei primi due decenni del secondo dopoguerra, preparando culturalmente l’avvento alla fine del decennio di Reagan e Thatcher. Naturalmente il clima in Italia era ancora ben diverso. Attraverso la fondazione della Facoltà di economia di Modena e l’esperienza delle 150 ore, la critica dell’economia politica, profondamente influenzata dall’opera di Sraffa, si fondeva, per esempio, con le esperienze operaie e sindacali più avanzate2. Di lì a pochissimo le cose sarebbero evolute in direzioni ben diverse anche in Italia.

Al formidabile impatto che il lavoro di Sraffa ebbe negli anni caldi del movimento operaio (e studentesco) contribuì da un lato, com’è evidente, la domanda intellettuale da parte dello stesso movimento di un’alternativa alla teoria economica dominante, ma anche l’eco dello scossone che il famoso “dibattito fra le due Cambridge” diede alla teoria economica.

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La decrescita e i tassi di interesse negativi

di Jacopo Foggi

È un tema di importanza cruciale quello che Mauro Bonaiuti ha affrontato nel suo articolo Ecco la fine della crescita. Un tema che molto probabilmente ci accompagnerà nei decenni a venire, quanto meno a causa della sempre maggiore importanza che da qualche anno a questa parte sembrano acquistare i dibattiti sui debiti pubblici, sulle loro dimensioni e sulla loro sostenibilità. Un’importanza che sembra non essere destinata ad esaurirsi a breve, ma che sembra anzi essere dovuta ad una crescente attenzione alle caratteristiche strutturali che le tematiche finanziarie hanno assunto nelle nostre vite di cittadini globali del terzo millennio, nel presente modello di sviluppo.

Per questo motivo, il presente articolo intende collocarsi all’interno del dibattito che si sta sviluppando da qualche anno, del rapporto tra le dimensioni ecologico-ambientali e quelle finanziarie e monetarie. In particolare, sempre di più, da Herman Daly agli attivisti sociali di Occupy, la preoccupazione riguardo al trade-off fra crescita economica e sostenibilità ambientale intesa nelle sue molteplici dimensioni1, viene letta attraverso la lente della compresenza di crisi ecologica ed esplosione della crisi finanziaria.

Inserendosi in tale dibattito, Il presente articolo intende essere una riflessione aggiuntiva all’enorme questione presentata da Mauro Bonaiuti nel suo articolo uscito qualche settimana fa su questo sito.

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econ diclasse

La socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes

Riccardo Bellofiore

Le note che seguono sono nient’altro che appunti, incompleti, sulla ‘socializzazione degli investimenti’: espressione che compare, in modo cruciale, nell’ultimo capitolo della Teoria generale di Keynes. Il termine, negli anni a noi più vicini, è diventato di moda, soprattutto in una certa sinistra (quella che non si sa più come chiamare: alternativa, radicale; certo non di classe). Come di consueto, ciò è avvenuto in modo generico e acritico, all’interno di una troppo confusa ripresa di Keynes. Essendo stato tra quelli che la socializzazione degli investimenti la avevano, per così dire, nel proprio codice genetico da decenni, ma in un senso non poco diverso dalla lettera dell’economista cantabrigense, ciò che proporrò qui è un percorso di lettura (spesso costituito da pure e semplici citazioni, parafrasi), che aiutino ad orientarsi. Seguirà un breve richiamo agli usi che ne ho proposto in passato, ben prima della nuova vulgata in formazione, e qualche considerazione più strettamente teorica e politica.


Keynes

L’ultimo capitolo del libro del 1936 si apre con la affermazione, comprensibile ma limitata e discutibile, che i limiti principali della società economica in cui viviamo son costituiti dall’incapacità di dar vita al pieno impiego (senza l’intervento attivo dello Stato) e da una distribuzione inegualitaria della ricchezza e del reddito (se non vi sono interventi correttivi).

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La lezione di Augusto Graziani

Emiliano Brancaccio

In ricordo del grande economista recentemente scomparso, per molti anni collaboratore di «Critica marxista». Ci ha insegnato che la lotta di classe c’è, persino quando non se ne ha coscienza. E che la disoccupazione non si combatte con la deregolamentazione del lavoro. Lo sguardo preoccupato sull’euro, a partire dalla sua introduzione

Augusto Graziani è morto il 5 gennaio scorso, a Napoli, pochi mesi dopo le celebrazioni per i suoi ottant’anni. Scompare così il maestro di una intera generazione di economisti italiani, raffinato innovatore delle idee di Marx e Keynes e acutissimo critico dei luoghi comuni su cui regge il consenso verso la politica economica dominante. Nato a Napoli nel 1933, esponente di punta delle scuole italiane di pensiero economico critico, già senatore e accademico dei Lincei, nell’arco di quasi mezzo secolo di pubblicazioni Graziani si è cimentato con successo nella infaticabile opera di tessitura di una sottile trama logica, in grado di tenere coerentemente assieme ricerca teorica pura, didattica e divulgazione1. Per questa sua missione gramsciana, riuscita a pochi altri e oggi considerata impossibile dalla stragrande maggioranza degli economisti, Graziani ha saputo farsi apprezzare non solo da studenti e colleghi ma anche da un più ampio pubblico di estimatori, tra cui i lettori dei suoi editoriali pubblicati sul manifesto, sul Corriere della sera e su varie altre testate nazionali2.

All’interno della comunità scientifica Graziani si è distinto per l’originalità e la vastità delle sue ricerche, dagli studi dei primi anni ’60 dedicati ai problemi del Mezzogiorno e del relativo sviluppo dualistico italiano, alle interpretazioni definite “conflittualiste” della crisi e della ristrutturazione degli anni ’60 e ’70, fino ai più recenti contributi degli anni ’80 e ’90 volti alla costruzione di uno schema di “teoria monetaria della produzione”.3 Il terreno della ricerca non è tuttavia l’unico sul quale Graziani si è cimentato. A esso si affianca quello, non meno congeniale, della didattica.

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Cripto-moneta del comune e "acciarpature monetarie"

di Sebastiano Isaia

L’esistenza del denaro presuppone la reificazione del contesto sociale (1).

Dove c’è la moneta, insiste sempre e necessariamente un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento.

Alla ricerca, in precario equilibrio tra il chimerico e il comico, di «una moneta del comune come possibile embrione della costruzione di un circuito finanziario alternativo, che sfugga al controllo e alle imposizioni delle oligarchie finanziarie», il comunardo Andrea Fumagalli fa una serie di scoperte davvero sorprendenti. Egli scopre ad esempio che «la moneta è un’invenzione umana [che] non cresce sugli alberi», che essa «ci dimostra che l’essere umano è un animale sociale» (2). Non ditemi che queste cose le aveva già scoperte non pochi secoli fa un antico filosofo greco perché non ci credo! Lasciamo cadere ogni invidia, e seguiamo con fiducia Fumagalli lungo la via che mena al Comun(e)ismo. «Comun(e) che?».  Insomma, abbiate fede!

Vediamo dunque con animo aperto alla speranza le altre perle nel sacco del nostro amico: «La moneta è relazione sociale [e qui mi tolgo il cappello in segno di approvazione]. Una relazione sociale che oggi non è paritaria, ma che potrebbe diventarlo [qui invece inizio a nicchiare]. La moneta è la dimostrazione dell’esistenza di una comunità, perché la moneta è frutto di un rapporto di fiducia». Prescindendo da ogni altra considerazione critica volta a mettere in discussione il quadro abbastanza confuso appena visto, mi chiedo: una relazione sociale «paritaria» non presuppone la scomparsa della moneta? Vediamo come risponde il Nostro: «La moneta è, soprattutto, potere. Potere di decisione, potere di arbitrio. E oggi è potere capitalistico. Per questo la moneta non è un bene comune».  Se ho bene inteso, oggi la moneta «è potere capitalistico», mentre domani essa potrebbe esprimere un ben diverso potere, e precisamente quello comunardo.

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Il principio della liquidità e la sua corruzione*

Un contributo alla discussione su algoritmi e capitale

di Stefano Lucarelli

Pubblichiamo l’intervento di Stefano Lucarelli al workshop “Algoritmi e capitale” svoltosi a Londra lo scorso 20 gennaio. Esso segue gli interventi di Giorgio Griziotti e Andrea Fumagalli. Abbiamo così una primo nucleo di interventi che affrontano il tema della moneta digitale e della moneta del comune

1. Il workshop cui ho il piacere di partecipare ha come scopo quello di giungere ad una critica degli algoritmi in grado di mettere a fuoco come avviene oggi il processo della valorizzazione capitalistica e di giungere ad immaginare in che modo sottrarsi dalla cattura del capitale. In questo mio breve intervento interagirò con alcuni dei passaggi fondamentali del testo che Andrea Fumagalli ha proposto quest’oggi affinché fosse discusso. Lo farò cercando di sostenere che solo una riappropriazione di ciò che sta sotto il controllo della dimensione finanziaria può porre le basi affinché sia possibile una sottrazione autentica dai dispositivi di cattura capitalistici. Non perverrò ad un esito definitivo, mi limiterò a cercare di individuare alcuni aspetti dell’esperienza di bitcoin su cui credo occorra ancora riflettere, nonostante la rilevanza che in questo caso assume il movente speculativo. Anche per mancanza di tempo non toccherò invece un problema a mio avviso fondamentale quando si parla della possibilità di istituire una moneta alternativa alla logica del comando capitalistico: il principio del clearing[1].
 

2. Il capitalismo nasce e si impone in quanto economia monetaria di produzione. A tal proposito credo che sia il caso di riprendere un passo tratto dal III Libro de Il Capitale di Marx [citato da Sergio Bologna, Moneta e Crisi: Marx Corrispondente per la “New York Daily Tribune”, “Primo Maggio”, n. 1, p. 14]:

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Paolo Leon sul capitalismo e lo stato*

di Roberto Romano

Nell’ultimo periodo sono apparsi molti libri e saggi che indagano la crisi intervenuta nel 2007. Alcuni di questi descrivono la crisi, altri analizzano le insufficienze delle politiche adottate, altri ancora denunciano l’inadeguatezza delle istituzioni europee come di quelle internazionali. Il tratto comune è quello di una crisi che affonda le sue radici nell’insufficienza della domanda, nei migliori dei casi, e nella struttura finanziaria che avrebbe contaminato la così detta economia reale. Ma la crisi del 2007 è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thacheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale. Cosa si cela dietro l’esaurimento di questo particolare paradigma? Quali sono i fenomeni sociali, economici e ri-produttivi del capitale che l’hanno determinato? Occorre passare dall’analisi allo studio del fenomeno che stiamo vivendo. In “Il capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche” (edito da Castelvecchi, collana Le Navi, 27 euro), Paolo Leon indaga la crisi del 2007 partendo dagli economisti classici (Smith, Ricardo e Marx) sostenendo che “non conosco un altro metodo capace di indagare sulla specifica natura di ogni trasformazione del capitalismo…”. Sostanzialmente un libro da studiare, con la possibilità di aprire delle nuove e inedite riflessioni sui temi e sulle tesi suggerite.

Sono tre le tesi dominanti che, assieme, concorrono a costruire una ragnatela del sapere e saper fare ricerca economica.

La prima tesi “dominante” è legata al conflitto capitale-stato.

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Augusto Graziani, un economista "inattuale"

di Riccardo Bellofiore

La scomparsa di Augusto Graziani non lascia eredi, ma un compito: quello di reagire a questa era di decadenza nel pensiero economico italiano

Con Augusto Graziani scompare una delle ultime voci di una stagione irripetibile del pensiero economico italiano: un intellettuale impegnato e a tutto tondo, che male si farebbe a ridurre a una qualche dimensione ‘profetica’. Graziani, con Napoleoni, Sylos Labini, Caffè, Garegnani, e pochi altri fa parte di una generazione che, mentre si apriva ai contributi del pensiero economico anglosassone, lo faceva in modo critico e aperto, senza alcuna subalternità, proponendo una riflessione originale. Una ‘tradizione’ di cui andare orgogliosi, dove la simbiosi tra la storia dell’economia politica e dell’economica, da un lato, e lo sviluppo di schemi teorici alternativi, dall’altro, andavano di pari passo con una visione dell’economia come parte di una scienza sociale critica. Il dibattito teorico veniva integrato e prolungato nell’intervento diretto sulle questioni di politica economica, senza che vi fosse iato alcuno e mai scivolando nell’astrattezza. Non si temevano i contrasti, anche aspri, ma la polemica si manteneva sempre ai massimi livelli, senza mai degenerare (come sovente oggi) a rissa da cortile. Non lascia eredi, piuttosto un compito: quello di reagire a questa era di decadenza nel pensiero economico italiano, sfuggendo alla tenaglia tra l’importazione di una teoria economica apologetica e il corto circuito cui si condannano i filoni marginalizzati.

Graziani nasce a Napoli nel 1933, e si laurea nel 1955 con Di Nardi. Svolge successivamente studi alla Lse di Londra con Lionel Robbins e ad Harvard, dove incontra Leontief e Rosenstein-Rodan.

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Riabilitiamo la teoria del valore*

di Augusto Graziani

AUGUSTO GRAZIANI, Riabilitiamo la teoria del valore (da I conti senza l'oste, Bollati Boringhieri, pp. 235-240)

Non poco dell'insegnamento economico di Marx è stato assorbito silenziosamente da economisti di tradizione estranea al marxismo. Non è difficile scoprire, all'interno della tradizione economica borghese, l'esistenza di una vasta corrente sotterranea di origine marxiana, a volte sepolta nel profondo, a volte affiorante in superficie, comunque sempre presente e vitale. 

L'analisi di Marx, per chi volesse utilizzare un termine moderno, può dirsi impostata in termini macroscopici. La definizione marxiana del capitalismo come sistema basato sulla separazione fra lavoro e mezzi di produzione, e sulla conseguente contrapposizione tra una classe di capitalisti proprietari e una classe di lavoratori nullatenenti, è espressa direttamente in termini di struttura sociale. Questa definizione del capitalismo, come sistema costituito da classi in conflitto, è quasi superfluo ricordarlo, viene fermamente respinta dalla teoria economica borghese, la quale resta saldamente affezionata all'idea del mercato come libera palestra di contrattazione, nella quale i singoli affermano le proprie preferenze e difendono i propri interessi. 

L'imposizione individualistica, com'è noto, prende come punto di partenza l'agire del singolo individuo e, dall'analisi del comportamento del singolo, desume l'assetto globale del sistema economico. A questa procedura, Marx, con la sua impostazione macroeconomica, contrappone una procedura inversa, di contenuto storico e concreto. Ridotta all'essenziale, la sua logica può essere espressa così: poiché l'esperienza storica mostra che un sistema sociale quale il capitalismo, basato sulla separazione tra lavoro e mezzi di produzione, si è affermato e perdura, ciò significa che i soggetti che lo compongono si comportano in modo da garantire la sopravvivenza.

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Il rigore della critica contro il pensiero dominante

di Emiliano Brancaccio

Immagine GrazianiAugusto Graziani è morto l’altro ieri, a Napoli, pochi mesi dopo le celebrazioni per i suoi ottant’anni. Scompare così il maestro di una intera generazione di economisti italiani, raffinato innovatore delle idee di Marx e Keynes e acutissimo critico dei luoghi comuni su cui regge il consenso verso la politica economica dominante. Nell’opera di ricerca, così come nella didattica e nella divulgazione, Graziani ha incarnato una miscela per certi versi unica di rigore intellettuale, potenza dialettica e delicatezza espressiva. Una figura minuta, quasi a simboleggiare la fragilità della condizione umana, che manifestava una sincera empatia verso chiunque fosse soggiogato dalla durezza della vita materiale, ma che al contempo racchiudeva lo spirito di un temuto combattente, capace con pochi affondi di rivelare l’insipienza dei protervi strilloni della vulgata economica che avevano la sventura di incrociare le sue affilate armi critiche. Quello stesso spirito tuttavia sembrò pure obbligarlo a un voto di perenne sobrietà: un velo di rigoroso understatement, sempre lì a celare la sua grandezza. Nell’epoca della mediocrità alla ribalta lo si potrebbe definire un uomo d’altri tempi. Appellativo condivisibile, purché ci si riferisca non solo al passato ma anche e soprattutto al futuro. In più occasioni, infatti, Graziani ha saputo anticipare il corso degli eventi storici. Attualissimi, in questo senso, sono i suoi studi sulle contraddizioni tra sviluppo economico italiano e ristrutturazione del capitalismo continentale, che oggi dominano la scena politica e sollevano dubbi crescenti sulla sopravvivenza dell’Unione monetaria europea.  

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Un economista controcorrente*

Alain Parguez e la Teoria del Circuito Monetario

di Riccardo Bellofiore

Words ought to be a little wild for they are the assaults of thought on the unthinking.
(Le parole devono essere un po’ selvagge, perché devono andare all’assalto dei non pensanti)

John Maynard Keynes

origine moneta1. Alain Parguez – con Bernard Schmitt e Augusto Graziani uno dei fondatori della moderna Teoria del Circuito Monetario (nel seguitoTCM) - è uno degli autori che più ha influito sulla mia riflessione, sia dal punto di vista della impostazione teorica, sia dal punto di vista della interpretazione della dinamica concreta del capitalismo.

I suoi scritti sono caratterizzati da una compattezza e da una coerenza logica rare, che ben si accompagnano al coraggio della innovazione concettuale e alla integrità intellettuale, due qualità che ne fanno una figura così rara tra gli economisti, una specie purtroppo in via di estinzione.

Fioriscono invece, nell’eterodossia, i bricoleur che mettono insieme pezzi incompatibili di teorie inservibili, e intanto si affollano a competere come consiglieri di un auspicato nuovo Principe.

Ho partecipato, sin quasi dagli inizi, ad una delle esperienze fondatrici del ramo italiano del circuitismo, facendo parte del Seminario di Graziani che mensilmente si riuniva a Napoli, all’inizio degli anni Ottanta; ma anche di ciò che precede, dalla seconda metà degli anni Settanta cioè, ho una conoscenza molto ravvicinata.

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La Great Recession e il Saggio del Profitto

Paolo Giussani*

Osservazioni sulla presentazione di Guglielmo Carchedi e Michael Roberts alla decima conferenza di HM. [versione finale]

1. La teoria detta monocausale

Nella presentazione di Guglielmo Carchedi e Michael Roberts alla decima conferenza della rivista Historical Materialism (Londra, 7-10 Novembre 2013), intitolata The Long Roots of the Present Crisis1, viene esposta quella che Roberts chiama la spiegazione monocausale della Great Recession in quanto generata dalla diminuzione del saggio e della massa dei profitti, in opposizione alle teorie postkeynesiane centrate sul sottoconsumo, la financialisation o su una combinazione di entrambe.

Il sostegno fondamentale alla tesi di Carchedi e Roberts si trova nel seguente grafico, qui riprodotto dalla pagina 7 della loro presentazione:

Grafico 1. [Vedi p. 7 di The Long Roots of the Present Crisis]
US Corporate Profits, Real Investment and GDP.
Q1-2011 to Q2-2012, $Bn.

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Contro il liberoscambismo di sinistra*

di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella

Esiste una via d’uscita dall’incubo di una germanizzazione europea foriera di austerity, deflazione, depressione e mezzogiornificazione delle periferie? E’ giunto il tempo di azzardare una risposta a questo urgente interrogativo politico. Prima di affrontare l’argomento occorre tuttavia fare preliminarmente i conti con un ossimoro tentatore che svariati eredi del movimento operaio novecentesco hanno per lungo tempo considerato parte imprescindibile del loro credo politico.

Non si tratta, beninteso, del cosiddetto “liberismo di sinistra”, che a nostro avviso ha goduto di un successo relativamente superficiale e le cui contraddizioni interne sono sempre state troppo evidenti per immaginare che potesse tramutarsi in effettivo senso comune. In fondo, nel liberismo di sinistra riecheggia l’ideologia del sogno americano, di un ipotetico modello di capitalismo anglosassone temperato nel quale le opportunità possano sostituire le tutele del lavoro. Ma in questo modo il liberismo di sinistra finisce per esaltare le prerogative di una società inesistente. Volendo individuare un alter-ego cinematografico si potrebbe citare La ricerca della felicità, il film di Gabriele Muccino interpretato da Will Smith, padre tenero e responsabile che riesce a compiere una vertiginosa scalata dai sobborghi poveri di San Francisco ai vertici di una importante società finanziaria grazie a un notevole ingegno e a una fede incrollabile nelle proprie capacità. Storia vera e a suo modo struggente, fintamente critica e di fatto apologetica, ma in ogni caso statisticamente priva di qualsiasi rilevanza, considerato che gli Stati Uniti si situano ormai agli ultimi posti nelle classifiche OCSE sul tasso di mobilità sociale (assieme al Regno Unito e all’Italia). Il liberismo di sinistra è in fondo questo: un’apologia raffinata, ma senza agganci con la realtà.

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Austerity, economisti alla rissa politica

di Nicola Melloni

Mentre il dibattito politico sull'austerity è assente, in campo accademico lo scontro è al calor bianco. Così l’economia è diventata ideologia e lo scontro teorico è divenuta bagarre politica

Quello cui ci troviamo davanti in questi anni è un fenomeno alquanto bizzarro. Il dibattito politico sull’austerity è stato largamente assente in praticamente tutti i paesi europei. Socialisti e conservatori, chi con entusiasmo, chi con qualche remora, hanno accettato tagli e tasse senza nemmeno discutere la validità di tali ricette economiche. Diversa invece la situazione in campo accademico, dove lo scontro tra neo-lib (e neo-con) e keynesiani è ormai al calor bianco. Non più solo uno scontro di idee, ma uno scontro personale e soprattutto, appunto, politico. In discussione ormai non sono solo certe politiche, ma sistemi di pensiero, onestà intellettuale e ruolo degli intellettuali nella società.

Con buone ragioni, a mio parere. Per oltre trent’anni l’economia mainstream è stata presentata come una scienza esatta, super partes. Magnificava il mercato e demonizzava l’intervento pubblico quando non la politica tout court, perché così dicevano i numeri. Che questi numeri non fossero proprio una rappresentazione fedele della realtà contava poco. L’economia è diventata una forza decisiva per impostare il dibattito politico, formare la pubblica opinione, incatenare le scelte degli Stati – basti pensare, ben prima della presente austerity, ai parametri di Maastricht. Una scienza strumentale ad un certo tipo di sistema di potere e che dunque si è sviluppata e strutturata su criteri certo non solo legati al merito accademico: i leoni alle porte delle facoltà di economia imponevano l’accettazione di una metodologia e di un sistema di pensiero quasi totalizzante.