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Cultura e politica a Roma nell’epoca della crisi
Franco Piperno
1. Note per una fenomenologia del movimento dei valori d’uso.
Qui usiamo i due termini, cultura e politica, nel loro etimo autentico, secondo il quale politica è l’autogoverno della città e cultura è il senso comune che abita i luoghi dove si svolge la vita urbana. Così è il luogo che diviene protagonista e non il generico soggetto “partito” sia esso rivoluzionario o riformista. Cultura è, quindi, la totalità delle informazioni che si possiedono sulle consuetudini, i costumi, le illusioni cognitive, che accomunano, appunto, il luogo. Insomma, cultura è il legame sociale simbolico, il «genius loci» prodotto e riprodotto dal luogo.
Si vede, quindi, che, nel rapporto politica-cultura, è la prima, cioè la forma della partecipazione all’autogoverno ovvero la potenza cooperativa presente a se stessa, il vero termine dinamico, la sorgente della seconda.
Detto rozzamente, è la politica che trasforma la cultura, il senso civico, e non viceversa. Il punto di vista che qui assumiamo è il “presente largo” delimitato dalle esperienze politiche, dall’orizzonte nel quale hanno agito, negli ultimi anni, alcuni centri sociali, in particolare Action e Esc. Scegliamo questo punto di vista perché queste esperienze hanno una natura creativa; si tratta cioè di comunità che non si sono limitate a rivendicare diritti, ma hanno esercitato la facoltà di abitare e, rispettivamente, di autoformarsi.
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Il pensiero ermafrodita della scienza
di Franco Soldani
Estratti dalla Prefazione del libro
Il mondo contemporaneo e l’intero pianeta si trovano oggi in una drammatica fase di transizione ad un nuovo ordine internazionale. Iniziata nel corso degli anni ’90 del Novecento, tale fase ha trovato un suo primo punto di svolta nel disegno criminale concepito, organizzato e infine portato a compimento dalle classi dominanti statunitensi l’11 settembre 2001. (1) Questo processo si trova attualmente di fronte ad un bivio geo-politico ed economico-finanziario di portata globale in parte generato da quello stesso avvenimento cruciale. (2)
Se davvero il capitale finanziario USA riuscisse a far diventare realtà i suoi sogni di «full spectrum dominance» planetari (3) e ridisegnare l’architettura manifatturiera, bancaria e creditizia dell’intera economia mondiale, (4) sarebbe difficile rimanere spettatori passivi di fronte alle dimensioni di un tale tsunami sociale. D’altro canto, anche adesso, nelle condizioni date, nel mentre gli avvenimenti evolvono e maturano sotto i nostri occhi, non si può assistere, impassibili o partecipi, alla trasformazione della cartografia dell’impero e lasciare immutato il pensiero che dovrebbe spiegarla e che in ogni caso si troverà a dover fronteggiare.
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Lo stato DEL LAVORO
di Luigi Cavallaro
L'uso del diritto nel definire i rapporti di potere nelle società capitaliste. Un sentiero di lettura a partire dalle riproposte di un volume del giurista Costantino Mortati e del saggio di Toni Negri su «Costituzione e Lavoro»
Un anno di transizione, il 1964. Si è appena concluso un lustro che ha visto l'Italia crescere a ritmi fra i più alti del mondo occidentale e sperimentare trasformazioni imponenti nel modo di lavorare, produrre, consumare e perfino pensare e sognare. La celebrazione del «miracolo» ha lasciato il passo alla «congiuntura»: la crisi della bilancia dei pagamenti ha indotto il Governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, a una stretta monetaria e ne è seguito il consueto rallentamento produttivo e aumento della disoccupazione.
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Il secolo CHE BRUCIA
L'EVENTO DI UNA POLITICA «SENZA PARTITO»
di Fabio Raimondi
«L'ipotesi comunista» e «Il secondo manifesto per una nuova filosofia», gli ultimi due volumi di Alain Badiou. Ripensare i movimenti sociali e la prassi teorica a partire dalle esperienze, le sconfitte e l'eredità della Comune di Parigi, del Sessantotto e della Rivoluzione culturale
Parlare di comunismo oggi è certo per molti il segno di una malattia inguaribile, di un'ostinazione a perseverare nell'errore che rende ridicoli o pericolosi. Come predica l'«anticomunismo americano» dagli anni Cinquanta, il comunismo, cioè lo stalinismo, è il Male. Per il filosofo francese Alain Badiou, ormai uno dei pochi che prova pervicacemente a «ri-pensare» il comunismo, parlarne è invece il segno tangibile del coraggio, la «virtù» politica odierna contraria all'«espressione di sé», a cui costringe il capitalismo contemporaneo.
Virtù che si manifesta nella fedeltà all'«Idea comunista» e al fatto che non ci sia vita senza Idee, rifiutando sia l'opinione che grida «vivi solo per la tua soddisfazione e, dunque, vivi senza Idee» sia il «terrorismo linguistico», che trasforma in sovversivo chiunque osi pronunciare certe parole. Con Saint-Just, Badiou ricorda che chi non vuole né la virtù né il terrore vuole solo la corruzione.
Ne L'hypothèse communiste (Lignes, pp. 208, euro 15), raccolta di scritti più e meno recenti, il comunismo è un'ipotesi, i cui fallimenti, dando luogo dialetticamente, come nelle scienze, alle condizioni per il suo ripensamento, sono considerati tappe di un cammino di costruzione, esaminato analizzando tre episodi: la Comune di Parigi del 1871, il Maggio '68 francese, ma più in generale il decennio 1968-78 (evento complesso e stratificato) e la Rivoluzione culturale cinese del 1965-76.
Oltre il muro del ruolo
Il comunismo ha innanzitutto a che fare con la fine dei «ruoli» ossia con un tipo di «società ugualitaria che, tramite il proprio movimento, abbatte i muri e le separazioni» e, dunque, con una società il cui modello di organizzazione politica «non è la gerarchia dei ruoli». Rispetto a una «vecchia concezione» della politica, secondo la quale esiste «un agente storico «oggettivo» che porta la possibilità dell'emancipazione» e che, dunque, deve solo essere organizzato (dal partito, dalle organizzazioni di massa, dal sindacato.), si fa strada una nuova concezione, che non accetta «di lasciare ciascuno al proprio posto» e che, ricercando «percorsi inediti, incontri impossibili, riunioni tra persone che normalmente non si parlano», tende verso «uno sconvolgimento delle classificazioni sociali» che dovrebbe portare non a conservare «ciascuno al proprio posto, ma, al contrario, a organizzare degli spostamenti, materiali e mentali, stupefacenti».
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Oltre il pensiero dell'Occidente
Faremondo
Bologna, estate 2008
Questo documento si rivolge a quanti, dentro e fuori la rete, vogliono avviare una discussione di lungo respiro sugli argomenti proposti. A novembre pensiamo di fare un primo convegno a Bologna. Nel frattempo, mentre il documento girerà in rete, raccoglieremo scritti, commenti e riflessioni che gli autori potranno anche presentare al convegno. Ovviamente ci riferiamo a contributi che entrino nel merito delle questioni da noi sollevate. Ci aspettiamo densità d’argomenti, critiche e anche scintille polemiche, ma respingeremo gentilmente al mittente i testi “fuori contesto” o estranei allo spirito del convegno. Che non vuole essere una kermesse, bensì un primo momento di conoscenza personale e di responsabile, approfondito confronto intellettuale. Per arrivare, se possibile entro la primavera del 2009, ad un incontro organizzativo che dia vita ad una sorta di centro di ricerca per l’analisi della società in rete. Responsabili di siti, frequentatori assidui, bloggers, commentatori, uomini di scienza, intellettuali e cani sciolti mentalmente fuoriusciti dalle paludi che furono i “marxisti”, la “sinistra” e la “destra”: abbiamo bisogno di un nostro pensiero, da costruire insieme mentre tutti i giorni ci muoviamo fra le macerie. Questa può diventare la prima iniziativa italiana lungo questo sentiero. Per inviare contributi potete utilizzare la seguente casella: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..
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Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica
Toni Negri
L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: “il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente”. Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.
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La scienza esatta di Louis Althusser
Cristian Lo Iacono
Louis Althusser non è stato soltanto il filosofo marxista più influente negli anni Settanta. L'anti-umanesimo, la critica del riduzionismo, della categoria di soggetto, di ogni filosofia dell'origine e del fondamento, tutti discorsi marcati da un'appartenenza difficile allo strutturalismo, sopravviveranno anche nelle teorie poststrutturaliste degli anni Ottanta. Il decorso decostruttivo entro il marxismo non ha avuto gran successo in Italia e ciò ci fa apparire erroneamente il filosofo francese come un pensatore «datato». Invece, alcuni saggi di Per Marx - di recente ritradotti a cura di Maria Turchetto - soddisfano esigenze ancora attuali, come quella di pensare l'articolazione delle soggettività e delle istanze strutturali e sovrastrutturali entro un quadro capace di ispirare nuova progettualità politica. Possiamo dire, con una battuta, che Per Marx, a dispetto delle sue intenzioni restauratrici, inaugurò l'ultimo ciclo di crisi del marxismo a noi noto.
In effetti, l'afflato che attraversa tali scritti pare quello di restaurare il pensiero di Marx contro le deformazioni dei marxisti, di liberare Marx dalle catene dell'hegelismo, ma anche dalle incrostazioni etiche e filosofiche che la riscoperta dei Manoscritti del 1844 aveva contribuito a formare attorno al suo corpus dottrinale. Il concetto di rottura epistemologica permette ad un tempo di pensare il marxismo come scienza, poiché è la rottura costituente una episteme, ma quanto al suo oggetto permette di isolare Marx rispetto a Hegel e allo hegelismo. La tesi storiografica ed epistemologica di Per Marx è quella della doppia distanza di Marx sia dall'antropologia di Feuerbach, sia dall'idealismo assoluto di Hegel. Althusser riteneva strategica questa pars destruens prima di descrivere in termini positivi «la filosofia di Marx» in Leggere il Capitale. Inoltre, dietro la biografia intellettuale del filosofo di Treviri Althusser pare fare i conti con la propria coscienza filosofica precedente, dall'umanesimo a Hegel.
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Marx, il gran ritorno
Regolare la finanza o superare il capitalismo?
di Lucien Sève*
Trascurati dai partiti socialisti europei in quanto «vecchie teorie semplicistiche» che sarebbe bene abbandonare, detronizzati nelle università dove furono a lungo insegnati come base dell'analisi economica, i lavori di Karl Marx suscitano di nuovo grande interesse. Del resto, è stato proprio il filosofo tedesco ad analizzare a fondo la meccanica del capitalismo, i cui soprassalti disorientano gli esperti. Mentre gli illusionisti pretendono di «moralizzare» la finanza, Marx ha cercato di mettere a nudo i rapporti sociali
Erano quasi riusciti a farcelo credere: la storia era finita, il capitalismo, con generale soddisfazione, costituiva la forma definitiva dell'organizzazione sociale; la «vittoria ideologica della destra», parola di primo ministro, si era ormai compiuta, solo alcuni incurabili sognatori agitavano ancora lo spettro di non si sa quale diverso futuro. Lo spettacolare terremoto finanziario dell'ottobre 2008 ha spazzato via di colpo questo castello di carte. A Londra, il Daily Telegraph scrive: «Il 13 ottobre 2008 resterà nella storia come il giorno in cui il sistema capitalistico britannico ha riconosciuto il suo fallimento (1).» A New York, davanti a Wall Street, i manifestanti brandiscono cartelli con la scritta: «Marx aveva ragione!». A Francoforte, un editore annuncia che la vendita del Capitale è triplicata. A Parigi, una nota rivista, in un dossier di trenta pagine, analizza, a proposito di colui che si diceva definitivamente morto, «i motivi di una rinascita» (2). La storia si riapre...
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Dalla fabbrica degli oggetti alla fabbrica delle parole
di Marcello Cini
Facendo riferimento alle considerazioni sull'origine del profitto nel processo di accumulazione del capitale da me esposte in un precedente articolo su Liberazione, è intervenuta, sul manifesto, Rossana Rossanda. Con molta simpatia e stima osserva tuttavia che, "insistendo sul ‘luogo' di accumulazione del capitale e negando con buone ragioni che essa avvenga ormai soprattutto sul tempo di lavoro. [io scorderei] che non è sul dilemma di dove si formi, ma sulla mercificazione della forza lavoro, la sua spersonalizzazione e riduzione a cosa, che è cresciuta la rivolta del proletariato industriale".
Non mi pare tuttavia che questa sia la differenza fra i nostri punti di vista. Anzi è proprio dalla certezza che la "mercificazione della forza lavoro - come dice la stessa Rossanda - si è estesa... sull'insieme della produzione materiale e immateriale, su gran parte della riproduzione e sul complesso dei rapporti umani", che parte il mio tentativo di contribuire a dar vita a una sinistra "senza aggettivi" come nuovo soggetto politico. Il punto essenziale è tuttavia per me distinguere fra produzione di merce materiale e produzione di merce immateriale, perché è fondamentalmente diverso nei due casi il meccanismo di accumulazione del capitale attraverso lo sfruttamento della forza-lavoro.
Il lavoro, nella fase della produzione delle merci materiali nelle fabbriche capitalistiche del XX secolo, è infatti oggettivo, parcellizzato, quantitativamente misurabile come somma dei tempi di atti elementari successivi prestabiliti, compiuti dall'operaio tipo, indifferenziato, impersonato dallo Charlot di Tempi Moderni. Questa forma specifica del lavoro in questa fase del capitalismo spiega perché la mitica "classe operaia" del Novecento non è stata un'invenzione ideologica, ma un soggetto sociale reale concreto, creato e tenuto insieme dalla presa di coscienza dei singoli operai che soltanto per mezzo suo avrebbero potuto contrastare, in nome di tutti, gli interessi e i poteri del capitale, di fronte al quale ognuno di loro era soltanto un erogatore di lavoro astratto, inesistente come persona dotata di proprietà e di capacità individuali.
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Per la critica della democrazia politica
di Mario Tronti
Avete fatto molto bene ad assumere il tema della democrazia attraverso una riflessione lunga, attraversandolo dal punto di vista teorico e attraverso gli autori che lo hanno approfondito. E concordo anche sulla preoccupazione che c’è nell’assumere questo tema attraverso una formula così decisa: per la critica della democrazia. Avete detto senza aggettivi. In realtà se dovessimo comporre tutta la definizione dovremmo dire: per la critica della democrazia politica. Che non è una aggiunta come le altre, ma è la specificazione del tema. E io la assumo in assonanza ad un’altra formula che è molto attinente a questa, molto simile, possiamo dire quella originaria. Voglio insistere sulla critica, che è poi la mossa marxiana che ha assunto l’atteggiamento alternativo e antagonistico verso la società capitalistica. L’assonanza è appunto per la critica dell’economia politica. Dirò poi del nesso che vi è tra democrazia ed economia, di come sia cresciuto e si sia sviluppato fino ad una sorta di scambio e nello stesso tempo di identificazione tra le due dimensioni.
Dire critica non è solo l’assunzione della formula, ma anche del metodo. Perché quando Marx diceva per la critica dell’economia politica, come sappiamo, assumeva tutta la tradizione teorica dell’economia politica, quando attraversava e faceva il grande lavoro anche di lettura dei testi degli economisti classici. Questo in un doppio senso: faceva sì critica di quell’elaborazione, ma assumendo poi contemporaneamente la sostanza del discorso. Per la critica dell’economia politica per lui voleva dire formulare la struttura della sua opera maggiore, Il capitale, nonché di tutti gli studi che lo precedevano, che usciranno come Grundrisse. C’era questo doppio livello: impegnarsi in qualcosa che deriva da una lunga storia moderna significa criticarla e assumerla come propria.
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Perché ancora Marx
di Marcello Musto
Nel corso delle ultime settimane, da quando la crisi finanziaria internazionale si è sviluppata così violentemente da sradicare, con le furie dei propri venti, non solo alcune delle più grandi istituzioni del capitalismo americano, ma lo stesso modello neoliberale spacciato come pensiero unico fino a pochi mesi fa, tutti i principali quotidiani internazionali, non importa se di tendenza riformista o liberale, hanno reso omaggio a Karl Marx e alle sue tesi. Egli è ritornato a essere citato negli editoriali dei maggiori quotidiani finanziari mondiali e a essere ritratto sulle copertine di diffusissimi e autorevoli settimanali di Stati Uniti ed Europa.
Alcuni di questi hanno sostituito il viso della Statua della libertà con un profilo soddisfatto di Marx, mentre l'Economist di due settimane fa raffigurava il presidente francese François Sarkozy, in visita a New York, intento a leggere avidamente una copia de Il capitale mentre, sullo sfondo, i palazzi di Wall Street crollavano inesorabilmente.
In tutte le descrizioni e le immagini in cui ho visto ritratto Marx durante queste settimane, egli appariva sempre sorridente e, nonostante il passar degli anni, mi è sembrato piuttosto in forma, anche quando a fare i conti con le sue analisi erano giornalisti che non possono certo essere definiti suoi seguaci.
È per questo motivo che sono rimasto davvero perplesso quando ho letto, invece, proprio sul quotidiano di Rifondazione Comunista, in un articolo a firma del suo direttore Sansonetti sulla crisi del capitalismo e la manifestazione dell'11 di ottobre (che ha visto sfilare 300.000 partecipanti ed è stata definita da tutti a sinistra come un successo), le seguenti parole: “Non mi pare che ci sia altra via percorribile se non quella di ripartire da zero”; non bisogna “pensare per dogmi”, ma “capire che il marxismo, che è una gigantesca teoria politica, non è più sufficiente”.
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Il brevetto del nuovo capitale
«Appunti per cercare le ragioni a sinistra
Marcello Cini
Nuovo modo di produrre e nuovo ruolo della scienza, In un mondo messo a rischio nella sua esistenza materiale e nella sua ragione morale. Un contributo alla discussione per non rassegnarsi al declino, tra deriva moderata e resistenza testimoniale
Condivido tuttora, nonostante l'attuale diaspora della sinistra, la domanda che Claudio Fava aveva posto a Chianciano con chiarezza: «Abbiamo paura di impegnarci nella costruzione di una sinistra che sappia finalmente elaborare le culture del comunismo e del socialismo per proporne una sintesi originale? Qualcuno di noi è così miope da vivere questa sfida culturale e politica, che forse prenderà il tempo e lo spazio di una generazione, come un tradimento ai sacri luoghi delle nostre identità? O pensiamo davvero che tra dieci o vent'anni ci saranno ancora, in questo paese, una sinistra cosiddetta 'socialdemocratica' e una sinistra cosiddetta 'comunista', ciascuna gelosa custode delle proprie liturgie e della propria storia? Un nuovo soggetto politico di sinistra non soffocato dall'ornamento dei propri aggettivi è solo una favola ce ci raccontiamo o è realmente una sfida che ci mette tutti (tutti!) in discussione?». Penso ancora che il dibattito su come iniziare a costruire gli strumenti che possono contrastare l'offensiva travolgente che il capitalismo del XXI˚ secolo sta portando avanti contro i popoli della Terra dovrebbe avere la priorità.
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Grundrisse, la profezia incompresa
di Marcello Musto
Così come accade di nuovo 150 anni dopo, con la crisi dei mutui subprime , nel 1857, gli Stati Uniti furono teatro dello scoppio di una grande crisi economica internazionale, la prima della storia. Tale avvenimento generò grande entusiasmo in uno dei suoi più attenti osservatori: Karl Marx.
Dopo il 1848, infatti, Marx aveva ripetutamente sostenuto che una nuova rivoluzione sarebbe avvenuta soltanto in seguito a una crisi e, quando questa giunse, si decise a riassumere, nonostante la miseria e i problemi di salute che lo attanagliavano, gli intensi studi condotti dal 1850 presso il British Museum di Londra e a dedicarsi nuovamente alla sua opera di critica dell'economia politica. Risultato di questo lavoro, compiuto tra l'agosto 1857 e il maggio 1858, furono otto voluminosi quaderni: i Grundrisse , ovvero la prima bozza de Il capitale.
Dopo questa data, essi giacquero tra le tante carte incompiute di Marx ed è probabile che non siano stati letti neppure dallo stesso Friedrich Engels. In seguito alla morte di quest'ultimo, i manoscritti inediti di Marx vennero custoditi nell'archivio dello Spd, ma furono trattati con grande negligenza. L'unico brano dei Grundrisse dato alle stampe durante
quel periodo fu l'Introduzione, pubblicata nel 1903 da Karl Kautsky. Essa suscitò un notevole interesse (costituiva, infatti, il più dettagliato pronunciamento mai compiuto da Marx sulle questioni metodologiche), fu rapidamente tradotta in molte lingue e divenne, poi, uno degli scritti più commentati dell'intera sua opera.
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Career opportunities
Dal lavoro sans phrase alla flessibilità
di Augusto Illuminati
L’Introduzione del 1857 ai Grundrisse, senza esaurire la metodologia marxiana e la dibattuta questione dei rapporti fra Grundrisse e Capitale, ha offerto una sponda a notori dibattiti. La riapertura del discorso si giustifica solo introducendo nuovi termini valutativi, quali la rilevanza postfordista del lavoro intermittente e l’esigenza di una traducibilità reciproca dei vari livelli di scontro in cui si è frammentata la lotta di classe.
Sembra corretto cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto; quindi, per es., nell’economia, con la popolazione, che è la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione. Ma, a un più attento esame, ciò si rivela falso .
La popolazione è un’astrazione se si trascurano le classi, di cui si compone e che, a loro volta, sono una vuota espressione a prescindere dagli elementi su cui si basano (lavoro salariato, capitale, scambio, divisione del lavoro, prezzi, ecc. Chiariti i quali si può tornare alla popolazione, ma stavolta non come rappresentazione caotica di un Tutto, piuttosto come una totalità ricca di molte determinazioni e rapporti. Fin qui è buon senso metodologico, contro economisti e sociologi pasticcioni. Da questo punto in poi le cose si fanno più complicate.
Ma queste categorie semplici non hanno anche un’esistenza storica e naturale indipendente, prima delle categorie più concrete? Ça dépend.
L’avvio della terza sezione dell’Introduzione del 1857 pone il concreto quale sintesi di molte determinazioni, unità del molteplice, risultato e non punto di partenza, se non per l’intuizione e la rappresentazione. Il processo logico e quello storico si differenziano non obbligatoriamente come in Della Volpe in modo biunivoco e speculare, che (a parte lo schiacciamento della conoscenza sul reale) troppo accentuerebbe nel risultato il momento della genesi e del divenire, piuttosto nel senso che la gerarchia dei concetti nella loro combinazione pone la definizione di ogni concetto in funzione del suo posto nel sistema e altresì l’ordine diacronico della loro apparizione nel discorso della dimostrazione.
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Ottimismo della ragione?
di Perry Anderson
Almeno quattro letture dei tempi tra loro alternative – e ce ne potrebbero essere di più – offrono delle diagnosi sulle direzioni in cui il mondo si sta muovendo, e sono sostanzialmente ottimistiche. Tre di queste risalgono al periodo tra i primi e la metà degli anni novanta, ma sono state sviluppate ulteriormente dopo l’11 settembre. La più nota è, senza dubbio, la prospettiva che si può ritrovare in Impero di Negri ed Hardt, al quale tutte le altre tre fanno riferimento in maniera allo stesso tempo positiva e critica. Le facce del nazionalismo e l’imminente Nazioni globali di Tom Nairn fissano una seconda prospettiva, mentre una terza è costituita da Il lungo ventesimo secolo e da Adam Smith a Pechino di Giovanni Arrighi. I saggi recenti di Malcom Bull, culminati in ‘Stati di fallimento’, ne propongono una quarta. Ogni riflessione sul periodo attuale deve per forza prendere sul serio quelle che superficialmente potrebbero apparire delle letture contro-intuitive dei tempi.
I
La tesi di Tom Nairn dice più o meno così: il Marxismo è stato sempre basato su una distorsione del pensiero dello stesso Marx, che si era formato nelle lotte democratiche della Renania negli anni attorno al 1840. Per cui, mentre Marx assumeva che il socialismo sarebbe stato possibile nel lungo periodo, solamente quando il capitalismo avesse terminato la sua opera, quella di porre in essere un mercato mondiale, l’impazienza sia delle masse che degli intellettuali ha portato alle fatali scorciatoie intraprese da Lenin e Mao, sostituendo alla democrazia e alla crescita economica il potere statale.
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