Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente
Lorenzo Battisti intervista Emiliano Alessandroni
Nel libro “Dittature democratiche e democrazie dittatoriali” (Carocci, 2021) Emiliano Alessandroni, filosofo dell’Università di Urbino cerca di andare oltre la contrapposizione che il dibattito ufficiale propone dei due termini. Pubblichiamo l’intervista che l’Autore ha rilasciato a Lorenzo Battisti
L.B. Il tuo libro va al cuore di un dibattito che segue i comunisti fin dai tempi di Marx, quello della democrazia. Nella visione predominante attuale il voto e la democrazia coincidono in una relazione biunivoca: si può parlare di democrazia solo in presenza di elezioni, e queste ultime sono il criterio unico che contraddistingue le democrazie. Sono addirittura il criterio che viene utilizzato per dimostrare la superiorità delle democrazie rispetto ad altri sistemi politici. Questo legame tra voto (la vox populi) e democrazia è scontato come ci viene presentato o ci sono visioni diverse?
E.A. Secondo autori come Hans Kelsen e Joseph Schumpeter, a cui tutt’oggi il liberalismo guarda con ammirazione, le libere elezioni e il volere dei cittadini costituiscono la quintessenza della democrazia. Si tratta però di una conclusione affrettata. Nei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel contesta l’idea secondo cui la volontà popolare promuova automaticamente, laddove sappia imporsi, l’avanzamento della ragione nel mondo: non di rado accade che essa assecondi il dominio dell’irrazionalità. L’autore della Fenomenologia aveva ben presente il furore controrivoluzionario che aveva animato la rivolta della Vandea in Francia allo scoccare del 1793 e lo scatenarsi delle bande sanfediste in Spagna in seguito alla rivoluzione del 1820. Prestava inoltre attenzione al dibattito contemporaneo e alle appassionate celebrazioni del popolo a cui in Germania importanti teorici della Restaurazione come Ludwig von Haller si erano abbandonati, infarcendo i propri discorsi di motivi xenofobi e di disprezzo per le idee del 1789.
A sua volta Marx definisce “plebaglia” quella componente popolare che negli Stati Uniti, ancora deturpati dal marchio della schiavitù su base razziale, mostrava la propria ostilità alla causa abolizionista. Nel paese nordamericano il richiamo appassionato al popolo proveniva perlopiù dal Partito Democratico, che, proprio nel nome della democrazia e dell’opinione pubblica, difendeva strenuamente l’istituto della schiavitù. Ma già Adam Smith aveva a suo tempo sostenuto che il sistema schiavista avrebbe potuto essere soppresso più facilmente sotto un governo dispotico in grado di intervenire con forza sui diritti di proprietà che sotto un governo libero in cui questi ultimi avrebbero egemonizzato le istituzioni rappresentative.
Non a caso Marx rammenta che nelle elezioni del 1860 qualunque partito avesse abbracciato apertamente la causa dell’emancipazione degli schiavi “sarebbe uscito sicuramente battuto…perché la maggioranza questa emancipazione non la voleva”. D’altro canto, vale la pena altresì ricordare che l’abolizione della schiavitù nella colonia francese di Santo Domingo avvenne tutt’altro che per vie democratiche e si verificò sotto l’impulso della dittatura giacobina.
Vediamo allora qui saltare gli schemi cari alla logica della tradizione liberale: in tutta una serie di circostanze, volontà popolare e procedure democratiche possono avallare le pratiche dispotiche più feroci, mentre decisioni impopolari e regimi dispotici possono affermare i più importanti principi democratici. Questo non significa che occorra abbandonare uno schema per abbracciarne un altro, ma che questi schemi, nella loro assolutezza metastorica, andrebbero messi tutti in discussione e sostituiti con un’analisi concreta della situazione concreta in grado di valutare di volta in volta quali forze, all’interno di un dato conflitto, stiano volenti o nolenti veicolando principi suprematisti e quali principi democratici.
L.B. La questione della democrazia si intreccia con quella dello Stato. È molto diffusa oggi, tra i democratici più radicali, l’idea che il cosmopolitismo rappresenti la logica estensione della democrazia e della libertà, che troverebbero il proprio pieno compimento in un mondo senza confini e senza stati. Anche riguardo a questo tema ti chiedo se sei d’accordo con questa visione.
E.A. La stagione filosofica che va da Kant a Marx si è contraddistinta per aver posto al centro della propria riflessione il problema dell’universalità. In altri termini, dell’unità del genere umano. Ma come va pensata concretamente l’universalità? Nella Scienza della logica Hegel respinge l’idea secondo cui identità e differenza si escludano reciprocamente: si ha identità solo tra diversi e differenza solo tra identici. Solo in quanto un ente si distingue dall’ente con cui viene confrontato può essere pensato ad esso identico. Così, solo in quanto due enti sono entrambi enti (e sotto questo aspetto identici) possono essere distinti. Pensare l’identità senza la differenza e la differenza senza l’identità significa pensare in modo astratto entrambe. Veniamo ora all’universalità. Nella stessa opera Hegel distingue dall’universale astratto, l’universale concreto, che non cancella, ma abbraccia in sé la ricchezza del particolare. Pensare l’unità del genere umano come un’unità in cui scompaiano le differenze linguistiche, legislative, culturali, organizzative, significa pensare questa unità in modo astratto. Ed è la forma mentis di quel cosmopolitismo che vorrebbe cancellare dal mondo tutti gli Stati-nazione. A un tale universalismo astratto occorrerebbe opporre una prospettiva inter-nazionalista: una prospettiva che pensa l’universalità come qualcosa che non distrugge ma abbraccia le differenze nazionali. D’altro canto, lo stesso processo di costruzione degli Stati-nazione non ha cancellato le giurisdizioni comunali, provinciali, distrettuali, municipali, regionali, ecc., non si vede perché il processo di costruzione dell’unità del genere umano dovrebbe cancellare le differenze nazionali. È un punto compreso da Lenin, che nello sposare l’internazionalismo senza scivolare nel cosmopolitismo, invitava chiunque avesse a cuore la causa della libertà non già a impegnarsi a cancellare gli Stati nazionali ma a “realizzare l’assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni”. Ed è un punto compreso anche da Gramsci, che, oltre a insistere a più riprese nei Quaderni del carcere, sull’importanza del “nazionale-popolare”, senza mai concedere nulla all’idea di distruzione degli Stati-nazione, sottolinea l’importanza di “studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali”. L’universalità viene pensata anche qui in modo concreto, non astratto. Non è un caso che sia Lenin che Gramsci siano stati profondi estimatori di Hegel.
L.B. Il tema dello Stato pone il tema più generale del “limite”. La storia politica e filosofica occidentale è attraversata da due idee di libertà: la libertà come assenza di limiti e la libertà come presenza di limiti. Lo Stato, i corpi intermedi (che organizzando la popolazione rappresentano però al contempo un limite agli individui), il diritto internazionale (che cerca di limitare e indirizzare l’azione degli Stati), sono visti dalla corrente di destra del sovranismo come limiti da abbattere per liberare i popoli. L’occidente è attraversato da anni da una ondata populista che fa dell’assenza dei corpi intermedi (visti come corrotti o puramente autointeressati) la via per la vera liberazione del popolo. E al contempo assistiamo a un indebolimento progressivo del diritto internazionale. La democrazia nasce quindi dalla presenza di “limiti” o piuttosto dalla loro assenza?
E.A. La prospettiva democratica si contrappone per antonomasia all’acquisizione del potere assoluto, ovvero al dominio incontrastato del particolarismo. È pertanto evidente che essa mira a decentrare il potere anziché a concentrarlo in poche mani. La tradizione liberale ha avuto il merito di aver posto il problema della limitazione del potere. Ma ha avuto il demerito di pensare questa limitazione del potere in modo esso stesso limitato, confinandolo prevalentemente alla sfera giuridico-politica. Fino a quando infatti le altre sfere rimangono in mano all’arbitrio, la concentrazione del potere che in esse si verifica finisce per vanificare e progressivamente erodere la stessa limitazione del potere prevista nella sfera giuridico-politica.
Partiamo dalla scala più ampia. Il diritto internazionale è stato pensato per limitare il potere che un paese avrebbe potuto esercitare su tutti gli altri. Eppure, non avendo questa limitazione intaccato il piano militare, il paese che da solo spende in armamenti oltre un terzo di tutto il resto del mondo messo assieme e possiede oltre 800 basi da guerra sparse per il globo, sta vanificando, con il suo più stretto alleato in Medio Oriente, tutti i principi su cui il diritto internazionale si fonda, imponendo sopra ogni regolamentazione la più barbara e primitiva legge della forza. E non si tratta soltanto di vanificare quel potere. L’Onu, per Washington e Tel Aviv, più che un’istituzione da rispettare, viene avvertito come un nemico da distruggere. Questo è il senso del Board of Peace promosso dagli Usa e dei bombardamenti contro le sedi, i mezzi e i funzionari delle Nazioni Unite effettuati ripetutamente da Israele. Ma questa vanificazione del diritto internazionale si determina anche quando la concentrazione di potere avviene sul piano economico: il che conferisce un effetto particolarmente distruttivo ai blocchi commerciali che i detentori di quel potere possono imporre. Uno studio uscito su The Lancet nell’agosto del 2025 registrava che dal 1970 le sanzioni che USA e UE (alias CEE), hanno imposto ai paesi extra-occidentali, hanno provocato, tra la popolazione civile, 38 milioni di morti. Assumendo come parametro quantitativo la Shoah, sono le cifre, approssimate per difetto, di 6 olocausti!
Veniamo ora alla scala nazionale. Il potere assoluto sul piano politico è stato decentrato con la costruzione dei corpi intermedi. Le camere parlamentari, i partiti, la magistratura, i sindacati. Ma ancora una volta, la riluttanza a porre dei limiti al potere economico ha permesso a quest’ultimo di scatenare contro questi corpi una vera e propria guerra. Attraverso i propri mezzi di informazione e i propri politici di riferimento, si è insistito prima sulla loro futilità, poi sui costi che comportavano e infine sulla necessità della loro compressione. Il tutto nel nome del valore del popolo. In maniera non molto diversa aveva proceduto il nazifascismo. Mentre celebrava il popolo e i lavoratori ne distruggeva tutele, organizzazioni e rappresentanze (parlamento, partiti, magistratura, sindacati). Nel nome di qualcosa che non è mai esistito (a ben vedere neppure nell’antica Grecia), né mai esisterà (ossia la democrazia diretta), abbiamo assistito al progressivo soffocamento della democrazia rappresentativa. Ma la distruzione dei corpi intermedi significa la distruzione dei contrappesi necessari a impedire l’accumulazione di un potere sempre più ampio: significa la rovina del decentramento.
Così, se la prospettiva populista favorisce il dispotismo, in quanto prende di mira le mediazioni presenti tra sovrano e popolo e i contrappesi che bilanciano il potere del sovrano, la prospettiva liberale non costituisce certamente un freno a questa deriva nella misura in cui appare restia a far valere il principio dell’equilibrio e della limitazione del potere alla sfera economico-sociale e a quella dei rapporti internazionali.
L.B. La democrazia si intreccia con il tema della questione nazionale. La contraddizione che spesso si è prodotta tra liberazione nazionale, ottenuta contro un sistema imperialista che vi si oppone e democrazia è forse la fonte di molte critiche contro chi ha l’ardire di schierarsi in difesa del paese aggredito anche quando questo appare sorretto da un sistema tutt’altro che democratico. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
E.A. Nell’ottobre del 1935, il Regno d’Italia, sotto il governo Mussolini, diede avvio alla spedizione coloniale contro l’Impero d’Etiopia. All’interno di quest’ultimo, per quanto in un progressivo declino, risultava ancora in vigore il sistema schiavista. Ci si trovava dunque al cospetto, possiamo ora affermare, di uno Stato tutt’altro che democratico. Nondimeno, il futuro partigiano e segretario della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, invia ben presto in Abissinia i cosiddetti Tre apostoli: Ilio Barontini, Domenico Rolla e Anton Ukmar, poi combattenti partigiani a loro volta. Essi si uniscono nel continente africano ad altri membri dell’Internazionale Comunista e lì, dopo avere addestrato, in collaborazione con il Negus, i guerriglieri etiopi, organizzano la resistenza contro l’avanzata fascista. Questa resistenza, possiamo affermare, si configura in ultima analisi come una trincea democratica.
Eppure, l’Etiopia non costituiva de facto una dittatura, come abbiamo affermato e come la stessa pubblicistica mussoliniana non mancava di evidenziare? Indubbiamente, ma l’avanzata fascista risultava portatrice di una minaccia per la democrazia e la pace a livello mondiale ben maggiore di quella rappresentata dal sistema schiavistico etiope in decadenza. Per cui, allorché tale configurazione dispotica finiva per entrare in conflitto con un dispotismo di ben più ampie dimensioni e si trovava a frenarne finanche l’avanzata, il quadro conflittuale caricava sulle sue spalle la salvaguardia di istanze democratiche. In sostanza, la dittatura etiope, laddove si trovava ad arginare l’espansionismo fascista, costituiva, in ultima analisi, un baluardo di democrazia. Non per ciò che incarnava a livello strutturale, ma per la funzione che si trovava ad assolvere storicamente nel quadro dei rapporti di forza allora vigenti. Ritengo che confondere i due aspetti e diluire l’uno nelle acque dell’altro – al punto da attirare il sistema dentro la celebrazione della funzione o, viceversa, la funzione dentro la condanna del sistema – rechi tutt’altro che un buon servigio alla causa della democrazia.
L.B. Nel tuo libro critichi la visione attuale della democrazia come “piccolo borghese”, cioè come affetta da soggettivismo. A cosa ti riferisci? E quali sono secondo te le caratteristiche alternative che permettono di fare uscire il dibattito da una visione manichea della democrazia e della dittatura?
E.A. Senza voler negare la rilevanza che i fattori soggettivi giocano nello sbilanciare un determinato regime politico-sociale in una direzione più democratica o più dispotica, ritengo viziata da soggettivismo ogni prospettiva che tende a ricondurre la configurazione di un determinato Stato unicamente alla volontà del governante di turno. A ben vedere, infatti, le condizioni oggettive svolgono spesso un ruolo preponderante. Nei Quaderni del carcere Gramsci sostiene che la soluzione dispotica tende a prendere il sopravvento quando le forze in lotta si equilibrano senza che nessuna riesca a prevalere in modo schiacciante sull’altra. È a partire da questa fase di stallo che si tende a sopperire alla perdita di egemonia mediante soluzioni repressive e censorie, aumentando sensibilmente il ruolo assunto dal potere militare nella vita statale.
Sempre nei Quaderni, inoltre, con riferimento alla Francia giacobina, Gramsci ricorda che “la Costituzione votata nel ’93 dalla Convenzione fu deposta in un’arca di cedro nei locali dell’assemblea, e l’applicazione ne fu sospesa fino alla fine della guerra”, poiché “anche la Costituzione più radicale poteva essere sfruttata dai nemici della Rivoluzione” ed era pertanto “necessaria la dittatura, cioè un potere non limitato da leggi fisse e scritte”. Vediamo che Gramsci riconduce la configurazione dispotica di un paese, da un lato all’equilibrio delle forze antagoniste interne, dall’altro allo stato d’assedio a cui esso è sottoposto dai nemici esterni (la Francia era bersaglio militare in quel momento della Prima Coalizione). In entrambi i casi, non tanto alla volontà soggettiva della classe politica che sta dirigendo il paese, quanto alle particolari condizioni oggettive in cui quel paese in quella data situazione si trova.
Ma oltre alla prospettiva soggettivista Gramsci mette in discussione la logica dicotomica in cui frequentemente tende a scivolare la cultura liberale. L’assetto dispotico che scaturisce dalla perdita di egemonia di un determinato blocco sociale e dall’equilibrio delle forze in lotta può assumere infatti a suo giudizio una configurazione “progressiva” o “regressiva”. Nel primo caso esso sprigiona anche importanti spinte emancipatrici: sviluppa, vale a dire, anche tendenze democratiche. Contro la prospettiva binaria sembra qui agire il principio di “compenetrazione degli opposti” che secondo Engels costituiva uno dei capisaldi della dialettica. Il che ci permette di capire che “dittatura” e “democrazia”, questi apparenti esclusivi, convivono spesso in una lunga serie di interregni. E come possono esistere dittature democratiche, così possono esistere democrazie dittatoriali: basti pensare alla costruzione storica della democrazia statunitense avvenuta parallelamente all’annientamento degli indiani a Est e alla schiavizzazione dei neri a Sud. Per evitare di scivolare nelle logiche dicotomiche che avallano il manicheismo, sarebbe bene cessare di pensare alla “dittatura” e alla “democrazia” unicamente come modelli (cosa che destoricizza l’oggetto di discussione e astrae dalle sue condizioni reali) per imparare a pensarli altresì come processi. Quest’ultimo modo di ragionare ci illustra più efficacemente la compresenza di elementi opposti nelle vicende storiche in cui di volta in volta ci imbattiamo. Un paese può essere più democratico di un altro per quanto riguarda la scala nazionale e al tempo stesso più dispotico per quanto riguarda la scala internazionale. Ed è chiaro che non vi sarebbe confronto tra un dispotismo il cui raggio d’azione comprende il proprio territorio (o eventualmente i territori limitrofi) e un dispotismo il cui raggio d’azione mira a estendersi per tutti e cinque i continenti. Quest’ultimo risulta indubbiamente il nemico più acerrimo della democrazia: non soltanto perché opera su una scala decisamente più ampia, ma anche per il fatto che con il proprio assedio e il terrore che incute ai paesi più fragili, tende a perpetuarne lo stato d’allarme e a irrigidirne a tempo indefinito le strutture politiche. La causa democratica non può dunque non passare in primissimo luogo per una resistenza nei confronti di chi ritiene di imporre la propria volontà a tutto il mondo, mediante strangolamenti economici e bombardamenti aerei contro questo o quel paese e mostra un disprezzo crescente verso la “rule of law” del quadro internazionale. La democrazia, in sostanza, non è compatibile con l’imperialismo e con la ragione suprematista.












































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