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Gelo con Washington: "Italia ed ENI sono troppo amiche della Russia"
di Maurizio Molinari
La partnership per il gasdotto South Stream non piace agli Usa: Roma deve diversificare
Le scelte di politica energetica di Silvio Berlusconi e dell’Eni preoccupano l’amministrazione Obama. Al Dipartimento di Stato i resoconti sul blitz del premier italiano in Turchia per suggellare il patto fra Erdogan e Putin sul gasdotto South Stream hanno sollevato malumori. «L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca» afferma un diplomatico ben a conoscenza del dossier. Poco lontano dal Dipartimento, in uno dei pochi caffè attorno a Foggy Bottom, un altro diplomatico usa toni più aspri chiedendo l’anonimato: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca».
Il linguaggio poco paludato svela un’irritazione americana che nel mondo petrolifero è di pubblico dominio. Al 14° piano del grattacielo al numero 475 della Quinta Strada, l’Eurasia Group di Ian Bremmer produce resoconti periodici sulla rivalità fra il South Stream, con il quale la Russia vuole creare una nuova linea di trasporto del proprio gas verso l’Europa Occidentale, e il Nabucco, sostenuto da Washington e da un folto gruppo di Paesi europei, accomunati dal desiderio di importare gas non russo per scongiurare la dipendenza energetica dal Cremlino. «La competizione è sulla fonte a cui attingere per il gas - spiega John Levy, specialista di Eurasia Group per il Caucaso - perché South Stream è sostenuto da italiani, francesi e tedeschi, che da tempo fanno importanti affari con Gazprom, mentre Nabucco è voluto da chi cerca nuovi partner per gli approvvigionamenti».
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La corsa delle Borse è finita
Ora chi salverà i governi dai debiti?
di Mauro Bottarelli
Il rally è finito. Lo avevamo detto e non solo perché dopo tante sedute al rialzo ci si concede di rifiatare con le prese di beneficio. È finito perché è finito l'effetto del mega-stimolo monetario messo in atto dai governi per cercare di rivitalizzare i mercati e l'economia. Due trilioni di dollari sembravano tutto il denaro del mondo ma non lo erano.
Ieri mattina il tonfo dello Shanghai Composite al -5,8%, peggior risultato dal 18 novembre scorso, aveva suonato la sveglia su quanto stava per accadere. Nonostante gli oracoli di Francoforte avessero giorni fa annunciato trionfalmente che Germania e Francia era tornate a crescere, sia il Cac40 che il Dax perdevano terreno, come Londra e Milano. A trascinare in basso, tanto per cambiare, titoli bancari (meno male che erano sani, al primo giorno di ritracciamento sono crollati) e commodities, indicatore quest'ultimo che la ripresa è lunghi dall'essere dietro la porta.
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Verso un nuovo ordine economico internazionale?
di Marco Sarli
Temo proprio che non si stia seguendo con la dovuta attenzione il sempre più intenso dibattito in corso tra Cina, India, Brasile e Russia sull’opportunità di individuare soluzioni alternative all’utilizzo del dollaro statunitense come mezzo di pagamento e valuta di riserva, un dibattito che avviene a margine di accordi bilaterali tra questi paesi, accordi che prevedono o l’utilizzo delle proprie valute o l’individuazione di ‘valute sintetiche’ spesso basate su un paniere composto dalle principali valute convertibili.
Pur essendo del tutto evidente che non è interesse di questi paesi un crollo verticale delle quotazioni del dollaro o di quei titoli rappresentativi del debito statunitense che rappresentano insieme oltre il 70 per cento delle loro riserve valutarie, è tuttavia indubitabile lo sforzo in termini di diversificazione operato dai gestori di queste disponibilità, così come è del tutto evidente la crescente preferenza per titoli statunitensi a breve se non a brevissima scadenza, in luogo della precedente preferenza per i Treasury Bonds a 10 se non a 30 anni.
Analoghi interrogativi e mutamenti di comportamenti caratterizzano da alcuni decenni i governi e le autorità monetarie dei paesi arabi esportatori di petrolio e del Giappone, paesi strutturalmente esportatori netti per rilevanti ammontari medi e che si sono confrontati ben prima dei new comers sul ‘dilemma del dollaro’,
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Lo stato DEL LAVORO
di Luigi Cavallaro
L'uso del diritto nel definire i rapporti di potere nelle società capitaliste. Un sentiero di lettura a partire dalle riproposte di un volume del giurista Costantino Mortati e del saggio di Toni Negri su «Costituzione e Lavoro»
Un anno di transizione, il 1964. Si è appena concluso un lustro che ha visto l'Italia crescere a ritmi fra i più alti del mondo occidentale e sperimentare trasformazioni imponenti nel modo di lavorare, produrre, consumare e perfino pensare e sognare. La celebrazione del «miracolo» ha lasciato il passo alla «congiuntura»: la crisi della bilancia dei pagamenti ha indotto il Governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, a una stretta monetaria e ne è seguito il consueto rallentamento produttivo e aumento della disoccupazione.
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Strage di Bologna: il depistaggio palestinese
Cosa dice davvero la tanto citata intervista a Ilich Ramirez Sanchez "Carlos"
Germano Monti
Per una Destra che non vuole solo governare, ma procedere ad una profonda ristrutturazione dell’assetto istituzionale del Paese, ripulire l’album di famiglia dalle immagini più imbarazzanti è una necessità. In altre parole, voler riscrivere la Costituzione repubblicana e antifascista richiede ineluttabilmente la riscrittura della propria storia politica… naturalmente, se si è o si è stati fascisti.
Lo stragismo rappresenta sicuramente la pagina più nera della storia italiana contemporanea, con il suo intreccio perverso fra manovalanza fascista, apparati – più o meno occulti - dello Stato e interferenze atlantiche. Fra tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia, quella alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata la più feroce, ed anche l’unica in cui è stata raggiunta una verità giudiziaria, con la condanna definitiva dei fascisti Ciavardini, Fioravanti e Mambro.
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Ma non siamo una Repubblica fondata sul lavoro?
di Paolo Ciofi
I lavoratori della Innse hanno lanciato un segnale forte che dobbiamo raccogliere contro la svalorizzazione e la distruzione del lavoro (inteso come abilità manuali, conoscenze tecniche, patrimonio culturale accumulato), che è una caratteristica di fondo della cosiddetta transizione italiana. E che, nel pieno di una crisi che accelera tutte le tendenze negative preesistenti, sta portando il Paese ai confini del decadimento e della dissoluzione dell'unità nazionale.
Se gli operai sono costretti ad arrampicarsi in cima a un carro ponte per dimostrare che esistono e che vogliono lavorare impedendo la distruzione della loro fabbrica, vuol dire che questa società è malata. Di cosa parliamo, se non di un capitalismo parassitario e distruttivo? E se la polizia di Stato viene schierata contro chi difende la propria dignità e libertà secondo un diritto costituzionalmente garantito, c'è poco da dire: è davvero allarme rosso per la nostra democrazia. Sebbene liberali illustri non sembrano curarsi di questo uso improprio della forza pubblica e del sistematico attacco al diritto al lavoro che dura da anni. Come se tra questi ingombranti dati di fatto e il degrado democratico del Paese non vi sia alcun nesso.
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«Il vaccino? Soprattutto un affare colossale»
Mauro Lissia - «La Nuova Sardegna»
Intervista a Cornaglia Ferraris, il pediatra che denuncia la malasanità
Paolo Cornaglia Ferraris, la banca d’investimento J.P. Morgan ha calcolato che i governi dei vari paesi prenoteranno molto presto milioni di dosi del vaccino anti influenza A, al costo di dieci euro l’una, per una fattura finale attorno ai dieci miliardi di euro.
Un affare colossale per Big Pharma, il gruppo di multinazionali farmaceutiche che governa la salute mondiale. Ma è giustificato un investimento di queste proporzioni?
«Finora no, il numero di morti è molto basso e il rischio riguarda solo chi è già fragile, debilitato da malattie. Però è un virus nuovo, quindi cresce la possibilità che si comporti in maniera imprevedibile e questo provoca allarme. I responsabili delle politiche di prevenzione sono appesi a quanto dicono gli scenziati e su questo si gioca il futuro della spesa e della campagna di vaccinazione».
- Siamo quindi ancora nel campo delle incertezze.
- Sì, oggi non è chiaro quale sia il grado di severità di questo virus. Non si capisce se il numero di morti rispetto agli infettati sia superiore alle altre banali influenze del passato. E quest’incertezza genera ansia, c’è il timore che l’enzima N1 sia severo come quello che fece milioni di morti con la spagnola, negli anni Venti.
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La strategia Usa per il controllo dell'energia nell'Unione Europea e in Eurasia: il progetto Nabucco
F. William Engdahl
Nella sua prima visita all’estero, in qualità di Presidente neo-eletto, Obama si è recato ad Ankara, per un incontro di alto profilo, con il primo ministro turco, Recep Erdogan, e altri alti dirigenti locali. Obama ha proposto ai turchi uno scambio quasi commerciale: “Io sostengo il vostro ingresso nell’Unione Europea; e in cambio, voi aprite le porte alla collaborazione con l’Armenia”. Tutti gli altri aspetti che riguardano i rapporti tra NATO e Turchia sono secondari; infatti, il vero obiettivo di Obama è favorire la realizzazione di un oleodotto che colleghi la Turchia alla Germania, e da lì a tutti gli altri paesi europei, e che si ponga in contrapposizione al progetto South Stream, portato avanti dalla Russia.
Il “Nabucco” è parte integrante della strategia statunitense di controllo totale dell’energia, sia di quella europea, che di quella eurasiatica. Il 13 luglio, in occasione della cerimonia di presentazione del “Progetto Nabucco”, ad Ankara, il “soft power” dell’amministrazione Obama ha dato i primi frutti; bisognerà vedere se saranno dolci o amari.
La principale figura del Partito Repubblicano in politica estera, il senatore Richard Lugar, faceva parte della delegazione statunitense, al seguito di Obama, in missione ad Ankara; alla cerimonia, erano presenti anche il presidente della Commisione UE, Barroso, e i capi di governo della Turchia, della Bulgaria, dell’Ungheria e dell’Austria.
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Rilanciare la rifondazione comunista per costruire la sinistra di alternativa
Dino Greco e Cosimo Rossi intervistano Paolo Ferrero, Segretario nazionale del PRC
«Proprio perché la distruzione della democrazia marcia nella società, non basta mettere in minoranza Berlusconi in parlamento». Per Paolo Ferrero, infatti,il berlusconismo è un prodotto del bipolarismo, che provoca la passivizzazione e induce a derubricare le questioni sociali, favorendo così la crescita di consenso per la destra e il distacco dalla politica. Per questo il segretario di Rifondazione ritiene che il terreno di contrasto della destra populista berlusconiana sia innanzitutto quello sociale, proponendo nel contempo alle forze di opposizione «un accordo di garanzia costituzionale che produca una nuova legge proporzionale».
Quello che invece per Ferrero non può essere rimesso all'ordine del giorno è un accordo di governo col Pd. Non per pregiudizio, ma perché i rapporti di forza in questo momento non lo permettono, in quanto «il bipolarismo produce il cortocircuito in cui per difendere la democrazia devi fare alleanze e sommare i tuoi voti con chi fa politiche sociali che aumentano il consenso delle destre».
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Aspettando il peggio
di Marino Badiale e Massimo Bontempelli
I. Una crisi per scherzo?
“Strana guerra” o “guerra per scherzo” (drole de guerre) è l’espressione con la quale l’opinione pubblica francese alludeva alla guerra in corso con la Germania nazista, nel periodo dal settembre 1939 al maggio 1940. Si tratta, come è noto, di un periodo in cui la guerra, formalmente dichiarata fra Germania da una parte e Francia e Inghilterra dall’altra, non viene in pratica combattuta sul fronte franco-tedesco. C’era una guerra ma non c’erano combattimenti, non c’erano né morti né distruzioni. Per qualche mese i francesi poterono illudersi che la drole de guerre avrebbe risparmiato loro le grandi sofferenze della Prima Guerra Mondiale. E’ noto che queste illusioni vennero spazzate via dalla grande offensiva tedesca iniziata il 10 maggio 1940, che portò in breve tempo al crollo della Francia, all’occupazione di Parigi e di larga parte del territorio nazionale, al regime di Vichy e a tutto quello che seguirà.
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Svolta a Khartoum
Said Abumalwi
Gli americani vogliono invertire la rotta e far uscire il paese dal novero degli stati canaglia. Ma non tutti sono d'accordo. Intanto un dossier del CeSPI suggerisce al governo italiano il da farsi. Cominciando dalla diplomazia
Come per l'Afghanistan, l'Iraq, Cuba o la Palestina, anche per il Sudan, stato canaglia dell'era Bush, gli Stati uniti intendono cambiare strategia.
Cosa farà esattamente Obama lo si saprà con esattezza nelle prossime settimane ma il rapporto davanti al Senato dell'inviato speciale del presidente in Sudan, il generale in pensione Scott Gration, dice due cose con chiarezza: Khartum deve uscire dalla lista degli stati sponsor del terrorismo e deve terminare il regime di sanzioni. Una virata a 360 gradi - non priva di polemiche e reazioni - resa nota proprio mentre in Italia un gruppo di lavoro di trenta specialisti (accademici, ricercatori, diplomatici, militari), coordinati dal Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), hanno consegnato alla Farnesina i risultati di un dossier sul Sudan con le indicazioni per una nuova politica dell'Italia.
I punti di contatto tra le due posizioni, quella dell'inviato americano e quella del gruppo di studiosi italiano, si concentrano sulla necessità di sostenere e rafforzare il Comprehensive Peace Agreement (Cpa), che dal 2005 ha posto fine al confronto tra il governo centrale e i ribelli del Sud anche se – dice il rapporto CeSPI - la tensione tra i due ex nemici e ora partner di governo, il National Congress Party (Ncp) e il Sudan’s People Liberation Movement (Splm) resta elevata. Gration ha spiegato che proprio le sanzioni hanno finito per indebolire il Cpa che resta gravato, aggiunge il CeSPI, “soprattutto dall’incapacità o difficoltà di far passare in parlamento le leggi necessarie a creare un “ambiente favorevole” per le elezioni generali del 2010.
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La rottura strutturale del capitale e il ruolo della critica categoriale
Intervista a Robert Kurz della rivista online "Shift", Zion Ediçoes
Come si inquadra l’attuale crisi finanziaria nel contesto dello sviluppo della crisi strutturale del capitale?
É teoricamente sbagliato parlare di una crisi finanziaria indipendente, la cui «ripercussione» sulla cosiddetta economia reale sarebbe incerta ed eventualmente moderata. Espressa nei termini della teoria di Marx, la crisi finanziaria può essere solo una manifestazione della caduta delle condizioni della valorizzazione reale del capitale. Il sistema finanziario e del credito non é un settore autonomo, ma una componente integrante della riproduzione ampliata del capitale totale. Qui sorge una contraddizione che progressivamente si aggrava. L’espansione del sistema del credito in sé non è nuova, ha già percorso un processo secolare. Ciò riflette un meccanismo descritto da Marx come «aumento della composizione organica del capitale». Con l’aumento della scientificizzazione della produzione, cresce la proporzione di capitale costante (macchine, equipaggiamento tecnologico di controllo, comunicazioni e infrastrutture, etc.) in relazione al capitale variabile (forza di lavoro produttivo di valore). Corrispondentemente, crescono i costi preliminari per poter applicare in forma redditizia la forza lavoro, l’unica fonte di plusvalore. I costi preliminari crescenti esigono un anticipo del plusvalore futuro nella forma del credito per mantenere in corso l’attuale produzione di plusvalore, sempre più differito nel futuro.
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Contraddizioni estreme del rapporto Usa-Cina
di Joseph Halevi
Al vertice Cina-Usa che si apre a Washington Pechino ha inviato una delegazione di 150 persone. Si incontrano da un lato un paese, la Cina, assolutamente bismarckiano, ove l’accumulazione industriale capitalistica però non è un fatto nazionale bensì avviene con il concorso voluto ma vieppiù obbligato del capitalismo mondiale. Dall’altro abbiamo gli Stati Uniti, fulcro e leva dell’espansione cinese all’estero per via dell’accumulo delle passività finanziarie Usa nelle casse delle istituzioni cinesi. La Cina è fortemente colpita dalla crisi. Ormai le persone rispedite alle zone rurali superano di molto la cifra di 20 milioni stimata agli inizi di quest’anno e vi sono delle vere e proprie rivolte contro i licenziamenti. La crisi viene fronteggiata rilanciando l’industria pesante ed attraverso l’uso, nonchè il rigetto, indiscriminato della forza lavoro fluttuante ed immigrata dalle zone arretrate. Ciò comporta un ulteriore schacciamento dei redditi salariali sul valore del prodotto nazionale (in Cina il salario come quota del prodotto è in calo da circa venti anni). Questo significa che il ruolo della Cina come area di massima produzione di scala a basso costo monetario sul piano mondiale si sta ampliando nel corso stesso della crisi.
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Perché non possiamo liberarci dalla mafia
Luigi Cavallaro
È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
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Crisi della politica, e della democrazia
di Alberto Burgio
In un breve e complicato discorso di un mese fa, il presidente Napolitano esortò a non confondere la crisi della politica (che c'è) con la crisi della democrazia (a suo parere inesistente) e indicò nelle istituzioni repubblicane un riferimento fondamentale al fine di evitare pericolose confusioni. Non è semplice districarsi. Cos'è la crisi della politica? È crisi di efficacia? Di credibilità e prestigio? È crisi morale o istituzionale? Soprattutto: può, in una repubblica democratica, darsi crisi della politica senza che la qualità della democrazia ne venga intaccata?
In una democrazia, sinonimo di sovranità popolare, è essenziale il rispetto delle norme, a cominciare da quella fondamentale, che racchiude i principi-base del patto tra cittadini e istituzioni. Se accettiamo questo schema elementare, allora sembra difficile concordare con il presidente. La crisi è profonda e investe precisamente il fondamento della nostra democrazia. Limitiamoci a nominare pochi esempi.
La Costituzione del 1948 è pacifista e l'Italia è in guerra da una quindicina d'anni. La Costituzione indica nel lavoro il fulcro della democrazia, considera il lavoro subordinato un soggetto unitario, meritevole di protezione e titolare di diritti inalienabili, e da oltre dieci anni i governi non fanno che ridurre tutele, cancellare diritti, accrescere precarietà e segmentare il lavoro dipendente.
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Armagheddon?
di Carlo Bertani
Recentemente, Maurizio Blondet ha pubblicato un articolo (per i soli abbonati[1]) dal titolo eloquente: L’Europa a Sion: bomb Iran, nel quale affermava che un attacco all’Iran da parte di Israele è in agenda, da oggi alla fine del corrente anno
Ripercorrerò molto brevemente le tesi esposte per chi non l’abbia letto:
- Durante il recente G8, l’Europa avrebbe dato il “via libera” per il bombardamento dell’Iran;
- Quattro navi da guerra israeliane (2 sommergibili e 2 caccia, con armamento nucleare) hanno attraversato il canale di Suez e sono in navigazione nel Mar Rosso;
- Alcun squadriglie di cacciabombardieri israeliani sono stato spostate nel Kurdistan iracheno;
- Il “ritorno” economico dell’impresa sarebbe da identificare nel nuovo oleodotto Nabucco – che non passa per la Russia, ma “raccoglie” il greggio delle ex Repubbliche sovietiche asiatiche – il quale, però, senza l’apporto del petrolio iraniano, non raggiungerebbe volumi di transito sufficienti per renderlo economicamente vantaggioso.
Fin qui i dati salienti, considerando anche una dichiarazione del vicepresidente USA Biden il quale, senza mezzi termini, affermava: “Israele è libero di fare quel che ritiene necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana”.
Blondet presenta il quadro come un evidente approccio al bombardamento dell’Iran e, ad osservare soltanto i dati esposti, non fa una grinza. Ci sono, però, argomenti che Blondet non approfondisce e che sarebbe, invece, meglio presentare.
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E’ iniziata la fuga dal dollaro?
di Giorgio Vitangeli
Clamoroso sequestro della Guardia di Finanza di “Bond” Usa per oltre 134 milardi di dollari al confine tra Italia e Svizzera
Di sicuro, di inconfutabile, c’è solo il sequestro, perché la notizia è apparsa sul sito ufficiale della Guardia di Finanza,ripresa dall’Agenzia ADN Kronos, e ci sono le dichiarazioni del colonnello Rod
olfo Mecarelli comandante della Guardia di Finanza di Como.
La notizia è questa: il 3 giugno a Ponte Chiasso, in prossimità della frontiera con la Svizzera i militari della Guardia di Finanza hanno fermato due giapponesi che nel sottofondo delle loro valigette nascondevano titoli del Tesoro americano, e più precisamente 249 “Bond” della Federal Reserve del valore facciale di 500 milioni ciascuno e 10 “Bond Kennedy” del valore nominale di un miliardo di dollari ognuno, accompagnati da una recente e dettagliata documentazione bancaria che ne certificava l’autenticità.
Tirando le somme: 134,5 miliardi di dollari americani, un ammontare pari all’intero prodotto interno lordo di Stati come il Marocco o la Nuova Zelanda o a quasi un decimo del “pil” italiano. Insomma: una somma stratosferica, fuori dalla portata di qualunque organizzazione criminale, e con titoli di un valore facciale tale da renderne praticamente impossibile l’incasso, se non nelle relazioni tra Stati o con banche internazionali, che ovviamente prima ne verificano l’autenticità con minuziosi controlli.
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Se Trichet finanzia il debito pubblico
di Angelo Baglioni
La Bce ha deciso di finanziare massicciamente e su scadenze più lunghe del solito le banche. Secondo la motivazione ufficiale si vuole così favorire la ripresa del credito bancario alle imprese, per sostenere l'economia in una fase particolarmente critica. Il sospetto è che invece la Bce attui surrettiziamente una strategia di finanziamento monetario del debito pubblico degli Stati della zona euro. Con il rischio di una fiammata inflazionistica se fosse poi troppo posticipata l'operazione di ritiro dal sistema della liquidità in eccesso
L’operazione di finanziamento della Bce del 25 giugno scorso ha rappresentato un ulteriore salto di qualità nella gestione della politica monetaria nell’area euro. Dopo la fase di consistenti ribassi dei tassi d’interesse ufficiali (dal 4,25 per cento di ottobre 2008 all’1 per cento attuale), la banca centrale è passata a una fase di massiccia immissione di liquidità a una scadenza inusuale per la politica monetaria: 442 miliardi di euro prestati per un anno a 1.121 istituzioni del sistema bancario europeo.
A ciò si aggiunge il programma di acquisto di covered bond (obbligazioni bancarie garantite) per 60 miliardi, in corso di attuazione. Per cogliere l’eccezionalità di questi interventi, si osservi che l’ammontare medio delle operazioni a lungo termine in essere al 24 giugno era di 22 miliardi; la scadenza massima utilizzata finora in questo tipo di operazioni erano i sei mesi (e i tre mesi prima della crisi). Ricordiamoci anche che le operazioni con cui viene normalmente gestita la politica monetaria, “Operazioni di rifinanziamento principali”, hanno una durata di una settimana.
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Mezzogiorno di fuga
di Enrico Pugliese
È positivo che i mezzi di comunicazione di massa abbiano dato tanta attenzione alla pubblicazione del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. È anche positivo il fatto che, con
l'eccezione de Il Giornale di Berlusconi i toni siano preoccupati. E da questo punto di vista i dati sono incontrovertibili.
In alcuni casi il significativo peggioramento della situazione è evidente. In altri non c'è nulla di nuovo e si tratta del proseguimento, senza alcuna modificazione della portata di un trend ormai decennale.
È questo il caso della «ripresa dell'emigrazione dal Mezzogiorno» messa in evidenza per la prima volta dalla Svimez dieci anni addietro e ribadita annualmente nei rapporti. Insomma il vero merito della Svimez è stato quello di aver rilevato per prima dieci anni fa l'esistenza e l'importanza sociale del fenomeno, quando ancora sociologi, economisti e politici erano impegnati a spiegarsi un fenomeno che ormai
non esisteva più: quello della presunta indisponibilità alla mobilità territoriale del Mezzogiorno, espressa soprattutto dal fatto che i giovani non volevano «lasciare il nido», non erano disponibili a muoversi dal paese e dalla comodità della famiglia nonostante gli elevati tassi di disoccupazione giovanile.
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La scienza triste e la farfalla di Lorenz
Marco Passarella*
Come mai economisti accademici, consiglieri economici ed analisti finanziari hanno sottovalutato e, in alcuni casi, completamente ignorato, i segnali della crisi esplosa nell’estate del 2007? È questa, da molti mesi, la domanda posta insistentemente da quotidiani, blog finanziari e talk show televisivi; al centro di dibattiti e convegni di mezzo mondo. Una risposta semplice, ma non banale, è che da tempo gli economisti hanno abbandonato lo studio dei classici del pensiero economico. È un fatto che nelle università occidentali l’economics, un tempo “economia politica”, sia stata ridotta, nel corso degli ultimi vent’anni, a mero tecnicismo. Un tecnicismo autoreferenziale, autistico[1] – fatto di improbabili microfondazioni e di sofisticati, ma asettici, modelli econometrici – e nient’affatto disinteressato. Da decenni, infatti, gli economisti accademici mainstream sono assurti al ruolo, in verità assai ambito, di moderni consiglieri del principe. Occupano scranni parlamentari, poltrone ministeriali e posti nei consigli di amministrazione di prestigiose banche d’affari e società multinazionali.
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Lo spaventapasseri e la vera catastrofe
di Paolo Barnard
* le fonti dell’articolo in calce
Angelino Alfano e Joseph Cassano. Ovvero: lo spaventapasseri e la catastrofe, oppure, il fantasma degli idioti e la concretezza del vero male. Poi ci sono Giorgio e Laura. Parto da questi ultimi. Sono due lavoratori italiani (storie vere), licenziato il primo e cassintegrata con azienda in fallimento la seconda, padre separato lui e fidanzata lei. Laura è incinta di due settimane, lo avevano pianificato, ma ora il problema è duplice: manca il reddito sicuro e all’orizzonte sale lo spettro di una vita co.co.pro o peggio, visto che anche il compagno è precario. Questo getta su di lei l’ombra della decisione più tremenda: abortire? La depressione le sta annebbiando l’esistenza, nonostante i suoi 29 anni. Laura affronta oggi un naufragio di speranze prima ancora di averci potuto provare. Giorgio ha guai ancor più seri: un affitto e mezzo da pagare che non può più permettersi, e dunque la scelta forzata è la riunione sotto un unico tetto con l’ex moglie e la figlia. Ma ciò significa il ritorno nella stessa gabbia di due persone che si erano sbranate fino alla rottura, e già allora le conseguenze sulla piccola erano state pesantissime, fa pipì a letto e non parla più.
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La precarietà come freno alla crescita
Guglielmo Forges Davanzati
La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem.
E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie.
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Dagli Usa all’Italia, i “Paperoni” che fanno soldi alla faccia della crisi
Mauro Bottarelli
Repetita iuvant. «Domenica una notizia apparentemente slegata da questo discorso ha attirato la mia attenzione: lo staff di Goldman Sachs, comprese le oltre 4mila persone impiegate nella City di Londra, riceverà a breve i più alti bonus mai pagati dall’azienda in 140 anni. Non solo i top manager ma tutti quanti. Il perché è presto detto: grazie alla mancanza di competizione nel mercato e soprattutto a un incredibile aumento dei profitti dato dal commercio sulle valute e sui bond, a inizio aprile il management ha deciso di accantonare metà del profitto trimestrale dell’azienda di 1,2 miliardi di dollari per i bonus dello staff. Questo in tempo di crisi e recessione: che cuore d’oro e soprattutto che capacità di creare business! E pensate che i risultati del secondo trimestre saranno ancora migliori: non a caso Warren Buffett fiutò l’affare fin da gennaio quando comprò azioni Goldman per 5 miliardi di dollari e ora può già contare su un guadagno netto di 1 miliardo.
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Il tesoro di Chiasso, le superbanconote americane che la Fed non ha emesso
Nuovi sviluppi nel giallo dei 134,5 miliardi di dollari sequestrati a due giapponesi. Un intrigo che porta molto in alto
Luigi Grimaldi
E' un intrigo internazionale. Il mistero dei 134,5 miliardi di dollari sequestrati a Chiasso lo scorso 3 giugno è sempre più allarmante e avrebbe origine nella crisi finanziaria giapponese del 1998.
Circolano banconote da un miliardo di dollari l'una ma non emesse dalla Fed. Una storia di finanza parallela con i servizi segreti Usa (e i nostri) in chiaroscuro.
I due fermati a Chiasso hanno un nome: Mitsuyoshi Watanabe e Akihiko Yamaguchi, personaggi già abbondantemente "bruciati" in campo finanziario internazionale e coinvolti (nel 2004) nel caso di una emissione non autorizzata di bond giapponesi (i cosiddetti Japanese 57 Series Bond - titoli esclusivamente utilizzati in transazioni intergovernative) del valore di 500 miliardi di yen ognuno.
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L’esproprio a sproposito
Scherzi della storia di una crisi: il caso tedesco
di Alessandro Riccini
Càpita, scorrendo i titoli dei giornali durante questa crisi, di imbattersi in titoli che solo qualche mese fa sarebbero stati del tutto inimmaginabili.
Prendiamo il Sole-24 Ore di giovedì 19 febbraio 2009: “A Berlino l’esproprio torna in banca”. Ci sarebbe da saltare sulla sedia, se non fosse che ormai siamo abituati a tutto. Vediamo di che si tratta nel dettaglio: la normativa prevede la possibilità per il governo di “nazionalizzare d’imperio una banca”, possibilità prevista da un provvedimento del Consiglio dei ministri tedesco che permette al governo, quale ultima ratio, la nazionalizzazione coatta di una banca. Si usa il termine “esproprio” forse a sproposito (mi si perdonino le involontarie allitterazioni), ma comunque l’impatto della normativa è evidente: lo stato diventa ultimo acquirente di banche in crisi. È l’ultimo atto dello psicodramma in corso, ma sarebbe semplicistico attribuire tutto allo stato che compra. Ci sono altre ragioni: la prima fa riferimento alla necessità di conoscere effettivamente la quantità di cosiddetti assets “tossici” contenuti all’interno dei bilanci delle banche. C’è inoltre una necessità, velata ma davvero stringente, di trasportare ricchezza, plusvalore già prodotto, dalle tasche della classe lavoratrice ad altre tasche. Ed, infine, c’è la necessità di avere più chances nel governare le conseguenze del leverage eccessivo, ossia, detto in termini molto generici, della sproporzione tra il patrimonio degli istituti e le somme investite. Andremo per ordine a toccare tutti questi temi, ma prima occorre fare un piccolo salto temporale.
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