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Del rischio di estinzione del colibrì
Le ragioni dimenticate dei movimenti
di Sergio Segio*
Introduzione al 14° Rapporto sui diritti globali
■ Globalizzazione e altermondialismo
Da molti punti di vista e su non pochi aspetti, il cambio del secolo sembra aver chiuso fuori dalla porta Storia e storie, memoria individuale e memoria collettiva. Con un congruo anticipo, del resto, un economista conservatore, 1Francis Fukuyama, era arrivato a teorizzare proprio la fine della Storia. Contemporaneamente, i suoi colleghi di università e docenza, i “Chicago boys” di Milton Friedman, fornivano le basi dottrinarie di quel processo neoliberista centrato su privatizzazioni, liberalizzazioni, smantellamento dei sistemi di welfare, deregulation e messa in mora di poteri e controlli pubblici tuttora in corso. Si affermava così la regola del Washington consensus e cominciavano le politiche di “aggiustamento strutturale”, cui la Troika di allora (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Dipartimento del Tesoro USA) assoggettava prima l’America Latina e poi altre aree e Paesi cosiddetti in via di sviluppo, attraverso l’imposizione di Programmi imperniati, appunto, su privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli alla spesa sociale, austerità, limitazione del-la spesa pubblica, obbligo di pareggio di bilancio.
Proprio com’è più di recente successo, e sta succedendo, alla Grecia e ad altri membri dell’Unione, veniva in quel modo messa in discussione la sovranità dei singoli Paesi, obbligati ad aprirsi agli investimenti delle multinazionali e alle loro delocalizzazioni produttive, finalizzate allo sfruttamento di manodopera a basso costo e alla massimizzazione dei profitti. In parallelo e di conseguenza, i diritti sociali, del lavoro, ambientali, ma anche i diritti umani, venivano vulnerati o fortemente ridimensionati, prima in quelle aree geografiche e, successivamente e tuttora, anche in Europa.
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Target2, l'occasione giusta: “pagare il riscatto” per uscire dall’euro
di Marco Cattaneo
Recentemente Mario Draghi ha parlato di “irreversibilità dell’euro” e, soprattutto, di “regolare integralmente” le posizioni nei confronti della BCE. Quale occasione migliore per sganciarsi dalla moneta unica? Il patrimonio netto di Bankitalia è ampiamente positivo, il che significa che esistono attività notevolmente superiori all’importo delle passività. E due europarlamentari del M5S sono convinti si possa fare.
Nelle ultime settimane si è parlato parecchio, su media e social network vari, di uno scambio di lettere tra due europarlamentari italiani, Marco Valli e Marco Zanni, e il presidente della BCE Mario Draghi.
Valli e Zanni sono entrambi stati eletti nelle liste M5S, anche se recentemente Zanni è uscito dal gruppo europarlamentare EFDD, a cui aderisce M5S, per entrare nell’ENF, che ha invece tra le sue componenti la Lega Nord. Qui il testo della loro richiesta di informazioni.
Draghi ha risposto con un’articolata comunicazione che ha suscitato ampio interesse mediatico a causa dell’affermazione finale. Testualmente: “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua BCN (Banca Centrale Nazionale) nei confronti della BCE dovrebbero essere regolati integralmente”.
Questa frase ha creato molto scalpore, per due motivi differenti.
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Perché distruggere la scuola pubblica?
Paolo Di Remigio
(Riceviamo e volentieri pubblichiamo. M.B.)
La vicenda della scuola pubblica italiana va inserita nella vicenda della repubblica: l'Italia è uno Stato non ancora emancipato dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, dunque a sovranità più o meno strettamente limitata dalle potenze vincitrici, cioè dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Negli anni '90 la sua classe dirigente, abituata a un'ampiezza di movimento non più compatibile con i progetti neoconservatori statunitensi di impero globale, è stata liquidata e sostituita da avventizi alle dirette dipendenze dei poteri globali, che hanno occupato tutti i posti di gestione, dallo Stato alle banche, dai partiti ai sindacati, dai giornali ai pulpiti. Compito di questi proconsoli era la rinuncia a ogni sovranità dello Stato e l'attuazione di politiche economiche neoliberali; di qui l'adesione cieca alle più folli geopolitiche anglo-americane e la partecipazione autolesionistica al progetto europeo. Nel nome delle regole europee è stata smantellata l'economia mista; le imprese pubbliche che avevano portato l'Italia a diventare una delle maggiore potenze industriali sono state privatizzate; è stata ridotta la spesa pubblica; i servizi offerti dallo Stato sono diventati sempre più inefficienti e costosi per i cittadini; le pensioni così ridimensionate da dover essere integrate con la previdenza privata, le file d'attesa agli ospedali così lunghe da costringere a ricorrere alla sanità privata oppure a rinunciare a curarsi, la scuola pubblica così dequalificata da aprire la prospettiva di un'offerta di istruzione privata.
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Mary per sempre
L'eterno Ritorno di Mrs. Poppins
di Marcello Benfante
Tutto ritorna a ciò che è veramente intero
Tao-Tê-ching
Mary Poppins è una creatura aerea. Il che, tuttavia, non la fa appartenere al cielo più di quanto non appartenga al sottosuolo.
È il Vento dell’Est a portarla nel romanzo d’esordio. Forse lo stesso vento foriero di trasformazioni che avverte Sherlock Holmes in chiusura del racconto “Il suo ultimo saluto”.
Anche in “Mary Poppins ritorna” (Mary Poppins Comes Back, 1936) l’indecifrabile governante entra in scena dall’alto, come un deus ex machina.
A trascinarla giù sembrerebbe l’aquilone dei piccoli Banks, Michele e Giovanna, rimasto impigliato tra le nuvole sopra gli ordinatissimi giardini pubblici.
Ma le cose non stanno proprio così. Mary Poppins ha preso il posto dell’aquilone, si è sostituita ad esso per mezzo di una magica metamorfosi.
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Francia 2017: vincerà Marine Le Pen, grazie all’errore della banca Rothschild
di Federico Dezzani
Si surriscalda il clima politico in Europa, in attesa delle tornate elettorali che decideranno il futuro della moneta unica. Il punto di svolta coinciderà con le presidenziali che si terranno il 23 aprile ed il 7 maggio in Francia, sempre meno “motore” dell’Unione Europea e sempre più europeriferia. L’elettorato francese è in aperta ribellione, come già dimostrato dalle primarie del partito repubblicano vinte dal candidato “outsider”, il “filo-russo” François Fillon. Per scongiurare un ballottaggio tra Fillon e la populista Marine le Pen, l’establishment è corso ai ripari, azzoppando il repubblicano con uno scandalo mediatico e lanciando verso il ballottaggio il “rottamatore” Emmanuel Macron, ex-banchiere della Rothschild & Compagnie. La manovra si basa su un calcolo politico clamorosamente sbagliato e Marine Le Pen avrà gioco facile a battere al secondo turno “le candidat du fric”, il candidato dei soldi.
La “douce France” è in aperta ribellione
Gli ultimi caotici, folli, mesi dell’Unione Europea si stanno svolgendo senza sorprese, regalando ogni giorno colpi di scena: i falchi tedeschi attaccano Mario Draghi e le sue politiche ultra-accomodanti, il governatore della BCE ricorda “l’irrevocabilità” della moneta unica (ammettendo implicitamente che la sua dissoluzione è nell’ordine delle cose), la cancelliera Angela Merkel ipotizza un’Europa a due velocità per liberarsi dal fardello dell’europeriferia, il governo italiano (forse bluffando, forse alienato dalla realtà) plaude alle proposte di Berlino, come se l’euro-marco non avesse già relegato l’Italia ai margini dell’Europa.
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Roma-Damasco, caccia alla volpe
Le parti in commedia dei russi. La fiction splatter di Amnesty
di Fulvio Grimaldi
Se vi infastidiscono le elucubrazioni su media e Virginia Raggi, potete saltare subito al capoverso: Dal Campidoglio in coma vigile alla Siria, viva o morta.
Cani fatti killer, uomini fatti giornalisti
Da quando avevamo raccolto nei boschi di Teuteburgo quel bassottino selvatico di nome Lumpi (monello) e insieme a lui, nel paese di Dresda, avevamo scansato le mitraglie degli Spitfire britannici, dribblato le bombe dei Mustang statunitensi, mentre magari stavamo raccogliendo ortica lungo i fossi per una cena tra il 1944 e il 1945, ho sempre vissuto con cani, della nobilissima specie dei bassotti a pelo ruvido, specialisti della lotta contro gli altotti, fino a entrarci in simbiosi affettiva e intellettuale, dunque politica. Posso perciò affermare con una certa competenza che tutti i cani, per natura nascendo di branco, cioè inseriti in un collettivo, sono buoni, sociali e socievoli, collaborativi, rispettosi dell’armonia e dell’utile comunitari. Il che li rende la specie animale più vicina a quella umana. Quanto meno a quella umana prima del degrado subito da una sua limitata, ma decisiva, quota.
Addestrati, violentati nella loro identità originaria, educati male, i cani diventano strumenti di umani degenerati che li pretendono delittuosamente, come dio con gli uomini, a loro immagine e somiglianza. E arriviamo ai rottweiler aggressivi, ai pitbull da combattimento, perfino ai jack russell mordaci, interfaccia di poliziotti che picchiano, forze speciali che torturano, energumeni da rissa che inseguono modelli di videogiochi, politici che sterminano, padroni che ingrassano sul dimagrimento dei dipendenti.
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La costituzione materiale €uropea e il pericolo del cr€puscolo autoritario (soft law poco soft)
di Quarantotto
1. La crisi dell'ordoliberismo totalitario €uropeo è, nell'accelerazione delle evidenze fattuali, avviata ad una sua fase, per molti versi, finale.
Come avevamo già anticipato il tramonto dell'euro non potrà che essere rabbioso - per il timore di non riuscire a completare in tempo il definitivo ridisegno degli assetti sociali e della stessa "natura umana" che l'oligarchia neo-liberista si era prefisso.
Perciò, questa fase crepuscolare diviene ancora più pericolosa, per le residue vestigia delle democrazie dell'eurozona (e non solo, come testimonia il livore quotidianamente speso contro la Brexit e la ridicola etichetta di "estrema destra xenofoba" affibbiata all'Ungheria di Orban).
2. Che un'organizzazione internazionale dotata di immensi poteri, peraltro acquisiti in violazione delle norme fondamentali della nostra Costituzione (e, naturalmente, non solo), si trovi dinnanzi alla prospettiva di perderli di fronte alla contestazione di fatto da parte del suo substrato sociale (cioè i "popoli" che non riescono più a tollerare il sistematico, intenzionale e programmatico perseguimento della "durezza del vivere", dell'altissima disoccupazione strutturale, della accentuata distruzione del welfare, concretamente e in modo sempre più vasto), conduce ad una naturale reazione autoconservativa.
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Prossime elezioni comunque e Movimento cinque stelle
di Mario Monforte
Manovre politiche: voto subito, voto no per ora, dopo settembre, al termine naturale della legislatura. E Renzi, convinto di quanto Lotti dixit, «40% alle europee, 40% al referendum», mira «al 40%» e punta alle elezioni quanto prima – occultando il colpo delle elezioni amministrative e il disastro del referendum. I suoi lo confermano leader Pd alle elezioni, e, grazie all’attuale composizione della Consulta, ha ricevuto un paio di “aiutini” non da poco: castrato del quesito sul Jobs Act il referendum della Cgil (lo avrebbe senza dubbio cassato) e legittimato il premio di maggioranza (per cui era stato giudicato illegittimo il Porcellum) per la lista che consegua (appunto!) il 40% dei voti validi. Ma pur se “avanti a tutta protervia”, le cose non cambiano: la “botta” del 4 dicembre è devastante per Renzi e “tutto” il Pd, e il prosequio di Renzi con il governo Gentiloni non ne migliora le sorti, anzi le logora ancora. E il Pd è a pezzi: l’opposizione interna, pur sempre à la “re tentenna”, è rafforzata; D’Alema organizza le forze e agita la scissione per un’altra formazione (data dal 10 al 14% di consensi); Emiliano minaccia ricorsi alla magistratura (senza congresso prima delle elezioni), altri affilano le armi. L’idea di Renzi di tenere in pugno il partito con le ravvicinate elezioni, dando a intendere di vincerle, è infondata.
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Come Nixon nel ’71, gli Usa cambiano le regole del gioco. Ma senza rete…
di Claudio Conti
Chi pensa che il “fenomeno Trump” sia dovuto alla faccia tosta del personaggio o alla credulità dell'elettorato non metropolitano degli Stati Uniti è condannato a non capire nulla di quanto sta accadendo a livello planetario. Al massimo, sarà invitato a “indignarsi” ogni giorno su un tema diverso, scelto con cura dall'ala “globalista” dei media mainstream, quella nostalgica dei bei tempi andati, quando ogni starnuto proveniente dagli Usa era accolto come il verbo divino.
Sul fronte opposto, quelli che ragionano solo in termini di geopolitica e sovranità nazionali sono condannati a fare i salti mortali – e neanche sempre vogliono farli – per non ritrovarsi schiacciati sugli argomenti della destra nazionalista, xenofoba, fascistoide, trumpista o lepenista per puro calcolo elettorale.
A noi sembra decisamente più sensato guardare ai processi economici e storici che stanno arrivando al pettine dopo dieci anni di crisi globale. Dieci anni in cui ogni tentativo di “ripartire”, di “rilanciare la crescita”, ecc, si è scontrato con un arresto generale della “dinamica propulsiva” del modo di produzione capitalistico, nelle forme storiche assunte nel secondo dopoguerra. Se ci si riesce ad orientare nelle modificazioni del mondo, forse si riesce anche a dire qualcosa di non preso a prestito da Repubblica o dal Tg3… Ricordiamo ancora, nonostante tutto, che nella Storia sono i processi oggettivi a sollevare o precipitare gli individui (anche e soprattutto “i capi”), non viceversa.
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Siamo sicuri che l’Italia abbia, oggi, una vera costituzione?
di Mario Dogliani
Una riflessione del vicepresidente del CRS Mario Dogliani sugli orizzonti politico-costituzionali del nostro Paese nella fase post-referendum
1. “Che ne è stato, e che ne è ora, della Costituzione?” Avrebbe dovuto essere questa la prima domanda che una degna élite politica e intellettuale si sarebbe dovuta porre dopo il referendum del 4 dicembre. E invece questa domanda è stata rimossa. E’ evidente che il voto referendario segnalava uno sconvolgimento, una frattura del rapporto tra la politica della classe politica di governo e la politica desiderata dall’elettorato. Una frattura tra due immagini di società, e dunque, in ultima analisi, una frattura tra due modi diversi di concepire la costituzione, che di quella società dovrebbe essere la spina dorsale. E invece abbiamo assistito solo a una impennata del chiacchericcio sulle sorti del governo e sulla durata della legislatura. Tutto è stato ridotto alla politique politicienne.
2. Ma perché quell’elementare domanda relativa agli effetti della riforma così come motivata e progettata e argomentata, così come approvata in Parlamento, così come dibattuta nella campagna referendaria e, infine, così come clamorosamente (e inaspettatamente, almeno quanto alle dimensioni) bocciata, nessuno se l’è esplicitamente posta? Non si tratta, evidentemente, solo di un voto negativo che respinge una proposta della maggioranza parlamentare. Per come si è svolta storicamente la lunga vicenda, si tratta di una “esperienza costituzionale”, analoga a quella che il popolo italiano ha vissuto tra il 1944 e il 1947.
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Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos
di Carlo Formenti
Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista.
Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.
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Poteri comunisti
di Sandro Mezzadra
Intervento a C17 – La conferenza di Roma sul Comunismo, 21 gennaio 2017
1. Qual è oggi il potere della parola comunismo? È una domanda che dobbiamo porci alla luce dello straordinario successo di C17, dopo che per giorni, centinaia e centinaia di persone hanno seguito con un’attenzione e una partecipazione stupefacenti una serie di dibattiti in cui il comunismo è stato nuovamente messo in gioco dal punto di vista della storia e della critica dell’economia politica, delle pratiche estetiche e della politica tout court. Si tratta forse di tornare a usare il termine comunismo nei volantini, nei manifesti e nei blog? Non mi pare che sia questo il punto. Quanti tra noi hanno continuato in questi anni a definirsi comunisti lo hanno fatto con la necessaria “sobrietà”, consapevoli del fatto che su quella parola grava il peso di una storia tanto entusiasmante quanto terribile – e che solo nuovi movimenti di massa possono rinnovarne radicalmente il significato, incardinandola nella lotta politica e sociale del XXI secolo. Anche a Roma abbiamo ascoltato appelli alla costruzione di un nuovo “partito comunista” (Jodi Dean), senza che di questi problemi, nonché della nuova composizione del lavoro vivo e delle nuove modalità operative del capitale, si tenesse conto. È facile rispondere che ad esempio in un Paese come l’Italia non si contano i “partiti comunisti”, in litigiosa contesa per il monopolio della corretta linea politica senza che la loro azione faccia in alcun modo avanzare un movimento reale di riappropriazione della materialità del comunismo.
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40 anni di Orientalismo
di Lorenzo Forlani
A quasi quarant'anni dall'uscita di Orientalismo, l'influente saggio di Edward Said, cosa è cambiato nella rappresentazione occidentale del mondo islamico? Stereotipi, pregiudizi e sensazionalismi di una narrazione viziata alla fonte
Sono passati quasi quarant’anni dall’uscita di Orientalismo, il saggio scritto dall’intellettuale di origine palestinese Edward W. Said e pubblicato negli Stati Uniti nel 1978. Non sono molti i testi che mantengono intatta la loro attualità a quasi mezzo secolo dalla loro uscita: ai tempi, quello di Said è stato un grimaldello fondamentale nella comprensione di quell’“orientalismo” che dà il titolo al saggio, e che altro non sarebbe che il modo in cui l’Occidente narra e rappresenta un non meglio precisato “Oriente” che va dall’Asia al mondo arabo. Da allora però, non molto sembra cambiato: specie per quanto riguarda l’Islam, la narrazione mediatica mainstream sembra rimasta prigioniera di assunti e luoghi comuni legittimati da secoli di studi, anche accademici. Anzi: alcuni eventi, dall’11/9 alla comparsa dello Stato Islamico, hanno contribuito al loro rafforzamento.
Tutti i tentativi di denunciare gli stereotipi e le dicotomie sul mondo islamico devono qualcosa all’opera polemica di Said, la cui densità – trecentocinquanta pagine di testo più una ventina di bibliografia – ha scatenato accesi dibattiti nonché diversi fraintendimenti, anche nello stesso mondo islamico. Said da parte sua scrive chiaramente che la sua critica non è un attacco all’Occidente, e che la risposta al “discorso orientalista” non può e non deve essere un “discorso occidentalista”. Si limita alla descrizione di un modus operandi della tradizione orientalista istituzionale sopratutto dal 1700 in poi, per decostruire miti e stereotipi orientalisti senza per questo semplificare un’entità eterogenea come l’Oriente.
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Le radici dell’europeismo di sinistra
Thomas Fazi
Rielaborazione di una relazione tenuta in occasione dell’incontro “Eutopia. La sinistra tra Unione europea e sovranità nazionale”, svoltosi a Milano il 15 gennaio 2017
Ultimamente si fa un gran parlare – grazie sia a una serie di importanti riflessioni partorite da intellettuali dell’area della “sinistra radicale” (penso soprattutto ai libri Sei lezioni di economia di Sergio Cesaratto, La scomparsa della sinistra in Europa di Aldo Barba e Massimo Pivetti e La variante populista di Carlo Formenti), sia ai parziali mea culpa di personaggi come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani – degli “errori” compiuti dalla sinistra negli ultimi decenni. Laddove però i secondi – e D’Alema con molta più lucidità di Bersani – si limitano a criticare «la valutazione ottimistica della globalizzazione», «l’accettazione [della] logica delle riforme neoliberali che riducono le tutele sociali e i diritti del lavoro», «l’idea che… il welfare socialdemocratico fosse un peso da alleggerire» (D’Alema) e più in generale la subalternità politica, ideologica e culturale della sinistra al neoliberismo, i primi sottolineano come tale subalternità si sia manifestata anche e soprattutto nel sostegno al processo di integrazione economica e valutaria europea – giudicato positivamente invece sia da Bersani che da D’Alema – e che dunque qualunque “rifondazione” della sinistra (ammesso e non concesso che questo sia possibile, se non a patto di ripensare completamente il nostro approccio) non può che partire da un’opposizione netta alla moneta unica e più in generale ai trattati europei.
Mi trovo senz’altro più d’accordo con i primi che con i secondi. Non basta però dire: «Abbiamo sbagliato».
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Un quarto di secolo con Maastricht
Liberiamocene, o sarà fascismo
di Alessandro Somma
Il Trattato di Maastricht, a cui si devono l’Euro e gli attuali assetti politico istituzionali dell’Unione europea, compie un quarto di secolo: venne firmato il 7 febbraio 1992, per poi essere ratificato dagli allora dodici Paesi membri ed entrare in vigore il 1. novembre 1993. In alcuni casi questo passaggio coinvolse direttamente il corpo elettorale: come in Danimarca, dove furono necessari due referendum per poi raggiungere un consenso relativamente contenuto (56,7%), e in Francia, dove i favorevoli rappresentarono una minoranza decisamente risicata (51%). Diversa la situazione nei Paesi in cui la ratifica spettò ai parlamenti nazionali: quasi ovunque il Trattato fu approvato con maggioranze bulgare, a testimonianza di come sui temi europei, e in genere sulle ricette economiche, la distanza tra elettori ed eletti sia da molto tempo incolmabile.
In Italia i Senatori favorevoli alla ratifica del Trattato furono 176 (16 contrari e un astenuto), e 403 i Deputati (46 contrari e 18 astenuti). Il tutto avvenne tra settembre e ottobre 1992, in un clima di forte preoccupazione non tanto per i disastri che avrebbe provocato, quanto per le note vicende legate a Tangentopoli, su cui all’epoca la magistratura aveva da poco iniziato a indagare. Anche per questo nessuno sembrò aver compreso appieno il senso di Maastricht, mentre i pochi che lo intuirono ritenevano che avrebbe rappresentato un’opportunità.
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1917 – 2017. A un secolo dal grande azzardo
di Sebastiano Isaia
Di imprese storiche passate può essere affermato che i tempi non erano ancora maturi. Nel presente i discorsi sulla insufficiente maturità trasfigurano l’approvazione del cattivo esistente. Per il rivoluzionario il mondo è sempre maturo. Ciò che retrospettivamente appare come stadio iniziale, come situazione prematura, egli l’aveva considerata come l’ultima occasione. Egli è con i disperati che una condanna spedisce sulla forca, non con coloro che hanno tempo. L’appellarsi ad uno schema di stadi della società che post festum mostra l’impotenza di un’epoca passata, in quel momento sarebbe stato teoricamente sbagliato e politicamente vile. […] Benché il successivo corso storico abbia confermato i girondini contro i montagnardi e Lutero contro Munzer, l’umanità non è stata tradita dalle intempestive imprese dei rivoluzionari, bensì dalla tempestiva saggezza dei realisti (M. Horkheimer, Lo Stato autoritario).
Pare che al volgere dell’anno 1916 lo Zar Nicola II lasciasse cadere sul popolo russo, sfiancato da due anni di terribile guerra, le lapidarie quanto poco – o molto, dipende dai punti di vista – profetiche parole che seguono: «Il 1916 è stato un anno molto difficile, ma il 1917 sarà un trionfo». Sappiamo come andò a finire. In effetti un trionfo, alla fine del ’17, ci fu, ma Nicola II non pensava certo a Lenin e ai suoi compagni quando pronunciò l’ultimo augurio di fine/inizio anno nella sua qualità di Zar di tutte le Russie. D’altra parte i regnanti e i governanti in genere hanno l’obbligo dell’ottimismo: «Oggi va malissimo, e nessuno può negarlo; ma domani, statene pur certi, sarà tutta un’altra cosa, e chi lo nega non è che un disfattista».
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Città ribelli, resistenza urbana e capitalismo
Vincent Emanuele intervista David Harvey
Emanuele: Inizi il tuo libro ‘Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution’ [Città ribelli: dal diritto alla città alla rivoluzione urbana] descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni ’70: “Alti edifici giganti, autostrade, edilizia popolare senz’anima e mercificazione monopolizzata nelle strade che minacciano di inghiottire la vecchia Parigi … Parigi dagli anni ’60 in poi è stata chiaramente nel mezzo di una crisi esistenziale”. Nel 1967 Henry Lefebvre scrisse il suo fondamentale saggio “Del diritto alla città”. Puoi parlarci di quel periodo e dell’impulso a scrivere Rebel Cities?
Harvey: Nel mondo gli anni ’60 sono spesso considerati, storicamente, un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli anni ’60 furono un’epoca in cui molte città centrali finirono in fiamme. Ci furono rivolte e semi-rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente dopo l’assassinio del dottor Martin Luther King nel 1968 … più di 120 città statunitensi subirono disordini e azioni di rivolta minori e grandi. Cito questo negli Stati Uniti perché ciò che in effetti stava accadendo era che la città veniva modernizzata. Era modernizzata intorno all’automobile; era modernizzata intorno alle periferie. A quel punto la Città Vecchia, o quello che era stato il centro politico, economico e culturale della città in tutti gli anni ’40 e ’50 era lasciata alle spalle. Ricorda, quelle tendenze avevano luogo in tutto il mondo capitalista avanzato.
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L'«operazione sistemica» di Massimo D'Alema
di Leonardo Mazzei
Lo so, il sottotitolo sembra roba da fantapolitica. Ma a volte bisogna guardare un po' avanti. Di sicuro si sbaglierà qualche particolare, ma l'importante è cercare di cogliere le dinamiche di fondo. Comunque io ci provo, che forse a qualcosa può servire.
Il fatto politico di questi giorni è senz'altro l'annuncio della scissione d'alemiana del Pd. Ora, è vero che la rottura formale ancora non c'è, è vero che la sinistra piddina brilla più che altro per indecisione e vuoto d'idee, è vero anche che non tutti i tasselli sono già al loro posto, ma è altrettanto vero che una retromarcia al punto in cui si è arrivati sembra del tutto improbabile.
Dando perciò per sicura la scissione, proviamo a ragionare sugli effetti che essa avrà non tanto sul Pd, né sui vari pezzi della sinistra sinistrata che ne verranno risucchiati, quanto sull'intero quadro politico nazionale. Perché è questa la scommessa di D'Alema. La sua non è infatti solo una (comprensibile) vendetta nei confronti del Bomba, è anche una ben congegnata «operazione sistemica».
Cosa intendiamo per «operazione sistemica»? Intendiamo un'azione politica volta a garantire il dominio delle oligarchie, favorendo quella che nel linguaggio truffaldino del "politicamente corretto" viene chiamata "governabilità".
Ovviamente, non sto sostenendo che il burattinaio Massimo D'Alema sia egli stesso un burattino mosso semplicemente dai grandi centri del potere economico e finanziario nazionale ed europeo.
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Il comunismo nella storia cinese
Riflessioni su passato e futuro della Repubblica popolare cinese
di Maurice Meisner
I. Introduzione
I critici di Mao Zedong paragonano spesso gli ultimi anni del Presidente a quelli di Qin Shihuangdi, il primo Imperatore che nell’anno 221 a.C. unificò i vari regni feudali dell’antica Cina in un impero centralizzato sotto la dinastia Qin, la prima in una serie lunga 2000 anni di regimi imperiali. Nella tradizionale storiografia confuciana, il Primo imperatore viene ritratto come l’epitome del governante malvagio e tirannico – non da ultimo perché mise al rogo tanto i libri quanto gli studiosi di tale tradizione. Mao Zedong, negli ultimi anni del suo stesso regno (i Sessanta e i primi Settanta), abbracciò con entusiasmo l’analogia storica, lodando il Primo imperatore e il suo ministro legista Li Si per aver promosso il progresso storico nell’antica Cina, sgravata delle antiquate tradizioni del passato. Mao, inoltre, difese la durezza del governo del Primo imperatore (e implicitamente il proprio governo) quale modello di vigilanza rivoluzionaria necessaria alla soppressione dei reazionari e all’accelerazione del movimento progressivo della storia.
L’immedesimazione di Mao Zedong col Primo imperatore ha rinsaldato una forte tendenza diffusa tra gli storici occidentali ad ipotizzare un’essenziale continuità fra il lungo passato imperiale cinese ed il suo presente comunista. La Repubblica popolare, secondo tale punto di vista, appare come l’ennesima dinastia in una lunga serie che ha caratterizzato la Cina, con Mao Zedong esponente di un’altrettanto lunga serie di imperatori cinesi; la burocrazia comunista quale reincarnazione di quella imperiale; ed il marxismo/pensiero di Mao Zedong, come ideologia ufficiale dello stato, in un ruolo funzionalmente simile a quello del confucianesimo imperiale sotto il vecchio regime (1).
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Congelare MPS, per salvare Unicredit: l’Italia vive ormai alla giornata
di Federico Dezzani
Sulla vicenda Monte dei Paschi di Siena è calato il silenzio. Si dovrebbe pensare che il salvataggio dell’istituto senese procederà secondo le linee annunciate dal governo: ricapitalizzazione preventiva, Stato-azionista, rimborso degli obbligazionisti subordinati con denaro pubblico. Ma è davvero così? La parallela urgenza di ricapitalizzare Unicredit, con una cifra monstre da 13 €mld, lascia supporre che la vicenda MPS sia stata soltanto “congelata”, per impedire che la seconda banca italiana fallisse la ricapitalizzazione. Nulla lascia supporre, infatti, che la Commissione Europea e la Germania abbiano fatto marcia indietro sul “bail-in” ed aspettino, come nel caso della legge di bilancio, solo il momento opportuno per presentare il conto. L’Italia vive il cruciale 2017 alla giornata, in balia degli eventi esterni.
MPS: salvataggio pubblico o occultamento di cadavere?
Ultimo prezzo: 15 €. Variazione: -7%. Data: 22 dicembre 2016.
La quotazione a Piazza Affari del Monte dei Paschi di Siena è eloquente: siamo ormai ai primi di febbraio, eppure la vicenda dell’istituto senese sembra essersi fermata agli ultimi giorni del 2016. Il (presunto) dileguarsi del fondo d’investimento del Qatar, il (prevedibile) fallimento del consorzio privato che avrebbe dovuto garantire l’aumento di capitale da 5,5 €mld, l’improvvisa (e sospetta) richiesta della BCE di iniettare 8,8 €mld per assicurare la sopravvivenza dell’istituto, 3,3 €mld in più di quelli chiesti prima che Renzi si dimettesse.
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Lavorare meno, lavorare Tutti
di Simone Fana
Negli ultimi decenni il mercato del lavoro italiano è stato al centro di numerosi interventi legislativi, che con tonalità diverse hanno individuato nell’eccesso di rigidità della regolamentazione dei rapporti di lavoro e del sistema di relazioni industriali il freno alla competitività dell’economia nazionale. Le riforme promosse negli ultimi 20 anni hanno condiviso l’esigenza di intervenire sul costo del lavoro, ritenuto eccessivo e causa dei bassi tassi di occupazione e della crescita della disoccupazione strutturale. Tuttavia, la scelta di perseguire politiche di moderazione salariale, attraverso interventi di riduzione del cuneo fiscale e di ampliamento dei margini di flessibilità per le imprese, ha avuto un impatto minimo sulla ripresa dell’occupazione e sulla riduzione della disoccupazione. Non fa eccezione a questa tendenza di lungo periodo la riforma promossa dal governo Renzi, nota come Jobs Act. Il contenimento del costo del lavoro, lungi dal favorire la dinamica della produttività e la competitività dell’economia nazionale, ha agito nella direzione di ridurre ulteriormente lo stimolo agli investimenti privati, accentuando il ricorso a forme di lavoro precario e a bassa qualificazione. L’esplosione dei voucher o “buoni lavoro” si inserisce in questo solco che ha visto i governi di centrodestra e centro-sinistra convergere su una politica di moderazione salariale, favorendo processi di sostituzione di lavoro stabile con forme di impiego precarie e prive di tutele.
In questo quadro, un’alternativa alle politiche degli ultimi decenni richiede in primis un rovesciamento di prospettiva, a partire dalla necessità di individuare interventi di stimolo all’occupazione e di contrasto alla precarietà, rimettendo al centro le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici rispetto a quelle delle imprese.
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Marx e la sua rilevanza post-marxista: una rassegna
Bernhard H. F. Taureck*
Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 322-330. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/613
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Quattro libri su argomenti diversi ma interconnessi. Sul TTIP [Transatlantic Trade and Investment Partnership]1 come dernier cri della globalizzazione2. Su Piketty come sostenitore di un capitalismo dinamico3. Su Polanyi e Nancy Fraser come analisti dell’emancipazione4. Sul capitalismo come concetto-base per la comprensione del nostro mondo politico5.
Una premessa. Ogni studio che si occupi anche per via indiretta di Marx deve rispondere in maniera criticamente differenziata a tre domande, che lo faccia o meno in maniera consapevole, programmatica o esplicita. La prima domanda è la seguente: che cosa accade nel modo in cui viene descritto [da Marx]? La seconda domanda suona: che cosa viene spiegato con ciò? La terza domanda è: che cosa viene previsto in maniera argomentata?
Alla prima domanda (che riguarda la descrizione) Marx ha già risposto a sua volta richiamando fenomeni come la dissoluzione della famiglia, delle piccole e medie imprese e dello Stato come risultato delle dinamiche di mercato. Ha risposto inoltre citando il fenomeno dell’alienazione dell’uomo da se stesso dal momento che è costretto a lavorare come mezzo per gli altri. A queste risposte di Marx viene oggi obiettato il fatto che le piccole e medie imprese continuano senz’altro a esistere nonostante l’accumulazione del capitale e la produzione di plusvalore assoluto.
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America anno zero
La presidenza modernariato
di Piotr
Offriamo ai lettori un saggio di Piotr sul contesto della presidenza Trump (il saggio è qui disponibile in formato pdf). Scenari nuovi, inediti, non preventivati
... i fatti che oggi osserviamo sono il risultato di
eventi la cui origine risiede in un passato molto
distante, così la soluzione dei problemi che
censiremo, e l’intera ipotesi di adattamento ai
tempi nuovi che ci riguardano da vicino, non deve
pretendere che una singola azione, un singolo
attore, un tempo breve e decisivo possano
risolvere tutto con immediatezza.1
1. Premessa
Il mangiadischi è forse uno degli oggetti culto del modernariato proposto nei mercatini. Questo oggetto è carico di nostalgia, per chi lo utilizzò quando era una novità. Ad esso associamo un’epoca, un vissuto, di cui la musica riprodotta con quell’oggetto era una colonna sonora. Ma oggi, anche se è vero che il vinile gode di un importante revival, il mangiadischi è stato soppiantato dall’Ipod. Possiamo sbizzarrirci a valutare i pregi e i difetti del mangiadischi, quelli estetici, di ingombro, di fedeltà della riproduzione. Possiamo anche decidere che ci piace di più dell’Ipod.
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La complementarità della prima potenza e della prima impotenza economica
Stratediplo
Ecco che ad una trumpfobia isterica subentra una trumpmania insensata, come se un'alternanza politica alla presidenza federale della seconda più grande democrazia al mondo fosse suscettibile di produrre un cambiamento tangibile, positivo o negativo, nella politica di questo paese. Si evocano prospettive fatali per suscitare sentimenti di paura o di speranza.
In primo luogo, si specula a proposito di una guerra commerciale che gli Stati Uniti starebbero dichiarando alla Cina. Tuttavia, quella che di solito viene chiamata guerra commerciale è una competizione commerciale fra due paesi concorrenti, e non una discussione fra un cliente ed il suo fornitore, o fra un debitore ed il suo creditore; schemi questi che servono a definire quali sono le relazione fra gli Stati Uniti e la Cina. A tal proposito, questi due paesi non sono affatto rivali, ma sono complementari; anche se la Cina fa del suo meglio per cercare di ridurre questa interdipendenza.
Gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina in quanto non sono in grado di produrre tutto ciò che consumano (altresì, sono in grado di pagare solo il 20% di ciò che consumano). Di contro, nonostante ciò che gli Stati Uniti vogliono far credere, la Cina non ha bisogno di loro. A partire dal 2008 - anno in cui la Cina ha capito che gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di tentare di sanare le proprie finanze - in tutti i suoi settori, l'industria cinese produce ormai più per il mercato interno che per l'esportazione. Non solo in materia di beni strumentali - dove la Cina aveva un ritardo, rispetto alle altre potenze economiche, che doveva essere recuperato - ma anche in materia di beni di consumo, il cui sviluppo il governo cinese ha finalmente accettato per disinnescare ogni velleità di cambiamento politico, la soddisfazione dei bisogni della Cina e delle aspirazioni dei cinesi è ora una priorità nazionale.
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Dark data. Viaggio nella cyborg finanza
di I Diavoli
Nei sistemi finanziari, ciò che guardiamo ci scruta a sua volta. Ciò che usiamo per guardare è oscuro. Ciò che appare più evidente, scontato e pacifico. I dati. I pacchetti di luce che usiamo per capire i sistemi finanziari generano e incorporano oscurità. Sono oscuri. Sono Dark data. Benvenuti in questo viaggio attraverso la cyborg finanza
L’oscurità dà potere. Il potere cerca l’invisibilità. L’invisibilità conduce alla presunzione. La presunzione spinge a esporsi. Esporsi porta alla sconfitta. La sconfitta toglie potere.
Un ciclo ancestrale, quasi inalterabile. Ci insegna che per ottenere potere bisogna occultare. E per occultare non basta creare il buio: bisogna imparare l’arte di modellare la luce. Rifletterla, piegarla. Continuamente.
Alterare le immagini può essere molto più efficace che nasconderle. Perché il potere si basa sulla paura: ciò che temiamo di più è ciò che non riusciamo a vedere. Per questo il potere più grande è celarsi in ciò che vediamo e di cui ci fidiamo. Un potere che non ha bisogno della paura.
I sistemi oscuri sono quelli in cui l’occultamento non lascia tracce. Tutto appare chiaro. Sono quelli in cui l’oscurità stessa è stata oscurata.
La luce che filtra in questi sistemi è proprio il luogo in cui si annida l’oscurità. È una luce che nasconde le cause e gli effetti. Una luce che serve a distrarre, non a distinguere. Quando è necessario, inverte cause ed effetti in un gioco di specchi vuoti.
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