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Donald Trump. Che cosa avrebbe detto Lasch?

di Claudio Giunta

trump populismoChristopher Lasch aveva capito tutto? Chi ha letto i suoi libri se lo sta domandando da qualche tempo, a mano a mano che in Occidente i partiti di sinistra hanno perso appeal sul loro elettorato tradizionale, e soprattutto dopo che un mese fa Donald Trump, «il demagogo che afferra le donne per la fica, che costruisce il muro, che nega il riscaldamento globale, che abolisce la sanità pubblica, che evade le tasse, che spande merda dalla bocca» (Jonathan Pie: non perdetevi il suo video girato la mattina del 9 novembre), è stato eletto presidente degli Stati Uniti.

Lasch (1932-1994) è stato uno dei più originali e influenti intellettuali americani della seconda metà del Novecento. Per fissarne il profilo in poche parole si possono usare quelle che un suo coetaneo, il sociologo Neil Postman, ha adoperato per descrivere se stesso:

«Io sono quello che si può chiamare un conservatore. Questa parola, naturalmente, è ambigua, e il significato che le date può essere diverso da quello che le do io. Forse ci capiamo meglio se dico che dal mio punto di vista Ronald Reagan è un radicale. È vero che parla in continuazione dell’importanza della difesa di istituzioni tradizionali come la famiglia, l’infanzia, l’etica lavorativa, il sacrificio personale e la religione.

Ma in realtà al presidente Reagan non interessa affatto se queste cose vengono difese […]. Non avrete potuto fare a meno di notare che ciò che veramente vuole è difendere il libero mercato, incoraggiare lo sviluppo di tutto ciò che è nuovo, e far sì che l’America sia all’avanguardia nella tecnologia. È quello che si può chiamare un estremista del libero mercato» (Conscientious Objections, New York, Vintage Books 1988).

Anche Lasch aveva a cuore la famiglia, l’educazione dei bambini, l’etica del sacrificio e la religione; mentre diffidava del libero mercato e delle innovazioni tecnologiche. Amava il ‘locale’: i piccoli proprietari, la vita di quartiere, le conversazioni faccia a faccia nei caffè e nei pub. Temeva il ‘globale’: i mall, le catene di fast food, la rinuncia alle proprie responsabilità nei confronti della famiglia e della comunità nella quale si è nati. Uno dei temi che ricorrono più spesso, nei saggi che ha scritto tra gli anni Sessanta e l’inizio dei Novanta, è quello del tradimento perpetrato dall’élite liberal di sinistra ai danni degli ‘americani comuni’, tradimento che avrebbe portato la working class prima tra le braccia di Reagan («La rivolta della classe lavoratrice contro il liberalismo – si legge in Il paradiso in terra – contribuì a portare al potere la nuova destra, con Reagan») e poi, se l’implicazione è corretta, tra le braccia di Trump. In che cosa consisterebbe questo tradimento? Nell’essersi schierati dalla parte di un malinteso ‘progresso’ che ha distrutto quello spirito comunitario che univa un tempo i cittadini americani trasformandoli in consumatori egoisti e nevrotici; nell’aver contribuito a spezzare quel legame di fedeltà col passato e col luogo d’origine senza il quale la vita di una nazione finisce per assomigliare a quella che si può vivere in un grande aeroporto internazionale; e nell’aver aderito con entusiasmo a tutti quei dispositivi della modernità che hanno reso impossibile la vita famigliare (è il tema del saggio Rifugio in un mondo senza cuore), sabotato la salute mentale e la felicità degli individui (è il tema dei saggi L’io minimo La cultura del narcisismo), violato il patto di coesistenza tra élite e popolo che è alla base delle democrazie moderne (è il tema del più celebre tra i saggi di Lasch, La ribellione delle élite).

Tutte queste cose, tutte in una volta, Lasch le ha spiegate in due saggi usciti nel 1987 sulla rivista «Tikkun» e intitolati il primo Cosa c’è di sbagliato nella destra e il secondo Perché la sinistra non ha futuro (si trovano in rete, integralmente in inglese, parzialmente in italiano). Se la vittoria di Trump è (anche) il segno della mancanza di sintonia tra l’élite liberal e la gente comune, si può avere l’impressione che la diagnosi di Lasch precorresse i tempi:

«Incapace di spiegare la persistenza della religione, l’attaccamento alla famiglia e un’etica della responsabilità personale se non come espressioni di falsa coscienza, la sinistra si ritrova oggi senza un seguito […]. La sinistra non vede se non intolleranza e superstizione nella difesa popolare della famiglia o nell’atteggiamento popolare nei confronti dell’aborto, del crimine, del busing e del curriculum scolastico. La sinistra non si schiera più col senso comune, come ai tempi di Tom Paine. Ha finito anzi per vedere nel senso comune – nella saggezza e nei costumi tradizionali della comunità – un ostacolo al progresso e all’illuminismo. Dato che identifica la tradizione con il pregiudizio, è ormai incapace di parlare con la gente ordinaria in un linguaggio che questa possa essere in grado di capire. Parla sempre più spesso un suo proprio gergo, il gergo terapeutico delle scienze e delle professioni sociali, che sembra servire più che altro a negare ciò che tutti sanno».

È stata questa, questo popolo, la constituency di Trump? È stata anche questa. Lasch lo avrebbe certamente giudicato un equivoco, com’era stato un equivoco l’imponente voto popolare a favore di Reagan: «La difesa retorica della ‘famiglia e della comunità’ compiuta da Reagan non era compatibile con il suo appoggio a una politica non restrittiva verso le imprese, che ha trasformato interi quartieri in centri commerciali e superautostrade. Una società dominata dal libero mercato, una società in cui il sogno americano rischia di degenerare in avidità e autoaffermazione pura, non lascia spazio ai ‘valori della famiglia’. E questa resta la contraddizione fondamentale non solo di Reagan, ma della nuova destra in generale». Intorno a questa contraddizione ruota buona parte dei saggi di Lasch. La destra professa rispetto per i valori tradizionali che stanno a cuore alla gente comune (la famiglia, la patria, la religione, il senso del dovere e dell’onore, la fedeltà alla comunità d’origine), ma insieme difende un sistema socio-economico che di quei valori non sa che farsene, e anzi li liquida come obsoleti. La sinistra che immagina Lasch dovrebbe prendere sul serio quei valori e restituire loro l’ossigeno che il capitalismo della finanza e delle multinazionali gli ha tolto, tornando così a rendere possibile – come la definisce Lasch in un’intervista del 1991 a Richard Heffner (in YouTube) – una «vita buona».

Se questo programma suona utopico è perché lo è. Come quelle di altri grandi scienziati sociali, le analisi di Lasch sono sempre estremamente acute; ma su come passare dall’analisi all’azione, cioè su come trovare il modo di vivere più umanamente all’interno di una società capitalista, cade l’ombra. Quando, nell’intervista suddetta, Heffner gli domanda dove, nel mondo contemporaneo, sopravvivono quei valori che Lasch vorrebbe veder rifiorire negli Stati Uniti, Lasch parla della possibilità che la produzione industriale su larga scala cessi di esistere, ed elogia come un modello possibile il «revival di produzioni su piccola scala, quasi artigianali, nel nord Italia». A distanza di un quarto di secolo, è facile constatare che il mondo globalizzato ha preso una direzione diversa; e che i tradizionali valori della ‘vita buona’, ammesso che tali li si consideri, avranno bisogno di un habitat più congeniale dei capannoni che costellano la pianura padana.

Dopo l’elezione di Trump ha circolato in rete una pagina di un saggio del 1998 di Richard Rorty, Achieving Our Country, in cui Rorty prefigurava un futuro molto simile ai giorni che stiamo vivendo, un futuro nel quale i lavoratori non specializzati «capiranno che il loro governo non cerca neanche di evitare che i salari scendano o che il lavoro venga trasferito all’estero», e allora «qualcosa si spezzerà», e «gli elettori meno benestanti decideranno che il sistema è fallito e prenderanno a guardarsi intorno alla ricerca di un uomo forte per il quale votare, qualcuno disposto ad assicurare loro che, una volta eletto, a guidare le danze non saranno più i burocrati compiaciuti, gli avvocati astuti, le associazioni di venditori super-pagati e i professori postmoderni». Difficile, scriveva Rorty, immaginare quali saranno i contorni politici di questo ‘fascismo americano’; ma a livello sociale sarà inevitabile che si azzerino «i miglioramenti registrati negli ultimi quarant’anni dalla comunità nera e di pelle scura, e dagli omosessuali. Il disprezzo scherzoso per le donne tornerà di moda. I termini negro e giudeo torneranno a farsi sentire sui luoghi di lavoro. Tutto il sadismo che la Sinistra accademica si è sforzata di rendere inaccettabile ai suoi studenti tornerà a pervadere l’intera società».

La pagina di Rorty era accompagnata su Twitter da commenti oracolari: «You called it, Rorty: to the fucking letter!». Ma ammesso e niente affatto concesso che Rorty avesse ragione, e che questo sogno distopico stia per materializzarsi negli Stati Uniti di Trump, leggendo queste previsioni è difficile togliersi dalla testa l’idea che questo è appunto uno dei volti che potrebbe assumere, una delle incarnazioni nelle quali potrebbe manifestarsi la società anti-elitaria, populista immaginata da Lasch. Da un lato, Lasch non era particolarmente sensibile alle questioni identitarie, e probabilmente avrebbe ironizzato sull’attuale ossessione americana per la tutela della diversità. «I nuovi movimenti», scrive in La ribellione delle élite, «il femminismo, il movimento per i diritti dei gay, quello per il diritto all’assistenza sociale e quello contro la discriminazione razziale non hanno nulla in comune tra loro, e la loro unica rivendicazione coerente mira all’annessione alle strutture dominanti e non certo a una trasformazione rivoluzionaria delle relazioni sociali» (il pensiero di Lasch su questo punto non trascurabile è sempre stato sfocato, ha sempre oscillato tra massimalismo e buon senso, specie nei suoi ultimi anni: la rivoluzione «delle relazioni sociali» – verrebbe da chiedere – o «le produzioni artigianali del nord Italia»? E perché mai i movimenti identitari dovrebbero mirare a qualcosa di più che «all’annessione alle strutture dominanti?»). Dall’altro lato, i burocrati, gli avvocati, gli altri funzionari dello Stato, i dirigenti delle corporation e le «educated élites» a cui appartengono i professori postmoderni erano appunto quelle categorie di esseri umani dalle quali secondo Lasch la sinistra avrebbe dovuto prendere le distanze e che invece aveva scelto come alleate, lasciando alla destra la responsabilità di difendere una classe media fatta di «uomini e donne laboriosi, desiderosi di migliorare se stessi, che rifiutano l’elemosina del governo e chiedono solo un’opportunità per far vedere quello che valgono», una classe media che difende senza imbarazzo valori «spesso derisi dai sofisticati cosmopoliti come il patriottismo, l’ambizione, la competizione, l’arido senso comune».

Proprio Rorty fece i conti con questa componente anti-elitaria del pensiero di Lasch in una memorabile stroncatura pubblicata sul «New Yorker» nel gennaio del 1995. La semplice virtù della middle class alla quale Lasch vorrebbe tornare, argomenta Rorty, è un fantasma; e il «senso comune» dei contadini e dei piccoli proprietari idealizzati da Lasch è sempre stato ed è ancora il brodo di coltura degli orientamenti più reazionari e illiberali: «La gente della quale Lasch celebra l’onestà, il coraggio e la fermezza morale è la stessa che crede a qualsiasi cosa dica Rush Limbaugh [ancor oggi uno dei più noti speaker radiofonici, ultraconservatore], e che era scioccata dalla sconfitta di Oliver North anziché dalla sua candidatura». Che, come auspica Lasch, una nuova ‘democrazia partecipativa’ possa fondarsi su fondamenta così fragili è pura illusione: «la verità è che nessuno ha idea di come gestire una tecnologia in costante cambiamento e un’economia globale senza lasciare un gran numero di decisioni agli esperti». Dall’altra parte, l’élite liberale che – agli occhi di Lasch vent’anni fa, così come oggi agli occhi dei bizzarri conservatori sedotti da Trump – sarebbe responsabile del «tradimento della democrazia», è stata invece il motore delle più grandi conquiste socio-economiche del ventesimo secolo:

«Lasch non ha mai dato alcun dettaglio circa il suo progetto di democrazia partecipativa. Né ha mai fatto alcuna proposta politica concreta. Se l’avesse fatto, il romanticismo nostalgico che è stata la sua specialità sarebbe apparso irrilevante, insieme al suo uso sprezzante del termine elitismo, il più vuoto degli epiteti rimasti in circolazione dagli anni Sessanta. Quell’epiteto ignora, semplicemente, il successo che le élite hanno avuto nell’ampliare il raggio della libertà umana sfidando l’opinione della massa nella lotta contro la pena di morte e l’odio razziale, e in favore della tolleranza religiosa. Ci sono cose peggiori del sussiego liberale, e una di queste è la furia ipocrita che demagoghi come Pat Robertson, Vladimir Zhirinovskij e Louis Farrakhan possono ancora fomentare nelle masse».

Sono osservazioni critiche che è bene tenere a mente. Neri Pozza ha appena ristampato il più complesso, ambizioso e magmatico dei libri di Lasch, Il paradiso in terra, Eleuthera ha tradotto due anni fa una vecchia conversazione tra Castoriadis e Lasch (La cultura dell’egoismo), con una prefazione del più brillante erede di Lasch in Francia, Jean-Claude Michéa; e gli altri saggi di Lasch si trovano ancora sugli scaffali delle librerie, e meritano di trovare dei nuovi lettori. A più di vent’anni dalla sua morte, pochi libri sono tanto utili quanto i suoi per capire l’aria che tira oggi nel mondo occidentale. Ma è molto dubbio che nelle loro pagine si possa trovare il modo per renderla meno irrespirabile.

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