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Automazione e disoccupazione tecnologica. Sharing e gig economy

di Carlo Formenti

Proponiamo un adattamento dell’intervento di Carlo Formenti all’iniziativa organizzata da Noi Restiamo al Politecnico di Torino il 10 maggio 2016. L’intervento non è stato rivisto dal relatore ed eventuali errori sono quindi da considerarsi a carico nostro. Il titolo è redazionale

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Il lavoro che ho fatto negli ultimi 10-15 anni all'Università del Salento è stato in larga misura dedicato alla sociologia della rete che oggi, da quando sono felicemente approdato alla pensione, continuo a proseguitare; il giorno dopo che ho smesso di insegnare Teoria e tecnica dei nuovi media sono felicemente tornato a quelli che sono sempre stati i miei interessi fondamentali, che riguardano il socialismo economico e la sociologia politica. E ogni volta che mi tocca sentire qualcuno che mi telefona e mi dice "Professore, perché non viene a questo incontro su Internet e la società", subito mi si rizzano i capelli sulla testa; nel senso che in qualche modo dà per scontato che esista una sfera autonoma della dimensione della tecnologia e della rete come articolazione attuale della dimensione della tecnologia non sovradeterminata dai processi economici, politici, sociali, culturali e quant'altro. E che, viceversa, oggi sia possibile ragionare dei processieconomici, politici, sociali e culturali prescindendo dal fatto che ormai le tecnologie di rete sono parte della nostra vita quotidiana, del nostro lavoro e delle relazioni sociali, del nostro viaggiare, sentire, stringere amicizie, ecc. Quindi, tendo sempre a riportare il tema a degli aspetti molto più determinati e specifici; in particolare, per quanto riguarda la questione del rapporto tra nuove tecnologie e lavoro, metterò a fuoco un aspetto molto particolare, che è quello di Uber, più altre esperienze che vengono variamente denominate di "sharing economy" o, negli Stati Uniti, di "gig economy", con una apertura più ampia rispetto al discorso e secondo me più interessante per il ventaglio di fenomeni che viene preso in considerazione.

Per affrontare questo problema, partirò da una piccola apologia del luddismo e dei movimenti luddisti nella prima metà dell'Ottocento in Inghilterra; perché, come sapete, negli ultimi giorni qui in Italia in particolare a Milano c'è stata una nuova ondata di agitazioni dei tassisti contro Uber, che erano stati preceduti da movimenti e fenomeni analoghi in tutto il mondo, ma particolarmente duri sono stati quelli avvenuti a Parigi l'anno scorso. In quell'occasione il mio "amico" Dario Di Vico (Corriere della Sera) si è come al solito precipitato a scrivere una serie di articoli in cui ha fatto una critica radicale di questa arretratezza e di questa assoluta stupidità nell'opporsi a un processo tecnologico che risulta irreversibile e non può essere contrastato in nessun modo, ma che è di per sé assolutamente benefico e porta una serie di vantaggi incredibili per i consumatori, per Uber ovviamente, che fa un sacco di quattrini, ma in prospettiva anche per gli stessi tassisti. Allora questo discorso richiama esattamente il tipo di argomenti che venivano usati contro il movimento luddista nel primo Ottocento inglese; tenete conto che il movimento dei luddisti, di cui si sa molto poco in realtà perché è stato studiato relativamente poco (non da storici specialisti), è stato un movimento di dimensioni enormi; per diversi anni l'Inghilterra ha visto mobilitazioni di massa, di distruzione e di incendi di fabbriche, di telai di nuova generazione, di scontri armati, cioè i luddisti andavano in bande di 200-300 a distruggere queste fabbriche e si scontravano con l'esercito inglese, con le milizie dei padroni dell'industria tessile, ci sono state centinaia di morti, molti dei quali impiccati, perché quando li prendevano li impiccavano anche perché era ancora illegale lo sciopero, figurarsi queste forme di mobilitazione violenta.

Questo movimento è sempre stato giudicato ferocemente negativo, sia da sinistra che da destra. Dai liberali perché in buona sostanza questi sostenevano una posizione che per altro avevano sostenuto contro tutte le corporazioni medioevali che erano accusate di mantenere il monopolio sulla forza lavoro e sul mercato del lavoro, turbavano la legge della domanda e dell'offerta sul mercato del lavoro coalizzandosi e impedendo che il prezzo della propria forza lavoro fluttuasse liberamente, in questo caso verso il basso; i protagonisti di queste lotte e rivolte erano operai in larga misura, che andrebbero definiti veri e propri artigiani piuttosto che operai, con elevati livelli di professionalità e quindi avevano un potere contrattuale molto forte nei confronti del datore di lavoro, che era già un datore di lavoro capitalista in qualche modo, nel senso che buona parte dell'industria tessile inglese veniva fatta attraverso lavoro a domicilio. Il capitalista deteneva la materia prima, la distribuiva a una serie di lavoratori indipendenti e poi ritirava il prodotto finito e lo immetteva sul mercato. Comunque questi avevano una capacità professionale che permetteva loro di spuntare un prezzo, un compenso per la loro attività lavorativa ancora accettabile.

Con l'introduzione del nuovo tipo di telai meccanici, tutto ciò è sparito, immediatamente è cominciato il processo di meccanizzazione del lavoro, di abbattimento delle retribuzioni, perché ovviamente questo lavoro poteva essere svolto anche da operai non professionali, donne e bambini fra gli altri, che erano mandati nelle fabbriche a lavorare 14-16 ore al giorno. Da sinistra, l'argomentazione con cui, rileggendo a posteriori il movimento luddista, una serie di autori di autori del socialismo scientifico (compresi Marx e Engels) lessero questo movimento con simpatia dal punto di vista morale, come resistenza nei confronti di un processo di aggressione capitalistica verso la forza lavoro; però dicevano che questo era un andare contro lo sviluppo delle forze produttive, senza il quale non si possono creare le condizioni per un superamento della società capitalistica.

A livello di senso comune e di narrazione diffusa, l'opposizione nasceva da un pregiudizio positivo nei confronti dell'innovazione tecnologica e della modernizzazione, in quanto tali. Questa è una cosa che attraversa l'intera storia della modernità: da prima ancora, dal Seicento-Settecento, fino ai giorni nostri, attraversa le tre grandi rivoluzioni industriali, che sono state quella Ottocentesca, quella nel passaggio fra Ottocento e Novecento con l'avvento dell'energia elettrica e infine l'attuale rivoluzione digitale. Il personaggio che più di tutti incarna, volendo pensare al teorico, questo discorso in economia è Schumpeter: l'innovazione distruttrice che devasta e distrugge interi settori nel momento in cui parte, che però crea le condizioni per un salto culturale, sociale e tecnologico e in una fase successiva consente anche, seppur al prezzo delle sofferenze che vengono imposte nel momento della rivoluzione a una serie di strati della forza lavoro, di riassorbire i posti di lavoro che vengono persi nel corso della rivoluzione tecnologica.

In effetti, se ragioniamo in questi termini, le paure dei luddisti in qualche modo si rivelarono allora parzialmente infondate, nel senso che effettivamente nel giro di qualche decennio si sviluppò anche dal punto di vista quantitativo in modo notevole la nuova classe operaia industriale inglese e quindi quei posti di lavoro persi furono successivamente recuperati. Anche se, un grande storico delle lotte e della classe operaia inglese, Thompson, ha il merito di aver rivalutato il ruolo del movimento luddista, come momento decisivo della formazione della classe operaia in Inghilterra, insieme alle rivolte giacobine che si verificarono nella provincia inglese dopo la Rivoluzione francese: una serie di momenti che creano idee, forza e organizzazione, memoria storica e tradizione di lotta, che qualche decennio dopo portò alla nascita delle Trade Unions e quindi a uno sviluppo di autocoscienza della classe operaia inglese che precedentemente non si riconosceva come tale, non si vedeva ancora quanto classe.

Il problema è che oggi le paure dei luddisti potrebbero rivelarsi tragicamente attuali; cominciano in tutto il mondo gli economisti, neanche di non sospetta fede marxista ma di piena fede liberale, come i funzionari della Banca d'Inghilterra, che hanno commissionato una ricerca sugli effetti di medio/lungo periodo dell'innovazione tecnologica digitale, arrivando alla conclusione che sono a rischio solo in Inghilterra da qui a 20-30 anni circa 15 milioni di posti di lavoro. La cosa interessante è che questi posti di lavoro riguardano interamente la fascia dei jobs, delle mansioni lavorative, non soltanto in basso; in generale le rivoluzioni tecnologiche colpiscono verso il basso, cioè i lavori e le attività di tipo esecutivo, e in una fase successiva questi vengono riassorbiti e si ricompongono a livelli di competenza superiore, con mansioni superiori. Oggi, la cosa interessante è che anche se una quota percentuale molto importante delle vittime di questo processo di innovazione sono effettivamente verso il basso, è molto più alta la quota dei lavoratori qualificati che vengono colpiti da questa trasformazione e questo perché il software e l'intelligenza artificiale sono oggi sempre più in grado di sostituire attività ad alto contenuto professionale e intellettuale.

Non solo, la cosa ancor più interessante che dice questa ricerca della Banca d’Inghilterra è che, se e quando questi posti di lavoro torneranno, probabilmente non saranno in quantità confrontabile con quelli persi, ma soprattutto saranno posti di lavoro a minor livello di qualificazione, invece che più elevato, a minor retribuzione e a un più alto tasso di precarietà; quindi, apriranno ulteriormente la forbice tra alto e basso che si è aperta a partire dagli anni Ottanta all'interno della forza lavoro globale, tramite differenti regimi retributivi e condizioni di vita di lavoro. Secondo una serie di ricerche, oggi il range, la differenza tra il vertice e la base del lavoro negli Stati Uniti, è aumentato del mille per cento, in circa 15-20 anni. Oggi un manager guadagna 277 volte un operaio comune, mentre negli anni Settanta questo variava tra un valore di 30-35.

Che cosa centra tutto questo con Uber? Esattamente tutto quello che abbiamo detto finora. Che cosa è Uber e come funziona? Innanzitutto è un esempio molto concreto di quel processo di svuotamento della quantità di dipendenti diretti di un'impresa; Uber ha circa 600 dipendenti diretti e il suo parco dipendenti l'anno scorso ammontava a 60mila conducenti, in tutto l'anno. Se guardate tutte le grandi imprese della New Economy, della Net Economy, del settore HighTech, queste hanno un rapporto tra capitalizzazione e numero di dipendenti che è assolutamente non confrontabile con quello dell'industria fordista. Le imprese che oggi sono al più elevato livello di capitalizzazione come Facebook, Google hanno una quantità di dipendenti ridicola se confrontata a quella che avevano imprese, paragonabili come potenza finanziaria e economica e come fatturato, nella fase fordista.

I dipendenti diretti diminuiscono costantemente, mentre aumentano in progressione geometrica le reti di persone che lavorano direttamente o indirettamente dentro catene di sub-produzione per questo tipo di lavoratori. Uber, per esempio, mette in movimento una quantità paurosa di sviluppatori, di app per i sistemi Apple e Android, un mix tra vecchie imprese industriali di hardware (anche se li produce in Cina, dove ci sono i milioni di lavoratori della Foxconn) ma che mantiene ancora un apparato, dal punto di vista produttivo e quantitativo, di dipendenti diretti molto significativo rispetto a imprese come Facebook. Seconda cosa, Uber ha trasformato i suoi lavoratori in qualcosa che viene definito "indipendent contractors"; praticamente fornisce un modello ideale di quella che è l'utopia ordoliberista (molto ben descritta da autori come Dardot e Laval, o l'ultimo Gallino): l'impresa finanziarizzata è un'impresa sempre più concentrata dal punto di vista del controllo sui processi di ricerca e di sviluppo e sempre più decentrata dal punto di vista delle reti geografiche e della forza lavoro, che utilizza direttamente o indirettamente.

Il modello ideale dell'indipendent contractor è il modello dell'imprenditore di se stesso, di quello che è "capitalista di se stesso", che investe il suo capitale sociale e relazionale, di reti di relazioni per tirare a campare, in realtà. Questa è l’immagine che viene costruita di questa figura, che è fondata su un principio fondamentale di concorrenza: non c'è solo l'elemento di individualizzazione della forza lavoro e di sua frantumazione; c'è l'elevamento a massimo valore della sua capacità di reggere il mercato sul piano della competizione e della cooperazione competitiva (termine utilizzato quando all'inizio si discuteva di reti degli sviluppatori di software opensource). Cooperazione ma competitiva, dentro una dimensione in cui vince, non solo chi è più bravo (come vuole la narrazione più generale), la realtà è che invece vince chi si vende a un prezzo più basso rispetto agli altri, anche perché il tasso di creatività di questi lavori è infinitamente più basso di quello che normalmente "si vende".

Si tratta di lavori che comprendono una quantità crescente di procedure standardizzate e ripetitive, una sorta di taylorismo digitale, in qualche modo. L'unica vera forma di competizione che vale su questo mercato, prima ancora di qualsiasi altra, è non la competenza ma la disponibilità a vendersi a basso costo. La cosa divertente della narrazione su Uber è che in generale viene presentato come se fossero tutti giovani studenti che nel tempo libero fanno questa attività per pagarsi le tasse universitarie; la realtà delle ricerche che sono state fatte è che la schiacciante maggioranza negli Stati Uniti e in Inghilterra delle persone che lavorano per Uber sono maestri elementari o professori di scuola media inferiore e superiore, che hanno stipendi troppo bassi per riuscire a reggere l'affitto e i costi di riproduzione che si sono innalzati mostruosamente durante la crisi, o che hanno perso la casa dopo la crisi dei mutui subprime; pensionati, una marea di pensionati, che cercano di tirare a campare guidando per alcune ore alla settimana o, se sono messi male, anche per molte ore durante il giorno i taxi di Uber.

Tutto questo è una dimensione di super-sfruttamento indecente, nel senso che questa gente ha tutti gli svantaggi dell'imprenditore indipendente e nessun vantaggio del lavoratore dipendente: la macchina è loro, pagano l'assicurazione e la benzina, pagano la manutenzione, compresa l'eventuale responsabilità per i danni a terzi in caso di incidente. Non hanno nessuno dei vantaggi dei dipendenti, perché non hanno un salario minimo garantito (oggi uno degli obiettivi della campagna elettorale di Sanders, che è già stato realizzato in alcuni stati, è di portare il salario minimo a circa 15 dollari l'ora, che è basso ma che recupera un ritardo mostruoso perché il salario minimo non è stato aumentato negli ultimi venti anni ed è fermo a circa 7.5 dollari). Chi lavora per Uber guadagna in media 10 dollari l'ora, se gli va bene; quindi sono a livelli retributivi bassissimi; se vogliono campare solo di quello devono farsi un mazzo, ma in generale non campano solo di quello e mettono insieme una serie di lavori precari di questo tipo, di cui fa parte anche il lavoro per Uber.

Un esempio analogo può essere quello dell'idea di Amazon del "Mechanical Turk", cioè tutta una serie di lavori puramente esecutivi che vengono gestiti da un software e ognuno fa dei pezzetti (pagati pochissimo), fai una specie di puzzle in cui metti insieme una serie di attività che ti consentono di arrivare a un salario, diciamo così, decente. Attualmente sono in corso una serie di vertenze, ci sono stati due processi importanti di cui uno è stato deciso recentemente dalla Corte della California in cui i dipendenti di Uber avevano chiesto il riconoscimento non come indipendent contractor ma come lavoratori dipendenti, anche in considerazione a una serie di fattori come il controllo. Il controllo sulla loro prestazione viene effettuato a distanza e viene usato il criterio della “customer satisfaction”, quindi se un cliente litiga con un conducente di Uber telefona dicendo che questi è scortese e il conducente viene immediatamente licenziato, senza ovviamente nessuna delle tutele dei diritti che spettano al lavoratore dipendente (più debole negli Stati Uniti che in Italia, ma anche qui tra poco saremo "felicemente allineati" grazie al presidente Renzi, ma comunque esistono ancora una serie di residui di tutela dei lavoratori dipendenti in casi di questo genere).

Il rapporto tra conducente di taxi e usufruttuario del servizio è da sempre un rapporto potenzialmente conflittuale: c'è un bellissimo libro che vi consiglio di leggere, anche se con il caso Uber in atto è leggermente anacronistico che si chiama "Taxi!". Oggi tutti i conducenti di taxi della città di New York non sono più neri perché è diventato un lavoro che anche loro disprezzano, quindi sono pakistani, del Bangladesh o di quell'area dell'estremo oriente, hanno tassi di sfruttamento elevati e di retribuzione bassi (…), ma si dimentica che i cosiddetti padroncini sono ben altri, perché la maggioranza, soprattutto in altri paesi (come gli Stati Uniti), sono dipendenti di grandi società di taxi, quindi prendono una quota relativamente bassa di quello che percepiscono come compenso per le loro corse. Il libro in questione è molto interessante perché racconta tutto l'odio dei tassisti contro quelli che usavano il taxi, che erano i fighetti di Manhattan, quelli della classe creativa, quelli che andavano nelle imprese di marketing e di pubblicità e che li trattavano come pezze da piedi; quindi, quando uno si permetteva di mandare a quel paese un cliente che si era rivelato particolarmente arrogante, scattavano immediatamente meccanismi disciplinari perché ci si poteva rivolgere a una serie di istituti che sono presenti e costituiti dalla municipalità di New York e fatti apposta per questo. C'è quindi questa revanchenei centri cittadini gentrificati di stati sociali che oggi riescono a usufruire di un servizio di cui viene abbattuto drasticamente il costo e riescono finalmente ad avere a disposizione degli interlocutori da poter trattare come trattano normalmente le badanti o comunque le colf dei cui servizi usufruiscono durante la vita quotidiana.

Quello che sta succedendo nella società americana (e non solo) è che si costruisce una distanza crescente tra una minoranza di uno stato superiore di lavoratori ad alto reddito e con livelli professionali elevati e una massa crescente di persone che lavorano per erogare servizi a bassissima retribuzione, in generale sono migranti e in una situazione di oppressione di sfruttamento radicale.

C'è stato un episodio particolarmente interessante da questo punto di vista quando c'è stata la lotta a Parigi, Courtney Love è stata citata sul “Corriere della Sera” in quell'occasione perché pubblicò dei tweet feroci contro i tassisti che erano andati a farle perdere l'aereo, mentre si stava dirigendo con un taxi Uber, all'aeroporto Charles De Gaulle, con una serie di insulti micidiali dicendo "Mi sento più sicura a Baghdad che a Parigi" (giustamente perché a Baghdad ci sono i mercenari americani che garantiscono ordine e sicurezza per i cittadini importanti che viaggiano sui quei territori).

Tutto questo per quanto riguarda Uber e il rapporto con i suoi lavoratori. Ma Uber da dove cava i soldi? Come fa a meritarsi i profitti che crea? Quale è l'innovazione e l'invenzione? Disintermediazione? In realtà non c'è nessuna disintermediazione, c'è un nuovo tipo di intermediazione in realtà. Vi cito letteralmente un pezzetto di un articolo interessante che analizza il fenomeno di Uber "come una manifestazione non di generazione di profitto, ma di rendita fondiaria di nuovo tipo. Come il dominio fondiario aumenta il suo valore tramite l'apertura di un canale, di una strada, un aumento della popolazione nella zona circostanza, così Uber entra nel ciclo del valore nel momento in cui il lavoro sociale crea la possibilità di mettere a frutto il dominio virtuale tramite sistemi di geolocalizzazione e di disintermediazione prodotti socialmente e già esistenti nella società (non inventati da lui). Uber si è limitata dunque a detenere e esercitare la proprietà di un fondo virtuale valorizzato dal lavoro sociale e dal progresso generale".

L'innovazione sta a monte: l'innovazione viene utilizzata, in forma monopolistica, perché esistono altri servizi ma nella Net Economy chi occupa per primo una nicchia cresce rapidamente e rende difficile agli altri entrare nel settore. Oggi, non è un caso, come ha dichiarato il CEO di Google, esistono quattro imprese (Apple, Facebook, Google e Amazon) che detengono un tale vantaggio competitivo che qualsiasi discorso che il monopolio è destinato in qualche modo, alla fine, a cadere diventa una scemenza; semplicemente, nessuno può entrare a fare concorrenza nei confronti di queste posizioni di dominio che sono state create. Tanto è vero che il discorso che veniva fatto tra la fine degli anni Novanta e i primi anni 2000 sul fatto che le start-up con una idea buona erano in grado di entrare e competere sul mercato perché non ci voleva un grande investimento per entrare in questo settore, oggi è tale per cui le start-up si costruiscono a priori per farsi comprare. Viene fatta un'innovazione e l'obiettivo è, se si riesce ad attirare un minimo di attenzione, essere acquisiti. In generale i casi, poi, sono due: o buttano via l'impresa, perché non vogliono usare una tecnologia che metterebbe a rischio i loro equilibri tecnologici d’innovazione, oppure aprono un settore nuovo e tengono chi ha inventato l'innovazione, licenziando tutti gli altri. Poi i tre quarti falliscono direttamente.

Quindi in qualche modo si può dire che Uber si configura con un rapporto nei confronti sia dei dipendenti che dei tassisti che resistono all'introduzione del servizio come una volta era il rapporto tra latifondo e piccoli proprietari; il latifondo faceva fuori progressivamente i piccoli proprietari, occupandone i territori oppure riduceva i lavoratori a mezzadri (come i lavoratori che operano per Uber). La cosa interessante è che si potrebbe fare un parallelo con l'uso di Airbnb. Questa risulta praticamente inattaccabile, non se ne può parlare con nessuno della vostra giovane generazione. Airbnb è rendita pura: prende delle proprietà che esistono già e crea un'interfaccia per affittarle e fottersi una parte dell'affitto che percepisce il proprietario della casa. E’ come un'agenzia immobiliare che svolge un lavoro puramente commerciale e parassitario di cattura di una parte di questo valore.

In molti difendono questo sistema, dicendo di pagare meno il taxi, oppure con Airbnb arricchisco il proprio paniere di disponibilità di reddito, così come con i voli low cost si vola molto a buon mercato. C'è un intero strato di classe media, giovanile soprattutto ma non solo, immiserita per altro dalla crisi, che può continuare a illudersi di fare parte di questa classe media grazie a una serie di servizi a basso costo e che in qualche modo ignora perché l'obiettivo principale e immediato in media è galleggiare, stare meglio del fatto che tutti questi servizi vogliono dire super-sfruttamento di chi sta ancora più in basso, o di chi lavora per Uber o cerca affitti a livello decente.

Una bella ricerca che è stata fatta sull'uso di Airbnb nell'area di San Francisco e più in generale in California è che in realtà questo fa la fortuna di chi possiede numerosi appartamenti, che invece di affittarli a equo canoneli affitta per quelli che viaggiano e guadagna 40 volte di più, contribuendo alla gentrificazione dei centri storici e al fatto che la gente ha quell'affitto a buon mercato e chi non ha molti soldi lo prende in quel posto e deve andare in situazioni sempre più decentrate e periferiche. E' un processo, quello della cosiddetta sharing economy, di medioevalizzazione dell''uso dell'avanzamento tecnologico per una medioevalizzazione dei rapporti sociali, una continua distruzione dei rapporti di forza degli strati inferiori della classe lavoratrice che riescea cooptare una piccola fetta di classe media e fa guadagnare sempre più soldi a chi sta in alto.

Oggi che funzione ha per quelli che vivono dentro al meccanismo, non solo i manager, ma anche coloro del lavoro qualificato professionalmente superiore? Più o meno ha la funzione che avevano gli ingegneri al tempo del taylorismo, che calcolavano i tempi e i metodi degli operai per far aumentare la produttività, per spremerli fino in fondo; oggi molto spesso chi progetta software realizza software di controllo e di comando nei confronti degli strati inferiori della forza lavoro, direttamente o indirettamente.Anche in questi strati di autoimprenditori di se stessi, una cosa interessante viene descritta nel libro"24/7 – Il capitalismo all'assalto del sonno" (Jonathan Crary, 2015) che dà una serie di dati impressionanti sul fatto che intanto molti posti di lavoro vanno distrutti, poi sul fatto che chi lavora oggi, lavora a ritmi mostruosamente più elevati, soprattutto se è indipendente perché lavora interrottamente: nel libro ci sono delle ricerche interessanti sull'uso delle mail di notte, al bagno, su quanta gente continua a consultare compulsivamente la posta elettronica o le chat, per paura di perdere colpi all'interno della sua attività professionale, aumenta continuamente il tempo reale di lavoro perché non c'è più una chiara distinzione oggettiva tra tempo di lavoro e tempo di riposto.

Si tratta di un full time puro. L'autore fa un esempio molto interessante, di utopia che deriva dal settore militare: è il soldato h 24 che stanno studiando al Pentagono, perché studiano una serie di droghe che permettono di non dormire per una settimana, e questo è il combattente sul campo ideale. Al tempo stesso, sarebbe anche il lavoratore ideale. Kevin Kelly, che è stato uno dei sostenitori entusiasti della prima ora della rete negli anni novanta, e Gary Wolf sono fondatori di un movimento che si chiama "Quantified Self Movement", che rappresenta la capacità di utilizzare tutti i divices indossabili, che misurano pressione temperatura, ore di sonno, performances fisiche e mentali, per migliorare continuamente le performances individuali in un'ottica di h 24.

L'illusione di un lavoro liberato, che si sottrae e si emancipa dal comando capitalistico, diventa creative, si rovescia nell'incubo non di un nuovo modo di controllo ma dell'autocontollo: sono io che mi controllo per avere la più alta produttività possibile. Questa è la realizzazione piena dell'utopia ordoliberista che ci viene descritta da Dardot e Laval, dell'essere fino in fondo non soltanto passivi nel subire i processi di innovazione usati in questo modo, contro il lavoratore, per aumentare il tasso di sfruttamento, ma anche dell'adesione massima dal punto di vista emotivo, ideologico, quasi appassionato ai valori di questo nuovo modo di vivere e di questa nuova società.

E' questa l'utopia per la prima volta: mentre il liberismo ottocentesco era un liberismo del laissez faire che il mercato compia il suo lavoro, tutto si autoregola e la mano invisibile crea la ricchezza delle nazioni e il miglior mondo possibile, l'ordoliberismo non è propriamente così. Oggi siamo in una fase di forte intervento dello Stato, basta vedere l'ordoliberismo tedesco fondato su un intervento massiccio dello Stato che deve garantire che sia rispettato il valore massimo che è la concorrenza (basti guardare la Comunità Europea, una struttura oligarchica priva qualsiasi valore democratico, perché la Commissione non è eletta e non risponde ad altri che alle lobbies del capitale globale multinazionale), questa cosa è la programmazione sistematica della costruzionedi un mondo totale, di una "democrazia liberale totalitaria", in quanto c'è la costruzione di un soggetto, non a subordinarlo semplicemente, ma che deve essere costruito con i suoi valori e i suoi atteggiamenti nei confronti del mondo. Dentro questo discorso si inseriscono le nuove tecnologie.

Quando faccio questo tipo di discorsi mi si attacca per questa sorta di demonizzazione; in realtà, le nuove tecnologie non c'entrano nulla (almeno in parte), perché costituiscono un elemento ambientale di questo processo di trasformazione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Se non ci fossero si userebbero altri sistemi, ma queste si adattano perfettamente. Cioè, il fatto è che non esiste, come molti si sono illusi, un potenziale innato, incorporato in questo tipo di nuove tecnologie che vada per l'emancipazione, la democratizzazione della politica, della cultura e dell'economia. E neanche sono delle tecnologie demoniche, non è questo il punto: il problema è dentro che ambiente si sviluppano e si evolvono e vengono integrate.

 

Parte II

Innanzitutto, mi è sembrato molto importante il rilievo (…) sulla trasformazione del modello sociale e del modello di società che determina le condizioni e le possibilità per un processo come quello di Uber. Si tratta si un fenomeno limitato dal punto di vista delle dimensioni economiche, ma che ha un ampio valore simbolico, perché chiama in causa un modello estensibile trasversalmente a qualsiasi forma di ristrutturazione del rapporto tra capitale e lavoro. Il progetto è esattamente quello dell'utilizzo dell'invenzione totale delle relazioni tra macchine, intese non in termini meccanici ma macchine organizzative e piattaforme, e soggetti che sono al tempo stesso consumatori e lavoratori.

Alle volte sulla questione di quest'ultimo rapporto, mi viene quasi da dire che il consumatore non esiste, è una categoria assolutamente astratta: di quale estratto sociale, con quale rapporto di forza a sua volta in rapporto al mercato, il consumatore singolo è diverso da quello che si organizza in qualche modo (come i gruppi di acquisto, per fare un esempio concreto), non ha la stessa relazione con il mercato quello che va al supermarket da quello che cerca di costruire comunità per sfruttare non solo prezzi ma anche un rapporto diverso con i produttori.

In generale, il consumatore è al tempo stesso produttore, fino al punto in cui i consumatori (anzi sarebbe meglio parlare di utenti della rete oggi, perché sono un esempio clamoroso di quello che Marx chiamava "il lavoro del consumatore"), noi tutti nel momento in cui ci interfacciamo con i social network, con Google o con qualsiasi altra grande piattaforma della rete, formiamo la materia prima del processo di valorizzazione di questi grandi complessi che sono i Big Data, sono fondamentalmente le informazioni, non solo perché vengono rivendute alle società di marketing, ma per il fatto che questa informazione non resta semplicemente utilizzabile da parte di chi la acquisisce, ma entra in un ciclo di valorizzazione molto più largo. Per cui dopo Uber o dopo altri, soprattutto nel caso di Facebook, molti altri interlocutori sapranno vita, morte e miracoli delle persone per rompere le scatole con lo spam, ma raggiungeranno livelli di controllo molto elevati con conseguenze anche molto sgradevoli.

Pensate solo cosa vuol dire arrivare ad avere (questo vale soprattutto per gli Stati Uniti dove la salute dipende quasi esclusivamente da situazioni sanitarie private) informazioni dettagliate sullo stato di salute di una persone che deve contrarre una polizza: quanto più puoi essere profilato come un soggetto a rischio, tanto più aumenteranno i soldi che dovrai pagare per avere una polizza di assicurazione sanitaria. Tutto questo si traduce concretamente in differenzialità non solo fra lavoratori, ma anche fra consumatori, per chi si interfaccia con queste grandi piattaforme.

Per tornare al punto, è vero che Uber arriva quando il taxi non è più taxi per i ricchi. Come ho detto prima, esiste questa classe media che possa ancora credersi tale, accedendo a servizi a basso costo, che sono pagati dal super-sfruttamento dei lavoratori che erogano questi servizi. Inoltre, la distruzione del servizio pubblico non è fine a se stessa; la distruzione dei servizi pubblici, in tutti i paesi post-democratici (non a caso, Oliver Crouch nella sua definizione di post-democrazia non parte semplicemente dalla crisi del rapporto tra rappresentanti e rappresentati, ma parte dalla crisi del servizio pubblico e dal fatto che il cittadino diventa cliente, non avendo così più voce in capitolo sulla qualità del servizio, non si può più rivolgere all'amministrazione pubblica per dire che alcuni servizi non vanno bene e saranno oggetto della prossima campagna elettorale o addirittura di lotte affinché cambino) riduce le persone a clienti, quindi l'unica arma che rimane è se ci sono compagnie in competizione tra loro, passare a un'altra compagnia, entrando totalmente nella dimensione di mercato; se poi il servizio è monopolistico, e in generale è così, perché il processo di privatizzazione non è un'apertura alla concorrenza ma sostituzione del monopolio pubblico con monopolio privato, il cittadino si trova in una situazione in cui non ha alcuna contrattualità democratica.

La democrazia del cosiddetto trentennio dorato era nata dal fatto che c'era contrattualità non tanto e non solo dei salari, ma delle condizioni di vita, del welfare come reddito indiretto. Il progressivo ritiro del servizio pubblico, giustificato dal taglio della spesa pubblica (che qualsiasi economista onesto vi spiegherà essere una presa per i fondelli totale, perché la crisi del debito non è data dall'aumento della spesa pubblica, ma affonda le radici in tutt'altri meccanismi economici) ha questo doppio aspetto: distruggere la capacità contrattuale e nello stesso tempo promuovere e accelerare il processo di individualizzazione e di liberalizzazione di questi mercati.

E' stato fatto accenno prima alle società senza moneta. Tra l'altro, una questione sulla quale ho attaccato i miei ex amici negriani dell'area dell'autonomia, è che sono entusiasti del bitcoin. La smaterializzazione della moneta come liberalizzazione perché non è più controllata dallo Stato, che bello!, dicono citando Von Hayek, il massimo teorizzatore del libero mercato e dell'anarco-capitalismo. Paradossalmente, questa non è un'apertura di libertà ma nel momento in cui si passa a una dimensione appunto della smaterializzazione della moneta e della digitalizzazione della moneta si subiscono livelli di controllo mostruosamente più elevati di prima, come ha spiegato bene De Martin. Si promuove la società del debito e l'economia del debito, perché usando maggiormente carte di credito più ci si sposta verso una dimensione di indebitamento.

Oggi le famiglie americane spendono circa il 120% del loro reddito; noi italiani siamo invitati a spendere di più perché continuiamo, invece, a risparmiare a tenere il denaro di carta sotto il materasso. Ero a seminario della Fiom qualche settimana fa, al quale erano presenti dei sindacalisti dei lavoratori bancari, e una delegata, mentre si discuteva di finanziarizzazione dell'economia, ha detto "vi rendete conto che oggi le banche sono dei supermercati?". Infatti, quanti avvisi arrivano da una banca con offerte di computer, automobili, ecc. a prezzi agevolati, pagando "comode rate". Non vogliono che paghi in contanti, vogliono che ti indebiti, pagando a rate con gli interessi sulle rate. La banca e i commercianti vendono debiti, cercano di acquisire continuamente denaro virtuale, che altro non è che il credito che hanno nei confronti dei clienti. Questi crediti non rimangono "fermi", ma vengono venduti su diversi mercati finanziari, così come venivano venduti i mutui subprime.

C'è un meccanismo che costruisce continuamente nuovo indebitamento e quindi nuove possibilità di scoppi di crisi a causa di scoppi di bolle finanziarie. C'è un bel libro, non tradotto in italiano, "Karl Marx à Pékin" dell'economista francese Mylène Gaulard, che spiega come la crisi che sta attraversando la Cina è identica alla crisi che abbiamo avuto noi a partire dal 2008: è una crisi di bolla immobiliare e speculativa che ha visto una crescita geometrica dei debiti, pubblici e privati, che investono in immobili. Siccome è caduto il saggio del profitto verticalmente in Cina, perché gli operai cinesi si sono svegliati e hanno ottenuto aumenti salariali consistenti, i capitalisti non riescono più a investire la quantità immane di denaro che è stata produttivamente accumulata sfruttando gli operai negli anni precedenti, e quindi passano al settore dell'investimento immobiliare o speculativo, passando inoltre attraverso lo "shadow banking", cioè attraverso le banche informali che esistono oltre le quattro banche di stato cinesi che ovviamente sono sotto controllo, mentre queste altre prestano comunque denaro ad alto rischio e a tassi molto elevati.

L'ultimo punto che sollevava De Martin circa la possibilità di pensare a qualcosa di diverso; il discorso sulla sharing economy potrebbe in qualche modo essere rivoltato come un guanto e costruito a partire dagli interessi delle persone. Il problema è che comunque questa cosa per essere praticabile dovrebbe essere integrata in una strategia di rottura complessiva con il meccanismo che ci sta stritolando. Senza una dinamica di attacco e di rottura frontale, iniziative di questo genere resteranno sempre di nicchia. per fare un esempio concreto, quando comincio il movimento degli Indignados, siccome c'era una quota del movimento e di compagni che mettevano in guardia dall'utilizzo (come è successo in Egitto e negli altri paesi coinvolti dalle Primavere Arabe) di Tweeter e Facebook, in quanto voleva dire mettersi con mani e piedi legati nelle mani della polizia. E' successo che una serie di hacker hanno costruito dei meccanismi di chat, di social network "paralleli" che erano molto ben coperti da intrusioni esterne; però restano progetti che non riescono a scalzare o a essere un'alternativa globale a Facebook o altro. Ciò non vuol dire che questi esperimenti non siano importanti; anzi, è buono che si moltiplichino e si faccia molto esperienza e di innovazione in questo campo, tenendo conto però che soltanto una strategia politica globale può avere un senso.

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