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Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?

Fabrizio Marchi

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“La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”.

Non sono parole di economisti liberisti come Von Hayek o Milton Friedman, ma di Toni Negri, filosofo, comunista, padre dell’operaismo degli anni ’60 e ’70, leader dell’area cosiddetta “post-operaista” – come vengono appunto definiti coloro che provengono da quell’esperienza politica – intervistato dal giornalista Gianluigi Paragone a “La Gabbia” pochi giorni fa, in occasione del seminario “Comunismo 17” organizzato a Roma presso l’Atelier Autogestito Esc dal 18 al 22 gennaio:

Interessante notare che nella stessa trasmissione, subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione, aggiungendo che quest’ultima, oltre a migliorare le condizioni di vita di milioni e milioni di persone, ha contribuito anche a portare diritti e democrazia dove non c’erano.

I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa.

Seguendo la loro logica è necessario quindi appoggiare il processo di globalizzazione e anzi fare quanto è nelle nostre possibilità per accelerarlo perché porterà (e ha già portato, dicono…) benessere, diritti e democrazia nel mondo – secondo l’opinione di De Benedetti (ma in fondo,  indirettamente, anche di Negri) – e perché creerà – secondo Negri –  le condizioni per il passaggio ad una società libera dalla schiavitù del lavoro salariato (magari, diciamo noi…), anche grazie alla Tecnica che “libera” e “libererà” masse sempre più crescenti dalla schiavitù del lavoro, e quindi, in ultima analisi, verso una società comunista, sia pure di là da venire. Un passaggio, questo, che non prevede mediazioni (lo Stato, la Politica, i Partiti o la conquista del Potere Politico) ma è il risultato di un processo di fatto inevitabile, anche se ovviamente non del tutto spontaneo. Spetterà ai nuovi “lavoratori salariati cognitivi”, cioè la punta più avanzata del mondo del lavoro perché situata nel punto più alto dell’organizzazione capitalista della produzione, condizionare e indirizzare tale processo nella direzione auspicata, anche mobilitando le cosiddette “moltitudini”, cioè tutta quella vasta gamma di nuovi soggetti, le donne, evidentemente considerate come una “categoria” oppressa e discriminata in quanto tale (nessuna novità rispetto alla narrazione femminista di sempre e da tempo uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia dominante), i migranti e tutti coloro che in forme diverse sono sottoposti al rapporto di produzione capitalistico (mi scuso per la estrema semplificazione  ma su un articolo di giornale non è possibile fare altrimenti).

Insomma, a parere del nostro, saremmo già in un mondo migliore rispetto a quello esistente fino ad una trentina di anni fa, immediatamente prima del crollo del muro di Berlino. Il fatto che da allora il processo di globalizzazione capitalista sia stato imposto attraverso la guerra imperialista permanente (con tutti gli effetti del caso…) sembra essere un particolare secondario e non influire sul giudizio complessivamente positivo dello stesso (e infatti, come noto, i centri sociali che fanno riferimento all’area “negriana” non si sono particolarmente distinti, per usare un eufemismo, nel sostegno alla Siria o al Donbass…). E che questa guerra totale abbia tentato di disintegrare e molto spesso disintegrato stati, nazioni, popoli, comunità, etnie, culture, identità, sembra esserlo ancor più (secondario).  Ma questo non ha nessuna importanza per Negri e compagni, perché i concetti di stato e ancor più di nazione sono considerati come pura “barbarie”, come vicende tribali “che hanno causato solo disastri”. Cosa in gran parte vera, perché non c’è dubbio che certo nazionalismo, in particolare quello che ha dominato in Europa nel XIX e nella prima metà del XX secolo (ma anche nei secoli precedenti) abbia rappresentato la bandiera ideologica (falsa coscienza) per giustificare le guerre imperialiste e la dominazione coloniale. Non c’è però altrettanto dubbio che è esistito anche un nazionalismo “progressista” – penso proprio ai movimenti di liberazione nazionale anticolonialisti e antimperialisti di tutto il mondo (fra cui anche molti movimenti comunisti dove l’elemento di classe si sovrapponeva a quello nazionale, basti pensare al Vietnam o a Cuba) a partire da quelli arabi ma non solo – che proprio sulla rivendicazione dell’identità culturale e nazionale (e talvolta religiosa) dei popoli fondava la sua ragion d’essere, come è inevitabile che sia. Del resto è risaputo che per fiaccare la resistenza di un popolo sottomesso è necessario distruggere le sue radici e la sua storia, in altre parole la sua identità (una parolaccia, per i post-operaisti e per tutta la “sinistra” contemporanea, sia essa liberal o radical…), cosa che le varie dominazioni coloniali hanno sempre cercato di fare nel modo più lucido e sistematico. A poco o nulla serve ricordare che anche per Lenin e i bolscevichi la “questione nazionale” non era affatto sottovalutata (Lenin, in un suo scritto “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” scrive, fra le altre cose, che “Ho già scritto nelle mie opere sulla questione nazionale che non bisogna assolutamente impostare in astratto la questione del nazionalismo in generale. E’ necessario distinguere il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa, il nazionalismo della grande nazione da quello della piccola”). Ma tutto ciò rappresenta, al meglio, per i post-operaisti, solo zavorra se non peggio, un ostacolo sul cammino della liberazione totale dell’umanità e del “desiderio”.

In questa visione delle cose, è importante rilevarlo, il concetto di internazionalismo proletario, finisce inevitabilmente a confondersi e a sovrapporsi completamente con quello di “cosmopolitismo”, cioè con una sorta di neo universalismo (neo) kantiano, naturalmente distorto e piegato alle esigenze ideologiche e politiche delle elite capitaliste dominanti. L’orizzonte è appunto quello della distruzione di ogni identità culturale, statuale, nazionale (che non è detto che debba avere necessariamente un carattere reazionario; erano forse reazionari gli indiani americani, gli aborigeni australiani, gli algerini e tutti i popoli che hanno combattuto e talvolta vinto contro il dominio coloniale?) e l’abbattimento di ogni ostacolo, sia esso di ordine politico o culturale, che possa essere di impedimento al processo di globalizzazione capitalista, che significa di fatto la globalizzazione dei mercati ma niente affatto dei diritti (il capitalismo convive allegramente con le monarchie semifeudali saudite, con la società divisa in caste indiana, con lo stato-partito cinese, e gli stati occidentali stanno gradualmente adeguando il loro sistema di garanzie sociali sul modello di quelli asiatici per poter essere competitivi con questi ultimi ). Ma quello che non si capisce, a questo punto, è quale possa essere il terreno e anche lo spazio politico e fisico per poter sviluppare una conflittualità antagonista (di classe) dal momento che si esclude, per coerenza, l’ipotesi di una rottura e di una uscita dal sistema. Le ricadute concrete, infatti, in termini politici, di questa concezione, si traducono nella scelta di  rimanere all’interno delle strutture del dominio capitalista, cioè l’UE e l’eurozona, escludendo a priori la possibilità che un processo politico e sociale all’interno di uno degli stati membri (ad esempio l’affermazione politica ed elettorale di un fronte democratico, popolare e socialista) possa portare quello stesso stato a recuperare la sua autonomia politica e sottrarsi, sia pure parzialmente, ai diktat delle elite capitaliste globaliste dominanti. Viceversa – sostengono i nostri amici – il sistema dovrebbe essere cambiato dal “di dentro”, cioè attraverso quel processo cui facevo cenno in apertura. La qual cosa, dal mio punto di vista, è quanto meno contraddittoria. Come si può infatti pensare di esercitare una egemonia e addirittura cambiare radicalmente una istituzione che è strutturalmente un progetto capitalista e imperialista?  La vicenda greca è significativa da questo punto di vista (e non a caso Negri difende le scelte politiche sia di Tsipras che di Varoufakis) e in tal senso rimando ad un mio vecchio articolo:

http://www.linterferenza.info/editoriali/la-necessita-della-mediazione-e-il-coraggio-della-rottura/

Come dicevo, la globalizzazione, attraverso la guerra e il saccheggio sistematico delle risorse dei paesi del terzo mondo ha portato alla distruzione e alla spoliazione di intere aree, creando il fenomeno, non certo nuovo, della migrazione di grandi masse, che in moltissimi casi hanno perso anche quel poco che avevano, verso le “metropoli” occidentali.

Naturalmente questa massa di manodopera costituita dagli immigrati va a premere sui lavoratori occidentali e a fungere come da arma di ricatto su questi ultimi, con due ricadute, entrambe funzionali al capitale:

  • l’abbassamento del costo del lavoro, con conseguente riduzione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la distruzione o la riduzione ai minimi termini del welfare e dei diritti sociali e ultimamente (vedasi l’attacco delle oligarchie finanziarie europee alle Costituzioni democratiche dei vari stati scaturite dalla guerra contro il nazifascismo e considerate obsolete), anche di quelli civili;
  • la competizione fra i lavoratori autoctoni e quelli immigrati, la cosiddetta “guerra fra poveri” che, ovviamente, viene alimentata ad arte dalla variante neo populista di destra del sistema capitalista (Trump, Le Pen, Salvini e neo destre sia dell’ovest che dell’est europeo).

Nello stesso tempo, la globalizzazione ha provocato il fenomeno della cosiddetta delocalizzazione: le imprese dei paesi sviluppati vanno a produrre nei paesi del terzo mondo dove il costo del lavoro è bassissimo, i lavoratori sono completamente privi di diritti (e di certo le imprese e le multinazionali occidentali non fanno nulla per portarglieli, alla faccia di chi sostiene che la globalizzazione capitalista avrebbe portato diritti e democrazia…), non esistono sindacati, e ci sono governi “amici” che alla bisogna chiudono tutti e due gli occhi e che sono complici di questo processo di sfruttamento complessivo dei lavoratori  e dei “loro” stessi popoli.

Ma – si dice – la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita di milioni e milioni di persone. E grazie al cavolo, mi verrebbe da dire, non faccio certo fatica a crederlo. Perché è evidente che questo processo ha visto la crescita in taluni contesti, ma non in tutti, di una nuova classe borghese che prima era molto ridotta e in taluni casi non esisteva neanche. Il problema è che – se la teoria del valore (e del plusvalore) di Marx non è una fantasia dell’autore – se c’è qualcuno che si arricchisce, logica vuole che ci sia qualcun altro che si impoverisce o che comunque venga sfruttato da coloro che si arricchiscono sul suo lavoro e alle sue spalle. Che sia dunque un liberale e un liberista a sostenere che il processo di globalizzazione capitalista ha migliorato, in termini assoluti, le condizioni di vita di una parte, comunque minoritaria, della popolazione mondiale, è del tutto normale, logico e comprensibile. Non lo è per nulla se a sostenere tale tesi è un comunista.

Negri non può non accorgersene, ma ovviamente cade in contraddizione. Al minuto 1,25    dell’intervista, Paragone osserva che la globalizzazione è stata dominata dal neoliberismo che ha “livellato” (nonché ridotto…) i diritti dei lavoratori, e naturalmente Negri non può che confermare. Ora però la vedo dura sostenere che la globalizzazione è stata un fatto assolutamente positivo e contestualmente riconoscere (né potrebbe essere altrimenti…) che questa ha portato ad una riduzione e ad un livellamento (in basso…) dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo. Anche in questo, nulla da dire se a sostenere tale tesi fosse un pensatore liberale-liberista, ma non dovrebbe essere questo il caso di Negri.

Veniamo ora ad un’altra questione fondamentale sulla quale mi pare che ci sia, forse, e sottolineo forse, una divergenza di opinioni all’interno dell’area post-operaista (per lo meno restando alla sua intervista a “La Gabbia”, non ho ascoltato il suo intervento al seminario) e gli altri due maggiori esponenti e intellettuali di quell’area, cioè Paolo Virno e Franco Berardi (Bifo) che invece ho ascoltato in diretta.

Negri sostiene che la classe operaia occidentale, o ciò che resta di essa, sia ormai un ceto sociale residuale, pervaso da pulsioni egoiste, ridotta in queste condizioni dai padroni e dalle socialdemocrazie (e su questo ha in larghissima parte ragione se non fosse che, a mio parere, anche una certa “sinistra” “radical, antagonista e femminista”, cioè quella che anche lui rappresenta, ci ha messo del suo…) che difende in modo corporativo le proprie posizioni (cioè il posto di lavoro e una certa sicurezza sociale…). Bifo ci va giù in modo molto più pesante (forse perché non era in televisione…) e parla espressamente di “classe operaia “nazionalistizzata” e nazificata”, e per questo facile preda del populismo. Il quale populismo – spiega Virno – è “il fascismo postmoderno”. Anche in questo c’è sicuramente del vero, però mi sembrerebbe un grave errore liquidare la questione in questo modo e affidarsi alle sorti magnifiche e progressive dei lavoratori cognitivi della Silicon Valley (ripetutamente evocati e individuati da Bifo come la possibile avanguardia del processo rivoluzionario…) e delle cosiddette “moltitudini desideranti” (che siano desideranti non c’è alcun dubbio, si tratta di capire se questo desiderio prenderà spontaneamente una strada rivoluzionaria o comunque di rottura rispetto all’ordine sociale esistente oppure sarà fagocitato dal capitale, molto abile, anche e soprattutto dal punto di vista ideologico/psicologico, a “giocare” la sua partita proprio su quella naturale e legittima aspirazione alla soddisfazione del desiderio…).

Ora, se è da lodare il tentativo di individuare in alcuni settori di lavoratori, quelli più “avanzati” perché si trovano – come dicevo – nel punto più alto dell’organizzazione e della divisione capitalista del lavoro (e quindi sono provvisti di “know how”, di un differenziale di sapere che li pone in una condizione “privilegiata”, in termini di capacità cognitive, rispetto ad altri), l’avanguardia o comunque i possibili soggetti di un altrettanto possibile processo di trasformazione, mi sembra un gravissimo errore liquidare tutti gli altri (anche con un certo malcelato disprezzo, che si avverte chiaramente e che non dovrebbe appartenere a chi si professa comunista), dandoli per perduti e regalandoli di fatto al neo populismo di destra.

E a questo punto ci sono altri due gravissimi errori che vengono a mio parere commessi. Intanto non è affatto detto che quel differenziale di sapere di cui sono provvisti quei “lavoratori cognitivi” si trasformi necessariamente in coscienza di classe. E’ anzi, purtroppo, assai più probabile il contrario, e cioè che proprio per la loro condizione “privilegiata” vengano ideologicamente fagocitati dal capitale. Del resto, non sarebbe la prima volta che accade. Abbiamo visto l’ “evoluzione” di quel ceto giovanile e intellettuale che nel ’68 era stato individuato come la possibile avanguardia di un processo rivoluzionario e che ha finito per essere completamente o quasi assorbito dal capitale che addirittura ha fatto sue, sia pure rivisitandole pro domo sua, le rivendicazioni  e le aspirazioni di cui si faceva portatore.

Oltre a quei “lavoratori cognitivi”, sia pure ormai molto diffusi e cresciuti esponenzialmente di numero, esistono ancora larghe masse di lavoratori generici, non qualificati e sottoccupati, accanto a quei settori di vecchia classe operaia e di piccola e piccolissima borghesia che una volta avremmo detto “proletarizzata” o in via di “proletarizzazione” (proprio a causa della globalizzazione celebrata anche da Negri…). Le periferie e le grandi aree metropolitane di tutte le grandi città europee, ma anche delle province profonde, sono popolate da questa gente che si sente, a ragione, sempre più esclusa e che in gran parte vota in massa per le forze politiche neo populiste di destra (ma non solo di destra).

Ora il problema, a mio parere, è in questa fase quello di lavorare alla costruzione di un blocco sociale in senso gramsciano, che sappia unificare tutti quei settori sociali, i “lavoratori cognitivi” con la classe operaia tradizionale, il “proletariato intellettuale” con i lavoratori generici e meno qualificati e le masse popolari e piccolo e piccolissimo borghesi “periferiche” (in tutti i sensi), e naturalmente superare il conflitto fra lavoratori autoctoni e immigrati (lavoro, quest’ultimo, di una grandissima difficoltà, e pur fondamentale). Se non si fa questo lavoro, se non gli si prosciuga il brodo di coltura, il neo populismo di destra continuerà a crescere e ad aumentare in misura esponenziale i suoi consensi. In una parola: ad essere egemone. E’ quindi anche e soprattutto in quel “brodo” che oggi i comunisti devono lavorare, senza avere timore di sporcarsi le mani, perché quella gente, anche quella ormai completamente priva di una coscienza politica e di classe, che straparla contro gli immigrati ritenendoli responsabili del loro disagio, è la loro gente, la nostra gente, non dimentichiamolo mai, altrimenti siamo destinati a deragliare, e in larga parte è purtroppo già avvenuto.

Mi pare, quindi, che l’atteggiamento dei post-operaisti, in tal senso, e in particolare quello di Virno e Bifo, sia profondamente sbagliato e, mi sento di dire forse presuntuosamente, assai poco socialista e comunista.

Per la verità Negri nella sua intervista a Paragone assume una posizione diversa perché al giornalista che gli chiede perché in tutto questo contesto non esplodano delle ribellioni, Negri risponde (minuto 7) che “Non è vero, che le ribellioni ci sono, almeno dal 2011 ad oggi, e che vengono chiamate “populismi”, ma che in realtà – spiega sempre Negri – sono ribellioni”.

Mi pare (e mi auguro) che qui ci sia una diversa interpretazione rispetto alle posizioni molto nette di Bifo e Virno che invece bollano senza possibilità di appello i populismi come fenomeni apertamente neofascisti e razzisti. Però, come ripeto, questa è una mia personale interpretazione sulla base di quello che ho ascoltato (cioè gli interventi di Bifo e Virno e l’intervista di Negri) e che mi auguro abbia un riscontro effettivo.

Un’ultima nota, questa volta solo parzialmente critica, perché sono del tutto d’accordo con Negri relativamente al suo giudizio sulla Sinistra storica quando dice:” La Sinistra ha fallito quando nel 1914 ha votato il debito di guerra per fare la prima guerra mondiale, ha fallito nel ‘39 e poi nel ’53 quando si è allontanata dal Marxismo. E’ un corpo ormai defunto ma questo non significa che non ci sia una forte, continua, solida ribellione nella vita di tutti i giorni”.

Manca però un punto fondamentale: l’autocritica. Di cantonate, oltre che di brillanti intuizioni, Negri e compagni ne hanno prese, e a mio parere quelle che stanno prendendo oggi sono assai più pericolose di quelle prese nel passato, per le ragioni che ho tentato di spiegare. Forse un pizzico di umiltà (che non hanno mai avuto), ma soltanto un pizzico, potrebbe essere di aiuto per tutti, anche per loro stessi.

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Comments   

#2 Eros Barone 2017-02-01 20:59
Dal 18 al 22 gennaio 2017 si è svolto a Roma un evento denominato alquanto pomposamente “Conferenza sul Comunismo”. Siccome anch’io mi trovavo a Roma nello stesso periodo ma per partecipare come delegato al II congresso nazionale del Partito Comunista, quando mi è capitato di leggere un ironico corsivo dedicato a tale evento dal quotidiano “la Repubblica” ho immediatamente pensato che vi fosse un riferimento al partito nel quale milito. In realtà, dopo aver preso visione dei personaggi che hanno partecipato alla suddetta conferenza, mi sono reso conto che non poteva esservi alcun rapporto né con il comunismo né tampoco con il mio partito. Basta infatti dare una scorsa alla lista dei relatori per capire che il minimo comun denominatore della pittoresca congrega che si è radunata a Roma (la conferenza, non a caso, è stata ospitata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) è la coppia anticomunismo-antisovietismo (non si dimentichi che questo è l’anno del centenario della rivoluzione russa: 1917-2017).

Cito alcuni dei relatori: Étienne Balibar, Luciana Castellina, Michael Hardt, Augusto Illuminati, Giacomo Marramao, Antonio Negri, Jacques Rancière, Mario Tronti, Yanis Varoufakis, Slavoj Zizek. Tra tutti questi vi è una sola persona che stimo, Terry Eagleton, il quale è un critico letterario e un saggista inglese di alto livello, ragione per cui mi dispiace che sia stato coinvolto in un’iniziativa che richiama irresistibilmente alla memoria un film di Pier Paolo Pasolini intitolato “Porcile”, che risale al 1969 e ruota attorno al tema del potere. Costoro, se, per l’appunto, non fossero simili a maiali che grufolano sconciamente nel porcile della peggiore ideologia borghese alla ricerca dei peggiori avanzi che lì si possono raccogliere, e se avessero un minimo di onestà intellettuale, dovrebbero infatti definirsi con la frase pronunciata dal cannibale nel secondo episodio del film pasoliniano: «Ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana, ed ora tremo di gioia». È superfluo aggiungere che la loro verbigerazione non ha riguardato in alcun modo il “comunismo reale” (se questo fosse stato il tema, che i comunisti seri con assai maggiore precisione definivano “socialismo reale”, il convegno avrebbe avuto almeno una qualche utilità), ma il comunismo futuribile. In buona sostanza, un “comunismo” senza il materialismo dialettico e storico, senza classi e lotta di classe, senza la funzione storico-universale del proletariato, senza rivoluzione sociale, senza dittatura del proletariato, senza rovesciamento del dominio borghese, senza abolizione dello sfruttamento capitalistico e della proprietà privata borghese, senza internazionalismo proletario, senza Partito comunista, quindi un “comunismo” che non ha niente a che fare con il comunismo, e che, per dirla con Marx, è solo la vecchia merda borghese. In realtà, i personaggi che hanno partecipato alla conferenza romana sono organicamente funzionali al potere del capitale monopolistico, poiché rappresentano, come osservano icasticamente Marx ed Engels nell’“Ideologia tedesca”, il tipo perfetto dell’ideologo, il quale rovescia il mondo e vi si colloca al centro.
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#1 Ennio Abate 2017-01-31 10:09
«(mi scuso per la estrema semplificazione ma su un articolo di giornale non è possibile fare altrimenti)». (Marchi)

Ma sono proprio queste estreme semplificazioni (« subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione»; «I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa»; «Seguendo la loro logica è necessario quindi appoggiare il processo di globalizzazione e anzi fare quanto è nelle nostre possibilità per accelerarlo perché porterà (e ha già portato, dicono…) benessere, diritti e democrazia nel mondo – secondo l’opinione di De Benedetti (ma in fondo, indirettamente, anche di Negri) »; «Insomma, a parere del nostro, saremmo già in un mondo migliore rispetto a quello esistente fino ad una trentina di anni fa, immediatamente prima del crollo del muro di Berlino» ) che dovrebbero essere evitate se si vuol fare critica puntuale e messa bene a fuoco.

A me pare che riconoscere che «la globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria.» non equivalga a «appoggiare il processo di globalizzazione». E far notare le differenze tra il periodo della Guerra fredda o precedente la caduta dell’Urss e quello d'oggi non significa dire che « saremmo già in un mondo migliore». Mentre i dubbi o le critiche alla idealizzazione dei «lavoratori cognitivi» e/o e delle “moltitudini desideranti” oppure i rischi di indicare senza mezzi termini tutte le forme di populismo come «fascismo postmoderno» mi sembrano da considerare con attenzione. Del resto anche pensare alla « costruzione di un blocco sociale in senso gramsciano, che sappia unificare tutti quei settori sociali, i “lavoratori cognitivi” con la classe operaia tradizionale, il “proletariato intellettuale” con i lavoratori generici e meno qualificati e le masse popolari e piccolo e piccolissimo borghesi “periferiche” (in tutti i sensi)» non pecca forse di idealismo e di ripetizione astratta della posizione di Gramsci?
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