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"La sinistra vince se ha un progetto alternativo"
Intervista a Oskar Lafontaine
D. Un nuovo trattato di Maastricht più vincolante e duro. Cosa contiene e quali sono i rischi per la stabilità sociale in Europa?
R. Il trattato di Maastricht è il frutto delle politiche liberiste e il suo scopo principale è la stabilità dei prezzi. Questa logica produce una politica economica e monetaria sbagliata che genera un aumento della disoccupazione e della precarietà. Se l'Europa perseguirà ancora questa strada i problemi si aggraveranno.
D. Se lei ha ragione, questo produrrà ancora di più un distacco della popolazione all'idea di Europa. Quali secondo lei invece sono le misure che bisognerebbe adottare?
R. Questo in pratica sta già accadendo. In molti paesi registriamo una disaffezione, ad esempio, verso le elezioni europee: in Germania il tasso di affluenza è stato del 40%. Un segnale che ci dice che la popolazione ha perso fiducia o non si aspetta nulla da questa Europa. E hanno ragione a pensare questo. Le politiche europee hanno prodotto dumping salariale, sociale e fiscale. E se si proseguirà su questa strada vedremo i partiti dell'estrema destra rafforzarsi ed aumentare il loro potere nei governi di diversi paesi europei.
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Il razzismo viene dall'alto
Jacques Rancière
Vorrei proporre alcune riflessioni attorno alla nozione di "razzismo di Stato". Queste riflessioni si oppongono a un'interpretazione molto diffusa delle misure prese di recente dal governo francese, dalla legge sul velo fino all'espulsione dei rom. Questa interpretazione vi vede un'attitudine opportunista che mira a sfruttare i temi razzisti e xenofobi a fini elettorali. Questa supposta critica riprende il presupposto che fa del razzismo una passione popolare, che lo considera la reazione impaurita e irrazionale degli strati retrogradi della popolazione, incapaci di adattarsi al nuovo mondo, mobile e cosmopolita. Lo Stato è accusato di venir meno ai propri principi mostrandosi compiacente nei confronti di queste popolazioni. Ma al tempo stesso questa critica rafforza la posizione dello Stato in quanto rappresentante della razionalità di fronte all'irrazionalità popolare. Questa posizione, adottata dalla critica "di sinistra", è esattamente la stessa in nome della quale la destra da una ventina d'anni a questa parte ha adottato un certo numero di leggi e di decreti razzisti.
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DAL VELTRUSCONI AL VELTRARCHIONNE
di Comidad
I media nei giorni scorsi hanno celebrato l'evento: Walter Veltroni ha finalmente rotto il silenzio. In realtà, già da molto prima di questa presunta rottura del silenzio, Veltroni aveva già rotto le scatole in ogni modo all'attuale segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. Sebbene oggi i media presentino il ritorno dell'ex segretario come quello di un Cincinnato, Veltroni non si è mai fatto veramente da parte ed ha continuato a comportarsi come se il capo fosse ancora lui, con gli atteggiamenti del padrone in viaggio che ogni tanto dà le istruzioni per telefono al maggiordomo; infatti ha continuamente lanciato a Bersani messaggi e avvertimenti che tendevano a screditare e boicottare ogni suo tentativo di ricucire le alleanze a sinistra. L'ottobre dello scorso anno, al super-privatizzatore Bersani era persino capitato di sentirsi ammonire da Veltroni a non ricadere in tentazioni socialiste.
L'attuale documento veltroniano, già firmato da settantacinque parlamentari del PD, ha il suo punto forte nella proposta - già di Mussolini ed Hitler, oltre che di Agnelli e Marchionne - del superamento dei conflitti sociali per giungere ad un "patto tra produttori".
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Basilea III. Ovvero: continuiamo così
Andrea Baranes
A settembre del 2007 le immagini dei clienti della Northern Rock che facevano la fila, muniti di tende e sacchi a pelo, davanti alle filiali della banca inglese fecero il giro del mondo. Giusto un anno dopo la Lehman Brothers depositava istanza di fallimento, quello che è probabilmente stato il momento più critico della crisi finanziaria.
Ci sono voluti altri due anni per arrivare, pochi giorni fa, all'accordo raggiunto dal Comitato di Basilea su quelle che dovranno essere le nuove regole per il settore bancario. Parliamo dell'accordo di Basilea III, che dovrà sostituire quello di Basilea II e definire, in parole semplici, quanto rischio possono assumersi le banche e quanto capitale proprio devono tenere da parte per i loro prestiti e le loro operazioni.
L'intesa raggiunta prevede che le nuove richieste sul capitale proprio delle banche dovranno entrare a regime nel 2019. Nove anni da oggi. Dodici dallo scoppio della crisi. Una data da fantascienza, considerando la velocità con cui si muove la finanza e il rischio di nuove crisi. Dodici anni fa, molti degli strumenti più speculativi e oggi criticati per il loro ruolo nella crisi - dai Credit Default Swaps alle Collateralized Debt Obligations (Cds e Cdo, per le traduzioni si veda il glossario della crisi) non erano ancora nati, o nel migliore dei casi il loro ruolo era del tutto marginale.
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Badiou, tombe a orologeria
Enzo di Mauro
«PICCOLO PANTHEON PORTATILE» DEL FILOSOFO FRANCESE
Come in ogni altro libro di Alain Badiou, anche nel Piccolo pantheon portatile (Il Melangolo, a cura di Tommaso Ariemma, traduzione di Luisa Bosi, pp. 142, € 15, 00) – un titolo che parrebbe lezioso se non venisse inteso in maniera letterale e trasparente – si mantengono bene in vista i segni di una indomabile passione per il reale, qui semmai illuminati da una temperatura emotiva altissima. Virilmente introiettato il lutto, l'acuto sentimento di perdita che ne anima le pagine e ne determina l'andatura si trasforma d'un sol colpo in gesto militante, in lampo di pensiero, in netto e risentito starsene nel campo aspro e seminato a pietre, chiuso a ogni orizzonte di conciliazione, precluso a ogni patto con chiunque si erga a campione della presunta «innocenza » (in verità un'impostura criminale) delle democrazie parlamentari e dei regimi liberali. Poiché, quella del filosofo nato a Rabat settantatré anni fa, è qui un'intifada in nome e per conto dei maestri, degli interlocutori, dei contraddittori e dei compagni di strada che se ne sono andati via per sempre, lasciando vuoto il paesaggio combattente dopo quell'estremo lembo di secolo – diciamo, all'incirca, l'arco di tempo che andò dal 1960 al 1980 – in cui s'accesero gli ultimi fuochi del materialismo e, in senso lato, del pensiero critico e radicale più irriducibile.
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Padroni coltelli
La crisi di rappresentanza politica stavolta investe la borghesia
Contropiano
Appare evidente come la crisi politica e istituzionale in atto sia rivelatrice della crisi che si sta producendo anche dentro la borghesia italiana, ma la sinistra rischia di rimanerne subalterna
Le crescenti difficoltà del governo Berlusconi sono strettamente connesse alle conseguenze della crisi economica globale e alla divaricazione strategica che si è aperta dentro i poteri forti del capitalismo nel nostro paese.
In realtà questa divaricazione non è una novità degli ultimi mesi ma affonda le radici nella crisi della Prima Repubblica, nell’esplosione di Tangentopoli nel 1992 e nell’avvio del processo che ha portato all’Unione Europea. Occorre pertanto riconoscere due fattori accettati da sempre molto malvolentieri dal senso comune e dalla narrazione delle forze antiberlusconiane:
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Il nuovo razzismo è già vecchio
Anna Maria Rivera
Chi abitualmente analizza e denuncia le derive razziste di una società si espone, soprattutto in Italia, a un rischio consueto: quantunque il suo pubblico sia per lo più di sinistra – e, non per suo volere, selezionato e ristretto – le sue parole sono spesso archiviate come un’esagerazione isterica o come una debolezza intellettuale che lo/a indurrebbe a cogliere il «secondario». La strategia, spesso inconscia, che porta a rimuovere o minimizzare i segni, anche i più vistosi, del razzismo, mentre essi a mano a mano vanno accumulandosi, e a bollare «come oscurantista chi si ribella contro l’oscurità», per dirla con Theodor W. Adorno, è parte del problema.
Lo è soprattutto nel nostro paese, dove una sorta di negazionismo impedisce perfino di concettualizzarlo, di nominarlo e di riconoscerlo, il razzismo. Di conseguenza, neppure a sinistra l’impegno antirazzista è reputato degno di stare ai primi posti dell’agenda politica. Meno che mai si è capaci di concepire che per analizzare il tempo, la società e anche l’economia presenti – e per progettare il cambiamento – è d’obbligo affrontare il nodo del razzismo, attraverso il quale oggi si manifestano tanto le metamorfosi dello sfruttamento del lavoro – giunte a forme servili o quasi-schiavili – quanto la grave crisi democratica italiana.
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L'Eguaglianza uccisa dal Progresso
Marco Revelli
Scompare una parola-chiave della modernità: tra le élite globali e il popolo delle "anime morte" locali la distanza si fa siderale
L'Eguaglianza era stata il grande motore culturale e politico della modernità - il suo valore identificante. Dalla constatazione della innata eguaglianza degli uomini aveva preso origine la modernità politica, con l'idea del contratto sociale, della legge eguale per tutti, dei diritti civili, e poi politici e sociali. Dalla domanda di eguaglianza - o per lo meno di una più giusta ripartizione dei beni essenziali, dall'idea di «giustizia sociale» - erano nati i moderni conflitti sociali e le relative forme istituzionali, le grandi organizzazioni politiche e sindacali, il «movimento operaio», i sistemi di sicurezza sociale e di assistenza. Persino il progresso delle nazioni era letto attraverso i gradi via via più estesi di riduzione delle distanze sociali e le condizioni via via più eguali tra gli uomini. L'Eguaglianza era la misura dell'avanzamento nel tempo delle società e l'ingrediente fondamentale dei movimenti di massa che ne hanno scandito la storia. Non è più così.
Lo vediamo tutti i giorni. Lo vediamo per quanto riguarda i poveri del mondo, i quali, certo, continuano a essere in movimento.
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Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale
Carlo Formenti
Nel 1961 nasce «Quaderni Rossi», una rivista destinata ad agitare le acque stagnanti del marxismo italiano, impelagato in una stucchevole ortodossia teorica (cui faceva da paradossale controcanto il pragmatismo «revisionista» del Pci). Vi scrivono autori come Mario Tronti, Raniero Panzieri, Vittorio Rieser e Antonio Negri, i quali propongono un'inedita reinterpretazione delle pagine più «visionarie» di Marx: il ciclo capitalistico non è governato dalle leggi «oggettive» dell'economia ma rispecchia il continuo sforzo di «adattamento» del capitale ai comportamenti soggettivi del lavoro. Il contributo fondamentale di questa eresia «operaista» (come verrà battezzata) consiste nell'avere recuperato il punto di vista della «critica dell'economia politica», vale a dire dell'unica prospettiva in grado di smascherare la natura ideologica della «scienza» economica, mettendo in luce i rapporti di forza fra le classi sociali che si celano dietro le sue presunte verità oggettive.
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Tempus fugit
Bimbo Alieno
Il tempo è una dimensione sorprendentemente elastica: può essere dilatato, compresso, esteso talvolta addirittura fermato. Le dimostrazioni scientifiche e le spiegazioni teoriche ci sono arrivate dalle più brillanti menti della Fisica del ‘900. Le dimostrazioni in campo finanziario si sono preoccupati di regalarcele, con particolare generosità, prima Alan Greenspan e ora Ben Bernanke.
Attraverso l’utilizzo della leva dei tassi, del QE, delle agenzie di rating, degli editoriali di influenti media finanziari, della pochezza del Congresso su tematiche strettamente “tecniche”, della “printing press”, ecc. ecc. Greenspan e Bernanke hanno rimandato, e qualcuno ritiene addirittura eliminato, il momento di quel collasso di sistema che alcuni pronosticavano come prossimo, inevitabile.
Chiaramente qualunque opzione è valida quando il tema è “c’è un guaio enorme che chiede di essere risolto qui e ora” e la risposta di Alan e di Ben più o meno è sempre stata orientata a far sì che il “qui” diventasse “anche laggiù e là in fondo” e “ora” diventasse un “magari dopo”.
Buchi? stampando denaro li coprirò, pagheranno le generazioni future con l’inflazione (non ora).
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Abbondanza FRUGALE
Serge Latouche
Per concepire e costruire una società di abbondanza frugale e una nuova forma di felicità, è necessario decostruire l'ideologia della felicità quantificata della modernità; in altre parole, per decolonizzare l'immaginario del pil pro capite, dobbiamo capire come si è radicato.
Quando, alla vigilia della Rivoluzione francese, Saint-Just dichiara che la felicità è un'idea nuova in Europa, è chiaro che non si tratta della beatitudine celeste e della felicità pubblica, ma di un benessere materiale e individuale, anticamera del pil pro capite degli economisti. Effettivamente, in questo senso, si tratta proprio di un'idea nuova che emerge un po' ovunque in Europa, ma principalmente in Inghilterra e in Francia.
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L’Iran e l’America smemorata
Angelo Gennari
“La storia si ripete sempre due volte: la prima come
tragedia, la seconda come farsa” (K. Marx)… speriamo
TIME Magazine ha riferito che l’uomo di punta della nuova intransigenza americana contro l’Iran è diventato, adesso, il segretario alla Difesa in persona, Robert Gates (15.7.2010, An attack on Iran: back on the table — Un attacco al’Iran: l’opzione è nuovamente sul tavolo). Era segretario alla Difesa anche con George Bush il piccolo e a lui venne attribuito l’aver dissuaso, allora, il presidente dall’attaccare l’Iran. Era il 2008 e gli USA erano infognati, come e peggio di adesso, in Iraq e Gates spiegava che ficcarsi in un’altra guerra in Medioriente era “l’ultima cosa di cui l’America avesse bisogno”.
Ora è il 2010 e gli Stati Uniti sempre là sono infognati e ancora più di allora, addirittura drammaticamente, sono ora impantanati in Afganistan. Ma non fa niente: Gates sembra aver cambiato opinione.
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“La coscienza dei pirla”
Lettera aperta della Rete dei Comunisti
Le valutazioni che abbiamo diffuso in questi giorni sulle prospettive indicate dalla Federazione della Sinistra sullo scenario politico dei prossimi mesi, hanno suscitato reazioni opposte: consenso tra molte compagne e compagni che hanno in qualche modo metabolizzato la divaricazione tra loro e le esperienze delle forze che costituiscono la FdS; acrimonia e reazioni viscerali tra compagni non certo marginali del PRC che può essere ben sintetizzata con la categoria dei “pirla” rivolta dal compagno Ferrero verso i compagni che non condividono o non “comprendono” l’alleanza democratica indicata dalla FdS con il PD in funzione antiberlusconiana. Non solo. Abbiamo risentito in giro inefficaci ragionamenti del passato e una personalizzazione delle accuse che nega qualsiasi dimensione politica del confronto.
L’incidente di percorso dell’articolo sul Corriere della Sera e la conseguente smentita dei portavoce della Federazione della Sinistra su un possibile passaggio in carico di alcuni candidati della FdS in quota Ulivo, ha diradato un polverone ma non ha affatto sciolto il nocciolo di fondo della questione: la sinistra anticapitalista ha un futuro e una funzione nel nostro paese se non riesce a immaginare il suo spazio politico in modo indipendente dall’alleanza – per forza di cose subalterna – con il Partito Democratico e la possibile coalizione antiberlusconiana?
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11 settembre (2001) e 17 settembre (1982): i due pesi e due misure che stritolano la nostra morale. E la nostra credibilità
Pino Nicotri
La profonda ipocrisia e disonestà, nel senso anche di malafede, dell’Occidente, cioè dell’Europa e degli Usa, appaiono in tutta la loro grave enormità dal confronto tra queste due date e relative rimembranze: 11 settembre 2001 e 17 settembre 1982. La prima data è - come sanno anche i sassi - quella dell’abbattimento delle Twin Tower di New York. Ma la seconda? Chi di noi occidentali se la ricorda? No, non è la presa di Porta Pia, quella è del 19 settembre, se non erro. Non ricordate, vero? E’ il giorno della strage di Sabra e Chatila. Vale a dire, della terribile mattanza - tra i 3 e i 6 mila civili ammazzati a sangue freddo, le donne e le bambine dopo essere state stuprate, le donne incinta dopo essere state sventrate e massacrate con il feto messo loro in braccio - fatta eseguire a Beirut dai militari israeliani alle milizie collaborazioniste dei falangisti cristiani nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Falangisti cristiani… Questo è dunque il cristianesimo in Libano?
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«Meglio il materialismo storico piuttosto che la nuova teoria dell’effetto di sdoppiamento»
Andrea Catone
Caro RobertoIl ritardo con cui rispondo alle tue sollecitazioni a scrivere sul libro scritto da te e Costanzo Preve, Logica della storia e comunismo novecentesco - l’effetto di sdoppiamento, non è dovuto a cattiva volontà, ma a difficoltà reali nel misurarsi seriamente con una proposta di costruzione di una nuova teoria che si presenta dichiaratamente in alternativa al «materialismo storico “ortodosso”» (p. 59).
Certo, la definizione di cosa sia quest’ultimo è problematica, come osserva Preve nel complesso capitolo/saggio su “materialismo storico, storia universale del genere umano, valutazione del comunismo novecentesco”, proponendo di superare la dicotomia ortodossia/eresia. Tuttavia, mi sembra, in linea di massima, che il vostro bersaglio sia il marxismo sovietico, il materialismo storico e dialettico fino alle sue ultime versioni degli anni ‘80, come il libro I fondamenti di filosofia marxista-leninista di V. Afanas’ev. Bersaglio estremamente vulnerabile e facilissimo da colpire nel momento in cui afferma - a pochi anni dal rovescio del socialismo in URSS e dalla dissoluzione della stessa Unione sovietica - la “completa e definitiva” “vittoria del socialismo nell’URSS” (p. 63).
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Il ricatto colonialistico delle delocalizzazioni
di Comidad
Giorgio Cremaschi, dirigente della FIOM, ha commentato così la decisione di Federmeccanica di attuare la disdetta del contratto dei metalmeccanici firmato nel 2008: "Anche se gli effetti formali di questa disdetta sono rinviati nel tempo, visto che il contratto resta comunque in vigore fino al 2012, quelli politici si dispiegano subito. Dimostrano che gli industriali italiani vogliono competere con i paesi a più basso costo del lavoro, senza investimenti, tagliando diritti e salario".
Insomma, secondo Cremaschi, gli imprenditori italiani non avrebbero sufficiente autostima e, invece di competere con Germania e Stati Uniti, preferiscono misurarsi con Paesi che magari sono in Europa, ma che comunque, economicamente, sono terzo mondo. In realtà il problema è che gli industriali non hanno nessuna intenzione di competere con chicchessia, ed il ricatto delle delocalizzazioni non deriva affatto dal minore costo del lavoro in questo o quel Paese, ma dalla politica di incentivi alla delocalizzazione attuata dagli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, ma anche dall'Unione Europea.
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Sciopero del capitale, austerità e bassi salari
Guglielmo Forges Davanzati
Stando alle ultime stime OCSE, esistono, nei Paesi industrializzati, quasi cinquanta milioni di disoccupati, un livello mai raggiunto dagli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra. Sarebbe davvero arduo sostenere che ciò sia imputabile a eccessive ‘rigidità’ del mercato del lavoro, essendo ben noto – e certificato dagli ultimi rapporti OCSE – che un ventennio di politiche di ‘flessibilità del lavoro’ non ha generato altro se non una consistente riduzione della quota dei salari sul PIL in tutti i Paesi industrializzati e comunque non ha accresciuto l’occupazione. Dopo la brevissima stagione, lo scorso anno, nella quale alcuni Governi (USA in primis) hanno messo in atto politiche di rilancio della domanda aggregata mediante aumenti della spesa pubblica, prevale oggi una linea di ‘austerità’, stando alla quale si ritiene che – ferma restando la ‘flessibilità’ del lavoro – la disoccupazione sia imputabile al modesto tasso di crescita delle economie dei Paesi industrializzati, e che, per far fronte al problema, siano necessarie politiche di riduzione della spesa pubblica[1].
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In guerra con la Cina? I pericoli di una conflagrazione globale
L'ASCESA E IL DECLINO DEI POTERI ECONOMICI: IL CONFLITTO CINA-USA SI INASPRISCE
James Petras
Introduzione
I conflitti sempre più intensi tra Stati Uniti e Cina condurranno inevitabilmente ad una conflagrazione globale? Se cerchiamo una risposta nel passato recente, questa sembra essere un clamoroso sì. Le guerre più rovinose del XX secolo sono state il risultato di bracci di ferro tra potenze imperieliste affermate e nascenti. Le esperienze e politiche delle prime fungono da linea guida per le seconde.
Lo sfruttamento coloniale dell'India da parte dell'Inghilterra, dei suoi affari, dei suoi tesori, delle materie prime e del lavoro sono servite da modello per la guerra tedesca e per il suo tentativo di conquista della Russia [1]. L'ostilità tra Churchill e Hitler aveva tanto a che fare con le loro comuni mire imperialistiche quanto ne aveva con le loro contrastanti idee politiche. Inoltre, il saccheggio coloniale perpetrato da Europa e Stati Uniti nel sudest asiatico e nelle città della costa cinese sono state uno spunto per l'iniziativa del Giappone volta allo sfruttamento di Manciuria, Corea e Cina continentale.
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L’Italia è un paese senza futuro
di Christian Raimo
Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.
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Benvenuti nel paese degli asini che volano (e non solo quelli)
di Sandro Moiso
Quand’ero bambino, uno zio mi insegnò che per distrarre qualcuno e poterlo fregare occorreva attirare la sua attenzione sugli asini che volavano in cielo.
Certo quell’italietta degli anni ’50 era ancora vicina alle storie medievali di Calandrino e le truffe alla Totò per vendere il Colosseo a turisti sprovveduti facevano ancora sorridere.
Oggi, invece, siamo diventati moderni e seri, liberal e globalizzati e soprattutto cinici e disincantati e quelle innocue storielle, ormai, richiamano soltanto alla mente il retaggio di una cultura popolare arcaica e superata.
Così, finalmente, tutta la dotta cultura millenaria, latina e cristiana, che caratterizza il Bel Paese e la sua indiscutibile modernità ha potuto esprimere la propria ricchezza e profondità filosofica, politica e morale nel vivace dibattito sull’opportunità o meno dell’esistenza della lotta di classe.
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Tremonti: 8 punti per amministrare il declino
Pino Cabras
Che l’Italia debba passare anni terribili è ormai cosa certa. Vi basti l’intervista concessa dal ministro Giulio Tremonti a «la Repubblica» del 4 settembre 2010, che pure – bontà sua - si intitolava “L’emergenza è finita”. In una sorta di manifesto per la politica dei prossimi anni, uno degli esponenti più in vista delle classi dirigenti italiote riesce ad esprimere propositi che quando non sono banali e perciò inutili, sono contradditori, impossibili e perfino molto pericolosi.
Tremonti è uno che conta molto nel governo attuale, è in pole position per il dopo-Berlusconi, ed esprime propositi che sembrano essere largamente predominanti anche nel campo devastato della complice opposizione istituzionale. Perciò leggere lui significa leggere il punto di equilibrio fra le schegge della Seconda Repubblica e i tasselli della Terza in fieri.
Tralascio altre considerazioni, senza alambiccarmi in complessi ragionamenti politici, ora che Gianfranco Fini spariglia il quadro delle alleanze di governo e non siamo perciò a bocce ferme. Cerco invece di prestare la dovuta attenzione agli otto punti che Tremonti mette al centro dell’agenda politica per il Sistema Italia. Un sistema che vuole trasformare economicamente (anzi, lui dice «re-ingegnerizzare», io dico «dov’eri, nel frattempo in questi anni?», ma tant’è…).
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Contro i'apertura indiscriminata dei mercati
Emiliano Brancaccio
La globalizzazione dei mercati abbatte la forza rivendicativa, politica e sindacale, dei lavoratori. Numerosi studi del Fondo Monetario Internazionale, dell’OCSE, della Commissione Europea, segnalano da tempo l’esistenza di una correlazione statistica tra l’apertura di un paese ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di persone, e il corrispondente declino degli indici di protezione dei lavoratori, della quota salari sul reddito nazionale e dei livelli di protezione sociale. I dati segnalano che la globalizzazione dei mercati indebolisce i lavoratori in tutte le fasi del ciclo capitalistico, sia nel boom che nella recessione. Tuttavia, quando si attraversa una crisi, la piena apertura dei mercati può condurre a una vera e propria capitolazione delle rappresentanze del lavoro, e a un conseguente, precipitoso declino delle tutele normative e sindacali e della quota di prodotto sociale destinato ai lavoratori.
Queste statistiche non fanno che confermare quel che già si evince dalla cronaca quotidiana.
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Sostenere la domanda, controllare il debito
Duccio Cavalieri*
Ancora una volta l’economia finanziaria, che non produce vera ricchezza, sta avendo la meglio sull’economia reale. Il salvataggio dell’economia finanziaria, attuato in condizioni di emergenza dopo l’ultima crisi mondiale, è avvenuto immettendo sul mercato non regolamentato una massa enorme di nuovi titoli ‘tossici’ e di titoli del debito sovrano scarsamente affidabili. Si è cioè pensato di tamponare una crisi nata da eccessivo indebitamento non solo riducendo la spesa pubblica per fini sociali, ma anche scaricando sui bilanci della pubblica amministrazione e sulle generazioni future debiti privati inesigibili.
Gli stati si sono indebitati per salvare dalla crisi un sistema finanziario finalizzato alla speculazione e che oggi, dopo essere stato mantenuto in vita dai poteri pubblici con il denaro dei contribuenti, cerca di riprendere a fare soldi speculando al ribasso proprio sui titoli pubblici. La situazione sta tornando a essere quella di due anni fa, ma con la differenza che oggi sono direttamente coinvolti nella crisi anche gli stati (l’esperienza della Grecia insegna).
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Predicando nel deserto laburista
Da Detroit a Mirafiori: agonia della classe lavoratrice, finalmente!
di Karlo Raveli
Rimettiamo la classe operaia (non la classe lavoratrice!!!) generale al centro delle lotte affinché crolli tutta la politica della “sinistra” del capitale, affetta dal cancro giudeo-cristiano del laburismo, strutturata sulla difesa di un settore (metropolitano) di classe ormai intrappolato nel regime parlamentario, con tutte le ideologie e patologie mercantili e individualiste di un capitalismo sempre più sofisticato e decadente. Una sinistra indispensabile per la sopravvivenza del regime parlamentare del Capitale (ciò che gli idioti chiamano democrazia occidentale).
Il linguaggio è il sistema operativo principale di un modo di sviluppo. Come disse qualcuno anni fa: la lingua è lo strumento che più ci connette nella specie umana, ma è anche ciò che più ci imprigiona. Che chiude intelligenze individuali e collettive nelle carceri semantiche dominanti, nei valori trasmessi con le espressioni linguistiche generate nel modello di sviluppo.L'osserva bene Paolo Cacciari parlando di democrazia, nel N.24 di Carta: “Va riscritto un alfabeto. Dobbiamo tornare ad intenderci sul significato da dare alle parole”. In primo luogo coloro che pretendendo richiamarsi alla critica marxista, fin'ora la più radicale di cui disponiamo per conoscere una civiltà vecchia di 2500 anni, con tutte le sue sequele dall'invenzione della tecnologia denaro in poi.
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Materie prime, business, amazzoni e hostess. Ma lo spettacolo di Gheddafi è più italiano che libico
Nique la police
Fin dall’inizio degli anni ’90 era evidente che questa fase di globalizzazione, seguita alla caduta del muro e al riemergere del liberismo, avrebbe evaporato pratiche e strategie residui della vecchia diplomazia coloniale. Recentemente se ne sono accorti gli americani quando sono andati in Cina per il viaggio di Obama nel novembre 2009. Mai si sarebbero aspettati che il nuovo Kennedy subisse un vero e proprio interrogatorio, da parte dei cinesi, sullo stato dell’economia americana e persino sulla tenuta finanziaria della riforma sanitaria e dello stato federale della California (settori dove sono cospicui gli interessi di Pechino a causa del finanziamento del debito pubblico Usa a livello federale ma anche di singoli ).
E’ anche pacifico che il vertice di Copenhagen, come il G20, sia fallito perché i paesi Bric non riconoscono più il soft power diplomatico occidentale. Residuo dell’epoca della colonizzazione e della postcolonizzazione. Che non serve più alla Francia, che sta perdendo il ruolo internazionale del passato, e che permette, nel suo dissolversi, di liberare un ruolo alla Germania. Che si aggancia più a Pechino che a Washington e gli permette una egemomia in Europa che, per quando schizofrenica, era semplicemente impensabile nel recente passato.
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