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Sulla Palestina e la guerra sono altri i circoli viziosi da rompere
di Sergio Cararo *
Una replica all’articolo di Guido Caldiron [riportato in fondo] su Liberazione del 6 giugno
Intendo esprimere apertamente dissenso sull’articolo di Guido Caldiron pubblicato su Liberazione di Domenica 6 giugno. Le tesi espresse nell’articolo non sono nuove e rischiano di riprodurre dentro il movimento di solidarietà con la Palestina e il movimento No War lacerazioni e polemiche già vissute e - come era facilmente prevedibile – hanno trovato immediata sponda in Pigi Battista sul Corriere della Sera di oggi. Proverò a esprimere schematicamente e per punti i fattori di dissenso e i contributi per il confronto che viene invocato a fine articolo:
1) Le piazze svuotate dei pacifisti per timore che il "linguaggio di guerra copra le manifestazioni" non è certo un problema relativo alle manifestazioni per la Palestina. Al contrario, l’ultima manifestazione nazionale del 17 gennaio 2009 contro l’Operazione Piombo Fuso a Gaza, ha visto una partecipazione enorme, ed anche le manifestazioni di questi giorni nelle varie città hanno visto una mobilitazione tempestiva e numerosa che richiedevano l’immediata liberazione degli attivisti della Freedom Flottilla sequestrati dalle truppe israeliane e la condanna per l’ennesima “operazione di sicurezza” israeliana. Il problema semmai è la diventata la scarsa disponibilità/fiducia del popolo No War a scendere in piazza avendo come rappresentazione politica chi vota poi in Parlamento per il proseguimento della guerra in Afghanistan. I partiti della sinistra hanno pagato un prezzo politico pesantissimo su questo. Anche recentemente due diverse manifestazioni sotto il Parlamento (il 19 marzo e due settimane fa) hanno visto una presenza ridottissima di attivisti e attiviste. La rottura avvenuta nel luglio 2006 (assemblea al centro congresso Frentani) e il 9 giugno 2007 (manifestazioni separate contro la visita di Bush) non dà ancora segni di volersi ricomporre nonostante la Federazione della Sinistra abbia riconosciuto l’errore e si sia riposizionata positivamente.
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L'impossibilità di gestire l'Euro
di Samir Amin
1. Non c'è moneta senza Stato. Insieme, Stato e moneta sono nel capitalismo i mezzi per gestire l'interesse generale del capitale, trascendendo gli interessi particolari dei segmenti del capitale in concorrenza tra loro. Il dogma attuale che immagina un capitalismo gestito dal "mercato", addirittura senza uno Stato (ridotto alle sue funzioni minime di tutore dell'ordine), non si basa né su una lettura seria della storia del capitalismo reale, né su una teoria che si pretende "scientifica" in grado di dimostrare che la gestione del mercato produce - anche tendenzialmente - un equilibrio qualsiasi (a fortiori "ottimale").
Ma l'euro è stato creato in assenza di uno Stato europeo, che sostituisse gli Stati nazionali, le cui principali funzioni di gestori degli interessi generali dei capitali erano esse stesse in via di abolizione. Il dogma di una moneta "indipendente" dallo Stato esprime questa assurdità.
L’"Europa" politica non esiste. Nonostante si immagini ingenuamente di superare il principio di sovranità, gli Stati nazionali restano gli unici legittimi. Non c'è la maturità politica che farebbe accettare al popolo di una qualsiasi delle nazioni storiche che costituiscono l’Europa il risultato di un "voto europeo”. Lo si potrebbe desiderare, ma resta il fatto che ci vorrà molto tempo perché emerga una legittimità europea.
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Ungheria: si apre un nuovo fronte o meglio...si ri-apre un vecchio fronte
Stefano Bassi
Ungheria: portavoce premier indica situazione economica grave, Bloomberg:
venerdì, 4 giugno 2010 - 13:35
L'economia dell'Ungheria è in una situazione grave. Lo ha detto il portavoce del premier ungherese, Peter Szijjarto, secondo quanto riportato da Bloomberg.
Szijjarto, sempre secondo l'agenzia, avrebbe confermato la manipolazione dei conti dello Stato da parte del precedente governo.
Qualche giorno fa ho usato la metafora della Spagna come linea Maginot dell'Eurozona.
Poco dopo il NYT ha replicato la mia analogia...:-)
Maginot Lines and Illusions
Il riferimento è alla famosa linea di difesa della Francia contro la Germania (e contro l'Italia) durante la Seconda Guerra Mondiale, che avrebbe dovuto essere il baluardo per difendere la Francia dall'invasione e dalla sua caduta.
Invece la linea Maginot non servì a nulla...perchè venne facilmente AGGIRATA:
Una forza civetta si appostò davanti alla Linea, mentre la vera forza d'attacco tagliò attraverso il Belgio e i Paesi Bassi, attraverso la Foresta delle Ardenne che giaceva a nord delle difese principali dei francesi.
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Turchia nel mirino di Israele: colpire uno per educarne cento
Alfatau
La storia dello Stato ebraico dimostra che l'impiego della forza militare è stato sempre deciso in piena corrispondenza con gli assunti strategici della Realpolitik israeliana e prestando grande attenzione agli effetti psicologici sugli avversari.
La gravità di quanto accaduto nelle acque internazionali al largo di Gaza, quindi, non consiste tanto nell'evidente violazione delle regole del diritto internazionale umanitario (cosa questa per nulla nuova alla prassi israeliana), quanto nel rappresentare una diretta conferma di un disegno strategico di potenza che osservatori attenti, negli ultimi anni, hanno già analizzato e descritto in dettaglio (1).
Tanto più vera è questa affermazione in relazione alla situazione di Gaza: già dopo l'attacco del dicembre 2008 abbiamo tentato di spiegare su queste colonne (2), che quell'offensiva era stata costruita, sul piano politico, diplomatico e militare, secondo un'impostazione strategica autonoma che aveva cioè ben poco a che fare con la semplice reazione punitiva agli attacchi, del tutto inconsistenti sul piano politico-militare, dei razzi di Hamas - come Israele sosteneva.
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Perchè cancellare lo Statuto dei lavoratori?
Guglielmo Forges Davanzati
Il recente tentativo di approvazione del disegno di legge sull’arbitrato per la risoluzione dei conflitti sul lavoro – come è noto, rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica e al momento oggetto di rielaborazione - costituisce un passo ulteriore verso il definitivo superamento dello Statuto dei lavoratori e, dunque, nella direzione di un’ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori. Obiettivo dichiarato del Ministro Sacconi è il passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, che renda più “leggera” la normativa sul lavoro[1].
Il provvedimento non desta sorpresa dal momento che si inserisce lungo la direzione delle politiche finalizzate all’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori; politiche che i Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno tenacemente perseguito. La logica economica – quella propagandata - che sta alla base di queste scelte risiede nella convinzione che la maggiore libertà di licenziamento fornisca alle imprese anche maggiore incentivo all’assunzione e che, dunque, la ‘flessibilità’ del lavoro vada a vantaggio dei lavoratori. Nel caso in esame, viene fatta valere la tesi di Giuliano Cazzola, relatore del disegno di legge alla Camera, secondo il quale “bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei minus habens, incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale, per dirimere le loro controversie di lavoro”.
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Passaggio per la Grecia
(il punto di non ritorno)
Giuseppe Sottile
Se non fosse tutto vero, apparirebbe uno spettacolo. In realtà, è uno spettacolo del tutto vero, del tipo tragico e dove gli attori sono autentici criminali.
Giorni fa è stato approvato il pacchettone (circa metà del Pil italiano) di crediti a garanzia di tutti i futuri (e presenti) indebitamenti degli Stati dell’Unione Europea e gli indici di borsa sono rimbalzati dal precedente tonfo, ma il giorno dopo l’euforia era già passata.
In realtà il modo presente di “gestire” le risorse è paragonabile ad un incubo senza fine di cui non ci si accorge solo perché se ne è perennemente ubriachi, una ubriacatura che, diversamente da quella ventilata da Schopenhauer come occasione d’essere felici, produce solo un indefinito imbarbarimento.
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L'escalation
Perchè Israele è diventata un pericolo per l''umanità (e per se stessa)
di Sergio Cararo
La tempesta è in arrivo e della quiete non c'è alcuna avvisaglia. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente alla luce dell'azione di vero e proprio terrorismo di stato compita dalle forze speciali e dalla marina militare israeliana contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza. Il pesante bilancio di morti e feriti tra gli attivisti internazionali provenienti da diversi paesi - ed in particolare dalla Turchia - privano le autorità di Tel Aviv di qualsiasi giustificazione, anche tra tra i governi che pure hanno brillato per la loro complicità con i crimini di guerra accumulati da Israele in questi decenni.
Molti sono i fattori che indicavano come le contraddizioni che si erano andate accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali, abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La irrisolta questione palestinese appare oggi solo parzialmente responsabile ma fortemente ipotecata da questo scenario regionale.
Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:
1) Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi politici nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;
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Tempo di “falchi” a Palazzo Koch
Emiliano Brancaccio
«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale». Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d’Italia presentate ieri all’assemblea annuale dell’istituto. Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall’abituale, morigerato linguaggio di Palazzo Koch. C’è da scommettere che i commentatori dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro del governatore. A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il merito di aver adottato «misure di contrasto all’evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti d’incentivo all’evasione che sono scaturiti da numerosi provvedimenti dell’esecutivo, tra i quali spicca il condono di fatto sui capitali rimpatriati.
Il principale punto critico delle considerazioni del governatore non risiede però nella paludata valutazione dell’operato del governo italiano. Il vero problema verte sulla scelta di assolvere completamente la Germania riguardo alle cause della gravissima crisi della zona euro. A questo riguardo il governatore riconosce che l’attuale instabilità della Unione monetaria europea è alimentata dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito tra i suoi paesi membri.
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Da Israele una minaccia di portata storica
Giulietto Chiesa
Il sangue dei pacifisti di Freedom Flotilla ci invia un messaggio tragico, che dobbiamo capire in tutta la sua portata storica.
Questo aggettivo non deve essere considerato retorico.
Il 31 maggio 2010 Israele ha dimostrato al mondo di essere divenuto il pericolo principale per la pace e la sicurezza del mondo.
Guidato da un gruppo più che di criminali, di completi irresponsabili, questo paese dimostra di essere pronto a qualunque eccesso, a qualunque follia, in nome di un fondamentalismo religioso, aggressivo, in spregio a ogni norma e alla stessa idea del diritto.
Adesso possiamo (anzi dobbiamo) immaginare cosa cova nei centri del potere di un tale stato e a cosa sono pronti: a trascinare nel disastro il mondo intero in nome della presunzione che la loro verità religiosa (quella della "terra promessa") debba essere imposta a tutti, costi quel che costi.
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Il decennio perduto dell’ Unione europea
Antonio Lettieri
Si mette in discussione la stessa esistenza della moneta unica, che pure era nata al culmine di un momento di magnificenza per l’Europa. Bisognerebbe invece riconoscere che la crescita anemica e l’attuale crisi sono il frutto di politiche radicalmente sbagliate
La crisi greca ha rilanciato il dibattito sulla natura dell'Unione economica monetaria, la sua origine e i rischi di disintegrazione. Per alcuni commentatori si tratta di una crisi annunciata e inevitabile. L'unione monetaria – è la tesi - non può funzionare senza istituzioni politiche. Oppure, traducendo la questione in termini economici: un'area valutaria è destinata al fallimento senza il verificarsi d quelle che il premio Nobel Robert Mundell descrisse, nel secolo scorso, come condizioni "ottimali", tra le quali la piena mobilità del lavoro e la flessibilità di prezzi e salari. Coloro che condividono il primo o il secondo di questi punti di vista (o entrambi) traggono dalla crisi greca – e dall’insieme degli squilibri che agitano l’Unione - una prognosi sfavorevole per il destino della moneta unica. In breve, l'Unione monetaria sarebbe destinata alla disintegrazione.
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L’Europa del mercato
di Franco Russo
1.
L’aggressione dei centri finanziari contro i debiti sovrani degli Stati dell’Unione Europea dimostra la loro forza devastante, a sanzione che le politiche pubbliche anche delle economie a scala continentale come quella europea devono sottostare alle leggi del mercato e del profitto (in questo caso alla speculazione sui titoli pubblici). La Grecia è l’anello debole della catena, tirata per coinvolgere l’intero sistema dell’euro, BCE in testa. Il patto di stabilità, quello che sancisce i livelli massimi del debito e del deficit pubblici al 60% e al 3% del PIL, è già saltato per i massicci aiuti che gli Stati hanno concesso nel 2008-10 per salvare le banche dal tracollo. Saltati i parametri di Maastricht, ora la BCE vede modificarsi i suoi obiettivi che finora erano solo quelli del controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi. Come ha rilevato Paolo Leon la BCE ha ampliato, sotto l’urgenza della crisi, le sue funzioni perché l’euro non è emesso più solo in relazione ai fabbisogni commerciali, bensì anche per quelli finanziari potendo comprare ‘debito pubblico’ – sostituendo in pratica obbligazioni nazionali con quelle emesse dalla BCE. È in atto un altro salvataggio delle banche, dato che il debito pubblico greco è in gran parte nei portafogli delle banche soprattutto francesi e tedesche.
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Foucault, ovvero l'anti-Marx. Una leggenda da smontare
di Tonino Bucci
«Io cito Marx senza dirlo, senza mettere le virgolette, e poiché la gente non è capace di riconoscere i testi di Marx, passo per essere colui che non lo cita. Un fisico, quando lavora in fisica, prova forse il bisogno di citare Newton o Einstein? Li usa, ma non ha bisogno di virgolette, di note a pie' di pagina o di un'approvazione elogiativa che provi fino a che punto è fedele al pensiero del Maestro». Queste poche righe portano la firma di Michel Foucault e sono riprodotte in una delle opere che più ha contribuito a far conoscere in Italia gli aspetti militanti del suo pensiero. Parliamo di Microfisica del potere , sottotitolo Interventi politici , più che un'opera sistematica, una raccolta di testi, brevi scritti, dibattiti e interviste, uscita non a caso qui da noi nel 1977. Anno cruciale, durante il quale si registra nel campo della sinistra (soprattutto in Italia e in Francia) il massimo di rottura tra movimento operaio e partiti comunisti, da un lato, e i movimenti studenteschi dall'altro. Movimenti che dall'interno delle università cominciano a guardare a nuovi soggetti al di fuori di quelle che vengono definite strutture burocratiche e di potere, dai sindacati ai partiti. Da qui si spiega l'attenzione del Settantasette verso i non garantiti e il proletariato metropolitano, verso gli esclusi e il sottoproletariato, verso i malati mentali e verso un'intera costellazione di soggetti che per la prima volta cade al fuori della "classe operaia".
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Crisi di sistema
Ferruccio Gambino
La recessione cominciata due anni fa è una crisi di sistema e non una semplice battuta di arresto di un ciclo tendente alla normalità.
Per trovare un disastro simile occorre guardare alla Grande Depressione del 1929-38. E’ facile esagerare l’importanza degli avvenimenti correnti rispetto a quelli del passato, ma questo rovescio è colossale, comunque lo si misuri. Non basterà qualche rettifica per mettere in sesto un quadro sociale – prima ancora che economico – sconquassato.
Molti ammettono che questa crisi è sì di sistema, ma poi la spiegano a piccole dosi ansiolitiche. In realtà è crisi di sistema perché tocca in profondità i rapporti sociali in tutti i paesi investiti dalla globalizzazione. Per coloro che sono dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, il dato saliente è la crisi dei rapporti sociali, ben prima di qualsiasi sboom finanziario. Già all’inizio degli anni ‘70, Stan Weir, un protagonista e osservatore delle relazioni lavorative negli Usa avvertiva la diffusa resistenza a condizioni di lavoro in via di deterioramento: “…grandi numeri di operai industriali non sono più disposti a tollerare le condizioni nelle quali si vuole che producano i beni e i servizi che…mantengono in vita questa società”.
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Crisi Grecia – Più stato meno mercato
di Vladimiro Giacchè
La crisi attuale è degna di nota da molti punti di vista. Lo è certamente per la sua gravità e per la sua durata. Ma anche per un altro motivo: la sorprendente capacità di tenuta sinora dimostrata dall’ideologia liberistica.
Il confronto con la precedente crisi di entità paragonabile, quella del 1929, è illuminante. Allora la crisi innescò un profondo ripensamento dei rapporti tra stato e mercato, mentre oggi non avviene nulla del genere. Anzi: l’inizio di una seconda fase della crisi, che investe il debito degli stati, ha ridato fiato alle trombe di chi nega che quanto è avvenuto rappresenti una sonora smentita della presunta superiore efficienza di mercati “autoregolamentati”. A leggere certi articoli, sembra di tornare al motto reaganiano per cui “lo Stato è il problema, il mercato la soluzione”. Peccato che la crisi attuale del debito pubblico derivi proprio dal fatto che gli stati hanno svolto in questa crisi il ruolo di prestatore di ultima istanza spendendo migliaia di miliardi di dollari per salvare imprese private, oltre a sopperire per anni alla debolezza della crescita con sostegni di varia natura al reddito e ai consumi.
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Europa, crisi o fine?
Etienne Balibar
In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l'aiuto di Goldmann Sachs; all'annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all'imposizione alla Grecia di un piano di austerità selvaggio, come contropartita del prestito europeo. Poi l'«abbassamento del voto» della Spagna e del Portogallo, la minaccia dell'implosione dell'euro, la creazione di un fondo di aiuto europeo di 750 miliardi (su richiesta, in particolare, degli Stati uniti). Infine, la decisione della Bce, in contraddizione con il suo statuto, di acquisire delle obbligazioni statali, e l'adozione di politiche di rigore in una decina di paesi. Ce n'est qu'un début, non è che l'inizio, poiché questi nuovi episodi di una crisi apertasi due anni fa con il crollo dei crediti immobiliari statunitensi ne prefigurano altri. Dimostrano che il rischio di crac persiste o addirittura aumenta, alimbce, piigsentato da una massa enorme di titoli «spazzatura», accumulata nel corso del decennio precedente grazie ai consumi a credito, alla trasformazione dei titoli dubbiosi e dei credit default swaps in prodotti finanziari, oggetto di speculazione a breve. Il tormentone dei crediti dubbiosi continua, e gli stati sono in affanno. La speculazione investe ormai le monete e il debito pubblico. L'euro rappresenta oggi l'anello debole di questa catena, e trascina l'Europa. Le conseguenze saranno devastanti.
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La manovra, la crisi e il Cavaliere dimezzato
Infoaut
Un Berlusca incazzato nero. E questa volta non tanto verso magistratura e stampa. Ma per come si mettono le cose sul fronte economico, con il “fido e bravo” Tremonti che si è fatto senza mezzi termini interprete dell’urgenza di una manovra tutta tagli sfacciatamente iniqua. Dopo che sull’affaire Scajola non è stata possibile nessuna “difesa d’ufficio”, come ancora con Bertoladro, e l’iter legislativo sulle intercettazioni si va facendo più accidentato, ora il cavaliere è costretto a rimangiarsi le sue assicurazioni sulla tenuta finanziaria italiana e, soprattutto, deve riconoscere che “abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità” (chi?). Non c’è che dire: un bel colpo ad uno dei pilastri - insieme a evasione, mafia, corruzione, grandi opere, speculazione ecc. - su cui si è retto finora il largo consenso alla sua politica o, più precisamente, alla sua figura.
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L'Italia è malata, bastoniamola
Roberta Carlini
Tremonti si accoda nel vento europeo con la sua manovra di emergenza. Nelle stesse ore, l'Istat diffonde i numeri del paese, che mostrano i guasti già fatti da una recessione che con i nuovi tagli potrà solo approfondirsi, in una spirale pericolosa. La contro-manovra di Sbilanciamoci
Il debito pubblico italiano è troppo alto in rapporto al Pil? Certo che sì. Serve a qualcosa, la manovra da 24 miliardi sobriamente definita da Tremonti “un tornante della storia”? Certo che no. Da tempo gli economisti (solo alcuni per la verità) cercano di spiegare quello che i bambini di solito studiano in quarta elementare, cioè le frazioni: se scende il numeratore, ma contemporaneamente scende anche il denominatore, non è detto che il valore del rapporto si riduca. Anzi può persino aumentare: dipende (nell'aritmetica) dall'entità delle rispettive riduzioni, e (nell'economia politica) dalla strada che si prende per la discesa. In parole povere: se scende il debito, ma scende anche il Pil, il rapporto può persino peggiorare. Il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del paese, diffuso per coincidenza nello stesso giorno della manovra ci aiuta a capire che proprio questa è la dinamica in cui ci siamo infilati; mentre un documento come la “contromanovra” di Sbilanciamoci! ci aiuta a pensare a strade alternative per una discesa sostenibile.
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Quarant’anni fa. E oggi
Luigi Cavallaro
C’è un problema politico che conviene enunciare a chiare lettere, se vogliamo evitare che il quarantennale dell’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, caduto il 20 maggio scorso, diventi l’occasione per celebrarne il funerale. Si può porlo in forma di domanda: lo Statuto, complessivamente considerato, è compatibile o no con la «costituzione economica» fissata nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea?
L’opinione prevalente risponde di sì. Specialmente tra i giuristi, l’Unione Europea è vista come uno spazio non solo compatibile con le garanzie giuridiche che il lavoro salariato ha saputo conquistarsi nel corso del XX secolo nell’ambito degli Stati-nazione, ma addirittura come il presupposto per la loro conservazione ed estensione anche a coloro che attualmente ne godono in misura ridotta o ne sono del tutto privi: in fondo, bisogna pur sempre ricordare che le disposizioni più penetranti dello Statuto – come quelle che concernono la presenza del sindacato in azienda o apprestano la tutela reintegratoria per il licenziamento illegittimo – si applicano soltanto ai lavoratori occupati all’interno di aziende che abbiano alle proprie dipendenze più di quindici dipendenti (ovvero oltre sessanta sul territorio nazionale).
È però indiscutibile che, nel nostro Paese, l’approfondirsi del processo d’integrazione economica europea, specie a partire dal 1992, si è accompagnato all’adozione di misure legislative che, pur senza formalmente intaccare i dispositivi dello Statuto, hanno in sostanza ridotto l’area della sua operatività anche all’interno delle imprese che prima erano tenute alla sua integrale applicazione:
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Euro: l'ipotesi del peggio
di Jean-Michel Vernochet
La crisi greca del budget, diventata crisi dell’euro, non è la conseguenza fatale di un’autoregolamentazione dei mercati, ma di un attacco deliberato. Per Jean-Michel Vernochet, essa fa parte di una guerra economica condotta da Washington e Londra, secondo gli stessi principi delle attuali guerre militari: ricorso alla teoria dei giochi e strategia del caos costruttore. La posta in gioco è costringere gli europei ad integrarsi in un blocco atlantico, vale a dire in un Impero, all’interno del quale pagheranno automaticamente per il deficit budgetario anglosassone, tramite il mezzo indiretto di un euro dollarizzato. Un primo passo in questo senso è già stato fatto con l’accordo siglato tra l’Unione Europea e il FMI, che concede al Fondo Mondiale una particolare tutela sulla politica economica dell’UE.

L’attacco finanziario lanciato contro la Grecia, a causa del suo debito sovrano e della sua potenziale insolvibilità, si è presto rivelato
essere, nei fatti, un’offensiva contro l’Euro, che ha molto poco a che fare con le tare e i deficit strutturali dell’economia ellenica in sé. Dei “vizi”, del resto largamente condivisi dalla maggior parte dei paesi postindustriali, che hanno preso la pessima abitudine di vivere al di sopra dei propri mezzi, e a credito: da qui un’inflazione galoppante del debito, una “bolla” come un’altra destinata infine a esplodere.
Tutto sembra indicare che dietro la brutalità dell’attacco e al di là della corsa al saccheggio delle economie si profilino altri obiettivi, chiaramente di ordine geopolitico, e a lungo meditati. Poiché in nessun caso gli appetiti degli anonimi predatori finanziari, per quanto acuti possano essere, riescono a spiegare la durata di un’offensiva che, a breve termine, rischia di far saltare in aria la zona euro, l’Unione dei ventisette, e ben altro...
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Passato, presente e futuro dell’Europa
di Sergio Cesaratto
La situazione europea quale è venuta emergendo in queste settimane è preoccupante, non solo per la serietà della situazione, quanto per la cocciutaggine dei politici europei che l’han determinata, e della corte di economisti che l’appoggia, nel prescrivere ulteriori dosi di una medicina sbagliata. Gli economisti possono far poco, ma una denuncia intellettuale degli errori che si continuano a compiere sarebbe utile. E’ curioso come gli economisti americani praticamente di ogni orientamento siano consapevoli di dove giacciano i problemi europei, mentre solo il gruppo intellettuale che per comodità definiremo Harvard-Bocconi se ne distacca.
Il (recente) passato
Che l’Unione monetaria europea (UME) sia alla base dei presenti squilibri è assodato, persino negli studi ufficiali della Commissione Europea (Cesaratto 2010A).
Possiamo individuare due assi attorno ai quali tali squilibri si generano.
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La secessione reale: perchè molti enti locali italiani hanno la capitale a Londra e non a Roma
Nique la Police
Mentre la comunicazione politica si occupa di spettri, figure esangui che rilasciano dichiarazioni frammetarie e fugaci ai telegiornali e alla stampa, è utile concentrarsi sullo scenario aperto dalla profonda crisi economica e finanziaria che sta attraversando il continente europeo.
Da questo scenario isoliamo un particolare: in Italia una secessione è già maturata. Ma non tra la Lega e Roma, come temuto dalla grigia vestale del tricolore che si chiama Napolitano, ma tra molti enti locali italiani (sia a nord che a sud del paese) e il potere centrale. Questi enti locali una loro capitale, intesa come riferimento ineludibile di interessi, l'hanno già eletta. Si chiama Londra, e più precisamente la City, e il fatto che anche questa capitale attraversi una seria crisi economico-finanziaria non fa altro che aggiungere ulteriori tinte fosche ad uno scenario già di per sè plumbeo. Vediamo, per gradi, di intenderci sul tema che stiamo trattando.
Interessi italiani diversi nello stesso caos europeo
Cominciamo da come funziona la comunicazione politica: mentre tg e stampa sono pieni di particolari sull'ultima conferenza bon chic bon gendre di Fini, di faticose traduzioni dell'ultimo rantolo di Bossi o di frasi da buon senso del commesso coop di Bersani, nei giorni scorsi si svolgevano a Bruxelles due drammatiche riunioni. Una dell'Eurogruppo, i rappresentanti economico-finanziari della zona euro, e una dell'Ecofin che riguarda i ministri dell'economia e delle finanza dell'intera Unione Europea.
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La democrazia occidentale è un segreto militare
di Comidad
Come era prevedibile, e come era stato in effetti previsto da alcuni ambientalisti, una volta passate le elezioni è cominciata nel Partito Democratico la “revisione” della posizione contraria al ritorno del nucleare in Italia. L’occasione per “rivedere” è consistita in una lettera che la stampa ha presentato come “firmata da un gruppo di “scienziati e tecnici”, anche se il gruppo è infoltito soprattutto da imprenditori e manager. Il primo dei firmatari è l’oncologo Umberto Veronesi, la cui nota sensibilità umanitaria si esprime soprattutto nell’ambito di quel fenomeno, tipicamente ed esclusivamente umano, che sono gli affari. Veronesi dovrebbe essere infatti il capo dell’agenzia per la sicurezza nucleare, quindi la sua posizione filo-nucleare non è apparsa del tutto immune da interesse personale. Fra i firmatari non poteva mancare il professor Pietro Ichino, addetto ufficiale alla criminalizzazione del lavoro nell’ambito della campagna per la privatizzazione del Pubblico Impiego; una presenza che basterebbe da sola a garantire che questa sortita filo-nucleare è dettata da un autentico umanesimo degli affari.
Fra gli ambientalisti ha suscitato irritazione il fatto che la lettera filo-nucleare che pretendeva di aprire un dibattito, si sia poi limitata alle solite accuse ed ai soliti luoghi comuni, e non abbia minimamente preso in considerazione i due argomenti principali della posizione contraria al ritorno al nucleare, e cioè l’insostenibilità degli altissimi costi delle centrali ed il problema irrisolto dello smaltimento delle scorie radioattive.
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La nascita dell’Unione Sindacale di Base
Nuove potenzialità per una battaglia sindacale indipendente a tutto campo
a cura della redazione di Contropiano
La costituzione formale e l’avvio del nuovo soggetto sindacale unitario – l’Unione Sindacale di Base – previsto per maggio, costituisce, senza ombra di dubbio, un fatto politico rilevante che travalica lo specifico ridotto della “questione sindacale” e segna positivamente questa complessa e difficile stagione sociale che stiamo attraversando.
Come è noto, la Rete dei Comunisti ha sempre sostenuto tutte le esperienze del sindacalismo di base ed indipendente le quali, a vario titolo, e con percorsi politici ed organizzativi non sempre lineari, hanno costituito, nel corso dei decenni che stanno alle nostre spalle, un importante spaccato del movimento dei lavoratori e delle più generali forme con cui si è connaturato il conflitto sociale nel nostro paese.
La nascita, quindi, di una nuova confederazione - l’Unione Sindacale di Base - come risultato di un complesso lavorio di discussione, confronto e di ulteriore ricerca sul campo, avviato dalla Federazione delle RdB, dall’SdL Intecategoriale, da consistenti pezzi della CUB e da tanti compagni, lavoratori, attivisti senza tessera, mostra concretamente – ben oltre gli effettivi numerici delle organizzazioni citate – la volontà politica e la determinazione necessaria per lanciare una inedita e riqualificata proposta di nuova identità e di più avanzata prospettiva di lotta e di organizzazione [1].
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La sentenza sui fatti della Diaz
Tiziano Bagarolo
Condivido molto dell'amaro commento di Marco Revelli sul "manifesto" (che pubblico qui sotto) a proposito della sentenza della Corte d'Appello di Genova che, a distanza di quasi dieci anni, ha riconosciuto la verità sui "fatti della scuola Diaz" nei giorni del G8 di Genova. E finalmente ha condannato gli autori materiali di quell'ignobile "macelleria messicana" (parole di funzionario di PS durante la deposizione al processo), anche se non ancora i "mandanti", cioè il governo di allora (non lo si dimentichi).
Ma non condivido un punto centrale. Ossia che la reazione del governo – che immediatamente ha fatto sentire la sua voce per garantire ai condannati che non subiranno conseguenze (questo è il senso dei pesantissimi interventi "assolutori" di Maroni, Mantovani & C.) – la si debba al fatto che "sono della stessa pasta e della stessa cricca" (ossia gentaglia senza senso delle istituzioni e della giustizia...).
Non lo credo proprio. Sono assolutamente certo che – magari con un altro "stile", forse con meno pubblicità – un governo di centrosinistra nella sostanza non avrebbe agito diversamente. D'altra parte, non è forse vero che Manganelli (nomen omen), responsabile dell'ordine pubblico a Genova durante il G8, è stato successivamente chiamato a fare il consulente alla sicurezza da Amato, il ministro degli interni di Prodi? Governo che, per altro, si guardò bene dall'istituire quella commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8 tante volte reclamata dal PRC...
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Perché l’Unione Europea non funziona
di Vladimiro Giacchè
Il caos intorno alla Grecia è la spia di un problema strutturale: si è impedito che l’Europa potesse avere una politica fiscale comune nell’illusione che fosse sufficiente il libero mercato
Il conflitto scoppiato all’interno dell’Unione europea sul caso greco è soltanto l’ultima e più clamorosa dimostrazione dell’assoluta incapacità delle istituzioni europee di gestire la crisi economica in corso. I motivi di questo disastro non sono contingenti, ma affondano le loro radici nel processo di costruzione dell’Europa e nella sua architettura istituzionale. Di cui questa crisi sta mettendo in luce tutti i limiti. La crisi ha in effetti evidenziato, e aggravato, un’accentuata divergenza tra le economie della zona euro: in termini di crescita, di inflazione e di incremento del debito pubblico.
Quello che sta accadendo è l’incubo dei fautori dell’unità economica dell’Europa: il prodursi di choc asimmetrici, ossia di una crisi che colpisce in misura molto diversa i paesi dell’Unione, con i più deboli tra essi ormai impossibilitati ad adoperare la leva delle svalutazioni competitive per raddrizzare le loro economie. E che quindi rischiano di avvitarsi in una spirale drammatica: crisi economica, debito fuori controllo (anche per la riduzione delle entrate fiscali a causa della crisi) e necessità di una terapia d’urto contro il debito che ha l’effetto di aggravare la crisi.
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