Programma Minimo e Potere al Popolo
di Enzo Gamba
Una possibile articolazione del progetto e dei compiti dei comunisti
Sulla scena politico-elettorale italiana, in vista delle prossime elezioni, nel “campo di sinistra”, si è imposta una nuova proposta elettorale, politica e organizzativa: “Potere al Popolo”.
L’iniziativa, lanciata da Je so’ pazzo di Napoli, ha suscitato subito un notevole entusiasmo ed ha coinvolto una quantità di soggetti che, pur essendo da tempo attivi nei conflitti sociali territoriali e protagonisti di lotte significative, finora non hanno potuto o saputo creare un coordinamento a livello nazionale. Lo stesso interesse ha toccato numerosi compagni che spesso militano in organizzazioni comuniste, o che quanto meno proprio al comunismo fanno riferimento. Stante le numerose assemblee e iniziative che stanno partendo in numerose città, con il risultato di aver creato minimi, seppur significativi, contatti, sinergie e livelli organizzativi, vi sono motivi per sperare che questo fermento non vada perduto dopo le elezioni, anche in caso negativo, e che il coordinamento rimanga attivo ed operante in riferimento agli obiettivi politici esplicitati nel manifesto elettorale. Non è impossibile che Potere al Popolo possa costituire un embrione di movimento politico organizzato con obiettivi di difesa del proletariato e delle masse subalterne e dunque necessariamente anticapitalistici.



Consapevoli o meno, noi pensiamo entro i limiti di un determinato sistema di pensiero
Con la tecnologia, contro la retorica
Come avviene la determinazione del valore in una società nella quale vige il modo di produzione capitalistico? In che modo si genera il valore di una merce e quale tipo di conseguenze economiche, sociali, ecologiche questo processo di produzione porta con sé? In particolare, come si ritiene possibile salvare l’ecosistema dal disastro ecologico senza tenere conto del problema della determinazione della struttura del valore? Si tratta di questioni che, nel drammatico crogiuolo della crisi economica, attraversano trasversalmente le dinamiche della ristrutturazione economica e quelle della crisi ambientale. Eppure, la quasi totalità delle analisi degli economisti di parte neoliberista che si confrontano col disastro ambientale eludono il problema relativo all’impossibilità di una razionalità economica che si faccia carico delle esternalità ambientali e, anzi, continuano a ritenere possibile non solo salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica, cosa di per sé auspicabile, ma, per di più, trarre nuove occasioni per un’ulteriore accumulazione di profitto, coniugandolo magari, che ingenui, con il bene sociale.
Nei primi giorni di febbraio, Wall Street (quella che potremmo definire ancora come la Borsa di riferimento a livello mondiale) ha perso in sole due sedute 1.700 punti. Nella prima seduta la Borsa è arrivata a perdere il 6 per cento e 1.500 punti in pochi minuti, in quello che, secondo gli esperti di Market Watch, potrebbe essere il peggior calo giornaliero di sempre per la Borsa americana.
Il mio amico Roberto Buffagni ha una ipotesi circa i fatti di Macerata, nelle Marche, in cui si è consumato un doppio orrendo fatto di cronaca: alcuni criminali di origine nigeriana, dediti a quanto sembra a spaccio di stupefacenti, avrebbero ucciso una povera ragazza anche essa dedita all’uso, dunque una cliente, e poi, forse per occultarne il cadavere, l’avrebbero fatta a pezzi e abbandonata in campagna. Successivamente un criminale italiano, a scopo di vendetta razziale, ha sparato su passanti di colore e si è quindi consegnato, avvolto in un tricolore.
La condizione di degrado che pervade gli scenari della parte periferica e maggioritaria del tessuto metropolitano della città capitale non può essere solo materia per statistiche e graduatorie dei centri studi sullo stato delle città , né può essere ridotta a situazione contingente legata al ciclo economico e difficoltà/incapacità gestionali.
1. Ci siamo imbattuti in un'interessante questione storico-politica e, naturalmente, economica, sollevata in questo scambio di tweet:

Dopo essere stato a lungo un portato fondamentale della teorie economiche post-keynesiane,
Con le conseguenze della crisi economica mondiale ancora presenti nella realtà quotidiana di milioni di italiani, non c’è da stupirsi che 
Il 1917 di Martov fu singolare e ne derivò una lettura minoritaria, complessivamente erronea, ma a tratti acuta e presaga della rivoluzione. Martov (Julij Osipovič Cederbaum, Costantinopoli 1873-Schönberg 1923), dopo essere passato da Odessa a Pietroburgo per sfuggire ai pogrom, si era avvicinati al marxismo e fu arrestato per la prima volta nel 1892, esiliato a Vilna, in Lituania, dove contribuisce alla costituzione del Bund (Unione generale dei lavoratori ebrei). Ritornato a Pietroburgo, fonda insieme a Lenin, l’Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia: nel 1896 vengono entrambi esiliati in Siberia. Contrae la tubercolosi, come la maggior parte dei carcerati di epoca zarista, e non ne guarirà mai. Nel 1898 confluiscono nel riorganizzato Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) e fondano, con Plechanov e Vera Zásulič la rivista «Iskra». Nel 1903 redazione e Posdr si spaccano in due tendenze: Lenin è alla testa di quella maggioritaria (bolscevica), Martov di quella minoritaria (menscevica). Nel 1905 Martov oscilla fra una rivoluzione popolare non compromessa con gli elementi borghesi e la partecipazione a una coalizione con la borghesia liberale (i cadetti). Nel 1914 si oppone alla guerra imperialista, avvicinandosi a Lenin e Trockij e partecipando alle conferenze internazionaliste di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916).
Come per “Liberi ed Eguali”, il cui 
1. Chiunque affronti il problema della democrazia in termini marxisti – alla ricerca cioè di un potere costituente a misura della classe lavoratrice – si trova di fronte al rapporto storico tra struttura oggettiva del processo economico e dinamica soggettiva della decisione. Quest’ultima non sarà qui interpretata alla maniera della scienza politica classica e cioè come elemento puntuale, drammatico, e evenemenziale di innovazione istituzionale bensì come processo, insieme, di destituzione del vecchio potere ed espressivo di un constituency da parte del soggetto rivoluzionario. Se vogliamo capire come questo processo non si risolve semplicemente in un “momento” – che esso cioè non è un’ “eccezione” ma piuttosto un’ “eccedenza” – possiamo assumere un punto di vista “genealogico”, alla Foucault, meglio un “punto di vista di classe”. Così lo chiamavano gli “operaisti” quando descrivevano, preparavano e costruivano un processo rivoluzionario nella prospettiva della realizzazione di una tendenza, gestita dalle lotte di classe operaia ed interpretata da un soggetto che ne pone in atto l’organizzazione. È d’altronde il metodo de Il Principe – ma il soggetto non è evidentemente lo stesso nell’indagine che sviluppiamo: qui il soggetto è la classe operaia russa nel periodo nel quale si forma nei soviet, si organizza nel partito e sviluppa la sua lotta tra il 1905 e il 1917 – e poi dissolve, nel “secolo breve”, le sue originali istituzioni nella gestione socialista del capitale. Quindi, la prima domanda da porsi è quale fosse la struttura della classe operaia russa, meglio, la composizione che ne ha permesso questo sviluppo.


L’inverno è arrivato. Una spessa coltre di ghiaccio, sotto forma di enorme iniezione di liquidità, ha cristallizzato il panorama economico, finanziario e sociale. Quasi dieci anni fa, i primi focolai della Grande Recessione cominciavano a divampare. Ben presto l’incendio divampò in Occidente. Soltanto la torrenziale pioggia di cartamoneta lanciata dagli elicotteri delle banche centrali, con l’avvio del Quantitative easing, impedì che l’economia globale finisse in cenere. Ma gli effetti del Quantitative easing sono paragonabili a una coltre che ha cristallizzato la volatilità delle piazze borsistiche: oggi, il mondo finanziario vive immobilizzato allo zero termico, in quel glaciale torpore imposto dal pilota automatico delle banche centrali.
«La verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole»: così scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere discutendo di strategie militari. Negli ultimi mesi, e ancora di più dopo i fatti di Macerata, mentre ci si ritrova di fronte alla stessa amara e realistica constatazione secondo la quale non possiamo sceglierci il terreno di battaglia che vogliamo, ci si chiede in quale “forma di guerra” siamo precipitati.
Il termine comunismo detiene, almeno dalla caduta del Muro di Berlino, una certa opacità spettrale. Il «disastro oscuro»1 dei socialismi realizzati e il conseguente trionfo su scala globale del capitalismo neoliberista, hanno infatti relegato il comunismo – la sua tradizione ideologica, le sue pratiche e, non da ultimo, le categorie politiche e filosofiche del marxismo – nel novero dei cadaveri della Storia. Da più di un decennio, però, questa narrazione sembra esser messa in crisi. Marx è tornato sotto l’attenzione di molti studiosi, e non solo. La riflessione accademica fa nuovamente spazio ad argomenti riconducibili, in qualche modo, al concetto di ‘transizione’. Rivolte o movimenti politici alternativi hanno fatto la loro comparsa un po’ ovunque con una fenomenologia spesso simile: cioè cercando, tramite una riscrittura populista o contro-populista della più tradizionale pratica politica di sinistra, di contrastare l’egemonia economico-politica del capitalismo.
Premessa. Potere al Popolo è in Italia la vera sinistra alternativa. La sinistra è la volontà di cambio dell’attuale modello sociale. E’ per la liberazione della società e per una pratica politica e sociale che affronti e contesti le classi dominanti e l’imperialismo. In Italia c’è una sinistra sparsa in organizzazioni politiche e movimenti che Potere al Popolo deve unire.
Un fantasma si aggira per l’Europa e purtroppo questa volta non è il fantasma del proletariato. La sua sagoma sinistra si staglia dietro le parole ed i lessici, fra i discorsi del nostro quotidiano, fra le congiunzioni dei nostri pensieri. E’ il fantasma di un pensiero dominante, quello neoliberale in crisi, e quindi ancor più micidiale che negli anni della globalizzazione. E tuttavia si tratta di un fantasma in carne ed ossa, incarnato da una classe dominante che impone determinate scelte e determinate pratiche governamentali.
Persino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.
0. Ringrazio molto gli organizzatori non solo per l’invito ma specialmente per il tema che mi è stato assegnato: “La rivoluzione in Occidente”.
Marta Fana, dottore di ricerca presso l’Institut d’Études Politique de SciencesPo a Parigi e giornalista, ha scritto un libro che, giunto alla terza edizione in poche settimane, è diventato occasione per tornare a discutere della condizione del lavoro in Italia. Si intitola 



C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.
Ancora su Macerata




































