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Foucault, ovvero l'anti-Marx. Una leggenda da smontare
di Tonino Bucci
«Io cito Marx senza dirlo, senza mettere le virgolette, e poiché la gente non è capace di riconoscere i testi di Marx, passo per essere colui che non lo cita. Un fisico, quando lavora in fisica, prova forse il bisogno di citare Newton o Einstein? Li usa, ma non ha bisogno di virgolette, di note a pie' di pagina o di un'approvazione elogiativa che provi fino a che punto è fedele al pensiero del Maestro». Queste poche righe portano la firma di Michel Foucault e sono riprodotte in una delle opere che più ha contribuito a far conoscere in Italia gli aspetti militanti del suo pensiero. Parliamo di Microfisica del potere , sottotitolo Interventi politici , più che un'opera sistematica, una raccolta di testi, brevi scritti, dibattiti e interviste, uscita non a caso qui da noi nel 1977. Anno cruciale, durante il quale si registra nel campo della sinistra (soprattutto in Italia e in Francia) il massimo di rottura tra movimento operaio e partiti comunisti, da un lato, e i movimenti studenteschi dall'altro. Movimenti che dall'interno delle università cominciano a guardare a nuovi soggetti al di fuori di quelle che vengono definite strutture burocratiche e di potere, dai sindacati ai partiti. Da qui si spiega l'attenzione del Settantasette verso i non garantiti e il proletariato metropolitano, verso gli esclusi e il sottoproletariato, verso i malati mentali e verso un'intera costellazione di soggetti che per la prima volta cade al fuori della "classe operaia".
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Crisi di sistema
Ferruccio Gambino
La recessione cominciata due anni fa è una crisi di sistema e non una semplice battuta di arresto di un ciclo tendente alla normalità.
Per trovare un disastro simile occorre guardare alla Grande Depressione del 1929-38. E’ facile esagerare l’importanza degli avvenimenti correnti rispetto a quelli del passato, ma questo rovescio è colossale, comunque lo si misuri. Non basterà qualche rettifica per mettere in sesto un quadro sociale – prima ancora che economico – sconquassato.
Molti ammettono che questa crisi è sì di sistema, ma poi la spiegano a piccole dosi ansiolitiche. In realtà è crisi di sistema perché tocca in profondità i rapporti sociali in tutti i paesi investiti dalla globalizzazione. Per coloro che sono dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, il dato saliente è la crisi dei rapporti sociali, ben prima di qualsiasi sboom finanziario. Già all’inizio degli anni ‘70, Stan Weir, un protagonista e osservatore delle relazioni lavorative negli Usa avvertiva la diffusa resistenza a condizioni di lavoro in via di deterioramento: “…grandi numeri di operai industriali non sono più disposti a tollerare le condizioni nelle quali si vuole che producano i beni e i servizi che…mantengono in vita questa società”.
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Crisi Grecia – Più stato meno mercato
di Vladimiro Giacchè
La crisi attuale è degna di nota da molti punti di vista. Lo è certamente per la sua gravità e per la sua durata. Ma anche per un altro motivo: la sorprendente capacità di tenuta sinora dimostrata dall’ideologia liberistica.
Il confronto con la precedente crisi di entità paragonabile, quella del 1929, è illuminante. Allora la crisi innescò un profondo ripensamento dei rapporti tra stato e mercato, mentre oggi non avviene nulla del genere. Anzi: l’inizio di una seconda fase della crisi, che investe il debito degli stati, ha ridato fiato alle trombe di chi nega che quanto è avvenuto rappresenti una sonora smentita della presunta superiore efficienza di mercati “autoregolamentati”. A leggere certi articoli, sembra di tornare al motto reaganiano per cui “lo Stato è il problema, il mercato la soluzione”. Peccato che la crisi attuale del debito pubblico derivi proprio dal fatto che gli stati hanno svolto in questa crisi il ruolo di prestatore di ultima istanza spendendo migliaia di miliardi di dollari per salvare imprese private, oltre a sopperire per anni alla debolezza della crescita con sostegni di varia natura al reddito e ai consumi.
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Europa, crisi o fine?
Etienne Balibar
In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l'aiuto di Goldmann Sachs; all'annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all'imposizione alla Grecia di un piano di austerità selvaggio, come contropartita del prestito europeo. Poi l'«abbassamento del voto» della Spagna e del Portogallo, la minaccia dell'implosione dell'euro, la creazione di un fondo di aiuto europeo di 750 miliardi (su richiesta, in particolare, degli Stati uniti). Infine, la decisione della Bce, in contraddizione con il suo statuto, di acquisire delle obbligazioni statali, e l'adozione di politiche di rigore in una decina di paesi. Ce n'est qu'un début, non è che l'inizio, poiché questi nuovi episodi di una crisi apertasi due anni fa con il crollo dei crediti immobiliari statunitensi ne prefigurano altri. Dimostrano che il rischio di crac persiste o addirittura aumenta, alimbce, piigsentato da una massa enorme di titoli «spazzatura», accumulata nel corso del decennio precedente grazie ai consumi a credito, alla trasformazione dei titoli dubbiosi e dei credit default swaps in prodotti finanziari, oggetto di speculazione a breve. Il tormentone dei crediti dubbiosi continua, e gli stati sono in affanno. La speculazione investe ormai le monete e il debito pubblico. L'euro rappresenta oggi l'anello debole di questa catena, e trascina l'Europa. Le conseguenze saranno devastanti.
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La manovra, la crisi e il Cavaliere dimezzato
Infoaut
Un Berlusca incazzato nero. E questa volta non tanto verso magistratura e stampa. Ma per come si mettono le cose sul fronte economico, con il “fido e bravo” Tremonti che si è fatto senza mezzi termini interprete dell’urgenza di una manovra tutta tagli sfacciatamente iniqua. Dopo che sull’affaire Scajola non è stata possibile nessuna “difesa d’ufficio”, come ancora con Bertoladro, e l’iter legislativo sulle intercettazioni si va facendo più accidentato, ora il cavaliere è costretto a rimangiarsi le sue assicurazioni sulla tenuta finanziaria italiana e, soprattutto, deve riconoscere che “abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità” (chi?). Non c’è che dire: un bel colpo ad uno dei pilastri - insieme a evasione, mafia, corruzione, grandi opere, speculazione ecc. - su cui si è retto finora il largo consenso alla sua politica o, più precisamente, alla sua figura.
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L'Italia è malata, bastoniamola
Roberta Carlini
Tremonti si accoda nel vento europeo con la sua manovra di emergenza. Nelle stesse ore, l'Istat diffonde i numeri del paese, che mostrano i guasti già fatti da una recessione che con i nuovi tagli potrà solo approfondirsi, in una spirale pericolosa. La contro-manovra di Sbilanciamoci
Il debito pubblico italiano è troppo alto in rapporto al Pil? Certo che sì. Serve a qualcosa, la manovra da 24 miliardi sobriamente definita da Tremonti “un tornante della storia”? Certo che no. Da tempo gli economisti (solo alcuni per la verità) cercano di spiegare quello che i bambini di solito studiano in quarta elementare, cioè le frazioni: se scende il numeratore, ma contemporaneamente scende anche il denominatore, non è detto che il valore del rapporto si riduca. Anzi può persino aumentare: dipende (nell'aritmetica) dall'entità delle rispettive riduzioni, e (nell'economia politica) dalla strada che si prende per la discesa. In parole povere: se scende il debito, ma scende anche il Pil, il rapporto può persino peggiorare. Il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del paese, diffuso per coincidenza nello stesso giorno della manovra ci aiuta a capire che proprio questa è la dinamica in cui ci siamo infilati; mentre un documento come la “contromanovra” di Sbilanciamoci! ci aiuta a pensare a strade alternative per una discesa sostenibile.
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Quarant’anni fa. E oggi
Luigi Cavallaro
C’è un problema politico che conviene enunciare a chiare lettere, se vogliamo evitare che il quarantennale dell’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, caduto il 20 maggio scorso, diventi l’occasione per celebrarne il funerale. Si può porlo in forma di domanda: lo Statuto, complessivamente considerato, è compatibile o no con la «costituzione economica» fissata nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea?
L’opinione prevalente risponde di sì. Specialmente tra i giuristi, l’Unione Europea è vista come uno spazio non solo compatibile con le garanzie giuridiche che il lavoro salariato ha saputo conquistarsi nel corso del XX secolo nell’ambito degli Stati-nazione, ma addirittura come il presupposto per la loro conservazione ed estensione anche a coloro che attualmente ne godono in misura ridotta o ne sono del tutto privi: in fondo, bisogna pur sempre ricordare che le disposizioni più penetranti dello Statuto – come quelle che concernono la presenza del sindacato in azienda o apprestano la tutela reintegratoria per il licenziamento illegittimo – si applicano soltanto ai lavoratori occupati all’interno di aziende che abbiano alle proprie dipendenze più di quindici dipendenti (ovvero oltre sessanta sul territorio nazionale).
È però indiscutibile che, nel nostro Paese, l’approfondirsi del processo d’integrazione economica europea, specie a partire dal 1992, si è accompagnato all’adozione di misure legislative che, pur senza formalmente intaccare i dispositivi dello Statuto, hanno in sostanza ridotto l’area della sua operatività anche all’interno delle imprese che prima erano tenute alla sua integrale applicazione:
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Euro: l'ipotesi del peggio
di Jean-Michel Vernochet
La crisi greca del budget, diventata crisi dell’euro, non è la conseguenza fatale di un’autoregolamentazione dei mercati, ma di un attacco deliberato. Per Jean-Michel Vernochet, essa fa parte di una guerra economica condotta da Washington e Londra, secondo gli stessi principi delle attuali guerre militari: ricorso alla teoria dei giochi e strategia del caos costruttore. La posta in gioco è costringere gli europei ad integrarsi in un blocco atlantico, vale a dire in un Impero, all’interno del quale pagheranno automaticamente per il deficit budgetario anglosassone, tramite il mezzo indiretto di un euro dollarizzato. Un primo passo in questo senso è già stato fatto con l’accordo siglato tra l’Unione Europea e il FMI, che concede al Fondo Mondiale una particolare tutela sulla politica economica dell’UE.

L’attacco finanziario lanciato contro la Grecia, a causa del suo debito sovrano e della sua potenziale insolvibilità, si è presto rivelato
essere, nei fatti, un’offensiva contro l’Euro, che ha molto poco a che fare con le tare e i deficit strutturali dell’economia ellenica in sé. Dei “vizi”, del resto largamente condivisi dalla maggior parte dei paesi postindustriali, che hanno preso la pessima abitudine di vivere al di sopra dei propri mezzi, e a credito: da qui un’inflazione galoppante del debito, una “bolla” come un’altra destinata infine a esplodere.
Tutto sembra indicare che dietro la brutalità dell’attacco e al di là della corsa al saccheggio delle economie si profilino altri obiettivi, chiaramente di ordine geopolitico, e a lungo meditati. Poiché in nessun caso gli appetiti degli anonimi predatori finanziari, per quanto acuti possano essere, riescono a spiegare la durata di un’offensiva che, a breve termine, rischia di far saltare in aria la zona euro, l’Unione dei ventisette, e ben altro...
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Passato, presente e futuro dell’Europa
di Sergio Cesaratto
La situazione europea quale è venuta emergendo in queste settimane è preoccupante, non solo per la serietà della situazione, quanto per la cocciutaggine dei politici europei che l’han determinata, e della corte di economisti che l’appoggia, nel prescrivere ulteriori dosi di una medicina sbagliata. Gli economisti possono far poco, ma una denuncia intellettuale degli errori che si continuano a compiere sarebbe utile. E’ curioso come gli economisti americani praticamente di ogni orientamento siano consapevoli di dove giacciano i problemi europei, mentre solo il gruppo intellettuale che per comodità definiremo Harvard-Bocconi se ne distacca.
Il (recente) passato
Che l’Unione monetaria europea (UME) sia alla base dei presenti squilibri è assodato, persino negli studi ufficiali della Commissione Europea (Cesaratto 2010A).
Possiamo individuare due assi attorno ai quali tali squilibri si generano.
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La secessione reale: perchè molti enti locali italiani hanno la capitale a Londra e non a Roma
Nique la Police
Mentre la comunicazione politica si occupa di spettri, figure esangui che rilasciano dichiarazioni frammetarie e fugaci ai telegiornali e alla stampa, è utile concentrarsi sullo scenario aperto dalla profonda crisi economica e finanziaria che sta attraversando il continente europeo.
Da questo scenario isoliamo un particolare: in Italia una secessione è già maturata. Ma non tra la Lega e Roma, come temuto dalla grigia vestale del tricolore che si chiama Napolitano, ma tra molti enti locali italiani (sia a nord che a sud del paese) e il potere centrale. Questi enti locali una loro capitale, intesa come riferimento ineludibile di interessi, l'hanno già eletta. Si chiama Londra, e più precisamente la City, e il fatto che anche questa capitale attraversi una seria crisi economico-finanziaria non fa altro che aggiungere ulteriori tinte fosche ad uno scenario già di per sè plumbeo. Vediamo, per gradi, di intenderci sul tema che stiamo trattando.
Interessi italiani diversi nello stesso caos europeo
Cominciamo da come funziona la comunicazione politica: mentre tg e stampa sono pieni di particolari sull'ultima conferenza bon chic bon gendre di Fini, di faticose traduzioni dell'ultimo rantolo di Bossi o di frasi da buon senso del commesso coop di Bersani, nei giorni scorsi si svolgevano a Bruxelles due drammatiche riunioni. Una dell'Eurogruppo, i rappresentanti economico-finanziari della zona euro, e una dell'Ecofin che riguarda i ministri dell'economia e delle finanza dell'intera Unione Europea.
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La democrazia occidentale è un segreto militare
di Comidad
Come era prevedibile, e come era stato in effetti previsto da alcuni ambientalisti, una volta passate le elezioni è cominciata nel Partito Democratico la “revisione” della posizione contraria al ritorno del nucleare in Italia. L’occasione per “rivedere” è consistita in una lettera che la stampa ha presentato come “firmata da un gruppo di “scienziati e tecnici”, anche se il gruppo è infoltito soprattutto da imprenditori e manager. Il primo dei firmatari è l’oncologo Umberto Veronesi, la cui nota sensibilità umanitaria si esprime soprattutto nell’ambito di quel fenomeno, tipicamente ed esclusivamente umano, che sono gli affari. Veronesi dovrebbe essere infatti il capo dell’agenzia per la sicurezza nucleare, quindi la sua posizione filo-nucleare non è apparsa del tutto immune da interesse personale. Fra i firmatari non poteva mancare il professor Pietro Ichino, addetto ufficiale alla criminalizzazione del lavoro nell’ambito della campagna per la privatizzazione del Pubblico Impiego; una presenza che basterebbe da sola a garantire che questa sortita filo-nucleare è dettata da un autentico umanesimo degli affari.
Fra gli ambientalisti ha suscitato irritazione il fatto che la lettera filo-nucleare che pretendeva di aprire un dibattito, si sia poi limitata alle solite accuse ed ai soliti luoghi comuni, e non abbia minimamente preso in considerazione i due argomenti principali della posizione contraria al ritorno al nucleare, e cioè l’insostenibilità degli altissimi costi delle centrali ed il problema irrisolto dello smaltimento delle scorie radioattive.
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La nascita dell’Unione Sindacale di Base
Nuove potenzialità per una battaglia sindacale indipendente a tutto campo
a cura della redazione di Contropiano
La costituzione formale e l’avvio del nuovo soggetto sindacale unitario – l’Unione Sindacale di Base – previsto per maggio, costituisce, senza ombra di dubbio, un fatto politico rilevante che travalica lo specifico ridotto della “questione sindacale” e segna positivamente questa complessa e difficile stagione sociale che stiamo attraversando.
Come è noto, la Rete dei Comunisti ha sempre sostenuto tutte le esperienze del sindacalismo di base ed indipendente le quali, a vario titolo, e con percorsi politici ed organizzativi non sempre lineari, hanno costituito, nel corso dei decenni che stanno alle nostre spalle, un importante spaccato del movimento dei lavoratori e delle più generali forme con cui si è connaturato il conflitto sociale nel nostro paese.
La nascita, quindi, di una nuova confederazione - l’Unione Sindacale di Base - come risultato di un complesso lavorio di discussione, confronto e di ulteriore ricerca sul campo, avviato dalla Federazione delle RdB, dall’SdL Intecategoriale, da consistenti pezzi della CUB e da tanti compagni, lavoratori, attivisti senza tessera, mostra concretamente – ben oltre gli effettivi numerici delle organizzazioni citate – la volontà politica e la determinazione necessaria per lanciare una inedita e riqualificata proposta di nuova identità e di più avanzata prospettiva di lotta e di organizzazione [1].
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La sentenza sui fatti della Diaz
Tiziano Bagarolo
Condivido molto dell'amaro commento di Marco Revelli sul "manifesto" (che pubblico qui sotto) a proposito della sentenza della Corte d'Appello di Genova che, a distanza di quasi dieci anni, ha riconosciuto la verità sui "fatti della scuola Diaz" nei giorni del G8 di Genova. E finalmente ha condannato gli autori materiali di quell'ignobile "macelleria messicana" (parole di funzionario di PS durante la deposizione al processo), anche se non ancora i "mandanti", cioè il governo di allora (non lo si dimentichi).
Ma non condivido un punto centrale. Ossia che la reazione del governo – che immediatamente ha fatto sentire la sua voce per garantire ai condannati che non subiranno conseguenze (questo è il senso dei pesantissimi interventi "assolutori" di Maroni, Mantovani & C.) – la si debba al fatto che "sono della stessa pasta e della stessa cricca" (ossia gentaglia senza senso delle istituzioni e della giustizia...).
Non lo credo proprio. Sono assolutamente certo che – magari con un altro "stile", forse con meno pubblicità – un governo di centrosinistra nella sostanza non avrebbe agito diversamente. D'altra parte, non è forse vero che Manganelli (nomen omen), responsabile dell'ordine pubblico a Genova durante il G8, è stato successivamente chiamato a fare il consulente alla sicurezza da Amato, il ministro degli interni di Prodi? Governo che, per altro, si guardò bene dall'istituire quella commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8 tante volte reclamata dal PRC...
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Perché l’Unione Europea non funziona
di Vladimiro Giacchè
Il caos intorno alla Grecia è la spia di un problema strutturale: si è impedito che l’Europa potesse avere una politica fiscale comune nell’illusione che fosse sufficiente il libero mercato
Il conflitto scoppiato all’interno dell’Unione europea sul caso greco è soltanto l’ultima e più clamorosa dimostrazione dell’assoluta incapacità delle istituzioni europee di gestire la crisi economica in corso. I motivi di questo disastro non sono contingenti, ma affondano le loro radici nel processo di costruzione dell’Europa e nella sua architettura istituzionale. Di cui questa crisi sta mettendo in luce tutti i limiti. La crisi ha in effetti evidenziato, e aggravato, un’accentuata divergenza tra le economie della zona euro: in termini di crescita, di inflazione e di incremento del debito pubblico.
Quello che sta accadendo è l’incubo dei fautori dell’unità economica dell’Europa: il prodursi di choc asimmetrici, ossia di una crisi che colpisce in misura molto diversa i paesi dell’Unione, con i più deboli tra essi ormai impossibilitati ad adoperare la leva delle svalutazioni competitive per raddrizzare le loro economie. E che quindi rischiano di avvitarsi in una spirale drammatica: crisi economica, debito fuori controllo (anche per la riduzione delle entrate fiscali a causa della crisi) e necessità di una terapia d’urto contro il debito che ha l’effetto di aggravare la crisi.
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La valigia di Berlusconi
Augusto Illuminati
Abbiamo fatto il tifo per Obama? Certo. Siamo entusiasti dei risultati? No. Neppure molti americani radicals. Però quella campagna elettorale, dove confluirono poteri forti e mobilitazione generazionale, soldi pesanti di varia e sospetta origine e raccolta fondi sul web, disegnò un modello innovativo dentro (solo in parte contro) la macchina elettorale consueta e sconvolse gli equilibri politici. La gestione simultanea e conflittuale di quegli effetti e della crisi –gestione che ancora non si è assestata– è la storia contemporanea degli Usa. E avrebbero torto quegli elementi radicali, antagonistici americani che avessero voluto restarne fuori, anticipando con sussiego le difficoltà, i compromessi, le marce indietro rispetto al programma che l’insolito candidato avrebbe poi compiuto. Tanto quanto avrebbe avuto torto chi si fosse legato mani e piedi a quei sogni e a quelle promesse. Lo stesso vale per quanti hanno partecipato da spettatori a quella campagna –coinvolti, addirittura vittime potenziali, ma senza possibilità di intervento.
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Attacco al sistema!
Dream Theater
L’Euro è sotto assedio. Ed i motivi della speculazione sono sotto gli occhi di tutti. Come possiamo negare l’evidenza ed accettare ancora una volta l’ennesima truffa montata dal sistema parassita che sta speculando alle nostre spalle?
Hedge fund, credit default swap e rating: lo scandalo continua
Ormai credo sia noto a tutti il fatto che contro l’Euro ci sia una presa di posizione violenta da parte della speculazione. Ma quanto sta uscendo fuori in questi giorni è la drammatica conferma di tutto quanto noi temavamo da tempo.
Ma andiamo con ordine, e riportiamo i fatti, indiscutibili e testimoni di quanto è accaduto.
Giorno 15 febbraio. Su IntermarketAndMore pubblico un post. Ma non un articolo come molti altri.
L’articolo era questo: si intitolava “Mercato incerto ma l’Euro ha la strada segnata”.
Un titolo come tanti altri, forse un po’ troppo retorico? Non proprio, perché poi, nell’articolo giustifico questa mia definizione. E la giustifico con questa frase: “La pressione è fortemente speculativa contro l’Euro".
Ma non solo. Riporto anche un grafico dove vengono rappresentati gli short speculativi.
Nell’aria c’era puzza di bruciato. Qualcosa evidentemente non funzionava. Mai si erano visti certi attacchi contro la moneta unica.
Oggi, dopo tanti mesi si viene a scoprire la verità.
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Crisi, l’Europa guarda il dito
Rosita Donnini
Il vecchio detto “Il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito” si può applicare alle ricette delle istituzioni e dei governi dell’Unione, che non avranno altri effetti che ostacolare la già debole ripresa. Nulla verso le cause strutturali, la sperequazione del reddito e la mancanza di investimenti
La crisi che ha colpito l'eurozona nelle ultime settimane - la cosiddetta "tragedia greca" - è stata apparentemente fronteggiata con una manovra che contiene due importanti novità o anomalie: a) l'utilizzazione forzata dell'articolo del Trattato che prevede un soccorso finanziario ad un paese membro solo nel caso di "calamità naturali" o di "eventi che non è in grado di padroneggiare"; b) la caduta del muro che aveva sinora impedito l'emissione di eurobonds, la cui utilizzazione era stata a suo tempo auspicata, fra gli altri, da Prodi e da Tremonti.
Il fenomeno - peraltro ben lungi dall'essere esaurito - ha dato luogo ad una girandola di interpretazioni, diagnosi e terapie differenti, come quelle di Trichet, De Grawe, Attali e Roubini. Occorre però spiegare preliminarmente un vero e proprio giallo, che ha dato alla vicenda un aspetto paradossale nelle spiegazioni ufficiali; giallo che forse verrà chiarito dalla manovrina o manovrona di quello stesso Tremonti che, un mese fa, la bollava come impossibile. Le motivazioni ufficiali dell'intervento delle autorità dell'Unione sono state due: il pericolo del "default" greco e quello del "contagio". Giustificazioni che lasciano perplessi. L'equilibrio monetario dell'eurozona è ovviamente connesso alla dinamica della massa monetaria. Conseguentemente la pericolosità dei disavanzi e dei debiti pubblici andrebbe riferita al loro rapporto NON con i rispettivi redditi nazionali, ma con quello complessivo dell'eurozona stessa.
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La falange macedone
Leon Zingales
La falange macedone, configurazione ritenuta invincibile, fu sconfitta organizzando un fulmineo attacco ai lati. Durante la Seconda guerra mondiale, le truppe naziste superarono la linea Maginot (che i francesi credevano fosse una resistenza invincibile nei confronti delle armate tedesche) semplicemente aggirandola con un blitz noto come Fall Gleb invadendo Belgio ed Olanda.
La Storia è piena di esempi di come il pensiero creativo e divergente distrugga l’ortodossia rigida che erige dighe che si pensano indistruttibili. La BCE ha stanziato 750 Miliardi di Euro per bloccare i cali dei prezzi (e quindi l’aumento dei rendimenti) dei titoli sovrani dei paesi della moneta unica sotto l’attacco degli speculatori credendo di erigere un fortino invincibile. Poveri illusi pervasi da un dogmatismo senza limiti: la barriera è in procinto di essere raggirata e si sta preparando un altro assalto (che potrebbe essere fatale) contro la moneta unica.
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La rottamazione dell'intelligenza
Franco Berardi Bifo
Non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista era stata anticipata da Michel Foucault: nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus. L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente.
«Tutti devono sapere» è lo slogan di una campagna di informazione e denuncia sulla riforma Gelmini che partirà a metà del mese di maggio nelle scuole di Bologna. Tutti devono sapere che in Italia si è avviato un processo di smantellamento del sistema di produzione e trasmissione del sapere, destinato a produrre effetti devastanti sulla vita sociale dei prossimi decenni.
Taglio di otto miliardi di finanziamenti per la scuola pubblica mentre il finanziamento alle scuole private viene triplicato. Gli effetti di questo intervento sono semplicissimi da prevedere.
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GEAB 44 (Aprile) Italiano, completo
Tradotto in esclusiva per Informazione Scorretta
A cura di Eleonora, Marco, Marko, Francesco, Martina di Informazione Scorretta
1- Prospettiva
Crisi sistemica globale / USA-UK.
L’esplosiva coppia della seconda metà del 2010: estate 2010
La battaglia della Banca d’Inghilterra / Inverno 2010
La Fed a rischio di bancarotta
Come anticipato da LEAP/E2020 parecchi mesi or sono, e in contrasto con i resoconti dei media e degli “esperti” delle ultime settimane, l’Eurozona ha effettivamente fornito alla Grecia sostegno e credibilità (in special modo riguardo a una buona gestione futura, la sola garanzia di fuga possibile dal circolo vizioso del crescente debito pubblico)[1]. Pertanto non vi sarà alcun default greco, anche se l’emotività riguardo alla situazione greca è un indicatore autentico di una crescente consapevolezza riguardo alla difficoltà di reperire il denaro necessario per finanziare l’enorme debito pubblico occidentale: una situazione ormai “insostenibile”, come sottolineato recentemente in un report della Bank of International Settlements.
Il polverone sollevato sulla Grecia dai media, in particolare inglesi e statunitensi, mirava a nascondere alla maggior parte dei protagonisti della scena economica, finanziaria e politica il fatto che il problema Grecia non era il segnale di una imminente crisi dell’Eurozona[2] bensì, in effetti, una prima avvisaglia del prossimo grande shock della crisi sistemica globale, vale a dire una collisione tra le economie virtuali britannica e statunitense da un lato, fondate su livelli insostenibili di debito pubblico e privato, e dall’altro la combinazione dei prestiti in scadenza dal 2011 in poi e della carenza globale di fondi disponibili per un rifinanziamento a basso tasso degli stessi.
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Dall'alba al tramonto. Per l'Italia un drammatico giorno che vale almeno un anno
Nique la police
Per capire le scosse telluriche globali che hanno raggiunto l'Italia, e che la Borsa ha certificato con una perdita secca di oltre il 5% nella giornata di venerdì, bisogna partire da uno degli epicentri (perchè non ce n'è solo uno) che è emerso con l'ormai abituale velocità.
E, per capirsi davvero bene, bisogna aggiungere una considerazione. Il mondo occidentale conosce periodicamente l'esperienza della accellerazione degli eventi storici. Esattamente dall'epoca della rivoluzione francese, la prima in cui si poteva ragionevolmente affermare che esistevano "giorni che valgono anni". Oggi possiamo affermarlo anche noi con quello che sta avvenendo dall'inizio del mese di maggio, sia a livello continentale che nazionale, con l'accellerazione della crisi dell'euro (intravista da un decennio, precipitata con gli effetti continentali del salvataggio delle grandi banche, scatenata non appena l'effetto Grecia non si è potuto più rimuovere).
Il primo epicentro che ha fatto capire in quale contesto si sta trovando adesso l'Italia parte quindi dagli Usa. In questi giorni infatti è stata aperta una guerra tra le autorità di controllo americane e le grandi banche nel tentativo di certificare i conti reali di queste ultime e governare le politiche finanziarie Usa.
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Il mare, la frontiera, il rifiuto: drill, baby, drill
di Cesare Del Frate
Costruita nel 2001 dalla coreana Hyundai e battente bandiera delle isole Marshall, la piattaforma della British Petroleum Deepwater Horizon era un titano tecnologico partorito dal connubio fra economia del petrolio, deregolamentazione dei mercati, ricerca scientifica privatizzata, neoliberismo selvaggio e rifugio nei paradisi fiscali. Il suo collasso ha provocato la morte di 11 operai e ha fatto esplodere uno dei disastri ecologici più gravi degli ultimi decenni, 5.000 barili di greggio ogni giorno eruttano dal pozzo alimentando la marea nera nel Golfo del Messico: cosa ci dice tale catastrofe sull’anarchia di mercato contemporanea?
Niente rivoluzione verde, almeno per ora, nonostante Obama l’avesse annunciata con toni profetici: proprio il Presidente ha deciso di rilanciare il nucleare e le trivellazioni negli oceani, annullando la moratoria che impediva le seconde sulle coste dell’Alaska e del Golfo del Messico, per l’appunto. Il bello è che Obama ha dato pubblicamente l’annuncio della scelta infausta nell’hangar della base militare di Andrews, nel Maryland, con sullo sfondo un caccia F18 (però alimentato a biocarburante, specchietto per le allodole ecologiste). Tipico trucchetto della nuova amministrazione, che cerca di convincere i movimenti dal basso e la società civile di politiche che fino all’altro ieri erano esattamente ciò contro cui Obama avrebbe dovuto combattere una volta eletto.
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Lo spettro di Vendola
di Augusto Illuminati
Cosa comincia a muoversi, molto ma molto lentamente, nella palude italiana? Intanto sotto la pressione della crisi greca, che le misure d’emergenza europee stentano a tamponare soprattutto dopo la disfatta simmetrica dei laburisti in Inghilterra e della Cdu in Germania, gli smagliamenti dell’equilibrio italiano assumono un rilievo più drammatico e meno farsesco. La gestione del debito pubblico fa cadere le promesse di un taglio delle tasse ed evidenzia le conseguenze della crescita infinitesimale del Pil, mentre la disoccupazione cresce e si rivela fenomeno di lungo periodo. La demagogia berlusconiana non ha più smalto e regge solo con il consenso della Lega e la mediazione di Tremonti, vero dominus del governo. Altro che taglio delle tasse, ora si parla di un anticipo della manovra economica alla seconda metà del 2010. Saranno lacrime e sangue, che già il Pd è disposto a donare. Non si tratta solo del logorio finiano, ma tutto il PdL sta collassando e la carica di coordinatore è di colpo diventata una maledizione biblica: prima le dimissioni di Scajola, che era il candidato monocratico a sostituire i tre segretari attuali, poi il trascinamento verso l’abisso giudiziario del loro n. 1 Verdini, infine le ombre che si addensano sul fedelissimo Bondi, che ha messo un parrucchiere a dirigere gli Uffizi.
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Se cade anche il muro dell'euro
Alberto Bagnai
La crisi fa emergere il problema originario dell'euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile
La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.
Debito pubblico e debito estero
Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%).
Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?
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Ecofin, i risultati
Felice Capretta
Euforiche le borse mentre scriviamo rimbalzano tutte in area positiva.
Il comportamento ricorda il paziente maniaco-depressivo, probabilmente non a caso.
Le borse stanno rimbalzando perchè ieri, nel cuore della notte e dopo 14 ore di riunione, l’Ecofin ha partorito le misure di salvataggio della zona euro.
Si tratta di poco più che una grida manzoniana.
Il programma di salvataggio vale 720 MLD EUR, praticamente un trilione di dollari.
Anche se...guardando nel dettaglio la decisione dell’Ecofin, ci ricorda improvvisamente di qualcosa di già visto su due fronti: da una parte, ricorda molto da vicino il TARP di Hank Paulson, ex Goldman Sachs, all’indomani del crollo di Lehman Brothers. Dall’altra, ci ricorda il salvataggio in extremis delle sponde greche fatto dall’Unione Europea.
Si tratta in pratica dell’impegno da parte degli stati a sborsare 440 MLD EUR, più 220 MLD EUR da parte del FMI, più qualcosina dalla Commissione Europea. Più, l’impegno della BCE ad acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà.
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