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Scorciatoie pericolose
di Anselm Jappe
Quella che si vede accanto è l'immagine di un manifesto di propaganda edito dal NSDAP (Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi) nel 1932. "Morte ai bugiardi", recita la scritta a caratteri cubitali; un anticapitalismo di basso livello volto a denunciare mentitori e corrotti (gli uomini politici della Repubblica di Weimar), l'alta finanza (Hochfinanz), le tasse del "capitale rapace" (che si oppone al capitale buono che crea posti di lavoro) ed il marxismo (scienza ebrea, per i nazisti). Dal XX al XXI secolo: dal nazismo ... alla denuncia della "oligarchia finanziaria" o del "capitalismo da casinò". Un facile capro espiatorio che possa servire da grande teoria critica al piccolo altercapitalismo di sinistra.
Negli anni novanta è stato proclamato il trionfo oramai mondiale e definitivo dell'economia di mercato - al punto che alcuni dei suoi apologeti ritenevano che non fosse nemmeno più necessario utilizzare degli eufemismi, riprendendo come una sfida il nome "capitalismo", per lungo tempo vituperato, per farne l'elogio.
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Europa, da sogno ad incubo
Luigi Pandolfi
Nel novero delle economie europee, quella italiana presenta segni di maggiore affanno, con il Pil ancora contrassegnato dal segno meno dopo 8 trimestri consecutivi. Secondo l’ultima stima di Eurostat[1], nel secondo trimestre 2013 il Pil è cresciuto dello 0,3% sia nell’Eurozona sia nella Ue-27, mentre in Italia si è avuto un -0,2%. Beninteso, il dato complessivo dell’Eurozona e della Ue non dice che l’Europa è uscita dalla crisi in cui è piombata da più di un lustro ormai: ben altri ritmi dovrebbe avere la crescita per recuperare il terreno perduto e compensare i danni che stanno provocando le politiche di austerità. Nondimeno in un contesto che fa registrare qualche segnale di ripresa, l’Italia rimane al palo.
Ancora meno rassicuranti sono le stime che ha fornito recentemente l’Ocse[2]: per il 2013 si prevede un’ulteriore contrazione della ricchezza nazionale (-1,8%) in rapporto al 2012, che, come si sa, si chiuse con un vistoso calo del 2,4% su base annua.
Parlano chiaro anche i dati sull’occupazione, se è vero, come l’Istat rileva, che il tasso di disoccupazione è tornato al 12% (Un punto percentuale in più sulla media europea) e quello giovanile vicino al 40%, in aumento del 4,3% rispetto al 2012. Solo nell’ultimo anno i disoccupati sono aumentati di 325 mila unità.
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L'industria della menzogna, parte integrante della macchina di guerra dell'imperialismo
di Domenico Losurdo
Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.
1. I cadaveri mutilati
Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime.
Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.
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«Libertà e diritti? Tocca sudarli. Anche in rete»
Infoaut intervista Autistici/Inventati
«Non pensiamo la nostra struttura come una risposta al controllo statale, ma più in generale come l’unica cosa decente venutaci in mente per garantire libertà d’espressione ed evitare la profilazione selvaggia da parte di aziende e governi». Sono queste le prime parole digitate da uno dei ragazzi di Autistici/Inventati appena cominciamo la nostra chiacchierata in una delle chat room del loro network. Una precisazione necessaria, sopratutto dopo che gli scossoni del terremoto Snowden hanno cominciato a sentirsi anche in Italia.Sono i primi giorni di agosto quando Lavabit e Silent Mail,due provider statunitensi di posta orientati alla tutela della privacy, vengono costretti a chiudere i battenti a causa delle minacce dell’NSA. Centinaia di migliaia di utenti restano improvvisamente senza strumenti di comunicazione sicura e molti di loro si rivolgono ad AI in cerca di una soluzione alternativa. In poco tempo il collettivo viene sommerso da un’ondata di richieste d’iscrizione ai suoi servizi. Un fatto che ha segnato un momento di difficoltà per la crew di hacker nostrani, tanto da determinare la temporanea sospensione dell’apertura di nuovi account. Ma che ha anche alimentato un forte dibattito in seno ai partecipanti del progetto sulle prospettive da intraprendere. È difficile per adesso dire come il datagate cambierà le esperienze di comunicazione autogestita.
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La lotta di classe c’è ancora
Michele Smargiassi intervista Mario Tronti
Intervistato da Michele Smargiassi parla il fondatore dei “Quaderni Rossi” e dell’operaismo teorico che oggi si definisce “intellettuale comunista senza un partito comunista”: «Limitarsi a difendere un certo elenco di diritti civili presentandoli come valori generali significa fare un consolatorio scambio al ribasso»
Dalla finestra dello studio del senatore Mario Tronti si sbircia il Borromini: la sua cupola di Sant’Ivo, tutta una controcurva, è un’antinomia barocca, una stravaganza, eppure sta in piedi. Un po’ come la sinistra. «Strana e affascinante», la osserva appoggiato al davanzale il filosofo, teorico dell’operaismo, che a 82 anni è la personificazione del pensiero critico della sinistra italiana. Di sé ha scritto, autoironico: «Sono anch’io un’antichità del moderno », non si vergogna della sua nostalgia per il «magnifico Novecento», ma osserva le controcurve del nuovo millennio.
Ha mai detto di se stesso "«sono un uomo di sinistra"? Qualcosa mi fa supporre di no...
Ha indovinato. Non lo direi mai, mi sembra banale. Penso che “sinistra” sia qualcosa di cui c’è necessità forse più che in passato, per quel che ha significato e può significare ancora. Ma vede, io sono un teorico della forza e non posso non vedere la debolezza della parola».
È sopravvissuta a parole che sembravano eterne, una sua forza l’avrà pure...
«Sì, quella che dovrebbe avere. Metodologicamente sono contrario ad abbandonare una definizione vecchia prima di trovarne una nuova che la sostituisca. Mantengo questa, allora, consapevole dei limiti, perché per adesso non ne ho un’altra. La vado cercando».
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Dal Pci al governo Letta: alla ricerca dell’identità smarrita
di Emilio Carnevali
«Chi fa politica non aderisce a una linea filosofica prima di agire. Eppure, se non si padroneggia anche il registro della filosofia, il livello della teoria, non si capisce ciò che si fa»: nell'ultimo libro di Carlo Galli “Sinistra. Per il lavoro, per la democrazia” un'interessante “diagnosi teorica” dei mali profondi della sinistra italiana e una proposta per la sua rinascita
L’ultimo libro di Carlo Galli – “Sinistra. Per il lavoro, per la democrazia” (Mondadori, pp. 162, euro 17,50) – è un testo interessante e difficile. Sono due qualità importanti, anche se la seconda può non sembrarlo. Non lo è, in effetti, se la difficoltà è riconducibile all’opacità dell’apparato argomentativo o al carattere criptico ed esoterico del linguaggio. Lo è, al contrario, se raccoglie una sfida terribilmente “inattuale” (per ammissione dello stesso autore). Ovvero quella di parlare di politica «come di una cosa seria, sottratta al ghigno e al vituperio, allo scandalismo e alla faciloneria, agli slogan e alla superficiale mancanza di concettualità che la caratterizza da tempo».
Già in un precedente volume (“Perché ancora destra e sinistra”, Laterza, 2010) Galli aveva indagato le ragioni della persistenza nella nostra età “oltremoderna” di categorie proprie della modernità politica. In questo nuovo lavoro si propone di approfondire uno dei due elementi della diade, rintracciando le diverse tradizioni teorico-filosofiche che hanno accompagnato il proteiforme sviluppo storico di partiti, movimenti, formazioni variamente riconducibili al campo della sinistra.
E qui sorge un primo e fondamentale interrogativo: che utilità può avere questo volo nelle impalpabili atmosfere della riflessione filosofica in un momento in cui, non solo in Italia, la politica sembra essere completamente catturata dagli imperativi della contingenza, dal corto respiro, dalle leggi del marketing e della comunicazione?
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La guerra dei bugiardi al cubo
di Giulietto Chiesa
Con tutta probabilità il 2013 finirà in guerra. Il colpo contro Damasco viene presentato come "limitato", "breve", come un "avvertimento". In realtà è solo un trucco (questa è una storia di trucchi) per cominciare una guerra lunga. Quanto lunga? Infinita. Cioè fino alla fine. La nostra fine, quella di coloro che leggono queste righe.
In realtà è la prosecuzione di una guerra che cominciò l'11 settembre 2001, ma furono in pochi ad accorgersene. E non se ne accorsero perché non avevano capito che l'Impero era entrato in una crisi ormai irreversibile, e che stava cercando di predisporre gli strumenti politici, militari, psicologici per cambiare il corso della storia, e prolungare a tutti i costi (nostri) il suo potere.
Siamo dunque in guerra da dodici anni, ma facciamo fatica a capire come mai le cose vanno sempre peggio e come mai gli eventi accelerano la loro caduta verso il basso. È perché, di nuovo, non abbiamo capito bene quello che sta succedendo. Kosovo, Afghanistan, Iraq, "primavere arabe", Libia, colpo di stato in Egitto, erano e sono mosse della stessa partita.
Quella siriana è l'ultima in ordine di tempo, ma non è l'ultima affatto.
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Al caldo dell’autunno
Prime considerazioni su una stagione che continua
Mentre l’autunno si avvicina, sono in molti a chiedersi per l’ennesima volta se sarà caldo. Già alcune organizzazioni sindacali e politiche hanno prenotato manifestazioni nazionali e scioperi generali, nella convinzione di mobilitare le masse e innescare l’annunciata conflittualità. L’arretramento politico e sociale che già abbiamo vissuto dopo gli ultimi one-day-spot, atti unici di irruzione della soggettività precaria durante qualche manifestazione, dovrebbe spingerci alla cautela. Sembra ormai evidente che questi sfogatoi allontanano le forme di conflittualità dentro e intorno ai posti di lavoro. Come le recenti lotte nella logistica hanno mostrato, la questione non è tanto la forza immediata con cui si manifesta il conflitto, quanto il suo localizzarsi nei punti strategici dei processi economici. Ma si sa quanto sia complicato frenare l’autonomia di certe soggettività e quanto sia ampia la smania delle varie organizzazioni di sovradeterminare i processi politici.
Nonostante gli auspici, i proclami e le paure sull’aumento della conflittualità, uno degli elementi senza dubbio più eclatanti della crisi economica italiana è la sua sostanziale assenza, almeno in confronto agli altri paesi dell’area euro-mediterranea. Si può senza dubbio convenire sul fatto che le abitudini concertative incistate nei sindacati confederali italiani abbiano smorzato l’emergere di estese lotte operaie per contrastare la gestione della crisi economica.
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Walter Benjamin. Una costellazione che brilla di nuova luce
di Paolo B. Vernaglione
Giorgio Agamben, sprofondato per anni nello studio del pensiero e dell’opera di Walter Benjamin, porta alla luce il senso storico dell’opera dell’autore dei Passagen. In anni di ricerche, nel paziente lavoro archeologico di documentazione e restitutio in integrum del pensiero del più importante e necessario critico e teorico del materialismo, si dispiega una ragione costruttiva dell’intero testo vivente che costituisce l’opera di Benjamin. E’ il risultato di una scrupolosa e ahimè oggi non praticata documentazione e ricostruzione filologica dell’opera che ha condotto Agamben a ritrovare un significato eccedente ogni qualificazione del Benjamin “già edito”.
Come il pescatore di perle di arendtiana memoria, il cristallo di rocca generato da questa cura si chiama Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato (Neri Pozza, €. 23,00), ed è quel capitolo del libro su Parigi, capitale del XIX secolo che, inizialmente pensato come una delle sezioni dei Passagen, diviene il testo incompiuto, di cui i Passagen sono lo schedario.
Questo testo, curato da Agamben insieme a Barbara Chitussi e Clemens-Carl Harle, con le preziose traduzioni anche di Giovanni Gurisatti, Massimo De Carolis, Antonella Moscati e Francesco Porzio, rovescia allora la vulgata da tempo consolidata che attribuisce ai Passagen il carattere di opera definitiva e non finita su Parigi, di cui il saggio su Baudelaire non sarebbe che uno dei capitoli.
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Il punto di non ritorno
L’attacco alla Siria e la corsa contro il tempo
Collettivo “Noi saremo tutto” Genova
“Tutti sanno che le guerre scaturiscono soltanto dai rapporti politici fra governi e fra popoli, ma abitualmente le cose vengono presentate in modo da far credere che, all’inizio della guerra, questi rapporti cessino e sorga una situazione assolutamente diversa, sottoposta soltanto a leggi sue proprie. Noi al contrario, affermiamo che la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l’intervento di altri mezzi” (Karl von Clausewitz , Sulla guerra)
Arsenico e vecchi merletti
Ormai sembra essere solo questione di ore e la battaglia per il “corridoio di Damasco” avrà inizio. Il pretesto, il presunto uso di armi chimiche da parte del Governo di Damasco, appare ancora più forzato di quello, rivelatosi velocemente una bufala dalle dimensioni colossali, utilizzato a suo tempo per “legittimare” l’attacco a Bagdad. Nessun Governo, infatti, è tanto folle da utilizzare, in uno scenario di guerra che ha su di se puntati gli occhi del mondo intero, armi non convenzionali quali i gas e ciò da quando tale “escamotage”, a partire dalla Conferenza di Ginevra del 1925, è stato messo al bando dall’intera comunità internazionale. Certo, l’uso di armi non convenzionali al fine di risolvere una qualche “bagatella” locale è sempre possibile ma, questo il punto, la dimensione del conflitto siriano è tutto tranne che un modesto affare interno. Per il significato che ha assunto si tratta di un conflitto la cui natura è, a tutti gli effetti, immediatamente internazionale per cui è obbligato a sottostare a tutte le retoriche del caso. Andare fuori frame non è pertanto possibile. Di ciò, ogni governante, ne è e ne è sempre stato assolutamente conscio. Persino chi dell’asserzione: “I trattati sono semplici pezzi di carta”, ne aveva fatto qualcosa di più di una semplice sparata propagandistica, pensò bene di non varcare quella soglia.
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Tra perseverare nell’euro e uscirne, c’è una terza strada da percorrere
di Alfonso Gianni*
Bisogna riconoscere che dopo la pubblicazione l’anno scorso dell’eBook di Micromega (Oltre l’austerità) e i tanti contributi che sono poi comparsi su questo e su altri giornali, il dibattito nella sinistra si è disincagliato dalla semplice alternativa tra restare o uscire dall’Eurozona. D’altro canto la crisi in Europa non smette di aggravarsi, le elezioni europee si avvicinano e sarebbe disastroso se una sinistra non si presentasse con un discorso innovativo sul tema della unità monetaria e della governance della Ue.
Tra le forze della destra estrema è molto agitato il tema di una fuoriuscita immediata dall’euro. Questo è una logica conseguenza dell’antieuropeismo caratteristico delle forze più aggressive della destra europea. Quest’ultimo oggi si ammanta di ragioni economiche, che vengono a sovrapporsi, grazie alle conseguenze evidenti della crisi sulle popolazioni europee, agli archetipi patriottardi e xenofobi delle destre.
In Germania è nata una nuova forza politica, Alternative fuer Deutschland (AfD, Alternativa per la Germania), ansiosa di testare la propria consistenza elettorale nelle imminenti elezioni di settembre - per ora nei sondaggi non superiore al 2,5% - che ha fatto della distruzione dell’attuale sistema dell’euro la propria bandiera. “ Dobbiamo preparare un’uscita degli Stati del Sud dell’Europa dall’euro.
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Dalla crisi dei Brics all’esplosione dell’euro: problemi e prospettive
Intervista a Christian Marazzi
Partiamo da quelle che possiamo definire le lotte nei Brics. Il primo elemento con cui ci dobbiamo confrontare è la situazione per certi versi rovesciata rispetto ad Europa e Nord America: in questo caso parliamo infatti di società non in recessione ma in crescita, dove più che di politiche di austerity è necessario parlare di promesse di progresso ed espansione, più che di assenza di futuro ci sono aspettative che aumentano esponenzialmente e vengono bloccate. E tuttavia, situazioni così differenziate producono movimenti con composizioni e pratiche simili. Forse, è proprio attraverso questo “ciclo” di lotte nella crisi che possiamo vedere i tratti comuni e l’eterogeneità della crisi globale. A partire da qui, come è possibile sviluppare il compito di quella che tu hai definito una nostra geopolitica?
Bisogna partire da una constatazione: all’interno di alcuni paesi emergenti si sono date in questi ultimi anni le situazioni di resistenza e di movimento più interessanti. Viene così invertito un vecchio principio del primo operaismo, secondo cui le lotte dovevano colpire l’anello più forte della divisione internazionale del lavoro e del capitalismo mondiale, in particolare nei suoi rapporti con il sottosviluppo, cioè dovevano colpire in Europa e negli Stati Uniti.
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Meade e Kalecky vs. Mundell e Hayek
Il "Bancor" €uro-reloaded
di Quarantotto
L'interessante dibattito, (molto teorico e molto "compassato", considerando la portata degli eventi che incombono sulla realtà socio-economica italiana), sulla via "keynesiana" all'euro-exit, concretizzatasi in una sorta di "euro-Bancor" sorretto da una "International Clearing Union" (che è poi sostanzialmente un soggetto bancario "speciale", molto speciale), evidenzia uno snodo cruciale.
E cioè: se una rinegoziazione multilaterale, - con paesi portatori di interessi divergenti e in posizioni di forza contrattuale differenziate-, così difficile come quella del Bancor "reloaded" debba essere intrapresa, non è più semplice negoziare con un "congruo" numero di paesi dagli interessi affini la reintroduzione dei cambi flessibili, rifacendosi al realismo di Meade?
Che una negoziazione, cioè un accordo internazionale, ci debba essere, al riguardo, è concordemente visto come la via più razionale per attenuare gli effetti dell'euro-break. E' pacifico che quest'ultimo sarebbe altamente problematico in caso di "disorderly exit": lo ha detto Bagnai nel "Tramonto dell'euro" e lo ribadisce Sergio Cesaratto in un suo recentissimo paper.
E, nonostante ciò, il recupero dei cambi flessibili rimane, in ogni sua versione, la prospettiva "migliorativa" di medio-lungo periodo con maggior certezza di esito, per il complesso dell'attuale euro-area.
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La giustizia sommaria dell’Occidente
di Angelo d’Orsi
I bambini, i bambini, i bambini… Finirà mai la ignobile speculazione sui bambini, vittime di guerra, per giustificare nuove guerre? Indimenticabile, nel 1999, la frase dell’allora ministro della Difesa, Piero Fassino: “Solo chi non ha guardato negli occhi un bambino kosovaro è contrario all’intervento militare”. E l’Italia intervenne, sulla base di una campagna di disinformazione, diplomatica, politica e giornalistica. E fu la guerra del Kosovo, o l’ultima guerra dei Balcani, dove la più grande coalizione militare mai vista nella storia (19 Stati) si scatenò contro quel che rimaneva della Repubblica Federale di Jugoslavia, che nella propaganda veniva chiamata (un po’ sprezzantemente) “la Serbia”, colpevole di essere l’ultimo Stato che orgogliosamente si dichiarava socialista nel cuore d’Europa; uno Stato grande come un paio di regioni italiane.
La “comunità internazionale” aveva stretto con un assedio diplomatico quello staterello, poi aveva imposto condizioni inaccettabili a Rambouillet (per poter accusare Milosevic di averle rifiutate), e ormai avendo la Nato (non il Patto Atlantico, ma la Nato, ossia la struttura militare dell’Alleanza), sostituito pienamente l’Onu, si procedé alla “punizione” dei Serbi, invocata a gran voce da alcuni autorevoli intellettuali: ricordo Barbara Spinelli, in Italia, e Daniel Goldhagen, sulla scena internazionale. E fu una classica guerra ineguale, asimmetrica, che oltre a distruggere l’economia serba, e le infrastrutture, fece diecimila morti, la gran parte civili, trattandosi di guerra esclusivamente aerea.
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Per la costruzione di coalizioni moltitudinarie in Europa*
di Toni Negri
Contro il dominio del capitale finanziario, gestire democraticamente il governo del comune
Scusate se la prendo da lontano. Vorrei infatti chiedermi prima di tutto che cosa vuol dire “far politica oggi” e risalire poi al tema Europa. Far politica sul terreno dell’autonomia, vale a dire assumendo il punto di vista del soggetto sovversivo e di conseguenza analizzando le figure e i modi di agire del proletariato precario-cognitivo. Ritrovo infatti i bisogni e i desideri di questo soggetto come dispositivo centrale, virtualmente egemonico, nell’analisi dei movimenti della moltitudine dominata e sfruttata nella sua lotta contro l’ordine capitalista.
Ci sono due argomenti, meglio, due topoi che vanno assunti affrontando questo tema. Il primo è oggettivo, bisogna cioè chiedersi che cosa significa porsi dentro lo sviluppo capitalistico nella fase critica dell’egemonia neoliberale. Potremmo anche, probabilmente, cominciare ad interrogarci sui “limiti del capitalismo”, togliendo tuttavia di mezzo preventivamente ogni previsione catastrofica comunque questa si presenti ed ogni nostalgia di una tradizione attestata da troppo tempo su questa illusione. Il contesto capitalistico è oggi caratterizzato dal dominio del capitale finanziario che sta consolidando la sua azione dopo una lunga transizione, che risale almeno alla seconda metà degli anni ’70. L’abbiamo ampiamente seguita, questa evoluzione, e spesso anticipata nel nostro lavoro collettivo: vediamone dunque semplicemente le conclusioni. Il capitale finanziario è egemone, non lo si può più definire come facevano Marx e Hilferding, poiché esso si è fatto capitale direttamente produttivo: cerca oggi la sua stabilizzazione esercitando attività estrattive sia nei confronti della natura e delle sue ricchezze, sia nei confronti del biopolitico-sociale (cioè del welfare).
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Moneta "comune": punti oscuri, pro domo Galliarum...
di Quarantotto
Si diffonde sul web la discussione sulla posizione di Frédéric Lordon relativa alla "moneta comune" che dovrebbe sostituire la "moneta unica", chiaramente insostenibile e modellata su una prevalenza politica delle oligarchie finanziarie.
L'analisi compiuta, che include la considerazione del problema della sovranità e del suo legame con la realizzazione della democrazia in senso moderno, - problema che potremmo dire "centrale" nel discorso qui svolto - ha un interessante, quanto non del tutto convincente, punto critico in questo passaggio:
"L’equilibrio si ritrova se, invece di una moneta unica, si pensa a una moneta comune, ossia un euro dotato di rappresentanti nazionali: degli euro-franchi, delle euro-pesetas, ecc. Immaginiamo questo nuovo contesto in cui: le denominazioni nazionali dell’euro non sono direttamente convertibili verso l’esterno (in dollari, yuan, ecc.) né tra loro.
Tutte le convertibilità, esterne e interne, passano per una nuova Banca centrale europea che funge in qualche modo da ufficio cambi, ma e privata di ogni potere di politica monetaria. Quest’ultimo è restituito a delle banche centrali nazionali e saranno i governi a decidere se riprendere il controllo su di esse o meno.
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Denaro senza valore!
di Franco Senia
E' trascorso più di un anno da quel 18 luglio del 2012, quando, in seguito ad un errore medico, Robert Kurz è morto, all'età di 68 anni. Una morte prematura che ha interrotto un immenso lavoro durato più di 25 anni. Nato a Norimberga, dove ha trascorso tutta la sua vita, Kurz partecipò alla "rivolta degli studenti", al cosiddetto "1968", e alle discussioni che ne seguirono all'interno della "nuova sinistra". Dopo una brevissima adesione al marxismo-leninismo, e senza mai aderire ai "Verdi", nel 1987 fondò la rivista "Marxistische Kritik", ribattezzata dopo qualche anno "Krisis". La rilettura di Marx proposta da Kurz e dai suoi compagni (fra cui, Roswitha Scholz, Peter Klein, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle) non creò loro molti amici nella sinistra radicale, dal momento che ne attaccava, uno dopo l'altro tutti i dogmi, dalla "lotta di classe" al "lavoro", rimettendo in discussione gli stessi fondamenti della società capitalista: valore di mercato, lavoro astratto, denaro e merce, stato e nazione. Ne "Il collasso della modernizzazione", scritto nel 1991, afferma che, nel momento stesso del "trionfo occidentale", conseguente alla fine dell'Unione Sovietica, i giorni della società del mercato mondiale sono contati, e che la fine del "socialismo reale" è stata solamente una tappa.
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Giovanni Leghissa. Neoliberalismo
Enrico Manera
La crisi dell'economia mondiale potrebbe avere quantomeno la funzione di creare le condizioni di attenzione per un'analisi critica dell'aspetto dogmatico assunto dall'economia come la conosciamo. Essa è nella sua struttura logica e nei quadri mentali dei suoi attori alla radice dei problemi drammatici dell'Italia e più in generale dell'area geopolitica che si vuole modello di sviluppo universale.
Tra le ricerche recenti il libro di Leghissa, Neoliberalismo. Un'introduzione critica (Mimesis, 212) filosofo nell'ateneo torinese, è un'agile e densa disamina che chiarisce le idee sulla questione fornendo una preziosa sintesi operativa, avvicinando le orbite degli studi filosofici e di quelli economici e permettendo di recuperare bibliografia internazionale ignota ai non specialisti.
Neoliberalismo aggira, tenendola sulla sfondo, l'analisi marxiana del reale, spuntata nella misura in cui lo stesso marxismo si è configurato come verso di una medesima concezione economicista. Nella rappresentazione sociale un sogno del marxismo, sempre più confuso, è diventato aspetto di una «rivolta malinconica» – si lamenta una perdita senza sapere cosa si è perduto e perché – contro la condizione attuale. La via dell'argomentazione passa invece attraverso l'ontologia dell'attualità di Michel Foucault, il cui lavoro di critica del presente si presenta come chiarificazione di ciò che in prima istanza si presenta ovvio.
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Mercificazione, consumismo, desublimazione repressiva
Il viaggio di Woody Allen nella terra di Machiavelli, Leopardi e Gramsci
di Salvatore Cingari*
Fra le varie critiche mosse al film di Woody Allen ambientato a Roma, To Rome with love, c’è quella di non reggersi su un “nucleo centrale”. Parto da qui per cercare di sovvertire il giudizio maggioritario di critica e pubblico su questa che invece ritengo essere una delle opere più “impegnate” del regista di Manhattan. Il nucleo centrale è infatti l’incessante processo di mercificazione del mondo della vita, il progressivo dominio di una pratica consumistica e l’esito estremo della massificazione culturale rappresentato dalla logica del reality. Questi sono i motivi che tengono assieme i quattro episodi. Che l’Italia fosse il luogo storico in cui ambientare la deriva non è strano: essa, con il berlusconismo, è stata laboratorio delle dinamiche globali, così come, fra i grandi paesi dell’Occidente, ha espresso punte di massima resistenza, rideclinando con i movimenti popolari il “pensiero vivente” della sua tradizione civile (R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Torino, Einaudi, 2012). Il Bel paese – lo notavano del resto Leopardi e Gramsci (S.Cingari, Appunti per uno studio sulla storia dell’industrializzazione della cultura nell’ideologia italiana, in “Bollettino della Domus mazziniana”, Pisa, anno LIV, 2009, num.1-2, pp.191-202) – è caratterizzato da una particolare tendenza a restringere lo spazio pubblico in un perimetro “estetico-spettacolare”. Ciò fa si che se da un lato, quindi, essa può esprimere uno scarto massimo con la commercializzazione della vita, si trova su un crinale in cui massimo è anche il rischio dell’estetizzazione della politica e del dominio dell’economia attraverso lo spettacolo.
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Quel pasticciaccio brutto dell’euro
Sergio Cesaratto
« [...] Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. »
Introduzione1
In questo saggio illustreremo la spiegazione Classico-Kaleckiana della crisi dell’Eurozona, per domandarci successivamente se questa crisi sia effettivamente un effetto indesiderato o, invece, essa rappresenti il dispiegamento dei veri obiettivi della moneta unica. Esamineremo infine le possibili vie d’uscita, inclusa quella di un massiccio piano d’investimento europeo propugnato dal sindacato tedesco. Mentre quest’ultima soluzione ci appare come inadeguata, altre due – rispettivamente la più desiderabile via Keynesiana e la più densa di incognite rottura dell’euro – ci appaiono per ora non nell’ordine delle cose, a meno di un grave incidente politico-finanziario che conduca dritti al secondo esito. Al momento quella che è stata definita come la kossovizzazione della periferia europea sembra come la prospettiva più probabile. Se essa condurrà a un certo punto ad altri rivolgimenti è impossibile a dirsi ora.
1. Sovrappiù e domanda aggregata
Per comprendere il brutto pasticcio in cui il nostro paese si è cacciato può essere utile ripercorrere le origini e natura della crisi dell’unione monetaria europea (UME) (Cesaratto 2013a/b/c). Nel sviluppare il nostro ragionamento faremo alcuni riferimenti alla seconda edizione del volume di Yanis Varoufakis (2013), economista legato a Syriza, Il minotauro globale2.
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La sinistra e il tabù dell’uscita dall’euro
di Enrico Grazzini
Finalmente una testata autorevole per la sinistra europea come Le Monde Diplomatique ha pubblicato in prima pagina un lungo e argomentato articolo titolato “Uscire dall'euro? Contro un'austerità perpetua” . L'articolo rompe un tabù: finora “solo” gli economisti anglosassoni, qualche isolato economista europeo e italiano considerato originale e strambo , e qualche formazione estremista, soprattutto di destra, hanno osato parlare della possibilità di uscire dall'euro. Finalmente, grazie all'autorevolezza riconosciuta della testata francese (certamente non estremista), dovrebbe essere possibile avviare anche in Italia un dibattito critico e approfondito sull'euro e sull'Unione Europea, senza illusioni romantiche sul radioso avvenire dell'Europa, senza subalternità ideologiche e senza censure. Gran parte della sinistra italiana, sia quella tradizionale che quella cosiddetta radicale e alternativa, finora ha chiuso occhi, orecchie e bocca sulla moneta unica europea: ma la sinistra dovrebbe cominciare a ripensare radicalmente l'euro e riconoscere che l'Unione Europea ha cambiato natura genetica rispetto agli ideali originari .
La sinistra finora ha ignorato la drammaticità del problema della moneta unica. Ma non dovrebbe assolutamente lasciare alla destra fascisteggiante, reazionaria e sciovinista il monopolio della protesta sulla questione scottante dell'euro e della sovranità nazionale.
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Syrialeaks: come dare la colpa ad Assad
di Pino Cabras
Un titolo netto sul Daily Mail, un quotidiano da due milioni di copie in edicola e da tre milioni di utenti online al giorno: «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».
Il titolo in questione risale al 29 gennaio 2013. L'edizione online del Daily Mail ha pubblicato un'interessante storia - a firma di Louise Boyle - in grado di gettare la giusta luce investigativa sui tragici attacchi col gas verificatisi in Siria sette mesi dopo, ad agosto 2013.
Ogni tanto, la grande stampa riporta qualche fatto importante che suona totalmente diverso dal racconto di fondo, ma quando questo avviene è un fuoco di paglia che viene subito estinto.
Naturalmente, pochi giorni dopo la pubblicazione, l'articolo era già sparito dagli archivi online del giornale, ma per fortuna non è così facile fare sparire l'informazione da internet una volta che vi abbia fatto capolino. Pertanto siamo in grado di riproporvi l'articolo ed esporre qui i tratti salienti.
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Uscire dall’Euro, ma come?
di Frédéric Lordon
Questo articolo è apparso su “Le Monde Diplomatique” di agosto. Si tratta di un articolo dell’economista Frédéric Lordon. Ho voluto proporvelo in primo luogo perché il suo modo di ragionare è molto differente da certi economisti italiani. Non ci troverete le facili formulette e la strampalata Area Valutaria Ottimale (sulla quale vi rimando qui a Keynesblog), né l’idea che la “svalutazione competitiva” sia la bacchetta magica. Se amate questo genere di cose sapete dove andare. In secondo luogo perché tratta temi come la sovranità che so interesseranno alcuni. In terzo luogo perché le sue proposte di uscita dall’Euro hanno il merito di essere europeiste. In altri termini non viene buttata l’acqua sporca ed il bambino. In rete è apparsa una versione ridotta e mutilata che faceva pensare che l’autore dicesse delle cose differenti da quelle che, in realtà dice.Questa è la versione integrale (mancano solo le note). Come al solito vi avverto che è un pezzo molto lungo che necessità di pazienza e concentrazione. I passi grassettati sono miei. Buona lettura [Ars Longa].
Molti, specialmente a sinistra, continuano a credere che l’euro verrà modificato. Che passeremo dall’attuale euro dell’austerità a un euro finalmente rinnovato, progressista e sociale. Questo non succederà. Basta pensare all’assenza di qualsiasi leva politica nell’attuale immobilismo dell’unione monetaria europea per farsene una prima ragione.
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Marx, Wall Street e la lotta di classe
di Riccardo Cavallo
Da poco è apparsa l’ultima fatica di Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica [1] che, muovendosi controcorrente rispetto alla vulgata liberista imperante, si sofferma su uno dei nodi problematici più significativi dell’opus marx-engelsiano: la teoria della lotta di classe. Si tratta di un ulteriore tassello che va inserirsi nel ventennale percorso di ricerca del filosofo urbinate che, oltre a stilare un vero e proprio cahier de doléance sui misfatti dell’Occidente liberal-capitalista, intende intervenire nelle ferite ancora aperte della tradizione marxista mettendone in evidenza luci ed ombre
1. What would Marx Think? Questo interrogativo campeggia sulla copertina della versione europea del Time del febbraio 2009, cioè nel momento clou della crisi finanziaria che partita dall’esplosione del sistema dei mutui subprime originatasi negli Stati Uniti, stava per dilagare anche nel resto del mondo. Non è un caso allora che il prestigioso magazine decida di dedicare la propria cover story ad un possibile ritorno alle tesi marxiste nell’epoca di Wall Street. Così il celebre ritratto del filosofo di Treviri diviene immagine pop, dai pixel giallo-oro che scorre al posto dei valori dei titoli azionari sul rullo della Borsa cui si accompagnano altre frasi fluorescenti che rimandano alla necessità di elaborare nuove idee per uscire dalla crisi e allo spauracchio del ritorno della povertà. Tutto insomma lascia presagire che le tesi di Marx, prima fra tutte quella sulla lotta di classe, siano più che mai da riprendere in considerazione come utile strumento per evitare il baratro generato dalla voracità autodistruttiva dei mercati.
Malgrado le apparenze, nel suo articolo intitolato Rethinking Marx[2], l’editorialista Peter Gumbel è ben lungi dal voler inneggiare ad un ritorno del marxismo, cercando anzi di evidenziare come le idee di Marx, seppur profetiche e a tratti geniali, abbiano nella pratica miseramente fallito.
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L’attacco alla Siria serve a ricomporre alleanze andate in frantumi
di Sergio Cararo
A giudicare dall’operazione di mediamenzogne messa in campo sulla Siria, c’è da ritenere che ben presto assisteremo al consueto scenario di un intervento militare congiunto per “fini umanitari”. Ci sono degli ostacoli che potrebbero essere superati come avvenne per l’aggressione alla Serbia nel 1999 dopo una campagna mediatica molto simile sui profughi kosovari, le fosse comuni, le atrocità etc etc. L’Onu infatti potrebbe non essere utilizzabile per legittimare l’aggressione alla Siria viste le posizioni di Russia e Cina che vi si oppongono. Contro la Serbia si utilizzò unilateralmente la Nato anche senza il mandato dell’Onu ed anche in questa occasione la strada potrebbe essere simile.
Tre domande si pongono e richiedono risposte che ben presto dovranno diventare iniziativa e tema di confronto:
Perché questa accelerazione dell’escalation contro la Siria?
Sulla prima questione è evidente come ormai, dopo anni di interventi di destabilizzazione imperialista sistematica, il Medio Oriente stia saltando completamente e con esso stanno saltando anche i precedenti sistemi di alleanze.
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