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Missili e banconote. La finanza à la guerre
di Simone Furzi
Silvano Cacciari ci racconta il neo-tribalismo della finanza, le sue origini e il suo agire orientato a una guerra permanente per predare ricchezze. Agire con cui rischia però di far crollare l’edificio sociale che produce quelle ricchezze e rende possibile la sua esistenza
Il libro di Silvano Cacciari indaga con sguardo ampio e tagliente un buco nero tanto poco esplorato quanto capace di influenzare l’ordine gravitazionale delle norme sociali che articolano il mondo. Questo buco nero, l’ambiente della finanza, che l’autore descrive come dominato da “dinamiche antropologiche neotribali” (pag. 8) – su questa definizione tornerò alla fine – dove il vettore principale è quello della “guerra annidata negli scambi e nei servizi in moneta e suoi derivati”, identificando appunto “nell’intreccio tra conflitto sul campo e guerra finanziaria la chiave di lettura delle complessive distruzioni sociali e materiali della parte di secolo in cui viviamo” (pag. 9).
In questo mio intervento proverò ad analizzare alcuni fili di tale intreccio, partendo dai punti di contatto, dalle similitudini, dalle contraddizioni e dai ribaltamenti di senso riscontrabili a partire da un’osservazione del linguaggio.
Incomincio allora da un primo riscontro – ironicamente ossimorico rispetto al leit motiv del libro e del nostro discorrere – che sta proprio nell’origine etimologica del termine finanza, dal latino finantia, derivato da finare-finire, col significato di “definizione amichevole di una controversia” (solo poi ha assunto il significato, per primo nella lingua francese, di transazione pecuniaria, denaro contante). L’opposto di guerra, quindi, che nell’origine germanica di verre indica una baruffa violenta e confusa e in quello latino di bellum, da duellum, la risoluzione in armi di una disputa tra due soggetti.
In questo primo contatto linguistico tra i due enti, dunque, sembra essere la guerra ad aver incistato e mutato la natura della finanza. La finanza nello strutturare un suo gergo – come è tipico di ogni gruppo tribale o neo-tribale – attinge infatti proprio al vocabolario della guerra.
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La Ostpolitik che ricerca Sahra Wagenknecht: un commento di Wolfgang Streeck al piano per la pace proposto da BSW
di Federico Musso
In una Germania in piena recessione e colpita da una crisi sociale, la sorpresa alle prossime elezioni europee potrebbe essere il nuovo partito Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW, Alleanza Sahra Wagenknecht), guidato appunto dalla ex leader di Die Linke.
Obiettivo di Wagenknecht, storico volto della sinistra tedesca, è strappare il voto di cittadini estremamente critici verso le politiche del governo Scholz, formato dai partiti appartenenti all’Ampelkoalition (Spd, Verdi e liberali), dall’astensionismo e dal sostegno ad Alternative für Deutschland.
Tuttavia, il bersaglio preferito della lista BSW è il partito dei Verdi (Bündnis 90/Die Grünen), guerrafondaio e intransigente sulla transizione ecologica. Queste due caratteristiche rendono i Verdi tedeschi il partito più “anti-popolare” sulla scena politica, i perfetti “Selbstgerechten” (presuntuosi) ritratti nel libro del 2021 scritto proprio da Sahra Wagenknecht (tradotto in Italia con il titolo “Contro la sinistra neoliberale”).
BSW si caratterizza, inoltre, per un diverso approccio verso la Russia, volto alla distensione e alla ricerca di un equilibrio tra la Germania e Mosca. Questo tema è stato affrontato, con la consueta lucidità, da un articolo, comparso sui giornali Frankfurter Rundschau e The New Statesman, scritto dal Prof. Wolfgang Streeck, già direttore del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung. Si ripropone il testo dell’articolo tradotto in italiano.
* * * *
Il piano per la pace di Sahra Wagenknecht. Perché vuole liberare la Germania dalle grinfie di Washington
di Wolfgang Streeck
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I tredici giorni di Columbia. Breve storia del nuovo ’68 americano, dalle tende a Hind’s Hall
di Gioacchino Orsenigo
Descrivere quanto accaduto a Columbia e più in generale nelle università degli Sati Uniti non è facile, soprattutto per me, che mi ci sono ritrovato coinvolto un po’ per caso, per via di alcune ricerche accademiche che mi hanno portato a New York, in quella che sarebbe diventata il cuore della protesta. Il lavoro perde d’importanza quando la storia ti capita così improvvisamente tra i piedi e provare a ricostruire quello che ho vissuto in questi giorni è un grande onore.
Rimando anche all’intervista che ho fatto ad Aidan, attivista queer e una delle voci della rivolta, per Napoli Monitor e Radio Onda d’Urto, e che ha ispirato questo articolo (disponibile qui e qui).
La notte tra il 30 aprile e il primo maggio, abbiamo assistito a una brutale prova di forza da parte delle autorità di Columbia e della polizia di New York. Almeno un migliaio di agenti ha fatto incursione all’interno del Campus, istituendo una zona rossa che militarizzava di fatto tutto l’Upper West Side. Sono state arrestate circa 170 persone, tra occupanti e solidali. Immagini di studenti trascinati e scaraventati giù dalle scale sono state diffuse sui social dagli stessi studenti presenti perché l’accesso al Campus era stato in parte limitato anche ai giornalisti e agli osservatori legali. Nel frattempo, veniva sgomberato anche l’accampamento di CCNY – City College of New York – mentre a UCLA, in California, l’accampamento degli studenti veniva attaccato da manifestanti pro-israele con lanci di fuochi d’artificio, mattoni e spranghe. Quanto accaduto quella notte è stato l’evento culminate di giorni di grande tensione e l’ultimo atto della politica di zero tolleranza promossa dalle autorità della Columbia.
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“Gaza è il laboratorio dove il capitale globale sta sperimentando la gestione delle popolazioni in eccesso”
di Ghassan Abu-Sittah
Il discorso integrale del chirurgo britannico-palestinese dopo la sua schiacciante vittoria come Rettore dell'Università di Glasgow
Pubblichiamo questo contributo non per i suoi riferimenti all’economia green e alla parità di genere, o per l’attenzione alle minoranze della società multiculturale: sembra che senza far minimo riferimento a questi concetti non si possa essere presi sul serio, soprattutto in ambienti scolastici e universitari.
Eppure dagli Stati Uniti all’Inghilterra fino in Europa, sta dilagando la protesta studentesca scolastica e universitaria, come sempre, a rischio strumentalizzazione o forse più.
Tuttavia, il discorso che state per leggere del nuovo Rettore dell’ateneo di Glasgow – quindi un discorso istituzionale – contiene elementi molto interessanti e fattuali contro le politiche genocide di Israele che sarebbero prese a modello in tanti angoli del mondo da altri governi.
Non solo Gaza, quindi: anche in questo Occidente pronto a tutto?
Sono davvero pronti a tutto: contro i popoli e quindi anche contro di noi, che un giorno potremmo diventare “socialmente indesiderati”, se non lo siamo ancora.
Non è neppure una questione, come afferma l’autore – Ghassan Abu-Sittah – di lottare “contro il nemico comune di un fascismo di destra in ascesa”.
Semmai di lottare contro il sionismo di ogni colore politico, contro il globalismo in ogni sua variante o camuffamento.
Il laboratorio – Gaza va avanti da secoli in ogni dove, ma non solo nel cosiddetto terzo mondo, come invece fa intendere Abu-Sittah. Lo dimostra ciò che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle durante l’emergenza Covid.
Buona lettura.
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Sraffa e Wittgenstein
di Franco Romanò
Premessa
Le relazioni fra Piero Sraffa e Ludwig Wittgenstein a Cambridge sono state affrontate in vario modo da diversi studiosi e sono anche oggetto di controversie, per un certo alone di mistero che – si suppone – avvolga le biografie di entrambi; e anche, infine, per le spigolosità ed eccentricità dei loro caratteri. Inoltre, i due facevano parte di una costellazione di rapporti, al cui centro troviamo John Maynard Keynes, mentore di molti di loro, nonché grande e perspicace organizzatore di uomini oltre che economista. Sullo sfondo due ultimi convitati di pietra: Antonio Gramsci e l’italianista Raffaello Piccoli. I cosiddetti misteri vanno a mio avviso ridimensionati e molti di essi riguardano un aspetto delle loro relazioni su cui porre subito attenzione, tanto esso è particolare e sorprendente nel secolo dell’esplosione abnorme dell’esposizione mediatica. Nel loro caso, le relazioni sembrano provenire da un mondo precedente, in cui le conversazioni mentre si passeggiava o si andava in canoa erano altrettanto importanti quanto le conferenze ufficiali e le lezioni accademiche. Naturalmente tale circostanza, assai affascinante, pone però chi si occupa di loro nella stessa condizione di un archeologo che ritrova dei reperti cui mancano sempre dei pezzi; inoltre tale circostanza favorisce il moltiplicarsi di ipotesi, gli aneddoti e le dicerie. Infine, ci sono diversi aspetti di tali relazioni che s’intrecciano – personali e non – altrettanto affascinanti. Quello di cui mi occuperò prevalentemente in questo scritto riguarda però una questione specifica. Essa è stata sollevata in un saggio di Giorgio Gattei: se e in che modo le Osservazioni e le Ricerche filosofiche di Wittgenstein e cioè le opere successive al Tractatus, abbiano influenzato gli scritti economici di Piero Sraffa.1
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Il suicidio dell’Occidente
di Matteo Nucci
In questo momento, mentre comincio a scrivere, i video che arrivano dalla striscia di Gaza raccontano quella che sarà forse la fase finale dello sconvolgente massacro con cui da 215 giorni l’esercito israeliano rade al suolo un sovrappopolato angolo di terra. I tank sono entrati a Rafah e alcuni dei video mostrano in soggettiva l’ingresso israeliano. Si tratta dunque degli stessi militari che stanno filmando. Il più gettonato, fra questi trofei di guerra, mostra la famosa scritta I LOVE GAZA forse in plastica, certo tridimensionale, rossa, con il classico cuore. Si avvicina sempre più via via che il tank avanza. Poi le ruote cingolate la inghiottono. È un’anticipazione di quel che sarà: rovine e morte. Una terra spianata, il sangue interrato, il numero delle vittime incerto.
Ovviamente le storie che compaiono sui social sono già innumerevoli e di molti tipi. E se avete cuore, mentre vi meraviglierete di dover ricorrere a un simile strumento per trovare i barlumi di verità negati dai principali media delle democrazie occidentali (in questi giorni dediti a tutt’altro tipo di informazione), troverete molte altre testimonianze della prospettiva israeliana. Per esempio, i festeggiamenti sionisti per la decisione finale di sferrare l’attacco a Rafah, nonostante l’accordo fosse raggiunto. Balli e grida di giubilo. Si stappa champagne, si ride. Si celebra l’imminente annientamento.
Ma c’è anche un’altra prospettiva, quella del popolo che viene massacrato. E qui si rischia di non aver parole per ripetere quel che da sette mesi abbiamo visto fino alla nausea: un palazzo divelto, due bambini intrappolati fra le macerie, gli uomini che scavano a mani nude tentando invano di salvarli perché il loro volto è già più grigio della cenere che li ricopre. Si chiamavano Mahmoud e Hamdam, 8 e 6 anni.
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La guerra ai tempi del capitalismo digitale*
di Andrea Coveri e Dario Guarascio
Le guerre mostrano la relazione di mutua dipendenza che vi è tra le grandi piattaforme digitali e gli apparati militari, di sicurezza e di intelligence. Una dipendenza alimentata dal controllo che le grandi piattaforme esercitano su conoscenze, infrastrutture e tecnologie critiche di tipo "duale"
Introduzione
Le grandi piattaforme digitali sono uno dei principali vettori di cambiamento nelle economie contemporanee. Alla loro ascesa è legato il processo di digitalizzazione della produzione, del consumo, della comunicazione, della logistica nonché di un’ampia gamma di servizi pubblici. A tale processo, d’altra parte, si associa una concentrazione di potere economico e tecnologico che non ha precedenti, con implicazioni rilevanti per quanto riguarda la distribuzione del reddito, l’accesso alla conoscenza e all’innovazione, la frammentazione e precarizzazione del lavoro e, non meno rilevante, la crescita delle tensioni geopolitiche (Coveri et al., 2022)1. Le grandi piattaforme giocano infatti un ruolo centrale nel conflitto che vede contrapposti i due nascenti ‘complessi militari-digitali’, quello statunitense e quello cinese (Rolf e Schindler, 2023). Nel primo caso, le piattaforme chiave sono quelle comunemente note come ‘Big Tech’: Amazon, Meta (Facebook), Microsoft e Alphabet (Google). Tra le loro controparti cinesi è possibile invece annoverare colossi quali Alibaba, Baidu, JD e Tencent.
Nonostante le piattaforme digitali siano ormai al centro dell’attenzione in numerosi ambiti scientifici (tra questi, l’economia, le scienze politiche, il diritto del lavoro, gli studi manageriali e la sociologia), vi è un aspetto rilevante del loro potere che è rimasto relativamente inesplorato. Si tratta del nesso che lega le loro strategie di crescita e gli interessi dello Stato e, più specificamente, la relazione di mutua dipendenza che vi è tra le prime e gli apparati militari, di sicurezza e di intelligence. Una dipendenza alimentata dal controllo (spesso esclusivo) che le grandi piattaforme esercitano su conoscenze, infrastrutture e tecnologie critiche di tipo ‘duale’ (ossia con applicazioni in ambito sia civile che militare).
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Un oggetto di speculazione storiografica: le Brigate rosse
di Eros Barone
1. Una tesi che piace alla borghesia “di sinistra”
È vero che, come diceva Marc Bloch, “lo storico è come l’orco delle favole, va là dove sente odore di carne umana”, ma Sergio Luzzatto, a furia di scrivere biografie (fra queste quella del “Corpo del Duce” relativa alla sorte del cadavere di Mussolini, quella della “Mummia della repubblica” relativa alla sorte del cadavere di Giuseppe Mazzini, nonché quella di Padre Pio anch’essa incentrata sulla corporeità del santo); a furia di scrivere biografie, dicevo, si è talmente ingozzato di quel cibo da farne indigestione.
Il risultato è un tomo di 700 pagine, del quale, tenuto conto dei puntuali rilievi mossi da vari critici alla base documentale e testimoniale della ricostruzione e alla rielaborazione spesso romanzesca, fuorviante quando non fallace, cui quella base mette capo, il meno che si possa dire è, secondo un famoso adagio degli antichi, che “mega biblíon mega kakón” (un grosso libro è un grande male). In effetti, la tesi sostenuta dall’autore – essere state le Brigate rosse un prodotto confezionato da alcuni professori universitari di via Balbi (rione di Genova dove si trovano le sedi delle facoltà umanistiche) - è una mezza verità, che può piacere a quella frazione della borghesia intellettuale cui piace flirtare con i rivoluzionari, ma l’altra mezza verità, quella che qualitativamente è decisiva per l’interpretazione della genesi della lotta armata in Italia, ci dice che le radici più profonde delle Br vanno ricercate in una certa composizione di classe operaia e popolare, quindi non ad Albaro, quartiere residenziale alto-borghese di Genova, o in via Balbi o a San Martino, quartiere quest’ultimo dove si trovano le facoltà scientifiche, ma, oltre che a Oregina, a San Teodoro e nel Centro Storico, nel Ponente industriale, nella Valpolcevera delle grandi e piccole aziende, fra Sampierdarena, Cornigliano e Campi, quartieri schiettamente proletari.
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A cento anni dalla morte, perchè Lenin è ancora attuale?
di Domenico Moro
Il 21 gennaio 1924 moriva Lenin. Cento anni sono tanti e moltissime cose sono cambiate, eppure il lascito di Lenin è, in gran parte, ancora attuale. Lenin è stato uno dei personaggi storici più importanti del XX secolo, l’uomo che più di ogni altro ha contribuito alla Rivoluzione di Ottobre e alla fondazione dell’Unione Sovietica. Ma, come diceva il filosofo ungherese Lukács in un pamphlet, scritto subito dopo la morte di Lenin, l’importanza dell’uomo politico russo va oltre le vicende politiche immediate che l’hanno visto protagonista: “Egli resta perciò sul piano storico-universale l’unico teorico di livello pari a quello di Marx che fino a oggi sia venuto dalle file della lotta di emancipazione proletaria”[i]. Forse mettere Lenin a un livello teorico pari a quello di Marx può essere eccessivo, ma sicuramente Lenin, subito dopo Marx, rimane ancora oggi il maggiore teorico nell’ambito del marxismo.
Lenin è stato insieme un teorico, un interprete del modo di produzione capitalistico e della società che vi si erge sopra, e un politico che opera per la trasformazione della realtà in senso rivoluzionario. In un’epoca, come quella attuale, in cui la politica spesso si riduce a politicismo e tatticismo, rimanendo separata dalla scienza sociale e dall’analisi di ampio respiro, l’esempio di Lenin assume un valore ancora più grande. Teoria e prassi sono fuse nel modo più intimo possibile in Lenin, nel quale la strategia, ossia gli obiettivi di lungo periodo – la trasformazione della società del capitale in quella socialista –, è sempre strettamente connessa con la tattica, ossia con i compiti e l’agire sul piano pratico politico, a differenza di quanto la politica attuale ci ha abituato. L’azione di Lenin è sempre guidata dall’analisi concreta della situazione concreta, lì dove il concreto sta per il complesso dei fatti e delle relazioni sociali in un dato luogo e in un dato periodo storico. Non a caso, secondo Lukács, una delle categorie più importanti del marxismo è quella di totalità, cioè la capacità di comprendere e analizzare nelle loro connessioni reciproche tutti gli aspetti di una data società, quelli economici, politici, culturali e ideologici.
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Controstoria
di Salvatore A. Bravo
Una delle necessità non più rimandabili, in un momento storico caratterizzato dalla cultura della cancellazione-riscrittura della storia, “è ridare voce” a testi che hanno scritto la controstoria dell’Occidente. La storia presentata da manuali e dai media ufficiali ha il suo focus sui “grandi”; la storia sembra essere il campo di battaglia di eroi, manager e imprenditori che con la loro azione hanno condotto i popoli verso la libertà. In tale cornice ideologica il popolo e i ceti subalterni sono solo soggetti passivi che attendono di essere agiti. È il modo più efficace per eternizzare il presente e santificare l’uomo-imprenditore. La restante parte dell’umanità è solo un mezzo nelle fatali mani dei “grandi”. Si addestrano le classi subalterne del nostro tempo a diventare plebi che attendono la soluzione dei “grandi”. Devono adattarsi a una realtà, in cui sono solo materia grezza che attende il Demiurgo-imprenditore.
La controstoria, invece, pone in evidenza senza dogmatismi o idealizzazioni che la storia è lo spazio e il tempo della resistenza di popoli e dei gruppi oppressi. Le sconfitte sono imputabili al deficit politico. Nessun progetto di cambiamento è realizzabile senza un’organizzazione stabile e una chiara visione dei fini politici da realizzare. Capire le ragioni della lotta e delle sconfitte è la modalità con cui comprendere gli errori del presente e, specialmente, significa non cadere nella trappola del fatalismo. Uomini e donne che ci hanno preceduto hanno lottato e il loro sacrificio non è stato vano, se la loro testimonianza ci è d’ausilio per resistere al pessimismo che la montante ideologizzazione della storia sta mettendo in atto.
Il testo di J. Hobsbawm, I Ribelli Forme primitive di rivolta sociale, ricostruisce i movimenti di resistenza evidenziando che il popolo e gli oppressi nella storia sono stati protagonisti. Le sconfitte non cancellano la traccia di libertà di coloro che hanno lottato per la giustizia.
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Il capitale va in guerra (e ci porta con sé)
di Xavier Vall Ontiveros - geoestrategia.es
Non credo che il catastrofismo serva a nulla, né a mobilitare la classe operaia contro la guerra né a contrastare l’euforia militaristica delle élite, ma è difficile stabilire una lettura alternativa di ciò che sta accadendo. La diplomazia è sepolta, i canali di dialogo sono inesistenti, si intraprende una corsa agli armamenti che non è altro che il preludio al disastro imminente. Molti degli ingredienti che portarono alla grande distruzione della carne umana che fu la Prima Guerra Mondiale sono sul tavolo. Ma sia per entusiasmo militaristico o per suprema ignoranza – o entrambi allo stesso tempo… – i media e i governi occidentali continuano a trasmettere un discorso unidirezionale e semplicistico, in base al quale tutto ciò che accade è spiegato esclusivamente dalle manie di grandezza di un pazzo disposto a distruggere il mondo. Le complesse analisi geopolitiche, quando sono più necessarie, non vengono prese in considerazione nel fissare le coordinate che orientano la politica estera, né da parte dei media sempre pronti a sfruttare la dimensione spettacolare della cosa e che considerano delle sciocchezze discorsive dotate di un certo fondamento noioso. Proprio come nel 1914, stiamo scivolando irresistibilmente verso l’abisso nichilista della guerra totale, i falchi militaristi hanno occupato la centralità del dibattito politico e sembra che non si possa tornare indietro per evitare il disastro. Come nel 1914, la sinistra è incapace di costruire un discorso internazionalista coerente e, nella migliore delle ipotesi, nasconde la testa sotto la sabbia; Nel peggiore dei casi, sostiene attivamente la politica di riarmo e il rafforzamento del blocco imperialista atlantista.
Eppure, indipendentemente dalle responsabilità della Federazione Russa, l’attuale conflitto non può essere compreso senza tenere conto dell’interventismo occidentale a partire dagli eventi di Euromaidan (2013-2014) e prima.
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Conflitto nelle università: studenti, professori e guerre
di Maria Chiara Pievatolo
Kant e Humboldt avevano ben compreso i rischi portati da interessi privati o di Stato all’autonomia della ricerca universitaria. Le odierne manifestazioni di dissenso ci ricordano quanto sia importante distinguere i funzionari del sapere da coloro che studiano, tutelando entrambi dagli abusi del potere
1. Un punto di vista indipendente
Il professor Kant, alla seconda edizione (1796) dell’ideale trattato internazionale per istituire la Pace perpetua che è la sua opera politica più coraggiosa, aggiunse un articolo segreto col seguente dispositivo:
“Le massime dei filosofi sulle condizioni di possibilità della pace pubblica devono essere consultate dagli Stati armati per la guerra” (AA, VIII, 368).
Da professore, Kant aveva sperimentato la censura quando aveva provato a scrivere di religione, cioè di ciò che fondava il diritto divino della monarchia assoluta al potere in Prussia e fresca di decapitazione altrove. La sua richiesta, in questo articolo segreto solo in senso ironico, che i “filosofi” siano consultati è un modo per prendersi, sotto la protezione di un espediente retorico, la libertà dell’uso pubblico della ragione sulla pace e sulla guerra.
Con questa libertà, in un momento in cui le guerre si giustificavano di nuovo con motivazioni ideologiche, in appoggio agli interessi statali, Kant si permette di affermare qualcosa che oggi torna a suonare scandaloso: per superare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali occorre riconoscere che, sebbene ci siano guerre che sono o paiono necessarie, non ci possono essere guerre giuste. I belligeranti possono accampare ottime ragioni ideologiche per mandare al massacro militari e civili, ma chi fa combattere una guerra presuntivamente giusta non si appella alle ragioni del diritto, che avrebbero bisogno di essere accertate da un giudice terzo non in conflitto di interessi e secondo una legge pubblicamente e universalmente riconosciuta, bensì a quelle della forza.
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Sulla XII Disposizione, vecchi e nuovi fascismi
Alba Vastano intervista Raul Mordenti
“Esiste un nesso assai stretto fra la guerra e il fascismo. Ciò fu evidente nel caso della I° guerra mondiale, senza la quale il fascismo sarebbe stato impensabile. Si può ben dire che la guerra produce fascismo come il fascismo produce guerra” (Raul Mordenti)
“L’antifascismo è vissuto per decenni imbalsamato in una retorica stucchevole che lo ha reso debole ed impotente, soprattutto di fronte ai nuovi fenomeni neofascisti e neonazisti. Non ha saputo di conseguenza parlare ad ampie fasce giovanili che lo hanno vissuto come lontano e, a volte, come vuota espressione istituzionale…ad aggravare la situazione non va dimenticata la storica mancata volontà politica a perseguire i casi di apologia e riorganizzazione dei movimenti fascisti, sottovalutati, lasciando così campo aperto ai nostalgici di ogni risma”. (Saverio Ferrari, Osservatorio democratico sulle Nuove Destre)
“ Il fascismo è finito con la fine di Mussolini. Parlarne è inutile, dopo 80 anni dalla fine della dittatura fascista. Quindi perché parlare di antifascismo?” Mantra triti e ritriti menzionati dalla gente comune e dai politici di destra nei talk show televisivi. Eppure, sarebbe falso negarlo, il fascismo serpeggia latente, ci affianca e vuole tentarci, seduttivo e con fare ambiguo riaffiora nei comportamenti più usuali e comuni a molte persone, senza che i più se ne rendano conto.
Così’ il professor Angelo D’Orsi, illustre storico (ndr, più volte ospite in questa rivista) “Se non si può parlare di “ritorno del fascismo”, è solo perché dall’Italia il fascismo non se n’è mai andato, ma ha continuato a scorrere sotterraneo, come un fiume carsico, riemergendo di tanto in tanto. Le sue riemersioni, da una trentina d’anni a questa parte, sono diventate sempre più frequenti, e il revisionismo storico, nella sua forma estrema, il rovescismo, ha svolto un ruolo determinante. Forse occuparsene, non è fare sfoggio di sapere accademico, ma fare esercizio di pensiero critico e insieme di militanza civile”.
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La storia riconoscerà che Israele ha commesso un olocausto
di Susan Abulhawa
In questo momento a Gaza e in Palestina sono le 20.00: è la fine del mio quarto giorno a Rafah e il primo momento in cui ho potuto sedermi in un posto tranquillo per riflettere. Ho provato a prendere appunti, foto, immagini mentali, ma questo è un momento troppo grande per un taccuino o per la mia memoria in difficoltà. Niente mi aveva preparato a ciò a cui avrei assistito. Prima di attraversare il confine tra Rafah e l’Egitto ho letto tutte le notizie provenienti da Gaza o su Gaza. Non ho distolto lo sguardo da nessun video o immagine inviata dal territorio, per quanto fosse raccapricciante, scioccante o traumatizzante. Sono rimasta in contatto con amici che hanno riferito della loro situazione nel nord, nel centro e nel sud di Gaza – ciascuna area soffre in modi diversi. Sono rimasta aggiornata sulle ultime statistiche, sulle ultime mosse politiche, militari ed economiche di Israele, degli Stati Uniti e del resto del mondo. Pensavo di aver capito la situazione sul campo. Ma non è così. Niente può veramente prepararti a questa distopia. Ciò che raggiunge il resto del mondo è una frazione di ciò che ho visto finora, che è solo una frazione della totalità di questo orrore. Gaza è un inferno. È un inferno brulicante di innocenti che boccheggiano in cerca di aria. Ma qui anche l’aria è bruciata. Ogni respiro irrita la gola e i polmoni e vi si attacca. Ciò che una volta era vibrante, colorato, pieno di bellezza, possibilità e speranza contro ogni aspettativa, è avvolto da un grigiore di sofferenza e sporcizia.
Quasi nessun albero
Giornalisti e politici la chiamano guerra. Gli informati e gli onesti lo chiamano genocidio. Quello che io vedo è un olocausto, l’incomprensibile culmine di 75 anni di impunità israeliana per i ripetuti crimini di guerra.
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La trappola dell’efficienza
di Mauro Gallegati, Pier Giorgio Ardeni
La crescita del Pil di oggi è sempre più realizzata a scapito del benessere futuro, e la crisi ecologica è un segno di come il mercato non possa funzionare come regolatore del sistema economico. Un’anticipazione dal libro “La trappola dell’efficienza”
Il capitalismo ha cambiato il mondo di vivere di gran parte dell’umanità, migliorandone enormemente le condizioni materiali di vita.
Negli ultimi duecento anni, l’aumento del reddito globale e medio – oggi incomparabilmente maggiore di ogni altra epoca – è avvenuto in modo non uniforme per tutti i Paesi e le fasce sociali, beneficiando più alcuni di altri, sistematicamente, provocando una distribuzione delle ricchezze iniqua. L’aumento del reddito non è stato lineare e costante, ma soggetto a variazioni e a crisi che hanno contribuito a esacerbare le disparità. A ciò si aggiunga che lo sviluppo capitalistico industriale ha portato a un degrado ambientale sempre più insostenibile, all’origine della crisi ecologica attuale, di cui il riscaldamento globale è solo un aspetto.
Il nostro benessere, che era parso migliorare a ritmi vertiginosi negli ultimi decenni, ci appare compromesso se guardiamo a come sostenerlo. Vi sono tante storture nella distribuzione, nei meccanismi di funzionamento del sistema, nei presupposti per la sua riproducibilità, che è lo stesso capitalismo ad apparirci giunto a un punto critico. Oggi non siamo più sicuri che esso sarà in grado di produrre ulteriore benessere. Come se una parte del nostro benessere di oggi dovesse essere sacrificato se voglio garantircene uno domani. E ciononostante sembriamo procedere nella stessa direzione, pur consci dei problemi che si prospettano.
Questo libro si occupa di come siamo potuti arrivare a sacrificare il benessere futuro in cambio del Pil di oggi e di come uscirne. Il capitalismo è un sistema economico affermatosi negli ultimi due secoli e mezzo in questa parte del mondo. Un sistema che per consolidarsi ha plasmato la società e la politica, creando un ordine sociale.
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La scuola del futuro: un grande regalo alle aziende High-Tech
di Arianna Cavigioli
Con decreto del Ministro dell’istruzione n. 161 del 14 giugno 2022 è stato adottato il Piano Scuola 4.0, il ramo di investimenti in ambito educativo e scolastico dell’arborescente PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Il progetto è stato delineato sulla scia di azioni già attivate precedentemente grazie ai fondi del PNSD e del PON per la scuola, con i quali dal 2014 al 2021 sono stati finanziati con 1,9 miliardi di euro l’acquisto di dispositivi e tecnologie digitali (quali schermi, computer, registri elettronici, connessioni in fibra ottica, sistemi di gestione informatizzati), ma anche formazione tecnica ai docenti e veri e propri ambienti didattici digitali. L’urgente obiettivo dichiarato con il Piano Digitale 4.0 è quello di “accelerare il processo di transizione digitale della scuola italiana e allinearlo alle priorità dell’Unione Europea”. La missione prevede cospicui investimenti soprattutto nella Didattica Digitale Integrata (DDI) – percepita dai sostenitori del Piano 4.0 come uno strumento inclusivo e rivoluzionario -, nello sviluppo didattico di competenze maggiormente legate ai lavori del futuro come scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, nella formazione digitale di docenti e nella costruzione di innovativi laboratori di apprendimento – tali principalmente per via dell’uso di nuove tecnologie come realtà virtuale e aumentata. Il più grande teatro sperimentale di queste pratiche digitali sono stati sicuramente gli anni della pandemia. Nella maggior parte dei governi occidentali la dichiarazione di lockdown fu accompagnata dalla chiusura temporanea delle scuole e, persino nella loro successiva riapertura, dal continuo tracciamento di casi positivi tra studenti e docenti, al fine di escludere gli infetti reali o potenziali dalle lezioni in presenza.
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Perdita di potere e deriva autoritaria dell’Occidente
di Roberto Iannuzzi
Dal rinnovato militarismo alla repressione delle proteste universitarie, ultimo presidio di democrazia, le élite occidentali si mostrano incapaci di leggere la mutata realtà globale
Con una spesa militare globale che continua a crescere, avendo toccato lo scorso anno la cifra record di 2,443 trilioni di dollari, la parte del leone continuano a farla i paesi occidentali e i loro alleati (dove risiede un sesto della popolazione mondiale), i quali contribuiscono a circa due terzi di essa.
Ciò non sembra rassicurare i nostri leader su nessuna delle due sponde dell’Atlantico, malgrado il pacchetto da 95 miliardi di dollari recentemente approvato dal Congresso USA per sostenere militarmente Ucraina, Israele e Taiwan.
Difendere l’egemonia occidentale
Da oltreoceano continuano a giungere appelli, debitamente rilanciati dai politici del vecchio continente, affinché l’Europa si riarmi per impedire una sempre più probabile vittoria russa in Ucraina, che potrebbe preludere nientemeno che a un attacco di Mosca alla NATO.
Ultimo a lanciare l’allarme, in ordine di tempo, è stato l’ex premier britannico Boris Johnson, il quale ha affermato che, se Kiev verrà sconfitta dai russi, “sarà una totale umiliazione” per i paesi occidentali, e anche “un punto di svolta nella storia, il momento in cui l’Occidente perderà definitivamente la sua egemonia”.
I timori di Johnson non sono nulla di nuovo. I leader occidentali sono terrorizzati all’idea di perdere la supremazia mondiale.
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Note su “Categorie della politica” di Vincenzo Costa
di Linda Dalmonte
Della scomparsa della diade destra/sinistra si può parlare in diversi modi, e con scopi più o meno espliciti. Nel dibattito degli anni Ottanta, segnato dalla fine del comunismo nella storia mondiale e dal trionfo della democrazia liberale, la critica alla distinzione destra/sinistra poteva maturare in seno all’orizzonte della perdita di alternative reali, di fronte alla quale si aveva buon gioco nel dichiarare la fine delle ideologie minimizzando le differenze politiche, tanto più se all’alba di quel nuovo Manifest destiny verso un mondo unico e omogeneo, presuntivamente pacificato secondo le categorie del mercato. In questa contingenza, destra/sinistra si sarebbero ridotte a semplici varianti del neoliberalismo: due alternative vuote, artificiosamente reimpostate di fronte al fatto della globalizzazione, e di cui – perfino dal versante socialista – si sarebbe potuta ribadire una «natura inservibile»[1] di contro a Bobbio e al criterio – resosi presto pilastro teorico – dell’eguaglianza come valore discriminante. E non solo perché, a conti fatti, «esse applicano le stesse ricette economiche e sociali»[2], in linea cioè con la prosecuzione del modo di produzione capitalistico e dell’equilibrio di mercato; ma, più radicalmente, per la loro strumentalità al nuovo spazio economico: c’è il sospetto di una nuova tassonomia fatta ad arte per riorganizzare la politica in maniera innocua, così da respingere come “radicali” ed “estremiste” le alternative reali, escluse dal bipolarismo costruito. Tanto da suscitare una tesi, scriveva Costanzo Preve, «molto più folle e scandalosa, quella della profonda affinità di fondo tra cultura di sinistra e il “fatto della globalizzazione”»[3]. Oppure, questa la tesi di Vincenzo Costa, da far pensare a una ricaduta oligarchica, a «una regressione a un’organizzazione concettuale ottocentesca e all’articolazione politica che precedette l’introduzione del suffragio universale e la conseguente affermazione dei partiti popolari di massa» (p. 12).
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La grande frattura tra gli ebrei americani
di Peter Beinart
Questo articolo è stato pubblicato originariamente dal New York Times. Ringraziamo l’autore e la direzione del giornale per avere autorizzato la traduzione, curata da Giovanni Pillonca
Negli ultimi dieci anni circa, un tremore ideologico ha scombussolato la vita degli ebrei americani. Dal 7 ottobre è diventato un terremoto. Riguarda il rapporto tra liberalismo e sionismo, due fedi che per più di mezzo secolo hanno definito l’identità ebraica americana. Negli anni a venire, gli ebrei americani dovranno affrontare una sollecitazione crescente a fare una scelta tra queste due opzioni.
Dovranno affrontare questa sollecitazione perché la guerra di Israele a Gaza ha accelerato una trasformazione nella sinistra americana. La solidarietà con i palestinesi sta diventando essenziale per la politica di sinistra quanto il sostegno al diritto all’aborto o l’opposizione ai combustibili fossili. E come accadde durante la guerra del Vietnam e la lotta contro l’apartheid sudafricano, il fervore della sinistra sta rimodellando la corrente principale del pensiero liberale. A dicembre, la United Automobile Workers ha chiesto un cessate il fuoco e ha costituito un gruppo di lavoro sul disinvestimento per considerare i “legami economici del sindacato col conflitto”. Nel mese di gennaio, la task force del Comitato Nazionale L.G.B.T.Q. ha chiesto un cessate il fuoco. A febbraio, la leadership della Chiesa episcopale metodista africana, la più antica denominazione protestante nera della nazione, ha invitato gli Stati Uniti a sospendere gli aiuti allo Stato ebraico. In tutta l’America blu [le zone degli Usa in cui prevale il voto democratico, ndt], molti liberali, che una volta sostenevano Israele o evitavano l’argomento, stanno facendo propria la causa palestinese.
Questa trasformazione rimane nelle sue fasi iniziali. In molte importanti istituzioni liberali – in particolare nel Partito Democratico – i sostenitori di Israele rimangono non solo i benvenuti ma sono anche maggioranza. Ma i leader di quelle istituzioni non rappresentano più gran parte della loro base. Il leader della maggioranza democratica, il senatore Chuck Schumer, ha riconosciuto questa divisione in un discorso su Israele all’aula del Senato la scorsa settimana.
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Provaci ancora, Emmanuel
di Gianandrea Gaiani
Macron ci riprova e torna a parlare di inviare truppe francesi e di altre nazioni aderenti NATO in Ucraina ma più lo ripete meno risulta credibile.
La prima volta le affermazioni del presidente francese scatenarono un vivace dibattito in Europa ed ebbero il merito di evidenziare come gli alleati dell’Ucraina fossero disposti al massimo a un “armiamoci e partite” o, se preferite, a combattere i russi fino all’ultimo ucraino.
Tutte le nazioni dell’alleanza precisarono che non avrebbero inviato proprie truppe a combattere nelle trincee del Donbass con l’esclusione di Polonia e repubbliche baltiche che non esclusero un futuro coinvolgimento diretto nel conflitto. Circolarono voci di un reggimento dell’Armèe de Terre pronto a partire e qualche indiscrezione riferì di truppe francesi nell’area di Odessa: nulla di confermato se non la presenza al fronte di qualche migliaio di combattenti stranieri, per lo più provenienti da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Georgia, ma inquadrati nella Legione Internazionale che combatte al fianco di Kiev e che alcune fonti russe stimano avere oggi la consistenza di circa 3.100 uomini.
La russa Foundation to Battle Injustice (non proprio una fonte neutrale) stima che vi sia un numero elevato di soldati e ufficiali delle nazioni aderenti alla NATO in Ucraina: ben 6.800, di cui 2.500 americani, 1.900 canadesi, 1.100 britannici e circa 700 francesi che avrebbero compiti di consulenza, addestramento, incarichi nei comandi ucraini e forse anche operativi.
La stessa fonte inoltre ritiene siano circa 13.000 i “mercenari” stranieri che eseguono anche ordini diretti provenienti da strutture di comando NATO.
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La rivoluzione fallita di Karl Polanyi
L’ordine mondiale liberale sta crollando ancora una volta
di Thomas Fazi
Pochi pensatori del XX secolo hanno avuto un’influenza così duratura e profonda come Karl Polanyi. “Alcuni libri si rifiutano di andare via: vengono sparati fuori dall’acqua ma emergono di nuovo e rimangono a galla”, ha osservato Charles Kindleberger, lo storico dell’economia, a proposito del suo capolavoro La Grande Trasformazione. Ciò rimane più vero che mai, a 60 anni dalla morte di Polanyi e a 80 dalla pubblicazione del libro. Mentre le società continuano a lottare per i limiti del capitalismo, il libro rimane senza dubbio la critica più tagliente mai scritta al liberalismo del mercato.
Nato in Austria nel 1886, Polanyi crebbe a Budapest in una prospera famiglia borghese di lingua tedesca. Anche se quest’ultimo era nominalmente ebreo, Polanyi si convertì presto al cristianesimo – o, più precisamente, al socialismo cristiano. Dopo la fine della prima guerra mondiale, si trasferì nella Vienna “rossa”, dove divenne redattore della prestigiosa rivista economica Der Österreichische Volkswirt (economista austriaco), e uno dei primi critici della scuola neoliberista, o “austriaca”, di economia, rappresentata tra gli altri da Ludwig von Mises e Friedrich Hayek. Dopo la conquista nazista della Germania nel 1933, le opinioni di Polanyi furono ostracizzate socialmente e si trasferì in Inghilterra, e poi negli Stati Uniti nel 1940. Scrisse The Great Transformation mentre insegnava al Bennington College nel Vermont.
Polanyi si proponeva di spiegare le massicce trasformazioni economiche e sociali a cui aveva assistito durante la sua vita: la fine del secolo di “pace relativa” in Europa, dal 1815 al 1914, e la successiva caduta nel tumulto economico, nel fascismo e nella guerra, che era ancora in corso al momento della pubblicazione del libro.
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Extinction Internet
di Geert Lovink
Internet sta accelerando i problemi del mondo ed è ormai destinata a una morte prematura. Ma un’altra fine è possibile, se ammettiamo che c’è bellezza nel collasso
Può la cultura di Internet allo stato attuale resistere all’entropia e sfuggire alla registrazione infinita mentre fa fronte alla propria fine senza fine? Questa è la domanda che ci ha lasciato in eredità il filosofo francese Bernard Stiegler, scomparso nell’agosto 2020. Un’antologia su questo tema, intitolata Bifurcate: “There Is No Alternative”, è stata scritta durante i primi mesi del COVID-19: portata a termine poco prima della sua morte, è basata sul suo lavoro e redatta in consultazione con la generazione di Greta Thunberg. Bifurcate è anche un progetto per la giustizia climatica e l’analisi filosofica, firmato collettivamente sotto lo pseudonimo Internation. “Biforcare” significa dividere o bipartire in due rami. È un appello a ramificarsi, creare alternative e smettere di ignorare il problema dell’entropia, un quesito classico della cibernetica. Conosciamo il disordine nel contesto della critica di Internet come un problema dovuto al sovraccarico cognitivo, associato a sintomi psichici quali la distrazione, l’esaurimento e l’ansia, aggravati a loro volta dalle architetture subliminali dei social media estrattivisti. Stiegler chiamò la nostra condizione l’Entropocene in analogia con l’Antropocene: un’epoca caratterizzata dal “massiccio aumento dell’entropia in tutte le sue forme (fisiche, biologiche e informative)”. Come Deleuze e Guattari avevano già rilevato, “Non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa; ci manca la creazione”. Il nostro compito, perciò, è creare un nuovo linguaggio per comprendere il presente con l’aspirazione di fermare e superare l’avvento di molteplici catastrofi, esemplificate dal concetto plurimo di Extinction Internet.
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Dal Vietnam alla Palestina: la guerra è tornata come un boomerang nel “giardino” statunitense
di Giacomo Marchetti
La Casa Bianca si sta spazientendo sulla necessità di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza. Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha insistito martedì sui negoziati al Cairo per un patto tra Israele e Hamas che consentirebbe una tregua nella Striscia di Gaza in cambio del rilascio di ostaggi. “Se avremo un cessate il fuoco, potremo ottenere qualcosa di più duraturo e forse porre fine al conflitto (a Gaza)… ma tutto ciò inizia con un accordo per la restituzione degli ostaggi alle loro famiglie”, ha dichiarato in una conferenza stampa.
Al di là della scena internazionale, questo messaggio ha anche una motivazione politica interna.
Nel momento in cui i sondaggi del Presidente Joe Biden non sono in crescita, per la Casa Bianca il raggiungimento di un accordo è vitale, soprattutto nel bel mezzo di una campagna elettorale e mentre le proteste universitarie pro-palestinesi, sempre più diffuse, si scatenano contro il sostegno di Washington a Israele.
L’ “oltranzismo” dell’attuale governo israeliano potrebbe costare caro all’attuale amministrazione statunitense che, come un qualsiasi apprendista stregone, ha attivato delle forze che ora non riesce a governare facendo da ostetrica alla nascita del fascismo ebraico dentro e fuori i confini di Israele.
In questo caso le élite statunitensi sono recidive, basti pensare al supporto dell’insorgenza islamica contro l’Afghanistan democratico in funzione anti-sovietica.
Ma non sembrano appunto, avere imparato molto dai propri errori.
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Ucraina: Un’ulteriore guida per i perplessi
Non lo sapevano. Ma ora lo sanno
di Aurelien
La scorsa settimana abbiamo analizzato cosa potrebbe accadere in Ucraina. Un armistizio, ovvero un accordo su come e quando terminare i combattimenti, dovrà essere negoziato a breve, anche se non sarà semplice da realizzare e potrebbe facilmente fallire. Tuttavia, supponendo che entro la metà del 2025 (o qualsiasi altra data vogliate proporre se ritenete che sia troppo presto) ci sia un armistizio e che i combattimenti siano finiti, cosa succederà? Questo è l’argomento del saggio di oggi.
Le questioni principali sono due. La prima riguarda le circostanze dell’armistizio stesso e il rapporto tra la situazione militare e le decisioni politiche che dovranno essere prese. Comincia a delinearsi la situazione che avevo previsto da tempo: gli ucraini si stanno ritirando da un certo numero di posizioni chiaramente indifendibili e alcune unità sembrano aver ceduto e si sono ritirate senza ordini. Con la crescente carenza di manodopera, equipaggiamento e munizioni, e dato che non si può combattere solo con i soldi, è probabile che entrambi questi processi continuino. Tuttavia, non c’è nulla di deterministico o matematico nella decisione di arrendersi, ed è per questo che è effettivamente impossibile prevedere anche solo una data approssimativa. La storia, che per quanto imperfetta è l’unica guida che abbiamo, suggerisce che ciò che determinerà la data sarà la perdita di speranza e di unità tra l’élite al potere, e questo potrebbe avvenire tra un mese o tra un anno.
Supponiamo quindi, per amor di discussione, che a un certo punto i russi abbiano il pieno controllo della regione del Donbas e che l’UAF si sia ritirata da Kharkov e Odessa. I russi hanno interrotto le operazioni offensive di terra, a eccezione di un’occupazione simbolica di Odessa per prendere il controllo del porto, ma continuano ad attaccare le aree posteriori dell’Ucraina e le infrastrutture del Paese. Ok, e allora? E chi decide?
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AL COMPAGNO CARLO FORMENTI
Lettera aperta di Fosco Giannini
Carissimo Carlo, carissimo compagno Formenti,
ho avuto l'onore di conoscerti personalmente solo da pochi anni e il conoscerti come persona ha confermato in me la grande stima che già nutrivo per il tuo lavoro politico-teorico, che invece avevo già “frequentato”. Conoscendoti, dunque, ho potuto apprezzare, moltissimo, sia l'uomo, il compagno, che l'intellettuale.
Nonostante la tua scelta di dichiarare pubblicamente la tua non adesione (che personalmente mi fa molto male, proprio per la stima che ho nei tuoi confronti) al Movimento per la Rinascita Comunista, non nutro certo sentimenti avversi verso di te. Rimane, intera, la stima e, anche se non ci siamo frequentati tanto, anche l’affetto, cresciuto verso di te per un tuo particolare modo d’essere: quello di rimanere, senza “posa” alcuna, un “giovane rivoluzionario”.
E’ mia colpa non aver interloquito con te negli scorsi giorni, quando, con molta correttezza, hai posto il problema di pubblicare sul tuo blog la dichiarazione di non adesione al MpRC. Mi scuso sinceramente e, a mia parziale scusante, ti dico solo che, in questa fase del nostro lavoro politico, con tante iniziative su buona parte del territorio nazionale, con l’obiettivo della riuscita della nostra Assemblea dell’11 maggio a Roma e con la costruzione in atto di nuove e importanti relazioni con altri gruppi/movimenti comunisti, non ho il tempo nemmeno per la mia vita, per la mia compagna, per le mie figlie.
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