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Un intervento di Giovanni Mazzetti
Avevo discusso alcuni scritti di Giovanni Mazzetti nel mio intervento su "decrescita ed economia". Il prof. Mazzetti, al quale ho segnalato il mio articolo, mi ha inviato alcune note critiche, che pubblico qui di seguito. Lo ringrazio sia per aver voluto scrivere un intervento denso e argomentato, nonostante i suoi numerosi impegni, sia per aver acconsentito alla pubblicazione. Ritengo importante che questo dialogo possa proseguire, e spero di poter rispondere all'intervento del prof. Mazzetti in tempi non troppo lunghi.
(M.B.)
+o+o+
Caro Marino Badiale,
vorrei innanzi tutto sottolineare che personalmente non sono affatto diffidente nei confronti della “teoria della decrescita”; molto più semplicemente sono in dissenso con i suoi sostenitori. Vale a dire che la mia esperienza e le mie conoscenze mi impediscono di accettare in tutto o in parte le argomentazioni con le quali quella “teoria” viene proposta.
Ho molto apprezzato il suo garbato invito a confrontarsi, per il tono equilibrato e argomentato col quale è stato formulato, cosa rara tra i seguaci di quella teoria.
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La prima manovra economica a sovranità limitata
Luigi Pandolfi
Il Governo italiano ha varato il disegno di legge di Stabilità 2013 contenente gli interventi di finanza pubblica per il triennio 2014-2016. Prima di analizzare sommariamente le linee essenziali del documento, è importante ricordare che per la prima volta, dalla nascita dell’Europa di Maastricht, lo stesso sarà prima vagliato dalla Commissione europea, che potrà imporre correttivi e comminare sanzioni in caso di inadempienza, e poi discusso ed approvato dal Parlamento.
Con l’entrata in vigore del cosiddetto “two-pack”, il pacchetto di due regolamenti approvato dal parlamento di Strasburgo nel maggio scorso, si è infatti chiuso il cerchio in tema di “sorveglianza” europea sui bilanci dei paesi dell’Eurozona, con tutto quello che ciò comporta per la “sovranità” e l’autonomia politica degli stessi.
E’ del tutto evidente che dentro un meccanismo così congegnato la funzione dei parlamenti nazionali è quasi del tutto esautorata: quali margini di manovra avranno le forze politiche parlamentari per modificare l’impianto e la filosofia del documento di che trattasi se alla Commissione europea è stato riconosciuto un sostanziale diritto di veto sui bilanci nazionali? Un margine pari a zero, evidentemente.
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Balle fiscali e bolle mediatiche
Leonardo Mazzei
Presentando alla stampa la cosiddetta «Legge di stabilità», Enrico Letta ha detto almeno due bugie: che la pressione fiscale calerà, che non vi saranno tagli alla spesa sociale. Come mai tutto, all'improvviso, abbia virato verso il «bello», è un mistero assai buffo. Che merita di essere approfondito.
Per confondere le acque, il nipote dello zio confida come sempre su una stampa amica. Talmente amica che sembra quasi che egli sia più che altro il frutto di una bolla mediatica, quella degli osanna a prescindere in nome di una non meglio specificata «stabilità». Ora, però - e questa è una novità - questi amici (che a loro volta ad altri «amici» rispondono) sembrano assai insoddisfatti. «Cifre sull'acqua», è stato il significativo titolo dell'editoriale di commento del Corriere della Sera del 16 ottobre.
I feticisti della «stabilità», e - possiamo giurarci - i rigoristi di Bruxelles, speravano ormai d'aver vinto la guerra, mentre i fatti hanno dimostrato che quella del 2 ottobre (voto di fiducia) è stata solo una battaglia. Importante, ma non decisiva. Dal contraddittorio groviglio di questioni politiche irrisolte e dall'oggettiva, ma mai riconosciuta, impossibilità di affrontare la crisi senza liberarsi dalla gabbia dei vincoli europei, è venuta fuori una sorta di «finanziaria democristiana» che, scontentando un po' tutti, punta a non avere l'opposizione di alcuno.
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È tempo di scommettere sul "Frexit" e sul franco francese?
Ambrose Evans-Pritchard
Intanto, come conclude l'articolo, "le peggiori paure delle élite dell'Unione Europea stanno diventando realtà. Ed è totalmente colpa loro."
C'è stato un piccolo terremoto in Francia. Un partito che si è impegnato per l'uscita dall'euro e il recupero del franco francese, nonché per la completa distruzione dell'unione monetaria, ha appena sconfitto i maggiori partiti politici in un ballottaggio elettorale a Brignoles.
E la stessa minaccia del “Frexit” (uscita della Francia dall'euro, ndt) altera alquanto l'alchimia politica del referendum britannico sulla permanenza nell'Unione Europea.
Il Front National di Marine Le Pen ha guadagnato il 54% dei voti. È una brutta sconfitta per l'UMP gollista, un partito che rischia la disintegrazione se non riesce a trovare rapidamente un leader.
I socialisti del presidente Hollande erano già stati sconfitti al primo turno, a causa di una massiccia defezione della classe lavoratrice (che costituisce la base per i socialisti) in favore del Front National. I socialisti avevano inizialmente creduto che il Front agisse a loro vantaggio, perché divideva la destra. Finalmente hanno aperto gli occhi di fronte all'enorme pericolo politico.
Attualmente il Front National è il partito più popolare in Francia, con il 24% dei voti secondo l'ultimo sondaggio Ifop.
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Sono pronti. E noi?
di Elisabetta Teghil
La manifestazione del 19 ottobre è andata molto bene sia per i numeri sia per la volontà che ha espresso, ma, soprattutto, è stata utile.
Intanto ha sancito l’impossibilità da parte del PD di strumentalizzare le lotte per fini propri, come era accaduto in occasione della manifestazione del 14 dicembre 2010, e poi ha ratificato quello che era emerso nella manifestazione del 15 ottobre 2011, vale a dire l’irreversibile rottura tra il movimento e i partitini della così detta sinistra radicale.
Questi ultimi, da anni, non hanno più la consistenza per indire manifestazioni e come paguri si attaccavano al movimento, usandone i numeri e la capacità di mobilitazione.
I loro leader si limitavano a presentarsi in piazza e a farsi fotografare, forti del fatto che i media avrebbero dato risalto alla loro fugace apparizione, salvo, poi, prendere le distanze nei confronti dei così detti “violenti” avallando ogni forma di repressione poliziesca, giudiziaria e mediatica.
Il PD, più raffinato, usava dei cavalli di troia, sigle di volta in volta coniate per nascondere il ruolo di burattinaio che tirava le fila dietro le quinte. L’ultima di queste operazioni è stata quella di “Se non ora quando”.
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Capitalismo 2013
di Antonio Carlo
1) Premessa. I motivi di un lavoro
Nei miei precedenti articoli sulla crisi mondiale1 ho sottolineato la centralità, quasi oppressiva, dell’economica sulla società nel suo complesso e sulla politica in particolare: una crisi strutturale senza soluzioni possibili, o meglio una depressione che è un crollo graduale già in atto ed irreversibile, produce l’impotenza della politica. Eppure c’è stato un tempo in cui la politica ha avuto un peso notevole negli equilibri della società capitalistica, non nel senso che essa potesse dirigere o pianificare l’economia capitalistico-mercantile, ma nel senso che la politica, lo Stato, sceglievano tra le alternative di sviluppo possibile e compatibili con la logica del capitalismo e del profitto: un esempio per tutti, l’alternativa che caratterizza tutta la storia del XIX secolo tra protezionismo e libero scambio, attorno a cui vi furono conflitti terribili all’interno della classe dominante che in un caso esplosero nella prima guerra dell’era industriale: la guerra di Secessione americana2. Oggi questo non è più possibile perché alternative di sviluppo non c’è ne sono più: gli Stati sopravvivono galleggiando sulla crisi, senza prospettive di medio-lungo periodo, cosa che evidenzio nell’ultimo lungo paragrafo di questo lavoro, dove si pone in luce come nessun Governo sappia in quale modo affrontare la cause della crisi, che appare una maledizione incomprensibile caduta dal cielo,
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Grillo comunica (II)
di Giuseppe Mazza
Seguire la vicenda di comunicazione di Grillo con i modi del diario. È sembrato il metodo più adeguato, davanti a un percorso si aggiornava in un infinito tempo reale, subendo continue modifiche e aggiustamenti.
Con la prima parte di "Grillo Comunica", qui pubblicata nel settembre 2012, abbiamo ripercorso la biografia politica di Grillo a partire dalla sue performance televisive degli anni '80. La vicenda dell'attuale leader del Movimento Cinque Stelle è costantemente interna ai mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi: dalla tv, che inizialmente lo ripudia per poi essere ripudiata a sua volta, fino al web, strumento esterno ai circuito media del potere costituito. L'analisi si arrestava nel settembre 2012, sulla soglia delle elezioni siciliane, sollevando due questioni la cui risposta veniva affidata ai mesi successivi.
Da lì ripartiamo.
La prima domanda sorgeva dallo status esterno di Grillo. Non avrebbe perduto di senso questa sua alterità, nel momento dell'ingresso nelle istituzioni? Come mantenere fede al personaggio dell'outsider? Anche entrato in Parlamento - ci si chiedeva - sarà possibile dichiararsi non appartenente?
La seconda domanda riguardava ancora una volta il sistema dei media.
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Come il femminismo divenne ancella del capitalismo*
di Nancy Fraser
Introduzione
Molte volte, in questi anni, ci siamo domandate se il femminismo non avesse finito per diventare un alleato (inconsapevole?) del biocapitalismo cognitivo-relazionale, un complice utile alla costruzione di discorso sul tema della precarizzazione cioè dei dispositivi organizzativi nella vita-lavoro imposti dai nuovi paradigmi di accumulazione. Le donne volevano giustamente uscire dalle cucine e dalle stanze dei bambini per emanciparsi nello spazio pubblico. Così sono state una preda facile per gli immaginari lavoristi e per il funesto e violento universo valoriale meritocratico del capitalismo contemporaneo.
Le analisi che notavano un asservimento delle differenze agli scopi del liberismo, ovvero un’integrazione delle donne all’interno delle logiche del mercato, non sono mancate anche da noi, in Italia. Così l’articolo di Nancy Fraser uscito su The Guardian, lo scorso 14 ottobre, ci è piaciuto e abbiamo deciso di tradurlo: riesce, in poche righe, dirette e folgoranti, a riassumere una serie di problemi di fronte ai quali ci troviamo e in ordine ai quali ci siamo a nostra volta, più volte, interrogate. Fraser è una femminista, filosofa e giurista statunitense, che ha particolarmente lavorato sul concetto di “giustizia” e, relativamente al tema, ha affrontato anche la questione della redistribuzione economica delle risorse, della partecipazione politica e delle forme della comunicazione.
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Condanna dell'ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich*
Vera e falsa critica del negazionismo
di Domenico Losurdo
«Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione»: questa difesa dell’onore del Führer e del Terzo Reich si può leggere nel più recente intervento di Robert Faurisson. Dopo aver criminalizzato la vicenda iniziata con la rivoluzione d’Ottobre e aver proceduto alla riabilitazione più o meno esplicita di Mussolini, di Franco, dei «ragazzi di Salò», il revisonismo storico che infuria da decenni giunge alle sue logiche conlusioni.
1. Negazionismo anti-ebraico e negazionismo filo-colonialista
Per comprendere l’assurdità della presa di posizione di Faurisson, basta metterla a confronto con la descrizione che della guerra condotta dalla Germania nazista in Europa orientale fa un altro esponente di spicco del revsionismo storico, e cioè David Irving. Nonostante le sue reticenze e le sue piroette, questi non riesce a occultare l’essenziale: accenna ai «barbari massacri di ebrei sovietici» e riconosce che, pur «coperta da eufemismi sottili», l’«intera attività omicida dei nazisti» era comunque chiamata a uccidere «senza distinzioni di classe sociale, di sesso o di età»; le stesse squadre speciali riuscivano a portare a termine il loro compito «soltanto sotto l’effetto dell’alcool».
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Olismo o individualismo in Marx?
Sull’ultimo libro di Ernesto Screpanti, “Marx dalla totalità alla moltitudine (1841-1843)”
di Luca Basso
In passato, anche sulla base di un “cortocircuito” fra valutazione del marxismo e critica dell’esperienza storica del socialismo reale, troppo spesso si è interpretato il senso complessivo del discorso marxiano all’insegna di una sorta di olismo, a scapito del riconoscimento delle capacità e delle facoltà individuali. Dall’altro lato, in particolare negli anni ’80, il marxismo analitico (Elster, Roemer…) ha fortemente valorizzato l’approccio dell’individualismo metodologico – seppur mitigato da politiche di redistribuzione sociale –, sottolineandone una potenziale compatibilità con la prospettiva delineata da Marx, e nello stesso tempo mettendo in luce, di quest’ultima, una serie di limiti e di possibili “cadute” olistiche. L’impostazione del marxismo analitico si rivela compatibile, per molti versi, con una pratica “riformista”, volta ad attutire le diseguaglianze prodotte dal sistema capitalistico, ma senza mettere in discussione in modo radicale quest’ultimo: così viene fortemente ridotto, se non annullato, l’elemento della lotta di classe, e quindi il carattere politicamente dirompente dell’orizzonte marxiano. Il libro di Ernesto Screpanti, Marx dalla totalità alla moltitudine (1841-1843) (Petite Plaisance, Pistoia 2013), presenta, in primo luogo, il merito di sottoporre a critica qualsiasi interpretazione olistica del percorso marxiano, senza però con questo aderire a una visione che in qualche modo legittimi l’individualismo capitalistico, per quanto mitigato da una serie di misure sociali.
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“Il governo dell’uomo indebitato”
Introduzione
di Maurizio Lazzarato
Austerità
«I 500 più ricchi di Francia in un anno hanno aumentato la loro fortuna del 25%. In un decennio la loro ricchezza è quadruplicata e rappresenta oggi il 16% del Pil del paese. Equivale al 10% del patrimonio finanziario dei francesi, cioè un decimo della ricchezza è in mano a un centomillesimo della popolazione» («le Monde», 11 luglio 2013).
Mentre i media, gli esperti, i politici si riempiono la bocca di pareggi di bilancio, assistiamo a una seconda grande espropriazione della ricchezza sociale, dopo quella messa in pratica dalla finanza a partire dagli anni Ottanta. La particolarità della crisi del debito è che le sue cause vengono assunte a rimedio. Un circolo vizioso che non è sintomo dell’incompetenza delle nostre oligarchie, ma del loro cinismo di classe, poiché persegue un fine politico preciso: distruggere le residuali resistenze (salari, redditi, servizi) alla logica neoliberista.
Debito pubblico
Con l’austerità i debiti pubblici hanno raggiunto picchi da record, il che significa che anche le rendite dei creditori hanno raggiunto picchi da record.
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Per una fenomenologia della rete
di Angela Maiello
Adriano Ardovino pubblica per Carocci un importante testo su internet. L’obiettivo del volume è quello di raccogliere «riflessioni di ordine filosofico intorno alla quotidianità della rete, sostituendo all’approccio quotidiano un approccio filosofico», che in questo caso è quello fenomenologico, inteso come ricerca per la descrizione della realtà e delle sue condizioni di possibilità, nell’orizzonte di un quadro storico ben determinato.
Sin dalle prime pagine l’autore si preoccupa di indicare con precisione cosa vada inteso per “rete”, procedendo così a differenziare il termine da altri che altrettanto comunemente vengono usati. Se con il termine “internet” si indica propriamente l’infrastruttura tecnica che permette la connessione di più dispositivi mentre con il termine “web” una delle sue possibili applicazioni multimediali, «rete», dice Ardovino, indica più che altro «una forma di mondo» (p. 15), «la forma tecnologicamente raccolta di comunità e linguaggi estremamente disparati» (p. 17). La descrizione di questa forma di mondo che tecnologicamente si raccoglie è la posta in gioco del libro, che si articola in due parti: la prima, più strettamente filosofica, propone una ricognizione di alcune categorie utili in vista di un inquadramento delle pratiche del web; la seconda si articola attraverso i contributi più importanti dell’ultimo ventennio intorno al fenomeno di internet.
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A qualcuno piace freddo
Giorgio Salerno
Due consumati democristiani, Franco Marini e Pierferdinando Casini, hanno dato di Matteo Renzi, anch’egli di provenienza democristiana, un giudizio alquanto sprezzante; di valore il primo, di metodo il secondo. Marini ha definito il giovane sindaco di Firenze un ambizioso, il secondo un abile parlatore che usa molti fuochi d’artificio verbali. Ricorda un po’, il giudizio del segretario dell’UDC, quello che l’allora giornalista de l’Espresso Giampaolo Pansa affibbiò a Fausto Bertinotti, il 'parolaio rosso'. Siamo ora di fronte ad un parolaio ‘bianco’?
Cerchiamo di capire Renzi partendo da ciò che egli stesso dice, scrive, dichiara e proclama; Renzi attraverso Renzi, leggendo le sue interviste e consultando i suoi ultimi libri.
Che Renzi sia un abile parlatore è fuori di dubbio ma quali sarebbero i fuochi d’artificio che evoca Casini? Renzi usa nei suoi discorsi molte figure della poesia e della retorica quali l’assonanza, la rima, l’ossimoro, l’anagramma, il gioco di parole, il calembour, battute ad effetto, a volte ironiche, a volte irridenti.
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Le mille bolle del mercato finanziario
Emiliano Brancaccio e Marco Veronese Passarella
Gli americani Eugene Fama (Università di Chicago), Lars Peter Hansen (Università di Chicago) e Robert Shiller (Università di Yale) sono i vincitori del premio Nobel 2013 per l’Economia, in virtù delle loro analisi sulla previsione degli andamenti dei mercati delle attività finanziarie e immobiliari. Nel motivare la scelta di quest’anno, l’Accademia svedese delle scienze ha molto insistito sugli elementi di continuità tra le ricerche degli studiosi premiati. In realtà, come vedremo, il loro successo è derivato soprattutto dagli elementi di rottura tra le loro analisi e dall’ampia letteratura che si è sviluppata in questi anni intorno ad essi.
Appartenente a una famiglia di origine siciliana emigrata a Boston ai primi del secolo scorso, Eugene Fama è annoverato tra i più intransigenti difensori della libertà dei mercati finanziari e della loro completa deregolamentazione. Questa posizione politica viene solitamente giustificata dai suoi epigoni in base alla tesi secondo cui il mercato utilizza al meglio tutte le informazioni disponibili utili alla determinazione del prezzo delle attività, e ogni eventuale nuova informazione viene istantaneamente incorporata nei prezzi delle attività. Nel caso della borsa valori, per esempio, il prezzo corrente delle azioni riflette le informazioni disponibili circa il valore attuale dei dividendi futuri attesi. Se dunque i prezzi che scaturiscono dalle contrattazioni sono determinati in base a un impiego ottimale di tutte le informazioni disponibili, nessuno potrà sperare di utilizzare quelle stesse informazioni per speculare, cioè per “battere il mercato”.
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La crisi come problema politico
∫connessioni precarie
La crisi sta finendo. O forse no. Non bisogna credere a chi, come se nulla fosse successo, ricomincia lentamente a celebrare le sorti progressive e magnifiche del capitalismo. Non si deve però nemmeno essere indulgenti verso chi prova quasi fastidio di fronte a questa eventualità, affidando al protrarsi della crisi la speranza di improvvisi rivolgimenti politici. È invece importante interrogarsi sulle novità di questa crisi, su come nei suoi esiti attuali le carte siano ridistribuite, insomma, sulla modificazione profonda dei processi sociali e sulle possibilità politiche che si aprono. Grazie alla crisi si sono determinate trasformazioni radicali nei rapporti di potere e nelle relazioni di dominio. Non si è trattato evidentemente di un processo a senso unico. La gestione della crisi non è stata per niente semplice per chi l’ha scatenata, ma essa ha aperto possibilità fino a poco tempo fa impensate. Ci sono state esplosioni che hanno mostrato l’esistenza di processi di lungo periodo che nella loro contraddittorietà non permettono giudizi univoci. Le rivolte sociali in Grecia e in Spagna, le rivoluzioni arabe, le insurrezioni in Turchia e in Brasile non possono essere lette né come esplosioni occasionali e locali più o meno sconfitte, né come reazioni meccaniche a situazioni di bisogno più o meno drammatico. Nemmeno gli attuali ripiegamenti dovrebbero essere letti come il segno di una sconfitta definitiva. Ci sono processi che non si esauriscono nelle esplosioni di massa, ma continuano nonostante le repressioni e le restaurazioni. Queste ultime non sono chiaramente indifferenti, ma leggere ogni evento nel tempo breve della rivolta impedisce spesso di coglierne le reali possibilità.
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All'origine delle crepe sul monolito PD
Giuliano Cappellini
Il PD non va a Congresso nelle migliori condizioni della sua breve vita. Molte sono le evidenze di una crisi interna come il drastico calo degli iscritti e la debolezza delle leadership, sia di quella decaduta dopo lo sconfortante esito elettorale che di quella provvisoriamente in carica, ma anche di quelle di cui si discute, ad esempio, quella di Renzi, destinata a radicalizzare le divisioni del partito.
Pur fortemente autoreferenziale, il PD soffre, poi, l’isolamento da molte intellettualità piccolo borghesi che lo hanno sostenuto e, a volte, (pateticamente) stimolato, ma che sono disilluse dal suo moderatismo, al quale imputano di aver ritardato la fine di Berlusconi. Oltretutto, la manovra di isolare la CGIL, che ha lasciato il sindacato senza referenti politici, gli si ritorce contro perché è piuttosto la maggiore Confederazione sindacale italiana [1] ad abbandonare il PD come partito di riferimento.
Le correnti del partito che fino a qualche anno fa parlavano un linguaggio largamente comune, marcano, ora, distanze importanti. Forze alla ricerca di un’identità di sinistra si misurano con altre, più legate ai diversi centri di potere e aperte solo alle politiche di compromesso che non modificano i rapporti di forza politici e sociali.
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Imprenditori arrabbiati
di Sergio Cesaratto
Intervento integrale all’incontro di Reimpresa, Roma 13 ottobre 2013
Cari amici,
ieri mi sono letto ben tre documenti politici. Il documento congressuale di SEL, quello di Gianni Cuperlo e il documento economico (“Documento dei 5 scenari”) predisposto da alcuni militanti qui presenti e indirizzato ai parlamentari M5S (che mi risulta l'abbiano più o meno ignorato). Sui primi due presto detto: il vuoto totale. Infarciti di chiacchiere, e naturalmente SEL è più brava in questo. Nessuna analisi seria e concreta sull'Italia e l'Europa. Un vero documento di un partito della sinistra spenderebbe una sola riga all'inizio per ribadire che la giustizia sociale e piena occupazione nella libertà sono gli assi centrali del partito da perseguire, aggiungerei, con riguardo particolare per il nostro popolo in un ambito di cooperazione internazionale, per poi andare giù pesanti nelle analisi e nelle prospettive di lotta e di governo. Il senso dei due documenti è in una frasetta che Cuperlo scrive all'inizio: Quello che per loro contava nella Terra Promessa non era la Terra, era la Promessa.
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Crisi e intelligenza della merce
Postfazione di "Banche e crisi"*
di Gian Enzo Duci
L’attuale crisi economica e finanziaria del capitalismo mondiale, forse la più estesa e complessa di sempre, ha avuto il merito di suscitare il riemergere del pensiero critico sopito in tempi in cui si era arrivati anche a sostenere che la storia fosse finita.
Non è il caso di Sergio Bologna, che non ha mai smesso di esercitare questo ruolo magistrale nella sua lunga carriera di militante, studioso e consulente del passato e del presente della società industriale e del movimento operaio.
Con un merito in più, di essere stato tra i primi e tra i pochi (secondo me: il primo e il più autorevole) che ha sdoganato e fatto conoscere al pubblico della Sinistra e non solo (sic!) il settore dei trasporti, introducendo la dimensione della circolazione della merce nell’analisi delle strutture, dei processi, dei meccanismi e delle contraddizioni del sistema di produzione del plusvalore.
Basti citare l’inchiesta sui camionisti di Bruno Zanatta ospitata da Bologna nella rivista «Primo Maggio» da lui fondata e diretta a metà degli anni Settanta, quando, per la Sinistra, i lavoratori dell’autotrasporto erano coloro che con i loro scioperi «corporativi» avevano aperto la strada ai golpisti cileni che avevano ucciso Salvador Allende e fatto cadere il suo governo socialista.
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Gli effetti perversi del consolidamento fiscale
di Domenico Mario Nuti
Il consolidamento fiscale (aumento di imposte più tagli della spesa del governo) ha l'effetto di fare aumentare, anziché diminuire, il rapporto debito pubblico/Pil
Nel periodo 2011-2013 vari documenti e saggi dell'FMI hanno riveduto al rialzo le stime precedenti dei moltiplicatori fiscali, che per quarant’anni dal 1970 al 2009 il Fondo e altre organizzazioni internazionali ipotizzavano in media intorno a un valore di 0,5 nei paesi avanzati (Blanchard e Leigh 2012, 2013; Batini et al. 2012, Cottarelli e Jaramillo 2012 e altri ricercatori associati all'FMI).
La revisione al rialzo si applica dal 2010 ed ha varie giustificazioni: l’inefficacia dell’espansione monetaria vicino al limite inferiore zero del tasso di interesse; la mancanza di opportunità per svalutare il tasso di cambio soprattutto nell’Eurozona; l’esistenza di un ampio gap fra reddito potenziale ed effettivo (perché i moltiplicatori sono più elevati nella recessione che nel boom); nonché la simultanea realizzazione di recenti consolidamenti in diversi paesi. Inoltre, contrariamente a conclusioni precedenti, le ricerche recenti indicano che il moltiplicatore fiscale per tagli di spesa è molto più elevato (fino a dieci volte) che per gli aumenti di imposte.
In parole povere, il consolidamento fiscale è più costoso in termini di perdite di produzione di quanto non si credesse in precedenza. Ma c’è di più e di peggio: tanto maggiori sono i moltiplicatori fiscali, e tanto maggiore è l’indebitamento pubblico, tanto maggiore è la probabilità che il consolidamento fiscale abbia l’effetto perverso di far aumentare il rapporto fra Debito Pubblico e PIL.
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La moneta corrente del liberismo
Christian Marazzi
C'è sempre un po' d'azzardo editoriale nella pubblicazione di testi apparsi ormai nel corso di alcuni decenni, a maggior ragione quando si passa dal Marx che studia, come corrispondente del New York Daily Tribune, la prima crisi monetaria e finanziaria «moderna» (1856-1857), alla storia del rapporto tra petrolio e mercato mondiale, alla funzione della logistica e dei porti come «integratori di sistema» e come riedizione della logica della crisi dei subprime, esempio dell'intreccio tra processi produttivi e di circolazione delle merci e finanziarizzazione, con saggi pubblicati tra il 2012 e il 2013. Per chi questi scritti li ha letti man mano che uscivano, si tratta di una bella occasione per rivivere alcuni passaggi fondamentali della storia del pensiero critico di un «operaista indipendente» quale è sempre stato Sergio Bologna, ma per un giovane di vent'anni che, immerso anima e corpo nella crisi odierna che ha una gran voglia di agire e di costruire collettivamente nuovi strumenti di analisi e interpretazione del capitalismo finanziario (fatiscente? ipermaturo?), la fruizione de Banche e crisi. Dal petrolio al container (DeriveApprodi, pp. 200, euro 17), non è immediatamente evidente. Oltretutto in un periodo in cui la letteratura sulla crisi finanziaria è ormai sterminata e la lettura quotidiana del Sole 24 Ore o del Financial Times per capire dove va lo spread, i rendimenti sui titoli del debito sovrano, il tasso di cambio tra Euro e dollaro, le decisioni della Federal Reserve sui tassi d'interesse direttori e altre cosucce del genere, lascia poco tempo allo studio delle contraddizioni strutturali del sistema economico capitalistico.
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Fisica. Quando il vuoto è pieno
di Emilio Del Giudice e Giuseppe Vitiello
Il Premio Nobel per la Fisica 2013 è stato assegnato ai fisici Higgs e Englert per la loro previsione teorica, datata 1962, del cosiddetto "Bosone di Higgs", una particella elementare evidenziata sperimentalmente per la prima volta la scorsa primavera al CERN, con il grande contributo di molti fisici italiani. Qual è il senso profondo di tale scoperta, solo apparentemente esotica? Lo hanno spiegato qualche mese prima del Nobel, sulle pagine di Left, i fisici Vitiello e Del Giudice. Riproponiamo anche qui il loro splendido articolo. Buona lettura. La Redazione di Megachip.
Dalla nascita della fisica quantistica, agli inizi del '900, alla recente scoperta del bosone di Higgs. Oggi la materia non è più concepita come inerte. Ed è un vero cambio di paradigma. Che curiosamente ha radici antiche.
La scoperta nel 2012 del cosiddetto "bosone di Higgs" è stata un evento di grande importanza nella storia della fisica contemporanea, il coronamento di uno sforzo tecnologico di grande complessità. L'aspetto che vogliamo qui sottolineare è che questa scoperta conferma la validità di uno schema concettuale che ha rivoluzionato la nostra visione della natura.
Questo approccio rivoluzionario alla comprensione della natura è cominciato agli inizi del '900 con la nascita della fisica quantistica. La materia non era più concepita come inerte, come un insieme di corpi indipendenti, in principio isolabili gli uni dagli altri. La novità è che ogni oggetto fisico, sia esso un corpo materiale o un campo di forze, è intrinsecamente fluttuante in modo spontaneo anche in assenza di forze esterne. Il suo stato di minima energia, chiamato "vuoto" nel gergo dei fisici, non è perciò più lo stato in cui a causa dell'assenza di forze esterne c'è un vuoto di energia, ma è lo stato "pieno" delle fluttuazioni spontanee dell'oggetto dato.
Già nel 1916 Walther Nerst, uno dei pionieri del nuovo punto di vista, avanzò l'ipotesi che le fluttuazioni quantistiche in oggetti fisici differenti potessero sintonizzarsi tra di loro dando così luogo a sistemi complessi aventi un comportamento unitario.
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Ce n’est qu’un debut
Verso e oltre il 18 e il 19 ottobre
Collettivo “Noi saremo tutto” Genova
La posta in palio
Le giornate di mobilitazione generale del 18 e 19 ottobre possono rappresentare un passaggio importante se non addirittura decisivo per la messa in forma di un movimento antagonista in grado di “unificare” le lotte e le tensioni politiche e sociali che la crisi obiettivamente produce. Per molti versi è un’occasione non secondaria per dare una forma politica a quell’insorgenza sociale manifestatasi nella giornata romana del 15 ottobre la cui radicalità non ha trovato uno sbocco politico/organizzativo capace di trasformare quella rabbia in progetto politico. Ciò non è stato evidentemente un caso e neppure l’esito di una incapacità politica, piuttosto ha dimostrato la difficoltà di buona parte della stessa sinistra radicale e anticapitalista a fare realmente i conti con gran parte della sua storia passata e, al contempo, a confrontarsi positivamente con quella “nuova composizione di classe” che, l’attuale modello di produzione capitalista, ascrive e circoscrive ogni giorno che passa nell’ambito della marginalità e dell’esclusione sociale.
I comportamenti di questo nuovo segmento di classe, che le statistiche ufficiali indicano ormai come maggioritario dentro l’attuale ciclo produttivo, si manifestano il più delle volte in maniera anarchica e nichilista finendo con il reiterare persino in ambito metropolitano pratiche non distanti dal luddismo.
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Cattive abitudini
di Sergio Cararo
Balza agli occhi la divaricazione tra le contraddizioni che presenta la fase storica e politica che stiamo attraversando, con la capacità soggettiva di volgerle a favore delle classi subalterne e dei loro interessi.
Sullo sfondo di una crisi che mette in discussione i rapporti di forza internazionali consolidatisi dal dopoguerra a oggi (vedi l’empasse dell’egemonia statunitense) la situazione nel nostro paese – la “anomalia italiana” – sembra ripresentarsi in tutta la sua pesantezza. La recessione sul piano economico-sociale e le difficoltà di avviare un governance adeguata agli standard gerarchici imposti dall’Unione Europea, continuano ad avvitarsi di passaggio in passaggio. A poco sembrano essere serviti i colpi istituzionali inferti dal Quirinale e dalle lettere-diktat della Bce.
Ma tutto questo non sembra ancora fornire materia sufficiente per una rivoluzione culturale nella sinistra italiana. Non possiamo nasconderci però che anche negli ambiti della sinistra antagonista si stenta non poco nel cercare di mettere al passo esperienze soggettive, anche importanti, con una sintesi più avanzata e ipotesi ricompositive.
Emblematica di questa situazione è la genesi e la proposta della manifestazione del 12 ottobre a difesa della Costituzione. Nata dall’appello di alcune personalità (Rodotà, Landini etc.) questa iniziativa si trascina dentro tutte le cattive abitudini che hanno portato la sinistra alla crisi e alla distruzione del “tesoretto” ereditato dallo scioglimento del PCI.
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«Stabilità»?
Cambiamenti veri e presunti di una nuova fase politica
Leonardo Mazzei
Dunque, da una settimana siamo «stabili». Il che, detto nel cuore della peggior crisi economica del dopoguerra, non dovrebbe suonare troppo rassicurante per nessuno. La ripresa delle solite diatribe all'interno della maggioranza (ancora sull'IMU!) sta ora spegnendo le grida di trionfo del partito trasversale della «stabilità». E' dunque il momento di ragionare più a freddo su quanto avvenuto, sulla sua portata, le sue conseguenze, i suoi possibili sviluppi.
Di certo nessuno poteva prevedere il pittoresco dietrofront di Berlusconi. Quest'uomo, che ha costruito il suo successo sull'«immagine», ha chiuso la sua presenza in parlamento consegnando alle amate telecamere l'immagine di una persona distrutta, incerta, spaesata, tradita... E tuttavia convinta di poter in qualche modo congegnare l'ultima furbata.
Quanto sarà stata furba quest'estrema furbata ce lo dirà la storia. Al momento tanto scaltra non sembra: il Pdl è diviso e in netto calo nei sondaggi, la scissione sembra solo rimandata, il duo Letta-Napolitano è ben saldo al posto di comando, mentre il noto truffatore che a loro si appellava si acconcia ormai ai «servizi sociali».
Ma andiamo oltre. La vicenda personale di Silvio Berlusconi è strettamente intrecciata con la politica italiana da vent'anni ma, almeno da questo punto di vista, i fatti del due ottobre segnano una svolta. Concentriamoci allora sulle prospettive, ed in particolare sulle caratteristiche che avrà la nuova fase politica che la sconfitta del Cavaliere, nel partito da lui stesso fondato, ha evidentemente aperto.
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"Liberare" i migranti senza "arrestare" i capitali? Un suicidio politico
di Emiliano Brancaccio
Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro l’avanzata dei movimenti xenofobi e razzisti
Pubblicato sul Financial Times il 23 settembre scorso, il “monito degli economisti” denuncia la mancata volontà delle classi dirigenti europee di concepire una svolta negli indirizzi di politica economica, e individua in tale mancanza una causa delle “ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa” e dei relativi “sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo”. La recente tragedia di Lampedusa costituisce un esempio terrificante delle conseguenze di questa palese ignavia politica. Il riferimento non è solo al raccapricciante tentativo del Presidente della Commissione europea Barroso di mettere un velo su questa vicenda ricorrendo a una elemosina. Il problema sta pure nel modo in cui le forze di sinistra si sono lanciate in una battaglia per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina previsto dalla legge Bossi-Fini.
Naturalmente, nessuno qui nega che sia giusto cercare di intercettare il moto di sdegno che ha attraversato il paese, di fronte alla notizia che i superstiti del disastro di Lampedusa subiranno anche la beffa di essere imputati per il reato di clandestinità. Ma bisogna rendersi conto che oggi più che mai la politica non può esser fatta solo di sdegno o di mani passate sulla coscienza. Soprattutto in tempo di crisi, la politica è alimentata in primo luogo dalla volontà dei singoli e dei gruppi di difendere i propri interessi, di dar voce alle proprie istanze.
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