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Dove ci porta il rigore europeo
Sergio Cesaratto
L'Europa taglia 300 miliardi di euro di spesa sociale, prendendo così la strada sbagliata di una politica prociclica. Un secondo errore, dopo gli anni della crescita dopata
Due tesi stanno emergendo sulla crisi europea. La prima è che questa sia l’occasione per “riforme strutturali” che riducano il peso del settore pubblico e rendano ancor più flessibile il mercato del lavoro. E’ curioso come questa tesi sia emersa solo in seguito alla crisi greca, che peggio amministrata non si poteva, ma si sia rapidamente tradotta in una serie di misure generalizzate a livello europeo di riduzione della spesa pubblica, stimate da "Il Sole 24 Ore" in oltre 300 miliardi di euro. In precedenza accusata di aver fatto poca politica anti-ciclica, l’Europa si appresta dunque a condurre una politica pro-ciclica. L’obiettivo sarebbe di rassicurare i mercati finanziari della volontà europea di aggiustare i conti pubblici. Si può tuttavia sospettare che i mercati finanziari non si sentano affatto rassicurati da misure che potrebbero nuocere, per il loro effetto recessivo, sia sulle entrate fiscali che sulla solvibilità del settore privato. Si ritiene forse che l’effetto recessivo possa accelerare la deflazione di prezzi e salari che si dice necessaria ai paesi periferici per riacquistare competitività. Ma un processo di deflazione competitiva a livello europeo, devastante sul piano sociale, sarebbe comunque un gioco a somma zero – come nelle classiche svalutazioni competitive - che anche aggraverebbe il valore reale dei debiti, accentuando l’insolvibilità degli operatori. Inutili, ma anche vigliacche tali misure, utilizzate per inferire un altro colpo ai salari diretti e indiretti dei lavoratori europei.
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Il conflitto sociale
Valerio Bertello
E’ sempre stata ambizione delle scienze umane quella di costituire un sapere nel senso unitario in cui lo sono le scienze della natura, cioè una scienza fondata su un unico metodo, quello scientifico, e su un unico principio fondamentale, quello causale. Coloro che operano in campo sociale hanno sempre agito secondo principi pragmatici più o meno esplicitati, ma lontani dal costituire una teoria, e comunque contrapposti fra loro. Circostanza che in questa disciplina ha sempre costituito fonte di incertezza e perplessità.
Vi è un’unica significativa eccezione, l’economia, che ha sempre asserito di costituire una scienza del comportamento sociale secondo l’accezione delle scienze naturali. Non a caso essa è alla base dell’economia politica, quale sua applicazione in campo sociale nel senso più estensivo del termine. Nell’ambito dell’economia politica il socialismo scientifico è la teoria più comprensiva e conseguente, in quanto pone integralmente l’economia come propria base e dichiara suo campo d’indagine e d’applicazione tutta la storia. Quindi il socialismo scientifico non è solo un’applicazione dell’economia alla società, ma una teoria che considera l’economia una teoria della storia. Cioè come afferma Marx “l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica”. Più precisamente il socialismo scientifico teorico è il materialismo storico marxiano, mentre come prassi è il socialismo in quanto movimento politico. Così non solo l’economia viene storicizzata, ma la storia diviene storia materiale e l’economia, interpretata come materialismo storico, diviene per la storia ciò che la fisica è per le scienze della natura, la teoria fondamentale di tutte le scienze umane[1].
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Giù la mascherina: nuovo al cinema italiano
Giampaolo Simi
Per anni abbiamo visto in molti film italiani grandi appartamenti borghesi, graziose mansarde con affaccio mozzafiato, loft ristrutturati e impreziositi dal design con studiata nonchalance. In quegli interni si è consumato un lungo divorzio, per altro del tutto consensuale. Si è trattato del divorzio fra il tanto invocato Paese reale e coloro che si prendevano la responsabilità – o si sentivano capaci – di raccontarlo o, per meglio dire, di provare a interpretarlo. Fra una parte dell’élite culturale e la working class, per tagliarla un po’ alla grezza. Con il ceto medio preso in mezzo e diviso, come spesso succede ai figli nelle separazioni. I professori di liceo e gli impiegati da una parte, i metronotte e i piastrellisti dall’altra, nonostante un medesimo status di lavoratore dipendente e magari stipendi con il medesimo potere d’acquisto in caduta libera.
Un divorzio consumatosi parallelamente in altre forme artistiche, come la narrativa. Ma in quel caso risultava più naturale, meno vistoso e preoccupante, perché investiva un ambiente (almeno in Italia) storicamente più ristretto ed estraneo all’intrattenimento di massa.
C’è voluto del tempo perché un film italiano non indipendente indugiasse significativamente su un angolo cottura da magazzino della convenienza. O su una modesta scarpiera che ingombra un angusto disimpegno. È successo a distanza ravvicinata con “Cosa voglio di più” di Silvio Soldini e con “La nostra vita” di Daniele Luchetti.
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Beatificazione di carta
redazione InfoAut
Avremmo voluto occuparci di ciò ben prima, innanzitutto perchè cartina di tornasole del nostro tempo, della società nella quale viviamo e lottiamo. Quante volte abbiamo incontrato nel nostro agire quotidiano il prodotto discorsivo, politico e simbolico della matrice culturale agitata dai vari Saviano, Travaglio, Grillo, Santoro e compagnia cantante? Si pensi solo a quanto ha attraversato, nella sua composizione tecnica, il movimento dell'Onda o all'irruzione sulla scena pubblica di un fenomeno come quello del popolo viola; ma gli esempi potrebbero essere altri, molti ed eterogenei.
La pubblicazione del libro "Eroi di carta" di Alessandro Dal Lago da parte della Manifesto Libri ha scatenato un vespaio di polemiche, congetture e retoriche. Il mainstream è stato infestato nelle ultime due settimane dal gioco (alquanto unilaterale!) della difesa a spada tratta dello scrittore Roberto Saviano, del suo "Gomorra". Esemplificativo non è tanto il patrocinio del personaggio adottato da giornalisti, scrittori e intellettuali, quanto piuttosto l'inammissibilità della critica: non si è molto discorso politicamente e/o letterariamente a partire dalle questioni poste dal lavoro di Dal Lago, si è argomentato sul perchè bollarle come irricevibili, sul perchè debbano essere censurate. Emblematico è come si sia articolata la fucina della polemica, con in prima fila personalità sinistre amorevolmente (e moralmente!) sentitesi obbligate a partecipare alla rimodellazione del rifugio per Roberto Saviano, quasi e anche a sottolineare "Saviano è un eroe di sinistra!". Fa specie quindi osservare come, dentro questo match dialettico, i primi ad invocare (esplicitamente o meno) alla censura del libro "Eroi di carta" siano stati proprio gli stessi notabili che sbraitano contro la presunta dittatura berlusconiana ad ogni sbadiglio del premier...!
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La Grecia e il signoraggio al cubo
di Giulietto Chiesa
L'hanno chiamata “operazione salvataggio” della Grecia. In realta' il cosiddetto “aiuto” del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea e' un'ulteriore bastonata collettiva inferta ai cittadini greci. Ulteriore, perche' la Grecia non si troverebbe in questa situazione se non avesse gia' perduto la sua sovranita'.
L'hanno gia' perduta, sotto i colpi del mercato finanziario mondiale, tutti gli altri Stati Europei. E la perdita della sovranita' e' racchiusa nella consegna, alla speculazione finanziaria internazionale, del suo debito. Basti dire che, se l'operazione “funzionera'”, il debito della Grecia passera' nei prossimi tre anni, dall'attuale 115% del prodotto interno lordo al 150. Cioe' si puo' gia' prevedere, matematicamente, che nel 2013 la situazione in Grecia sara' peggiore di quella di oggi, con un paese in recessione, disoccupazione crescente, consumi a terra.
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Una crisi da paura
Andrea Fumagalli
I mercati finanziari sono per loro natura instabili. L'Europa dovrebbe dunque avviare politiche economiche e monetarie per regolamentarli. Gli interventi in soccorso della Grecia dimostrano però che a Bruxelles è prevalsa l'ortodossia che vede nel libero mercato finanziario la soluzione della crisi
Nelle scorse settimane, le borse hanno avuto un andamento molto altalenante, al punto che molti hanno parlato di mercati «folli»: definizione che non troverebbe d'accordo André Orlean. André Orlean è un economista poco conosciuto in Italia. Nel corso degli ultimi 20 anni, la sua ricerca si è focalizzata sull'analisi e il comportamento dei mercati finanziari. Partendo dalle tesi di John Maynard Keynes, Orléan sostiene che il comportamento degli operatori finanziari non si fonda sull'idea di una razionalità individuale tesa a ottenere il massimo guadagno, bensì sull'interpretazione di quella che può essere definita una razionalità collettiva, intesa come il senso comune espresso da coloro (Banche, operatori finanziari) che sono in grado di condizionare i mercati finanziari.
La metafora del concorso di bellezza di Keynes è al riguardo illuminante: così come un giudice in un concorso di bellezza non deve valutare l'avvenenza dei concorrenti in base al suo individuale senso estetico ma piuttosto in base a quelli che lui ritiene essere i canoni estetici dominanti, così un bravo «speculatore» crea le proprie aspettative sul valore futuro atteso delle attività finanziarie non in base alle proprie aspettative e convinzioni individuali, ma in base a ciò che lui stesso ritiene essere il senso comune presente nei mercati finanziari. Tale comportamento, lungi dall'essere irrazionale, come sostengono gli economisti ancorati alla visione neoliberista dell'homo oeconomicus, determina il fatto che nei mercati finanziari le regole della concorrenza, e del pilastro su cui regge, la legge della domanda e dell'offerta, non sono valide.
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Mastrapasqua: chi è costui?
Leonardo Mazzei
Curriculum, funzioni e faccia tosta dell'attuale presidente dell'Inps
Agli italiani è stato spiegato che la recente manovra economica non ha comportato modifiche "strutturali" al sistema pensionistico. Ma nessuno ci ha creduto. Racconta il Sole 24 ore del 1° giugno che il suo forum online sulle novità introdotte dal decreto Tremonti in materia di pensioni ha registrato 2100 quesiti in meno di 10 ore. Segno che l'imbonimento mediatico può molto, ma non tutto. Certo, gli operai normalmente non leggono il giornale della Confindustria, ma i lavoratori una cosa l'hanno capita da tempo: ogni volta che si profilano tagli consistenti alla spesa pubblica, le pensioni, in un modo o nell'altro, sono sempre nel mirino. Lo sono per tre motivi: il primo è che colpendo nel mucchio si riesce comunque a rastrellare cifre di rilievo, il secondo è che ormai su questa materia la rassegnazione la fa da padrona, il terzo è che indebolendo la previdenza pubblica si da anche una mano a quella privata (i fondi integrativi), che tanto sta a cuore a lorsignori.
Il recente decreto non poteva certo fare eccezione. E così mentre si parlava a lungo di dettagli tipo lo stipendio dei magistrati o le auto blu, e mentre una parte del paese sembrava appassionarsi di più al tema delle intercettazioni telefoniche, il diritto alla pensione di milioni di lavoratori veniva nuovamente attaccato, con un risparmio per lo Stato quantificato in 3 miliardi di euro entro il 2013.
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A destra, solidità e spostamenti
di Alessandro Leogrande
Quando si parla di fibrillazioni interne alla destra italiana, è opportuno non confondere il piano politico con quello sociale. Sul piano politico il tentativo di smarcarsi di Fini, il suo mirare alla costruzione di una destra diversa, è solo l’ultimo atto di un processo iniziato un anno fa, quando intellettuali a lui vicini iniziarono ad assumere posizioni anti-berlusconiane. Prima delle dichiarazioni di Veronica Lario, fu Sofia Ventura (politologa del gruppo “Farefuturo”) a parlare di velinismo e di ciarpame. Per la prima volta, allora, il Capo fu messo in discussione. Furono messi in discussione la sua politica, le sue candidature, il suo rapporto con le donne quale architrave del rapporto con gli alleati e con la società italiana. Poi si sarebbe addirittura arrivati alla constatazione del sistematico utilizzo di donne-tangenti all’interno del suo entourage. Sulla questione femminile interna alla destra si è aperta allora una crepa che via via si è estesa ad altri fronti. In seguito critiche non molto diverse (tutte tese a costituire un laboratorio politico di destra non riconducibile al berlusconismo) sono state formulate a proposito della giustizia, della riforma dello Stato, del federalismo, dell’immigrazione e della cittadinanza.
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Sulla Palestina e la guerra sono altri i circoli viziosi da rompere
di Sergio Cararo *
Una replica all’articolo di Guido Caldiron [riportato in fondo] su Liberazione del 6 giugno
Intendo esprimere apertamente dissenso sull’articolo di Guido Caldiron pubblicato su Liberazione di Domenica 6 giugno. Le tesi espresse nell’articolo non sono nuove e rischiano di riprodurre dentro il movimento di solidarietà con la Palestina e il movimento No War lacerazioni e polemiche già vissute e - come era facilmente prevedibile – hanno trovato immediata sponda in Pigi Battista sul Corriere della Sera di oggi. Proverò a esprimere schematicamente e per punti i fattori di dissenso e i contributi per il confronto che viene invocato a fine articolo:
1) Le piazze svuotate dei pacifisti per timore che il "linguaggio di guerra copra le manifestazioni" non è certo un problema relativo alle manifestazioni per la Palestina. Al contrario, l’ultima manifestazione nazionale del 17 gennaio 2009 contro l’Operazione Piombo Fuso a Gaza, ha visto una partecipazione enorme, ed anche le manifestazioni di questi giorni nelle varie città hanno visto una mobilitazione tempestiva e numerosa che richiedevano l’immediata liberazione degli attivisti della Freedom Flottilla sequestrati dalle truppe israeliane e la condanna per l’ennesima “operazione di sicurezza” israeliana. Il problema semmai è la diventata la scarsa disponibilità/fiducia del popolo No War a scendere in piazza avendo come rappresentazione politica chi vota poi in Parlamento per il proseguimento della guerra in Afghanistan. I partiti della sinistra hanno pagato un prezzo politico pesantissimo su questo. Anche recentemente due diverse manifestazioni sotto il Parlamento (il 19 marzo e due settimane fa) hanno visto una presenza ridottissima di attivisti e attiviste. La rottura avvenuta nel luglio 2006 (assemblea al centro congresso Frentani) e il 9 giugno 2007 (manifestazioni separate contro la visita di Bush) non dà ancora segni di volersi ricomporre nonostante la Federazione della Sinistra abbia riconosciuto l’errore e si sia riposizionata positivamente.
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L'impossibilità di gestire l'Euro
di Samir Amin
1. Non c'è moneta senza Stato. Insieme, Stato e moneta sono nel capitalismo i mezzi per gestire l'interesse generale del capitale, trascendendo gli interessi particolari dei segmenti del capitale in concorrenza tra loro. Il dogma attuale che immagina un capitalismo gestito dal "mercato", addirittura senza uno Stato (ridotto alle sue funzioni minime di tutore dell'ordine), non si basa né su una lettura seria della storia del capitalismo reale, né su una teoria che si pretende "scientifica" in grado di dimostrare che la gestione del mercato produce - anche tendenzialmente - un equilibrio qualsiasi (a fortiori "ottimale").
Ma l'euro è stato creato in assenza di uno Stato europeo, che sostituisse gli Stati nazionali, le cui principali funzioni di gestori degli interessi generali dei capitali erano esse stesse in via di abolizione. Il dogma di una moneta "indipendente" dallo Stato esprime questa assurdità.
L’"Europa" politica non esiste. Nonostante si immagini ingenuamente di superare il principio di sovranità, gli Stati nazionali restano gli unici legittimi. Non c'è la maturità politica che farebbe accettare al popolo di una qualsiasi delle nazioni storiche che costituiscono l’Europa il risultato di un "voto europeo”. Lo si potrebbe desiderare, ma resta il fatto che ci vorrà molto tempo perché emerga una legittimità europea.
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Ungheria: si apre un nuovo fronte o meglio...si ri-apre un vecchio fronte
Stefano Bassi
Ungheria: portavoce premier indica situazione economica grave, Bloomberg:
venerdì, 4 giugno 2010 - 13:35
L'economia dell'Ungheria è in una situazione grave. Lo ha detto il portavoce del premier ungherese, Peter Szijjarto, secondo quanto riportato da Bloomberg.
Szijjarto, sempre secondo l'agenzia, avrebbe confermato la manipolazione dei conti dello Stato da parte del precedente governo.
Qualche giorno fa ho usato la metafora della Spagna come linea Maginot dell'Eurozona.
Poco dopo il NYT ha replicato la mia analogia...:-)
Maginot Lines and Illusions
Il riferimento è alla famosa linea di difesa della Francia contro la Germania (e contro l'Italia) durante la Seconda Guerra Mondiale, che avrebbe dovuto essere il baluardo per difendere la Francia dall'invasione e dalla sua caduta.
Invece la linea Maginot non servì a nulla...perchè venne facilmente AGGIRATA:
Una forza civetta si appostò davanti alla Linea, mentre la vera forza d'attacco tagliò attraverso il Belgio e i Paesi Bassi, attraverso la Foresta delle Ardenne che giaceva a nord delle difese principali dei francesi.
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Turchia nel mirino di Israele: colpire uno per educarne cento
Alfatau
La storia dello Stato ebraico dimostra che l'impiego della forza militare è stato sempre deciso in piena corrispondenza con gli assunti strategici della Realpolitik israeliana e prestando grande attenzione agli effetti psicologici sugli avversari.
La gravità di quanto accaduto nelle acque internazionali al largo di Gaza, quindi, non consiste tanto nell'evidente violazione delle regole del diritto internazionale umanitario (cosa questa per nulla nuova alla prassi israeliana), quanto nel rappresentare una diretta conferma di un disegno strategico di potenza che osservatori attenti, negli ultimi anni, hanno già analizzato e descritto in dettaglio (1).
Tanto più vera è questa affermazione in relazione alla situazione di Gaza: già dopo l'attacco del dicembre 2008 abbiamo tentato di spiegare su queste colonne (2), che quell'offensiva era stata costruita, sul piano politico, diplomatico e militare, secondo un'impostazione strategica autonoma che aveva cioè ben poco a che fare con la semplice reazione punitiva agli attacchi, del tutto inconsistenti sul piano politico-militare, dei razzi di Hamas - come Israele sosteneva.
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Perchè cancellare lo Statuto dei lavoratori?
Guglielmo Forges Davanzati
Il recente tentativo di approvazione del disegno di legge sull’arbitrato per la risoluzione dei conflitti sul lavoro – come è noto, rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica e al momento oggetto di rielaborazione - costituisce un passo ulteriore verso il definitivo superamento dello Statuto dei lavoratori e, dunque, nella direzione di un’ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori. Obiettivo dichiarato del Ministro Sacconi è il passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, che renda più “leggera” la normativa sul lavoro[1].
Il provvedimento non desta sorpresa dal momento che si inserisce lungo la direzione delle politiche finalizzate all’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori; politiche che i Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno tenacemente perseguito. La logica economica – quella propagandata - che sta alla base di queste scelte risiede nella convinzione che la maggiore libertà di licenziamento fornisca alle imprese anche maggiore incentivo all’assunzione e che, dunque, la ‘flessibilità’ del lavoro vada a vantaggio dei lavoratori. Nel caso in esame, viene fatta valere la tesi di Giuliano Cazzola, relatore del disegno di legge alla Camera, secondo il quale “bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei minus habens, incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale, per dirimere le loro controversie di lavoro”.
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Passaggio per la Grecia
(il punto di non ritorno)
Giuseppe Sottile
Se non fosse tutto vero, apparirebbe uno spettacolo. In realtà, è uno spettacolo del tutto vero, del tipo tragico e dove gli attori sono autentici criminali.
Giorni fa è stato approvato il pacchettone (circa metà del Pil italiano) di crediti a garanzia di tutti i futuri (e presenti) indebitamenti degli Stati dell’Unione Europea e gli indici di borsa sono rimbalzati dal precedente tonfo, ma il giorno dopo l’euforia era già passata.
In realtà il modo presente di “gestire” le risorse è paragonabile ad un incubo senza fine di cui non ci si accorge solo perché se ne è perennemente ubriachi, una ubriacatura che, diversamente da quella ventilata da Schopenhauer come occasione d’essere felici, produce solo un indefinito imbarbarimento.
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L'escalation
Perchè Israele è diventata un pericolo per l''umanità (e per se stessa)
di Sergio Cararo
La tempesta è in arrivo e della quiete non c'è alcuna avvisaglia. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente alla luce dell'azione di vero e proprio terrorismo di stato compita dalle forze speciali e dalla marina militare israeliana contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza. Il pesante bilancio di morti e feriti tra gli attivisti internazionali provenienti da diversi paesi - ed in particolare dalla Turchia - privano le autorità di Tel Aviv di qualsiasi giustificazione, anche tra tra i governi che pure hanno brillato per la loro complicità con i crimini di guerra accumulati da Israele in questi decenni.
Molti sono i fattori che indicavano come le contraddizioni che si erano andate accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali, abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La irrisolta questione palestinese appare oggi solo parzialmente responsabile ma fortemente ipotecata da questo scenario regionale.
Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:
1) Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi politici nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;
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Tempo di “falchi” a Palazzo Koch
Emiliano Brancaccio
«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale». Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d’Italia presentate ieri all’assemblea annuale dell’istituto. Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall’abituale, morigerato linguaggio di Palazzo Koch. C’è da scommettere che i commentatori dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro del governatore. A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il merito di aver adottato «misure di contrasto all’evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti d’incentivo all’evasione che sono scaturiti da numerosi provvedimenti dell’esecutivo, tra i quali spicca il condono di fatto sui capitali rimpatriati.
Il principale punto critico delle considerazioni del governatore non risiede però nella paludata valutazione dell’operato del governo italiano. Il vero problema verte sulla scelta di assolvere completamente la Germania riguardo alle cause della gravissima crisi della zona euro. A questo riguardo il governatore riconosce che l’attuale instabilità della Unione monetaria europea è alimentata dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito tra i suoi paesi membri.
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Da Israele una minaccia di portata storica
Giulietto Chiesa
Il sangue dei pacifisti di Freedom Flotilla ci invia un messaggio tragico, che dobbiamo capire in tutta la sua portata storica.
Questo aggettivo non deve essere considerato retorico.
Il 31 maggio 2010 Israele ha dimostrato al mondo di essere divenuto il pericolo principale per la pace e la sicurezza del mondo.
Guidato da un gruppo più che di criminali, di completi irresponsabili, questo paese dimostra di essere pronto a qualunque eccesso, a qualunque follia, in nome di un fondamentalismo religioso, aggressivo, in spregio a ogni norma e alla stessa idea del diritto.
Adesso possiamo (anzi dobbiamo) immaginare cosa cova nei centri del potere di un tale stato e a cosa sono pronti: a trascinare nel disastro il mondo intero in nome della presunzione che la loro verità religiosa (quella della "terra promessa") debba essere imposta a tutti, costi quel che costi.
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Il decennio perduto dell’ Unione europea
Antonio Lettieri
Si mette in discussione la stessa esistenza della moneta unica, che pure era nata al culmine di un momento di magnificenza per l’Europa. Bisognerebbe invece riconoscere che la crescita anemica e l’attuale crisi sono il frutto di politiche radicalmente sbagliate
La crisi greca ha rilanciato il dibattito sulla natura dell'Unione economica monetaria, la sua origine e i rischi di disintegrazione. Per alcuni commentatori si tratta di una crisi annunciata e inevitabile. L'unione monetaria – è la tesi - non può funzionare senza istituzioni politiche. Oppure, traducendo la questione in termini economici: un'area valutaria è destinata al fallimento senza il verificarsi d quelle che il premio Nobel Robert Mundell descrisse, nel secolo scorso, come condizioni "ottimali", tra le quali la piena mobilità del lavoro e la flessibilità di prezzi e salari. Coloro che condividono il primo o il secondo di questi punti di vista (o entrambi) traggono dalla crisi greca – e dall’insieme degli squilibri che agitano l’Unione - una prognosi sfavorevole per il destino della moneta unica. In breve, l'Unione monetaria sarebbe destinata alla disintegrazione.
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L’Europa del mercato
di Franco Russo
1.
L’aggressione dei centri finanziari contro i debiti sovrani degli Stati dell’Unione Europea dimostra la loro forza devastante, a sanzione che le politiche pubbliche anche delle economie a scala continentale come quella europea devono sottostare alle leggi del mercato e del profitto (in questo caso alla speculazione sui titoli pubblici). La Grecia è l’anello debole della catena, tirata per coinvolgere l’intero sistema dell’euro, BCE in testa. Il patto di stabilità, quello che sancisce i livelli massimi del debito e del deficit pubblici al 60% e al 3% del PIL, è già saltato per i massicci aiuti che gli Stati hanno concesso nel 2008-10 per salvare le banche dal tracollo. Saltati i parametri di Maastricht, ora la BCE vede modificarsi i suoi obiettivi che finora erano solo quelli del controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi. Come ha rilevato Paolo Leon la BCE ha ampliato, sotto l’urgenza della crisi, le sue funzioni perché l’euro non è emesso più solo in relazione ai fabbisogni commerciali, bensì anche per quelli finanziari potendo comprare ‘debito pubblico’ – sostituendo in pratica obbligazioni nazionali con quelle emesse dalla BCE. È in atto un altro salvataggio delle banche, dato che il debito pubblico greco è in gran parte nei portafogli delle banche soprattutto francesi e tedesche.
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Foucault, ovvero l'anti-Marx. Una leggenda da smontare
di Tonino Bucci
«Io cito Marx senza dirlo, senza mettere le virgolette, e poiché la gente non è capace di riconoscere i testi di Marx, passo per essere colui che non lo cita. Un fisico, quando lavora in fisica, prova forse il bisogno di citare Newton o Einstein? Li usa, ma non ha bisogno di virgolette, di note a pie' di pagina o di un'approvazione elogiativa che provi fino a che punto è fedele al pensiero del Maestro». Queste poche righe portano la firma di Michel Foucault e sono riprodotte in una delle opere che più ha contribuito a far conoscere in Italia gli aspetti militanti del suo pensiero. Parliamo di Microfisica del potere , sottotitolo Interventi politici , più che un'opera sistematica, una raccolta di testi, brevi scritti, dibattiti e interviste, uscita non a caso qui da noi nel 1977. Anno cruciale, durante il quale si registra nel campo della sinistra (soprattutto in Italia e in Francia) il massimo di rottura tra movimento operaio e partiti comunisti, da un lato, e i movimenti studenteschi dall'altro. Movimenti che dall'interno delle università cominciano a guardare a nuovi soggetti al di fuori di quelle che vengono definite strutture burocratiche e di potere, dai sindacati ai partiti. Da qui si spiega l'attenzione del Settantasette verso i non garantiti e il proletariato metropolitano, verso gli esclusi e il sottoproletariato, verso i malati mentali e verso un'intera costellazione di soggetti che per la prima volta cade al fuori della "classe operaia".
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Crisi di sistema
Ferruccio Gambino
La recessione cominciata due anni fa è una crisi di sistema e non una semplice battuta di arresto di un ciclo tendente alla normalità.
Per trovare un disastro simile occorre guardare alla Grande Depressione del 1929-38. E’ facile esagerare l’importanza degli avvenimenti correnti rispetto a quelli del passato, ma questo rovescio è colossale, comunque lo si misuri. Non basterà qualche rettifica per mettere in sesto un quadro sociale – prima ancora che economico – sconquassato.
Molti ammettono che questa crisi è sì di sistema, ma poi la spiegano a piccole dosi ansiolitiche. In realtà è crisi di sistema perché tocca in profondità i rapporti sociali in tutti i paesi investiti dalla globalizzazione. Per coloro che sono dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, il dato saliente è la crisi dei rapporti sociali, ben prima di qualsiasi sboom finanziario. Già all’inizio degli anni ‘70, Stan Weir, un protagonista e osservatore delle relazioni lavorative negli Usa avvertiva la diffusa resistenza a condizioni di lavoro in via di deterioramento: “…grandi numeri di operai industriali non sono più disposti a tollerare le condizioni nelle quali si vuole che producano i beni e i servizi che…mantengono in vita questa società”.
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Crisi Grecia – Più stato meno mercato
di Vladimiro Giacchè
La crisi attuale è degna di nota da molti punti di vista. Lo è certamente per la sua gravità e per la sua durata. Ma anche per un altro motivo: la sorprendente capacità di tenuta sinora dimostrata dall’ideologia liberistica.
Il confronto con la precedente crisi di entità paragonabile, quella del 1929, è illuminante. Allora la crisi innescò un profondo ripensamento dei rapporti tra stato e mercato, mentre oggi non avviene nulla del genere. Anzi: l’inizio di una seconda fase della crisi, che investe il debito degli stati, ha ridato fiato alle trombe di chi nega che quanto è avvenuto rappresenti una sonora smentita della presunta superiore efficienza di mercati “autoregolamentati”. A leggere certi articoli, sembra di tornare al motto reaganiano per cui “lo Stato è il problema, il mercato la soluzione”. Peccato che la crisi attuale del debito pubblico derivi proprio dal fatto che gli stati hanno svolto in questa crisi il ruolo di prestatore di ultima istanza spendendo migliaia di miliardi di dollari per salvare imprese private, oltre a sopperire per anni alla debolezza della crescita con sostegni di varia natura al reddito e ai consumi.
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Europa, crisi o fine?
Etienne Balibar
In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l'aiuto di Goldmann Sachs; all'annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all'imposizione alla Grecia di un piano di austerità selvaggio, come contropartita del prestito europeo. Poi l'«abbassamento del voto» della Spagna e del Portogallo, la minaccia dell'implosione dell'euro, la creazione di un fondo di aiuto europeo di 750 miliardi (su richiesta, in particolare, degli Stati uniti). Infine, la decisione della Bce, in contraddizione con il suo statuto, di acquisire delle obbligazioni statali, e l'adozione di politiche di rigore in una decina di paesi. Ce n'est qu'un début, non è che l'inizio, poiché questi nuovi episodi di una crisi apertasi due anni fa con il crollo dei crediti immobiliari statunitensi ne prefigurano altri. Dimostrano che il rischio di crac persiste o addirittura aumenta, alimbce, piigsentato da una massa enorme di titoli «spazzatura», accumulata nel corso del decennio precedente grazie ai consumi a credito, alla trasformazione dei titoli dubbiosi e dei credit default swaps in prodotti finanziari, oggetto di speculazione a breve. Il tormentone dei crediti dubbiosi continua, e gli stati sono in affanno. La speculazione investe ormai le monete e il debito pubblico. L'euro rappresenta oggi l'anello debole di questa catena, e trascina l'Europa. Le conseguenze saranno devastanti.
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La manovra, la crisi e il Cavaliere dimezzato
Infoaut
Un Berlusca incazzato nero. E questa volta non tanto verso magistratura e stampa. Ma per come si mettono le cose sul fronte economico, con il “fido e bravo” Tremonti che si è fatto senza mezzi termini interprete dell’urgenza di una manovra tutta tagli sfacciatamente iniqua. Dopo che sull’affaire Scajola non è stata possibile nessuna “difesa d’ufficio”, come ancora con Bertoladro, e l’iter legislativo sulle intercettazioni si va facendo più accidentato, ora il cavaliere è costretto a rimangiarsi le sue assicurazioni sulla tenuta finanziaria italiana e, soprattutto, deve riconoscere che “abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità” (chi?). Non c’è che dire: un bel colpo ad uno dei pilastri - insieme a evasione, mafia, corruzione, grandi opere, speculazione ecc. - su cui si è retto finora il largo consenso alla sua politica o, più precisamente, alla sua figura.
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L'Italia è malata, bastoniamola
Roberta Carlini
Tremonti si accoda nel vento europeo con la sua manovra di emergenza. Nelle stesse ore, l'Istat diffonde i numeri del paese, che mostrano i guasti già fatti da una recessione che con i nuovi tagli potrà solo approfondirsi, in una spirale pericolosa. La contro-manovra di Sbilanciamoci
Il debito pubblico italiano è troppo alto in rapporto al Pil? Certo che sì. Serve a qualcosa, la manovra da 24 miliardi sobriamente definita da Tremonti “un tornante della storia”? Certo che no. Da tempo gli economisti (solo alcuni per la verità) cercano di spiegare quello che i bambini di solito studiano in quarta elementare, cioè le frazioni: se scende il numeratore, ma contemporaneamente scende anche il denominatore, non è detto che il valore del rapporto si riduca. Anzi può persino aumentare: dipende (nell'aritmetica) dall'entità delle rispettive riduzioni, e (nell'economia politica) dalla strada che si prende per la discesa. In parole povere: se scende il debito, ma scende anche il Pil, il rapporto può persino peggiorare. Il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del paese, diffuso per coincidenza nello stesso giorno della manovra ci aiuta a capire che proprio questa è la dinamica in cui ci siamo infilati; mentre un documento come la “contromanovra” di Sbilanciamoci! ci aiuta a pensare a strade alternative per una discesa sostenibile.
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