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Contro la bisca universale
di Francesco Ciafaloni
Le cose, materialmente, economicamente, non vanno bene; né in Italia, né in Europa, né nel mondo. La scarsità di risorse materiali e ambientali sta smettendo di essere una discussa previsione per trasformarsi in una tragica realtà, sotto gli occhi di tutti. Il nostro futuro economico sembra particolarmente precario, pericoloso. Ma prima della crisi economica, che alcuni aspettano da più di un decennio, altri cercano di non vedere, c’è la crisi, il degrado culturale, che precede il degrado materiale, in una qualche misura lo ha causato; che in ogni caso ci impedisce di guardare in faccia il presente e di immaginare un futuro.
È vero che gli italiani non capiscono bene cosa gli stia capitando e che anche quelli che si sforzano di capire perché le cose stiano così faticano molto. Ma non tutto è nebbia. Qualcosa si può dire sia sui mutamenti strutturali sia sulla neolingua che ci ha travolto; su ciò che diamo per scontato, che ripetiamo per abitudine e non è vero.
Demografia, migrazione, redditi e politica
Poco più di un terzo di secolo fa Giulio Maccacaro, come altri, denunciava in un articolo le enormi disuguaglianze di salute tra gli esseri umani e constatava, allarmato – allora si temeva la bomba demografica – che eravamo diventati più di 2 miliardi e 700 milioni al mondo e che ci saremmo moltiplicati ancora.
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Crisi economica e derive autoritarie.
Vladimiro Giacché
I presupposti economici dell’attacco alla Costituzione
Relazione per il Convegno dell’Associazione Marx XXI “Neoliberismo, crisi e attacco alla Costituzione” (Roma, 12 giugno 2010)
1. Cominciamo dalla fine
Cominciamo dalla fine: cioè dalla proposta di Tremonti di stravolgere l’art. 41 della Costituzione per favorire la libertà d’impresa e d’intrapresa.
Vale la pena di farlo non soltanto per restare legati all’attualità.
Ma perché gli slogan con cui questo attacco è stato condotto ci dicono molto.
L’opposizione è, da un lato, tra:
- libertà (d’impresa)
- semplificazione
- mercato.
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G8, G20, G...ira gira è sempre quella zuppa
di Felice Capretta
Ben lontano da Toronto, si è concluso il G8.
A circa 200 km dalla città canadese, in tutta sicurezza, si è infatti compiuto l'ennesimo incontro del tutto inutile fra gli "8 grandi (aggiungere qui la parola che si preferisce)" del pianeta.
Visto che erano in 8, si poteva fare un bel torneo di scopa d'assi, con coppa di ottone al vincitore finale e bicchieri di rosso per tutti. E spuma per gli astemi.
Che magari costava meno, tipo qualche migliaio di euro.
Invece hanno speso un miliardo di dollari solo di organizzazione e sicurezza.
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Il governo del comune
Ugo Mattei
Rimanere ancorati all'opposizione tra pubblico e privato impedisce lo sviluppo di una gestione cooperativa e condivisa dell'acqua, del sapere, della salute, dell'energia e del patrimonio culturale. Da qui la necessità di elaborare un'alternativa credibile al paradigma basato sull'individualismo metodologico dominante nel diritto, nella filosofia e nelle scienze sociali
Soltanto la rozza applicazione del modello dell'homo oeconomicus, massimizzatore individualista delle utilità di breve periodo, spiega gli esiti (ed anche il successo accademico) della cosiddetta tragedia dei comuni. In effetti la nota parabola del biologo Garret Harding, presentata al pubblico in un celebre saggio nel 1968, pur oggi autorevolmente confutata perfino dal premio Nobel per l'economia nel 2009 Elinor Olstrom, ha portato il mainstream accademico a vedere il comune come luogo del non diritto. Secondo questa idea, una risorsa in comune in quanto liberamente appropriabile, stimola comportamenti di accumulo opportunistici che ne determinano la consunzione definitiva. Così ragionando si considera realistica l'immagine di una persona, invitata ad un buffet in cui molto cibo è liberamente accessibile, avventarsi sullo stesso cercando di massimizzare l'ammontare di calorie che riesce a immagazzinare a spese di tutti gli altri, consumando perciò la massima quantità possibile di cibo nel minor tempo possibile secondo il criterio dell'efficienza. Il senso del limite, creato dal rispetto nei confronti dell'altro e della natura, viene così escluso a priori da tale modello antropologico irrealistico fondato su una visione scientifica puramente quantitativa.
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Mr. Obama, Frau Merkel e la finanza. A margine del G20 di Toronto
di Raffaele Sciortino
L’attuale, delicato passaggio dell’economia e della politica globale lo si può forse sintetizzare così. C’è un interesse, e necessità, generale a uscire dalla crisi ma si fanno avanti strategie sempre più chiaramente divergenti, in particolare tra Germania e Stati Uniti -focus principale di questo articolo- mentre a tutti gli effetti sono emersi “altri” soggetti di cui va oramai preso atto
Si accendono i fuochi
Il G20 di Toronto è dentro questo passaggio. C’è chi prova a declinarlo in termini meno pessimistici: “la crisi europea non è finita e la ripresa globale non è assicurata”. E c’è chi, come il solito Roubini, non esclude un double dip, una seconda caduta recessiva mondiale. Comunque sia, la crisi complessivamente intesa non è affatto finita. Non lo è negli aspetti “reali”: se l’emorragia è stata bloccata non c’è però stato il rimbalzo sperato, alla ripresa azionaria del 2009 non ha corrisposto una ripresa dei profitti e la disoccupazione nei paesi occidentali non tende a decrescere in termini assoluti. Non lo è neanche in termini “finanziari”, solo che il rischio debito si è spostato oggi principalmente sugli stati - la febbre è alta per un certo numero tra cui Stati Uniti, Giappone Gran Bretagna, ma anche gli altri non stanno bene. Abbiamo così assistito alla prima seria crisi dell’euro e dell’Unione Europea su cui si è scaricata la “correzione dei mercati” a partire dai grossi speculatori ribassisti del mercato futures di Chicago. Il che segnala non solo incertezza sul valore delle monete e sui costi del rifinanziamento dei deficit statali, ma soprattutto un primo episodio di scontro tra Washington e Bruxelles (o Berlino?!) su chi dovrà pagare prima e più degli altri l’abbattimento del valore dei debiti pubblici che si prepara sui mercati e quindi bruciare risorse nella svalorizzazione pendente di una parte dei titoli di credito che continuano a girare per il mondo.
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La rivalutazione del renminbi fra mito e realtà
Alberto Bagnai
Il tasso di cambio del renmbimbi è un falso problema economico: ecco perché non sarà la rivalutazione della moneta cinese a salvare gli Usa e l'Europa
I giornali plaudono alla promessa di Hu Jintao di lasciar fluttuare il cambio del renminbi in risposta alla lettera di Barak Obama, che il 16 giugno si è rivolto ai “colleghi” del G-20 richiamando la loro attenzione sul fatto che “tassi di cambio determinati dal mercato (nota del traduttore: liberi di fluttuare) sono essenziali per la vitalità dell’economia globale”. Il commento più lucido mi sembra quello di Federico Rampini: “Bel colpo, Hu Jintao!". In effetti, dimostrando disponibilità alla soluzione di un falso problema economico, Hu Jintao ha spostato la pressione politica di Obama (leader del principale importatore mondiale) sull’altro grande esportatore mondiale, la Germania, creando a quest’ultima un vero problema politico.
Ho detto falso problema economico? Come? Ma se gli economisti concordano sul fatto che il disallineamento del cambio cinese è il motore primo degli squilibri macroeconomici globali? Veramente questa è la visione del problema tramandata dai media italiani, che si allineano, in questo come in altri casi, alle posizioni espresse dalle istanze più conservatrici degli Usa. Le indicazioni della letteratura scientifica sono tutt’altro che unanimi. Vale la pena di richiamarle succintamente.
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Salviamo l’articolo 41 dal governo
di Vladimiro Giacché
Nel sentire la proposta del ministro Tremonti di modificare l’art. 41 della Costituzione “per promuovere la libertà d’impresa”, molti hanno pensato a un tentativo di distrarre l’attenzione dalla manovra da 25 miliardi che veniva servita negli stessi giorni. Sta di fatto che il 18 giugno un disegno di legge costituzionale in materia è stato effettivamente presentato al Consiglio dei ministri. La relazione di accompagno contiene di tutto, dal grafico dell’incremento “kilometrico” [sic!] delle normative delle Gazzette Ufficiali italiane alla superficie sviluppata da queste stesse normative nel 2009 (933 mq). Oltre a questi dati (preziosi per i lettori della Settimana Enigmistica), leggiamo che è colpa della “follia regolatoria” se è difficile fare impresa in Italia. Ma scopriamo anche che l’“abrogazione” o “semplificazione” delle leggi inutili ha prodotto risultati “insoddisfacenti”. E questa sembrerebbe una cattiveria nei confronti dell’onorevole Calderoli e del suo ministero per la Semplificazione. Non è così: se i risultati sono scarsi, afferma la relazione, è perché “le uova depositate dal serpente legislativo si riproducono in continuazione e anzi, paradossalmente, tra il beneficio che dà l’abrogazione di una legge e il maleficio costituito dallo stress normativo che l’innovazione comunque causa, il saldo rischia di rimanere negativo”.
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Il che fare di Pomigliano
Mario Tronti
Lo slogan «da Pomigliano non si tocca a Pomigliano non si piega» è emerso dall'interno di una conricerca che un gruppo di giovani ricercatori del Crs sta conducendo da tempo in quella fabbrica insieme agli operai. Descrive l'arco di sviluppo della vicenda, fino all'esito a sorpresa del referendum: dalla difesa del posto di lavoro alla rivendicazione della dignità e della libertà del lavoratore. La posta in gioco infatti si è alzata. E chi l'ha alzata imprudentemente è stato l'intelligentissimo ed efficientissimo management Fiat, con una ben orchestrata manovra politica su una delicata situazione economica. Hanno commesso un errore. E una volta tanto hanno perso.
Non era solo Marchionne. E non ha perso solo lui. Mi sono chiesto: perché la questione Pomigliano è salita al centro dell'attenzione politica, primi titoli sui giornali, prima notizia nelle tv? Era forse morto per incidente sul lavoro un grappolo di operai, unico motivo di visibilità per queste sottopersone? No, semplicemente si tentava un colpo in fabbrica, in un pezzo di paese, per dire a tutti che cominciava una nuova età di rapporto tra impresa e lavoro - l'ormai famoso e incredibilmente supponente dopo Cristo - e che esemplificava brutalmente ed empiricamente l'intento più generale di rovesciare il dettato costituzionale del vetusto, avanti Cristo, art. I, Repubblica democratica fondata sul lavoro.
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L’”inverosimile” attacco prossimo venturo
di Giulietto Chiesa
Israele è pronta ad attaccare l’Iran. Una crisi annunciata della quale Washington, contrariamente a quanto vorrebbe far credere, non è affatto all’oscuro. Anche la Russia e la Cina, a sorpresa, sembrano dare il via libera all’attacco in fede a inediti e non meglio precisati “scambi di favori”. Accettando un rischio di proporzioni non ancora prevedibili.
C’è da chiedersi: perché lo fanno?
Se siamo a 5 minuti, a 5 giorni, a 5 mesi, non possiamo saperlo. Ma che siamo a 5 anni possiamo escluderlo. Da dove? Dal momento in cui Israele attaccherà militarmente l’Iran e darà avvio a una crisi militare di così vaste proporzioni da modificare per una lunga fase i già precari equilibri mondiali restanti.
Questa crisi – annunciatissima ma che quasi nessuno vuole vedere – si aggiungerà, aggravandole drammaticamente, a tutte le altre crisi già in atto. Israele vi si accinge, incoraggiata da potenti circoli internazionali che sono interessati a un grande incendio: l’unico nel quale potranno essere bruciati tutti i libri contabili degli organizzatori della fine di un’epoca intera della storia umana.
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L'abbaglio ideologico
Guido Viale
Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un'intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l'occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull'ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive.
Per Stefano Cingolani: «In certe assemblee gauchiste c'era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l'assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell'imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l'ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E' quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.
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L'ODORE DELLA FINE
Leon Zingales
Sento di dover dedicare qualche riga per rispondere al quesito di un lettore che mi chiedeva delucidazioni sull’apparente buon risultato della aste dei titoli sovrani del grande malato dell’Euro: la Spagna.
Effettivamente l’asta non è andata malissimo, ma il motivo è semplice: i titoli sono stati comprati da banche spagnole che, nel mese di maggio, hanno aumentato di ulteriori 11 Miliardi di Euro le richieste di finanziamento presso la BCE. In parole povere i 3.5 Miliardi di titoli a 10 anni ed a 30 anni sono stati comprati con i soldi della BCE. Si è trattato di una classica asta a libertà vigiliata.
Non susciti particolare entusiasmo neanche la restrizione dello spread, sceso dal record dei 238 punti base, tra i titoli spagnoli decennali e quelli tedeschi di pari duration. Potrebbe sembrare una buona notizia: ma non è un indice dell’aumento di fiducia verso la Spagna (nessuno ha fiducia visto i crescenti problemi delle casse di risparmio locale), ma viceversa è il segnale che la medesima Germania ha seri problemi di credibilità.
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Radio Kapital: Sergio Bologna (come un’invettiva)
Grêveries
Sergio Bologna
Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).
Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!
Nota di effeffe
Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?
La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale.
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Tina
There Is No Alternative to Pomigliano?
di Augusto Illuminati
Il motto del pensiero unico neo-liberista (e di ogni falsa coscienza totalitaria), secondo Noam Chomsky, è TINA: there is no alternative. E’ quanto ripetono ossessivamente, in merito all’accordo di Pomigliano, Tito Boeri e l’inviato speciale UE in Birmania Fassino (quanti turni fa a settimana?), Veltroni (ma non doveva andare ad affliggere l’Africa?) ed Enrico Letta, Colaninno e Chiamparino, Repubblica e il Sole-24 ore, il giuslavorista Ichino e l’inquisito Cosentino.
Defilata, invece, la volpe del Tavoliere, D’Alema. Un coro più ossessivo delle vuvuzela, cui di fatto si accodano Epifani e Bersani, con l’accortezza di un pronunciamento equanime fra le ragioni dei contendenti che maschera maluccio l’assenza di coraggio decisionale, magari di una decisione sbagliata. Certo, tutti sospirano, come per gli “inevitabili sacrifici” della manovra tremontiana. I più svegli (Boeri) ammettono pure che del ricatto Fiat non si può andare fieri, perché mette a nudo il nostro sistema arcaico di relazioni industriali, l’arretratezza meridionale, l’assenza di regole della contrattazione e della rappresentanza sindacale, le infiltrazioni della camorra, ecc.
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"COMPAGNO PADRONE"
Breve storia del sodalizio tra la sinistra di stato e Marchionne
«Sin dall' avvento dell' era Marchionne la sinistra, persino quella cosiddetta alternativa, ha subìto il fascino dell' amministratore delegato della Fiat. Fausto Bertinotti ne tesseva le lodi. Lo collocava tra i «borghesi buoni» e non aveva paura di dichiarare apertamente: “Mi piace”».
(Corriere della Sera del 16 giugno 2010)
Tutto vero. Era solo qualche anno fa. In prima linea tra i fans di Marchionne c’era infatti proprio Bertinotti. Eravamo ai tempi del secondo governo Prodi, quando l’in-Fausto era Presidente della Camera e raccomandava ai suoi di pubblicare su Liberazione un discorso del “compagno padrone” della FIAT. Memorabile a tal proposito la sua intervista proprio a Liberazione del 30 luglio 2006, nella quale l’apologia di Marchionne come “borghese buono” era inscritta nella prospettiva della «alleanza con quel pezzo di borghesia che è disposta ad andare oltre il liberismo» (sic!). Quell’intervista fu preceduta in verità da non meno sperticati elogi al Presidente della FIAT. Era il 4 luglio del 2006, Festa di Liberazione. Bertinotti discuteva con Paolo Mieli . Ecco quanto scriveva al proposito il Corriere della Sera del giorno dopo:
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Come si costruisce un evento durante i mondiali di calcio?
Nique la Police
Queste giornate di coppa del mondo di epico hanno solo il fastidio provocato dalle vuvuzela. Basta alzare l’audio di pochi decibel per trovarsi immersi nel suono di un vespaio grande quanto un condominio.
In rete esistono software che, secondo i siti che li propongono, liberano l’audio dal micidiale ronzio. Come questi software funzionino non è poi così comprensibile, ma per fortuna non c’è il caldo di altre stagioni: l’accoppiata tra vuvuzela e temperature da record potrebbe creare fenomeni di intolleranza collettiva.
Il mondiale spesso si impone come un evento globale sganciato da quel fenomeno che l’evento l’ha creato: ci riferiamo al gioco del calcio in sé. L’evento, come in altre edizioni, è l’organizzazione del campionato, non tanto ciò che accade sul campo. In fondo questo è comprensibile: si passa dalla valorizzazione dell’evento che avviene tramite l’inatteso e la sorpresa, ed è quello che accade grazie alle trame incerte del gioco, a quella dell’evento come certezza. Il mondiale come evento organizzativo è una certezza: inaugurazione, fase a gruppi, eliminatorie, semifinali, finali. Quella la si può vendere con ragionevole anticipo agli sponsor e nei pacchetti tv.
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Ballando sul Titanic
Mauro Casadio
Relazione introduttiva del convegno organizzato dalla Rete dei Comunisti il 19 giugno a Bologna
L’incontro nazionale di oggi, promosso dalla Rete dei Comunisti, ha un carattere diverso dai nostri precedenti incontri. In questi ultimi anni abbiamo cercato di spiegare e motivare le analisi da noi fatte rappresentandole dentro un quadro che abbiamo cercato di rendere più organico e funzionale possibile in rapporto al nostro intervento politico complessivo. Il precipitare della crisi finanziaria ed economica internazionale ci obbliga, come d’altra parte obbliga tutti, a tornare ad analizzare a fondo le dinamiche degli anni passati e quelle che oggi stanno maturando, certamente alla luce degli orientamenti da noi espressi in precedenza ma cercando anche di cogliere quegli elementi che potrebbero segnare una discontinuità oppure una ulteriore evoluzione della condizione precedente.
In questo senso il confronto organizzato per oggi ha l’obiettivo di aprire una fase di lavoro non breve in cui prevalga il carattere della ricerca, del confronto e della elaborazione finalizzata a capire gli adeguamenti che le forze sociali e politiche di classe sono chiamate ad attuare in un paese come il nostro. In altre parole vogliamo praticare nuovamente un metodo di lavoro da noi adottato dalla metà degli anni ’90 durante i quali, in epoca di affermazione della teoria dell’Impero, a ridosso del movimento No/global, o parimenti del riconoscimento del solo imperialismo USA, cercammo di ricostruire i caratteri concreti di una fase del moderno imperialismo che definimmo di Competizione Globale.
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L'alternativa a Marchionne
Guido Viale
Non c'è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall'art. 41 della Costituzione italiana.
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L’Anti-New Deal dell’Europa
Antonio Lettieri
Pesanti manovre di tagli persino in Germania dove sarebbe stato necessario e opportuno il contrario. La crisi viene utilizzata come un’occasione straordinaria per smantellare i sistemi di tutela sociale, deregolare ulteriormente il mercato del lavoro, attaccare i sistemi pensionistici pubblici
La scure dei tagli di bilancio si sta abbattendo su tutti i paesi dell’Unione europea. Non si tratta solo dei paesi del sud che si affacciano sul Mediterraneo, tradizionalmente considerati lassisti. Dopo la vittoria dei conservatori, il nuovo premier britannico David Cameron non ha tardato ad annunciare tagli che, secondo le sue affermazioni, peseranno per molti anni sul popolo inglese. Ma, fra tutti, il taglio che ha suscitato maggiore scalpore non solo in Europa ma anche al di là dell’Atlantico è stato quello di 85 miliardi di euro entro il 2014 annunciato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.
Le ragioni di questo stupore sono di due ordini. Il primo è che la Germania (insieme con l’Italia) proviene dalla più pesante caduta del reddito, circa il 5 per cento, fra i grandi paesi occidentali; da questo punto di vista, ci si poteva attendere una manovra puntata sulla crescita. Il secondo è che - stando ai dati più recenti della Banca centrale tedesca – il disavanzo di bilancio del 2010 sarà pari al cinque per cento, la metà di quello britannico e americano.
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Prof. Riccardo Bellofiore

23/04/2010 Giornata di studio Marx e la crisi
Marx e la crisi
Contributi:
Riccardo Bellofiore: La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx
Giorgio Gattei: Marx e l’economia di puro debito
Vladimiro Giacchè: Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi
Massimiliano Tomba: Tempi storici della crisi nel mercato mondiale. A partire dalla Marx renaissance
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Reagire al degrado
di Angelo D’Orsi *
L’Italia è molto oltre la crisi di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica - uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal “vento del nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova a fronteggiare, quasi inerte una crisi drammatica
Non è soltanto la crisi dell’economia, la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi dell’informazione, che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora percorsa.
Ci troviamo, a ben vedere, e senza alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali oggi, come in altre stagioni della loro storia - segnatamente quella fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 -, si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese, disconoscendone, anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato politico. Quali sono i segnali di degrado che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?
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Fine del miracolo liberista italiano. E di un’epoca
Carlo Bertani
Se la Storia volesse trovare una data, un bigliettino da affiggere nell’immaginaria bacheca dell’inarrestabile declino italiano, credo che potrebbe proprio scegliere le date di questi giorni, ovvero la Finanziaria per il 2011.
Con, in aggiunta, uno dei tanti rapporti che, regolarmente, giungono alla stampa: si tratta di quello del CENSIS redatto proprio in questi giorni, a margine del convegno che si è tenuto a Roma nei primi giorni di Giugno di quest’anno, intitolato “Come staremo al mondo?”
Ci staremo piuttosto male – a seguire le analisi del CENSIS – e questo spiegherebbe la frenesia tremontiana di voler far “quadrare i conti” più in fretta possibile. Se l’uomo che è seduto al Ministero dell’Economia fosse meno ossessionato dai “conti”, e si prendesse una pausa per capire il nostro futuro, ci guadagneremmo tutti. Almeno, scivoleremmo nella merda a bocca chiusa.
Le risultanze del convegno – le quali, non so perché, sono state poco riprese sul Web – forniscono uno “sguardo” sul futuro italiano fino al 2030. Collegamento in nota[1].
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Lettera degli economisti
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE
Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.
Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.
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Debito pubblico, l'unica razionalità
Riccardo Bellofiore
La crisi mette in difficoltà anche le teorie economiche. Con risultati singolari, come ad esempio l'intervento di Jeffrey Sachs sul Financial Times («È ora di fare un piano per il mondo dopo Keynes»), che sembra cancellare una serie di fatti.
La crisi del debito «sovrano» è dovuta alla semplice circostanza che il debito privato (dopo il caso Lehmann) è stato trasferito all'operatore pubblico, a cui si è chiesto senza limiti di salvare il sistema bancario e finanziario. L'esplosione dei disavanzi non è stata affatto «keynesiana», perché le misure di stimolo all'economia reale sono state compresse ed effettuate in minima parte, per salvare l'economia di carta. Anche in Europa, e persino in Germania, ci sono state misure anticicliche, in buona misura grazie alla presenza di stabilizzatori automatici, in parte per sostegni temporanei a imprese e lavoro, abbandonati ai primi germogli di una supposta ripresa. Questo abbandono e le misure di selvaggia restrizione dei bilanci pubblici in Europa sono un errore che tutti pagheranno caro. Far finta di non sapere che l'indebitamento irlandese, spagnolo o greco è l'altra faccia degi avanzi tedeschi e olandesi, poi, più che ignoranza, pare un crimine. Irlanda e Spagna erano gli allievi modelli dell'Europa sul piano fiscale, quando le cose andavano bene.
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Lavora, riproduci, taci. La crisi e l'attacco ai diritti
Cristina Morini e Andrea Fumagalli
1. Il ritorno della Manchester dell'800
La vertenza in corso nello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco presenta alcuni elementi noti e insieme aspetti nuovi. Utilizzando il classico strumento del ricatto dei licenziamenti (la minaccia della chiusura dell’impianto con delocalizzazione in Polonia), la Fiat pretende di ottenere l'aumento del numero dei turni fino a 18, la riduzione della pausa mensa, la rinuncia preventiva al diritto di sciopero. In tal modo, sulla pelle degli operai, può essere mantenuta la promessa dei vertici aziendali di aumentare la produzione italiana (1 milione e 400.000 vetture).
Le richieste della Fiat sono, dicevamo, antichissime: si intensifica lo sfruttamento (al punto che chi finisce il proprio turno in carrozzeria alle 14 deve ripresentarsi in fabbrica alle 6 della mattina seguente), si rinuncia a qualsiasi forma di conflitto, si accetta la totale subalternità del lavoro alle logiche padronali. In altre parole, un ritorno alle fasi del primo capitalismo post rivoluzione industriale. Ma con una differenza sostanziale, però: le nuove tecnologie informatiche invece di concentrare la produzione in un unico posto, consentono un’organizzazione modulare e reticolare del lavoro e della filiera produttiva, con ovvi effetti di frammentazione e segmentazione spaziale del ciclo produttivo.
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Fermiamo quel paese, o riprendiamoci la sovranità
di Sergio Cesaratto
1. La direzione presa dalla politica economica europea è allarmante. Alle misure draconiane imposte alla Grecia sono seguiti in una gara i tagli di bilancio deliberati in Spagna, Portogallo, Italia, Regno Unito e infine da Germania e Francia. Ciò nonostante (o meglio a causa di questo) gli spread fra i tassi sui titoli dei paesi periferici, inclusi ora quelli francesi, e quelli tedeschi hanno continuato a crescere – per l’Italia si sfiorano i due punti. Al contempo le televisioni di Berlusconi annunciano con toni trionfanti la ripresa economica nel primo trimestre e un balzo nella produzione industriale in aprile, che viene attribuita alla discesa dell’euro. Ma l’impatto dei tagli di bilancio deve ancora manifestarsi! Banca d’Italia e persino la BCE hanno espresso preoccupazione in merito. I cosidetti “mercati finanziari” non sono affatto convinti dalle misure di “austerità”, anzi temono che conducano a un ulteriore problema di solvibilità di Stati e privati. Prendersela dunque con la speculazione, nel mentre nei fatti la si incentiva con misure controproducenti, va bene solo per gli allocchi che guardano il TG di Minzolini. Obama ha di nuovo strillato in sede di G20 contro il rifiuto tedesco di contribuire attivamente alla ripresa, ma di nuovo con effetti nulli.
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