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Omaggio a James O’Connor

Su “Le spese per capitale sociale: il consumo sociale”, 1973

di Alessandro Visalli

James O’Connor è morto all’età di ottantasette anni a Santa Cruz. Per chi si è trovato a leggere una delle sue opere, a partire dal monumentale “La crisi fiscale dello Stato”, del 1973, con la prefazione di Federico Caffè, o i suoi testi sulla contraddizione tra ambiente e capitalismo, mancherà la sua chiarissima prosa dalla tagliente determinazione.

Del grande studioso marxista però ricorderemo sempre il coraggio e la determinazione.

Per rendergli omaggio rileggerò un capitolo del suo libro del 1973, precisamente il capitolo V, da pag 141 (dopo “Popolazione eccedente e welfare State”, capitolo VI, da pag, 182).

L’intero libro del 1973 mostra come l’azione dello Stato, e per esso il welfare state, sia intrappolata in una serie inestricabile di contraddizioni che risalgono in ultima istanza all’asservimento della macchina statuale agli interessi particolari della riproduzione del capitale. Nella dinamica che si genera (anche nello scontro tra capitale monopolistico e settore concorrenziale) si perde l’interesse generale e si attiva una spirale distruttiva. Nella prospettiva indicata da O’Connor, quindi, lo stato del benessere è condannato ad una continua rincorsa, sempre più affannosa, tra spese sociali via via più inefficienti e la caduta tendenziale del saggio di profitto che cercano di contrastare, mentre lo spazio fiscale si riduce sempre di più.

La cosiddetta “crisi fiscale dello Stato” deriva da questo dilemma, che era segnalato negli stessi anni anche da Minsky (in “Keynes e l’instabilità del capitalismo”, 1975) e sul versante degli effetti sul mondo coloniale da Samir Amin (“Lo sviluppo ineguale”, 1973), che ha tra i suoi riferimenti Paul Sweezy ed il suo discorso sul “capitale monopolistico”.

All’avvio del capitolo O’Connor classifica le spese per consumi sociali in due classi: i beni e servizi consumati in modo collettivo dalla classe lavoratrice e le assicurazioni sociali contro l’insicurezza economica. Abbiamo quindi: progetti di sviluppo suburbano (come scuole, altre opera di urbanizzazione secondarie, sostegni ai mutui delle classi deboli, …) e progetti di rinnovo urbanistico diretti alle classi medie (uffici, servizi di mobilità, etc.). Nel secondo gruppo assicurazioni, sanità, pensioni. Il funzionamento generale di tutte queste provvigioni è che quanto maggiore diventa “la socializzazione dei costi di capitale variabile”, quanto minore i salari che il capitale dovrà riconoscere e dunque maggiore, tutto restando uguale, il saggio di profitto.

Dunque queste spese sono dirette e preordinate al servizio del capitale monopolistico, e da questo attivamente sostenute.

Ma succede (o meglio, succedeva) che le moderne società capitalistiche (occidentali) siano costrette ad allocare una quota sempre crescente del prodotto sociale (ovvero dell’insieme della produzione socialmente disponibile, o resa tale) alle spese per consumi sociali. Ciò dipende dalla maggiore interdipendenza della società contemporanea e dal venir meno delle organizzazioni sociali chiuse, comunitarie e rivolte alla sussistenza, tradizionali. E dipende dalla tendenza alla “accresciuta proletarizzazione della popolazione”, in uno con la crescita di disfunzionali sobborghi-dormitorio e l’assenza di una pianificazione sociale adeguata.

Lo schema analitico di O’Connor riconosce una simmetria tra i rapporti lavoratori/capitalisti, quelli settore monopolistico/concorrenziale e la relazione città/sobborgo. Una simmetria idealtipica, ovviamente (vedi nota 2).

Nella prima parte del capitolo analizza quindi il fenomeno storico dell’uscita della classe media, e poi dell’élite operaia (quella impiegata nel settore monopolista), verso i sobborghi e quindi lo sprawl urbano. I motori sono le automobili, le autostrade federali e i programmi di garanzia dei mutui; tutte politiche del New Deal. In conseguenza “tra il sobborgo e la città si è stabilito un rapporto assai simile a quello che intercorreva fra le potenze imperiali e le colonie produttrici ed esportatrici di prodotti primari” (viene citato Paul Baran). La città offrirebbe dunque gratuitamente la propria posizione centrale nello stesso modo in cui l’economia di esportazione offre le proprie risorse naturali.

Gli effetti sono che nella città si insediano le preziose attività direzionali (banche, uffici, servizi) e restano invece il commercio al dettaglio, ed i servizi nei settori concorrenziali, mentre le fabbriche si spostano in periferia (espulse dal costo del terreno).

Dunque la città madre è alla fine in un rapporto di dipendenza dai sobborghi (dove vivono le classi medie istruite e si insedia anche il capitale) come le colonie dai centri imperiali. Si tratta di un problema di “sviluppo ineguale”, direbbe Amin. Anche parte dei redditi guadagnati lavorando nella città, vengono “esportati” nei sobborghi, insieme ai lavoratori della conoscenza che vi abitano.

Tutto questo, la fuga delle famiglie abbienti e delle industrie mentre continuano a gravitare per i servizi centrali sulla città, in qualche modo sfruttandola, determina una tendenza alla crisi fiscale e “non è che uno dei (molti) meccanismi specifici attraverso i quali si realizza l’impoverimento di un terzo della classe operaia: i lavoratori nel settore concorrenziale” (ivi, p.148).

Naturalmente, e questo sarà oggetto dell’O’Connor degli anni novanta, ciò determina anche una tendenza al sovrasfruttamento ambientale ed alla conseguente crisi. La crisi fiscale e quella ambientale dunque si traguardano (si veda, per un’attualizzazione, questo post sulla crisi idrica in California).

Più nel dettaglio, ciò che accade nel sobborgo borghese è che il consumo sociale è più omogeneamente diretto agli interessi delle classi relativamente abbienti che lo abitano, e che le norme urbanistiche, volte a preservare la qualità del costruito e l’efficienza del suo funzionamento, vengono dirette a proteggere il carattere selettivo del loro insediamento sociale. In sostanza l’amministrazione fa da muro all’introduzione di elementi estranei e protegge l’investimento immobiliare. È un tema fortemente praticato oggi da David Harvey, e sul quale siamo più volte tornati.

Una delle conseguenze è che l’economia dei sobborghi tende a specializzarsi di pari passo con i servizi e i vari tipi di enclosure che offrono.

Invece l’economia politica della città centrale “lavoratrice” è molto diversa: qui sono concentrati i lavoratori del settore concorrenziale e dunque sia i redditi, sia i valori immobiliari sono più bassi, come la base imponibile. In conseguenza sono modeste le spese per consumi sociali ma inoltre i ceti popolari, nelle periferie urbane, tendono ad essere poco rappresentati ed attivi politicamente.

Dunque “la spiegazione strutturale del moltiplicarsi dei consumi sociali nei sobborghi, dell’espandersi nelle città delle spese per consumi sociali a favore dei pendolari, delle sperequazioni nei consumi sociali tra la città e il sobborgo è radicata nelle contraddizioni del capitalismo stesso: nel dominio del capitale monopolistico, nell’oppressione sociale di neri e delle altre minoranze, nella segmentazione della forza di lavoro fra la classe operaia ‘debole’ del settore concorrenziale e la classe operaia ‘forte’ del settore monopolistico” (p. 155).

Una conseguenza di questa tendenza allo sviluppo ineguale ed a quello che chiama “imperialismo suburbano” è il declino della redditività nei centri urbani, cosa che spinge il capitale a reagire elaborando piani di investimento e di risanamento urbanistico promossi da agenzie statali. Agenzie che normalmente operano a fianco delle decisioni del capitale, rafforzandole e favorendole (non di rado in senso espressamente speculativo) in una logica strettamente reattiva. Nella nota 34 viene illustrata la posizione di Raymon Vernon, che sottolinea i fenomeni di espulsione e sostituzione che accompagnano normalmente i rinnovi urbani.

Si contrappone dunque un accresciuto dinamismo di alcuni quartieri centrali all’accelerato degrado di altri. Queste spese, in altre parole, non essendo incorporate in una logica di pianificazione sociale e regionale, aggravano le irrazionalità dello sviluppo capitalistico (polarizzando la rendita e moltiplicandola in modo fittizio, cfr “Londra si autodistrugge”, di Saskia Sassen) e la crisi fiscale.

Chiaramente tutta quest’analisi, che abbiamo richiamato a titolo di omaggio, è situata e dipendente dallo specifico contesto.

Non lo è il metodo.

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