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paroleecose

Soggetto, lavoro, precarietà

Ipotesi di una sconfitta, di Giorgio Falco

di Daniele Giglioli

A due cose ha creduto il Novecento, il secolo che ci ha lasciato più orfani che eredi. All’importanza irriducibile della singolarità, non sostituibile, non rimandabile, non compensabile con promesse oltremondane (sono nati da ciò tanto l’individualismo più sfrenato quanto il totalitarismo più ferreo: ci giochiamo tutto qui e ora, la nostra vita è irripetibile, decisiva, epocale). E al lavoro come misura del valore, come potere, come compartecipazione della singolarità alla creazione del mondo. Secolo del soggetto e secolo del lavoro (e che molte fascinose dottrine si siano scagliate contro questa coppia non fa che confermarne la centralità, come sempre le eresie ribadiscono l’ortodossia). Una metafisica con tutti i crismi: non il mero riscontro di ciò che è ma il tentativo di estrarne tutto il possibile che vi è implicito.

Che ne è dunque della singolarità in un’epoca in cui tutto coopera a togliere potenza, dignità ed esistenza stessa a quell’autotrascendersi mondano che è stato individuato nel lavoro? A questo risponde fin dal titolo il nuovo libro di Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta (Einaudi). In apparenza un memoir autobiografico (la storia dei mille mestieri esercitati dall’autore, impossibilitato a ricalcare le orme del padre, dipendente per tutta la vita della stessa azienda tranviaria), in realtà molto di più: una diagnosi dell’epoca in corpore vili, stilata con la spietatezza che è possibile solo a chi sceglie come cavia sé stesso.

Un destino idiosincratico e insieme comune, dove tutto ciò che patisce è il singolo e tutto ciò che decide è impersonale, sistemico, situato al di fuori della portata, sembrerebbe, di chiunque.

Col suo primo libro, Pausa caffè, pubblicato nel 2004, Falco aveva contribuito a dar avvio a un filone che è stato sbrigativamente ma in fondo giustamente etichettato come “il romanzo del precario”; un filone che conta molta più zavorra che opere riuscite, tra le quali la sua era senz’altro la migliore. C’era ben altro in gioco in quel tema: la sussunzione totale della vita umana a un dominio che passa proprio laddove la modernità aveva intravisto la sua promessa di emancipazione: dominio sul lavoro, dominio tramite il lavoro, come nel tempo antico ma senza più l’illusione che un tempo nuovo avrebbe ribaltato il banco.

Per questo in Ipotesi di una sconfitta la lunga lista di lavori attraverso cui il personaggio Falco si trascina – stagionale, venditore, rappresentante, commesso, attacchino, istruttore di basket, operatore di una multinazionale telefonica – non è mai affrontata col tono picaresco che ha caratterizzato nei secoli la narrazione “dal basso”. Il picaresco ha diritto al comico in quanto il picaro sa che potrebbe esserci di meglio e che un lieto fine, per scaltrezza o fortuna, è sempre possibile. Mentre quella di Falco è una discesa verso il peggio che non consiste tanto in minori retribuzioni o maggiori angherie, ma nel fatto che a ogni giro di vite l’ingiustizia si sente più giustificata, affina il suo linguaggio, coopta le resistenze (per esempio quelle sindacali), corrompe parole e menti, proclama il suo diritto in modo sempre più sfacciato, non più vergognandosi ma facendo vergognare chi la subisce.

E per questo, anche, l’ultima attività redditizia cui nel libro si dedica il Falco ormai scrittore affermato non è più lavorativa, ma sono le scommesse sportive, non per divertimento e non in grande, piccole poste che dovrebbero servire se va bene a guadagnare giornalmente quanto guadagnava lavorando. Finalmente libero, almeno, dal lavoro, come volevano le dottrine eretiche di cui sopra? O non piuttosto ormai definitivamente prigioniero in quanto sconfitto, come suggerisce invece il titolo? E come suggerisce anche il trattamento dei tempi verbali, tutto assato sull’imperfetto, con il trapassato prossimo che designa le azioni puntuali (“avevo domandato” invece che “domandai”) e il condizionale passato (“in seguito avrei visto”), addirittura, a farsi carico del futuro di un soggetto sempre presente ma sempre, scrive benissimo l’autore, “avulso dall’evento”?

C’è un terzo mito a cui il secolo scorso ha sacrificato. Non tutto il secolo in verità, solo la sua cattiva coscienza, gli artisti, dediti per vocazione a cercare la vera vita nella falsa. Era il mito secondo cui la vera vita è appunto l’arte, la letteratura, redenzione di quella che ci sfugge nello scialo dei giorni. Pagando il prezzo, i più onesti e i migliori, dell’infiggere a sé stessi e al lettore una tale mescolanza di piacere e di angoscia da costringere spesso quest’ultimo a ribellarsi e a cercare piaceri più facili. Quel mito tenta forse anche Falco, che però non gli cede. Il lettore non troverà da nessuna parte la volgarità terra terra del “ce l’ho fatta”, né quella tanto più volgare del “che importa, in fondo, se tutto ciò ha fatto nascere una scrittura?” Ci sono scrittori per i quali, di qualsiasi cosa parlino, fa premio comunque su tutto il ribaldo, avventuroso, amorale piacere di esprimersi. Falco è troppo onesto per questo. Tra cosa e stile la fusione è senza resti. La bellezza, la verità di questo libro, il lettore deve guadagnarsela a sue spese. Dentro, ma anche fuori dal libro.

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