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A chi serve il Russiagate

Fulvio Scaglione

Più passa il tempo, più si accumulano le rivelazioni e più cresce la sensazione che la recente ondata di russofobia, innescata dal Russiagate americano, risponda a un progetto da servizi segreti. Da anni, ormai, sentiamo ripetere la descrizione di un Occidente debole di fronte ai maneggi del Cremlino e impotente rispetto alle infiltrazioni degli hacker scatenati da Vladimir Putin. Tutto ciò che di strano, inatteso o spiacevole è successo nella nostra parte di mondo viene attribuito all’influenza russa: la Brexit, l’elezione di Donald Trump, l’ascesa dei movimenti e dei partiti cosiddetti “populisti”, le voci maligne su Emmanuel Macron durante la campagna elettorale che lo vide peraltro trionfare, la tentata secessione della Catalogna. Non poteva mancare l’Italia. E infatti Putin avrebbe influenzato l’esito del referendum costituzionale del 2016 e starebbe cercando in ogni modo di far vincere le elezioni a Lega Nord e M5S.

Chiunque non sia vissuto sulla Luna sa quanto fossero impopolari (a torto o a ragione) le riforme proposte dal governo Renzi, così come sa da quanto tempo il “populismo” vada capitalizzando (bene o male che sia) il consenso perso dai partiti tradizionali per ragioni del tutto comprensibili: crisi economica, immigrazione, disoccupazione giovanile e così via. Pare quindi che Putin, nel nostro caso, abbia speso male i suoi soldi.

Ma la colonna del sistema russofobico sono gli Stati Uniti, a partire da quando Barack Obama, nell’estate del 2016, annunciò di avere le prove di un complotto russo per inquinare le elezioni presidenziali e far vincere Donald Trump contro la Clinton. Alle parole seguirono i fatti e nel dicembre di quell’anno, poco prima di lasciare la Casa Bianca, il Presidente espulse 35 diplomatici russi accusandoli di essere spie.

Cominciava così il famoso Russiagate, di cui quasi ogni giorno si parla. Da allora, e cioè da quasi due anni, 17 agenzie americane di sicurezza che hanno 110 mila dipendenti lavorano per trovare le prove dell’inganno russo. Accuse a profusione, documenti a centinaia, polemiche a non finire ma prove zero. Il che conferma il dubbio che molti ebbero fin dal primo momento. E cioè che il Russiagate fin dall’inizio non sia stato che un mezzo per bloccare le eventuali iniziative di un bizzarro miliardario appena diventato Presidente contro ogni previsione e soprattutto contro i desideri dell’establishement politico sia democratico sia repubblicano. Quel Donald Trump che in campagna elettorale aveva promesso di migliorare i rapporti con il Cremlino e riformare la Nato, prospettiva che doveva preoccupare molto il potente complesso militar-industriale degli Stati Uniti.

Sarebbe da sciocchi pensare che i servizi segreti russi non facciano tutto il possibile, oggi come ieri e come sempre, per mettere il naso nei segreti altrui. È il loro mestiere. Come lo è per i loro colleghi di qualunque altro Paese, per esempio gli americani che, come ci ha raccontato Edward Snowden, spiano la posta elettronica planetaria con il sistema Echelon e intercettano qualunque cellulare, compresi quelli super protetti di Angela Merkel, Francois Hollande e altri potenti pure alleati degli Usa. Ma da qui a ritenere i russi (o gli americani) capaci di regolare a piacimento la vita politica di mezzo mondo c’è ancora tanta strada. E lo dimostrano proprio le pseudo-rivelazioni del Russiagate.

L’ultima è l’atto d’accusa con cui Robert Mueller, procuratore speciale del Russiagate, ha incriminato Paul Manafort, ex collaboratore di Trump. Sono accuse già mosse nell’ottobre scorso. In sostanza, nel 2011-2012 Manafort, che allora lavorava come lobbysta per il governo filorusso dell’Ucraina, aveva nascosto al fisco milioni di dollari guadagnati con quello e altri incarichi. C’entra qualcosa Trump, che ancora nel 2016 tutti consideravano un bluff? Ovvio che no. Certo, Manafort è stato direttore della sua campagna elettorale ma solo per tre mesi (giugno-agosto 2016), per poi essere licenziato. Tra l’altro, Mueller accusa Manafort anche di aver messo insieme un gruppo di autorevoli politici europei per fare lobby a favore del Governo ucraino filorusso per cui lui stesso lavorava. Ex primi ministri di Paesi di prima grandezza ed ex presidenti della Commissione europea che Manafort si sarebbe conquistato con 2 milioni di dollari. Cifra con cui oggi non si prende, nemmeno in prestito, un calciatore di serie C. Il Russiagate è questa roba qua. Auguri.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 26 febbraio 2018

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