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Le mani della Cina sul Sud America

Gli Usa mai così in crisi nella regione

di Francesco Manta

Negli ultimi mesi alcune prospettive geoeconomiche mondiali stanno cambiando, e un “cambio della guardia” in Sud America risulterebbe una mossa rivoluzionaria negli assetti politici e commerciali globali. Dallo scorso anno i contatti tra la Cina e i paesi dell’America Latina si sono intensificati, e potrebbero divenire senza dubbio dei rapporti di lungo periodo. 

Già nel maggio scorso, l’accoglienza riservata a Mauricio Macrì a Pechino era stata lusinghiera, con le parole di Xi Jinping che descriveva il Sud America come l’estensione naturale della Via della Seta del 21esimo secolo. La cooperazione sino-argentina nell’ambito dell’iniziativa “One Belt, One Road” va ormai avanti da quattro anni, e i suoi frutti sono già evidenti. Inoltre, la presenza di Pechino in quello che è stato per decenni il “cortile di casa” degli Stati Uniti dalla Dottrina Monroe in avanti, potrebbe scalzare definitivamente Washington quale interlocutore privilegiato con le potenze economiche emergenti dell’America Latina. 

Uno dei più importanti segnali di questa inversione di tendenza è rappresentata dalla fioritura di importanti relazioni economiche tra Panama e la Repubblica Popolare Cinese.

Il piccolo stato centroamericano, sede di uno dei più importanti istmi marittimi artificiali e crocevia delle merci di mezzo mondo, ha accelerato in maniera sorprendente i dialoghi con Pechino, dopo che nel giugno 2017 il governo panamense ha riconosciuto Pechino a discapito di Taiwan, gli intenti sono divenuti decisamente più chiari. 

Dal 1997, anno in cui gli Stati Uniti hanno spostato il proprio comando militare meridionale da Panama a Miami, e con la nazionalizzazione del Canale nel 2000, l’allentamento della morsa di Washington è diventato gradualmente più evidente. 

Il caso del Brasile, inoltre, rappresenta un altro indicatore importante del passaggio di testimone in corso. Il grande paese Sudamericano ad oggi è il maggiore beneficiario degli investimenti cinesi, in quanto membro del blocco BRICS, con una cifra che supera abbondantemente i 50 miliardi di dollari negli ultimi 10 anni, su un totale attuale di 500 miliardi di cui tutto il Sud America ha beneficiato in fondi per il commercio. Questi investimenti si vanno a sommare ai 23 miliardi di dollari che nel solo 2017 la Cina ha compiuto nei paesi latinoamericani. Ad oggi, La Cina è il partner commerciale principale di Brasile, Argentina, Cile e Perù, e in molte altre situazioni lo scenario si ricondurrà a questo canovaccio. La ragione risiede nel fatto che, oltre alla crescita delle quote commerciali negli scambi bilaterali con questi paesi, la Banca di Investimenti cinese per le infrastrutture compirà grandi sforzi economici in tutti questi Paesi. Ciò, per esempio, potrebbe coincidere con l’enorme sviluppo infrastrutturale necessitato da Brasile, Argentina e Messico, le tre principali economie della regione, nonché membri effettivi del consesso del G20. 

Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha presenziato al secondo forum ministeriale tra la Repubblica Popolare Cinese e i 33 membri della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, tenutosi a Santiago del Cile il mese scorso. Wang ha esortato questi paesi ad intensificare i rapporti di libero scambio tra la seconda potenza economica mondiale e il Centro e Sud America, opponendosi al protezionismo e favorendo l’integrazione nell’economia mondiale. Il passo in avanti riguarda ovviamente quello di inserire tutto il continente nell’ambizioso progetto della BRI, meno altisonante rispetto alle cifre a agli ordini di grandezza del versante Eurasiatico, ma certamente di notevole peso politico. 

Gli Stati Uniti nella situazione presentano un comportamento decisamente ambiguo, diviso tra l’evidente disinteresse di Trump nel continuare a far svolgere a Washington il ruolo di poliziotto del mondo, anche in termini di aiuti umanitari in beni di prima necessità che da Jimmy Carter in avanti sono stati fatti pervenire ai paesi latinoamericani con grande insofferenza; ma da quando il magnate è alla Casa Bianca tale fastidio è divenuto manifesto, oltre che concreto in termini di azioni poco inclini alla cooperazione. D’altro canto, il tour sudamericano di Rex Tillerson, Segretario di Stato di Trump, testimonierebbe ancora una volta come l’interesse degli USA sulla regione sarebbe il classico atteggiamento coloniale con rapporti vassallatici. Le sue sferzanti dichiarazioni hanno chiuso il cerchio: “I paesi sudamericani non hanno bisogno di una nuova potenza imperiale. […] La Cina non ha basi militari nella regione e non ha dislocato truppe in nessuno dei paesi sudamericani”; ciò, in evidente contrasto con l’approccio costruttivo intavolato da Pechino, ma è evidente che si percepisca il timore di perdere il timone delle politiche regionali che hanno visto lo strapotere a stelle e strisce negli ultimi settant’anni. 

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