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Ad una settimana dal voto facciamo il punto della situazione

di Aldo Giannuli

Come era prevedibile, Mattarella sta facendo pressing sui partiti per evitare le elezioni, ma, come è facile prevedere, con scarsissime probabilità di successo. Unico ad “aprire” è stato Berlusconi, che continua a credersi il regista del centro destra e che pensa ad un appoggio esterno del Pd, mascherato da astensione, offrendo generosamente la testa di Salvini sostituito da Zaia.

Piano che, di fatto, sarebbe la ripresa del “piano B”, cioè la “grande” coalizione Fi-Pd con la variante Zaia: Salvini ci farebbe una figura barbina, la Lega si sgonfierebbe magari a vantaggio di Fi, la linea la detterebbe Fi con l’appoggio interno dei centristi ed esterno del Pd. Perfetto. Solo che c’è un problema: Salvini non ci sta ad offrire la sua testa e Zaia ha già detto di no. Per cui, parliamo d’altro.

Si parla di “governo del Presidente” o “di scopo”. Chiacchiere: come la volti e come la giri anche il governo del Presidente o quel che vi pare dovrebbe avere la fiducia dal Parlamento e questo presuppone un accordo o, meglio, una formula di maggioranza, che è quel che manca.

Lunedì (scrivo nel giorno di sabato) si riunisce la direzione del Pd, ma non credo ci saranno novità significative, ci sarà la zuffa fra Zingaretti, Del Rio, Calenda, Chiamparino e Topo Gigio per chi si aggiudicherà il posto di commissario liquidatore del partito (pardon: segretario), che poi dovrà vedersela con un gruppo parlamentare che al 60% è fedele a Renzi. Ironia della sorte, il nuovo “segretario” sarebbe nei panni di Renzi che governava con gruppi a lungo fedeli a Bersani.

E il bello è che sono tutti (salvo Emiliano e Chiamparino) sulla linea di Renzi: né con Salvini né con Di Maio. Come dire “né aderire né sabotare”, “né con lo Stato né con le Br”: slogan che non portarono molta fortuna a loro tempo. Di fatto la situazione non si è spostata di un millimetro: l’unica uscita è che il Pd si decida a dare il suo appoggio esterno o alla Lega o al M5s, oppure si va ad elezioni.

Ovviamente, qualsiasi cosa dovesse decidere il Pd avrebbe un prezzo per lui e quello più alto sarebbe quello delle elezioni che lo spianerebbero. In una trasmissione su Sky 24 Scalfarotto proponeva una alternativa: l’alleanza la facciano i vincitori, M5s e Lega cioè “Salvini si suicidi per evitare il nostro suicidio. E obbedisci!”. Mi ha ricordato le democrazie popolari dell’est Europa, dove il Partito Comunista distribuiva le parti in commedia: “Tu fai il partito contadino, tu invece quello cattolico, quell’altro il partito socialdemocratico…”. Con la differenza che quelli erano stalinisti con il potere e lui è uno stalinista impotente.

Quello che non è chiaro è che M5s e Lega un accordo tacito lo hanno: andiamo alle elezioni e spartiamoci i miseri resti di Pd e Fi.

E se si rompessero i gruppi parlamentari? Questo certamente accadrà ma non è detto che basti. Il M5s probabilmente subirà l’abbandono di quegli espulsi che non rinunceranno al mandato parlamentare (credo la maggioranza di essi) e non è affatto detti che siano gli unici.

Il Pd potrebbe subire scissioni sia sulla destra che (più probabilmente) sulla sinistra. Anche Forza Italia potrebbe subire trasferimenti verso la Lega.

Già dai primi giorni della legislatura avvieremo la festa della transumanza, ma è difficile che questo basti: il centro destra dovrebbe trovare 56 seggi alla Camera e 23 al senato cioè incassare il trasferimento di almeno 79 parlamentari. Al M5s ne servirebbero 95 alla Camera e 46 al Senato, cioè 141 in tutti.

Mi sembrano un po’ troppi, soprattutto non è probabile che almeno 80 parlamentari cambino casacca prima ancora di sedersi sui rispettivi scranni e lo facciano tutti in un’unica direzione. E, per di più, con il rischio di vicinissime elezioni dove non saprebbero neppure chi li ricandidi. La vedo un po’ dura.

Mattarella insisterà, ma al massimo, riuscirà a perdere tempo. Qui la scelta si riduce a votare a giugno (data massima il 24) se il decreto di scioglimento è firmato entro il 10 maggio, o a settembre-ottobre se si va oltre.

Ci sarebbe una questione delicata costituzionalmente: potrebbe restare in carica Gentiloni la cui fiducia è stata votata da un Parlamento che non c’è più? A buon diritto sia Salvini che Di Maio potrebbero reclamare l’incarico per poter gestire il periodo elettorale, oppure farsi un governo tecnico che, sfiduciato, gestisca le elezioni. Forse se si vota a giugno Gentiloni potrebbe restare, mi sembra difficile che possa durare sino a settembre. Scegliete voi.

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