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Davvero l'autodeterminazione dei popoli di Lenin è da mettere in soffitta? [abbozzo]

di Michele G. Basso

Marx scriveva ad Engels(10 dicembre 1869): " ...è interesse assoluto e diretto della classe operaia inglese liberarsi del suo attuale vincolo con l'Irlanda... Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile abbattere il regime irlandese mediante l'ascendancy della English working class. Ho sempre sostenuto questo parere nel New York Tribune. Uno studio più approfondito mi ha convinto ora del contario. La working class inglese non farà mai nulla, prima che si sia liberata dall'Irlanda. Dall'Irlanda si deve far leva. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in genere".

"Accelerare la rivoluzione sociale in Inghilterra rappresenta...l'obiettivo più importante dell' Associazione internazionale dei lavoratori. L'unico modo per accelerarla è rendere l'Irlanda indipendente"(Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, 9 aprile 1870)

"L' atteggiamento dell'Internazionale nei confronti del problema irlandese è molto chiaro. Essa deve innanzitutto promuovere la rivoluzione sociale in Inghilterra. A questo scopo, un forte colpo deve venire inferto in Irlanda". (Comunicazione confidenziale)

L'Inghilterra era allora la metropoli del capitale e l'unico paese in cui fossero presenti pienamente le condizioni materiali per il socialismo, questo spiega il concentrarsi dell'attenzione di Marx su questo paese e sull'Irlanda..

Moltissimi socialdemocratici dell'ottocento e comunisti del novecento non hanno capito a fondo la svolta contenuta in queste frasi.

Applicare questi criteri a livello internazionale voleva dire considerare la lotta per la liberazione delle colonie come un aspetto essenziale della lotta contro il capitalismo, e portare la lotta tra le masse sterminate in via di proletarizzazione. La lotta di classe non era più limitata all'Europa, ma si sviluppava nel mondo intero. L'Europa poteva avanzare verso il socialismo se si liberava delle colonie, invece fece due guerre mondiali per dividersele. Così crebbero il sangue, la miseria, lo sfruttamento.

Un esempio di incomprensione parziale da parte di un comunista lo troviamo in Gorter, magnifico e precoce critico di Kautsky, che però respingeva l'autodeterminazione dei popoli, e non si rendeva conto che, chiedendo l'indipendenza delle Indie Olandesi, la metteva in pratica.

La svolta di Marx significava: in Europa non ci sarà mai un'avanzata verso il socialismo se non si libererà delle colonie. E la lotta delle forze rivoluzionarie nelle colonie e quella della madrepatria si intrecciavano inevitabilmente. La II Internazionale travisò tutto: mentre l'ala destra difendeva il colonialismo, l'ala sinistra voleva l'abbandono delle colonie, ma non ne vedeva i risvolti rivoluzionari in Europa.

Ci furono eccezioni, e la più nota è quella di Lenin; il riferimento a Marx è esplicito: Dopo avere spiegato che ciascuna grande nazione capitalistica opprimeva altri popoli, aggiungeva: "I compiti del proletariato delle nazioni dominanti sono qui precisamente identici a quelli che si ponevano nel XIX secolo in Inghilterra rispetto all'Irlanda". Lenin non poneva un muro invalicabile tra età del capitalismo liberale e quella imperialistica, e accusava chi lo faceva di "abuso del concetto di epoca".

" Come l'umanità non può giungere all'abolizione delle classi se non attraverso un periodo transitorio di dittatura della classe oppressa, così non può giungere all'inevitabile fusione delle nazioni se non attraverso un periodo transitorio di completa liberazione di tutte le nazioni oppresse, cioè di liberta di separazione". "...la necessità di proclamare e di attuare la libertà di tutti i popoli oppressi (cioè il loro diritto all'autodecisione) è altrettanto urgente nella rivoluzione socialista quanto lo fu, ad esempio, per la vittoria della rivoluzione democratico borghese in Germania nel 1848 e in Russia nel 1905"

(La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodecisione).

Proclamare la libertà di separazione non vuol dire necessariamente promuoverla, così come porre la libertà di divorzio non è un incentivo a separarsi.

Nel 1920 Lenin presentò, con le tesi sulla questione coloniale e nazionale, un gigantesco progetto di liberazione delle colonie e dei paesi oppressi, che non poté realizzarsi per il riflusso legato alla teoria e alla politica del socialismo in un solo paese. Le tattiche di quel progetto non sono più utilizzabili, lo stesso non si può dire dei principi che lo guidavano. Niente di metafisico, ma certezze storiche, che Lenin aveva espresso nei testi citati.

La liberazione dei popoli coloniali è riuscita solo in parte, e in molti paesi, soprattutto in Africa, i vecchi padroni sono tornati a comandare servendosi di Quisling, ricorrendo a mille pretesti per occupare il paese soggetto. Obama fece occupare Haiti con la scusa di aiutare i terremotati. In troppi paesi il potere politico reale è nelle mani dell'ambasciata americana. Dire che ormai i rapporti tra madrepatrie ed ex colonie sono quelli tra stati borghesi vuol dire esprimere in un'altra forma l'illusione dell'uguaglianza delle nazioni. Neppure la piccola borghesia ci crede più e parla di neocolonialismo, termine che appare anche nella stampa borghese vera e propria. E noi comunisti dovremmo crederci? Parafrasando Marx, potremmo dire:" La working class europea e americana non farà niente, se prima non si libera delle semicolonie"

Non spetta a me dettare ai comunisti la linea giusta in questo e in altri campi. Dirò solo la mia opinione: abbandonare la teoria dell'autodeterminazione significa ripetere l'errore di Gorter; tornare alla visione iniziale di Marx, che vedeva la liberazione dei popoli come frutto immediato dell'attività dei proletari dei paesi avanzati, vuol dire percorrere al contrario un cammino grandioso e distruggere la propria capacità di capire lo sviluppo degli eventi.

Note

Nel secondo dopoguerra, il partito comunista internazionale (Programma comunista)si mantenne fedele alla linea di Marx e di Lenin, almeno a livello teorico, pur con forti resistenze in alcune sezioni. Ma, quando si trattò di dirigere la lotta in più paesi con la sua fragile organizzazione, entrò in crisi. Dei piccoli gruppi che sono sorti dalla sua frantumazione, alcuni dei quali mantengono il nome del partito, è difficile fare un quadro e persino Saggioro ci ha rinunciato, limitandosi a cenni.

Riporto un passo da "La sinistra comunista internazionale" Non mi convince. Buttare via la parola d'ordine di Lenin perché può creare eqivoci? Anche il Manifesto e il Capitale sono stati accompagnati da equivoci, li buttiamo via? Spetta ai comunisti chiarire gli eventuali equivoci. Autodeterminazione oggi, visto che molte indipendebze sono pure finzioni, può essere il diritto a cacciare un governo imposto da un golpe, il diritto di uscire da un'alleanza militare, da un patto leonino. Un paese che esca da Francafrica, ad esempio, che scelga la moneta e la lingua, i contatti culturali che vuole. La rivoluzione proletaria pura non esiste, nelle rivoluzioni confluiscono strati sociali diversissimi.

"Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione."(V. I. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione (luglio 1916), in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 22, p. 353.)

"Punto n°24: la questione nazionale (La sinistra comunista internazionale)

QUELLA DELLA AUTODECISIONE NAZIONALE -O “AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI”- E’ UNA PAROLA D’ORDINE CHE APPARTIENE AL PASSATO DEL MOVIMENTO OPERAIO. A titolo di conclusione del lavoro organico di Partito svolto sul tema della questione nazionale, lavoro che in tanto era indispensabile in quanto doveva dire una parola definitiva in merito, abbiamo stabilito sulla base della disamina dei nostri testi classici che la parola d’ordine di Lenin della autodeterminazione o autodecisione nazionale deve essere oggi abbandonata in quanto col 1975 si è chiuso il ciclo delle lotte anticoloniali del secondo dopoguerra in Asia e in Africa e quello delle “doppie rivoluzioni” a livello mondiale. L’idea che stava alla base della parola d’ordine leninista dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni, partiva dal presupposto che se una nazione nel capitalismo non è ancora riuscita a darsi una Stato proprio, non per questo è una nazione sminuita, e dunque non ha meno diritto di un’altra di disporre di se stessa. Non è necessario uno Stato proprio e distinto perché una nazione esista e sia riconosciuta come tale, ma, per il fatto di esistere, essa ha il diritto ad uno stato proprio (autodeterminazione). Se l’applicazione di questo principio già ai tempi di Lenin era chiaramente subordinata agli “interessi della rivoluzione mondiale”, il suo significato originario, in breve, era che il “diritto al divorzio” di una nazione oppressa dallo Stato che la ingloba non significa “obbligo di divorziare”. Pur riconoscendo in linea di principio e di fatto questo diritto dei popoli oppressi a separarsi “se lo desiderano”, i comunisti quindi non avrebbero dovuto invitare il proletariato della nazione oppressa a battersi comunque ed in ogni circostanza per affermarlo, ed in particolare non avrebbero dovuto sostenere la formazione di nuovi Stati indipendenti se non nei casi in cui la lotta nazionale si svolgesse ancora nel quadro di una “doppia rivoluzione” e non fosse incompatibile con gli interessi della classe operaia e del proletariato mondiale. Oggi quel quadro non esiste più in nessun angolo del pianeta: pertanto l’uso di un termine che, sia pure impropriamente, può dare a intendere che il Partito inviti qualsiasi proletariato, sia pure appartenente alla nazionalità predominante, ad appoggiare la rivendicazione di indipendenza nazionale avanzata da qualsiasi borghesia nazionale, per quanto oppressa, rappresenta un vero e proprio crimine, una abdicazione ai compiti imposti in ogni parte del globo dal premere di una rivoluzione proletaria “pura” nelle viscere di un capitalismo che ha fatto finalmente il giro del mondo..."

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