La classe operaia e l'assalto al cielo
di Mario Gangarossa
A volte ho la sensazione che, per molti fra quelli che si definiscono comunisti, la storia si sia fermata ai primi decenni del secolo scorso.
Che il primo tentativo di assalto al cielo del proletariato sia stato anche l'ultimo.
Che la classe operaia, le sue avanguardie, i suoi intellettuali, dopo quella fiammata eroica non abbiano più nulla da dire.
Che in quella esperienza il proletariato ha dato fondo a tutte le sue energie e a tutta la sua creatività.
E che dopo la presa del Palazzo d'Inverno, dopo il fallimento delle rivoluzioni del secolo scorso, nessun altra possibilità gli è data.
Dovrà impiccarsi nei secoli a venire a quei suoi primi vagiti giovanili, ripetendone all'infinito gli errori e ricopiandone le forme che rivestivano un contenuto che oggi, vivaddio, non c'è più.
Il mondo è cambiato, e ironia della storia, è cambiato per come aveva previsto cambiasse il vecchio barbuto che i meccanismi della storia li conosceva bene.
Tutto si svolge come aveva previsto Marx, ed è paradossale che non lo capiscano proprio quelli che si ritengono suoi discepoli.
Le classi si polarizzano, le crisi diventano sempre più acute e irrisolvibili, guerre e pestilenze, masse di senza risorse che si spostano alla ricerca di un posto dove sopravvivere.
Il capitale occupa ogni anfratto di un pianeta incapace di sostenerne il peso.
Prigionieri dei miti prodotti dalle contingenze dell'esperienza passata.
Incapaci di comprendere il presente e di guardare al futuro.
Come quelle vecchie zitelle attempate che sognano ancora i bei tempi quando aitanti giovanottoni gli strizzavano l'occhio.
Hanno impiattato un'immangiabile minestrone e lo hanno chiamato socialismo.
E pretendono pure che i "fruitori" di quel socialismo siano pronti a stringere la cinghia e a morire per l'"ideale".
Dal punto di vista del futuro dell'umanità quei "dieci giorni che sconvolsero il mondo" sono solo un balbettio.
Un tentativo. Una prova meglio riuscita delle altre.
Se così non fosse, se il "socialismo reale" così come lo abbiamo conosciuto fosse il punto di arrivo del processo di liberazione degli sfruttati, non varrebbe la pena nemmeno provarci.
Loro non erano più la Comune di Parigi ma noi non siamo più il Soviet di Pietrogrado.
Elaborate il lutto e guardate al futuro.
E quel futuro ci piaccia o no è nelle mani di chi oggi scende in piazza a Cuba come in Sud Africa, in Colombia come a Hong Kong, a Teheran come a Parigi.
Le classi lottano.
Rispondono a una sola legge.
Quella del bisogno.
Mettono in discussione le sovrastrutture ideologiche che le ingabbiano.
I regimi che li governano.
Ma la storia la fanno loro e la fanno andare dove loro vogliono e possono andare.
È così difficile capirlo per un marxista?
È così difficile comprendere che il motore della storia sono gli interessi materiali degli individui e delle classi sociali?
Che è la "pancia" che spinge a scendere in strada e non le oscure manovre del nemico sempre in agguato?
Che i tradimenti, i complotti, le infamie, fanno parte del mondo dei puffi e di Gargamella e non del mondo reale?
Che fin quando ci saranno società divise in classi, ci sarà conflitto?
E che quel conflitto non si può esorcizzare?
È così difficile capire che è proprio il conflitto la prova provata che le contraddizioni esistono e non basta l'aver sostituito la bandiera a stelle e a strisce con quella della propria nazione per eliminarle?
La lotta di classe esiste e esisterà fin quando ci saranno le classi.
E le classi agiscono per necessità fottendosene degli strateghi, dei maestri, dei comunisti reali o immaginari.
Pensate davvero che quelli che prendevano la Bastiglia fossero coscienti che quel gesto avrebbe cambiato l'universo mondo?
E che i soldati russi affogati nelle trincee avessero idea che il socialismo fosse qualcosa in più che "pace e pane"?
Lo capisco che è difficile separarsi dai propri miti consolatori.
Sono stati anche i miei miti in un passato ormai lontano.
E so quando sia stato difficile liberarsene.
La prima volta in questura mi ci portarono assieme a un grande ritratto di Ho Chi Minh. Pensate un po'.
Ma guardate che l'utopia di poter costruire il socialismo in un solo paese non muore oggi con Cuba.
È morta tanti anni fa con l'illusione di poterlo costruire in un paese 200 volte più grande di Cuba.
Non è più argomento di "battaglia teorica".
I fatti hanno sgombrato il terreno dalle teorie e Putin e Xi Jinping stanno lì, con la loro ingombrante presenza, a ricordarcelo.
Quella strada non fu scelta per la geniale intuizione di un gruppo di rivoluzionari che avevano deciso di riscrivere il Manifesto rinunciando a quella che per Marx era la base stessa su cui costruire il progetto della rivoluzione comunista.
Quel "Proletari di tutti i paesi unitevi" con cui, a scanso di equivoci, quelli che il comunismo l'hanno inventato, concludevano il loro appello.
La scelta della costruzione del socialismo in un solo paese fu una scelta obbligata, una ritirata, di fronte al fallimento della rivoluzione in Europa.
Fu un ripiego, una resa, con tutto quello che una resa comporta.
Gli artefici di quella ritirata hanno provato in tutte le maniere, comprese quelle forti, a dimostrare che non di una resa si trattava ma di un modo "diverso" di vincere.
Che il socialismo fosse quello che loro costruivano.
Fin quando il contenitore ideologico non è esploso e i reali rapporti economici e sociali sono venuti fuori in tutta la loro miserabile e cruda realtà.
Rapporti di sfruttamento e di oppressione materiale e ideologica.
E per "restaurare" il capitalismo è bastato solo minacciare di invadere il paese con qualche divisione di hot dog.
Ma la Patria socialista, lo Stato comunista, la lotta antimperialista…
Il vecchio barbuto di Treviri e il suo compagno di bisbocce giovanili a solo sentirli si farebbero delle sonore risate e ci berrebbero su una doppia razione di buon vino dell'Alsazia.
E poi riprenderebbero a studiare con pazienza e umiltà il "movimento reale", i suoi miti, e le sue prospettive.














































Comments
Loro sapevano bene che la storia, contrariamente alle utopie campate in aria che lasciano perfettamente immutato lo stato di cose presenti o addirittura contribuiscono a peggiorarlo ulteriormente, procede per dolorosissimi "parti" assistiti dalla violenza come "levatrice", che passa anche per errori e sconfitte e per compromessi non "purchessia" ma imposti dai reali rapporti di forza nella lotta di classe e necessari per spostare in avanti per davvero quei reali rapporti di forza sulla terra (anziché vagheggiare piacevolmente e senza lotta reale, fatica, dolore platonici superamenti delle contraddizioni sociali nel serttimo cielo).
La storia dell' URSS e del “socialismo reale” in molto modi può e deve essere studiata e criticata da chi voglia proficuamente contribuire al movimento reale che -in un processo molto più doloroso, lungo, difficile e incerto di come potevano sperare i due di cui sopra- cambia lo stato di cose presenti, ma liquidata come “fallimento" può essere solo e unicamente nell' ambito delle peggiori ideologie reazionarie (quali che siano le soggettive intenzioni di chi le propone, che contano come il due di coppe con briscola bastoni), come dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la miserabile, ignominoiosa adesione dello scrittore di questo articolo ai conati controrivoluzionari e decisamente reazionarissimi -non “solo” antisocialisti e filoimperialisti, ma addirittura molto peggiori- in atto a Cuba in questi giorni.
Io sono nato comunista e morirò Comunista. Caro compagno Mario Gangarossa, ho letto il tuo articolo, e non sono riuscito a capirlo. Eppure non sono un bambino come lo ero 70 anni fa. E mentre leggevo il tuo articolo, mi sono subito chiesto, ma tu sei comunista o invece non lo sei. Lo so che i partiti comunisti di oggi ce ne sono molti. Per esempio, dopo la morte di Enrico Berlinguer, il PCI è stato cancellato dalla storia, ma poi è rinato circa 6 anni fa. Ma dopo la morte del PCI una parte di quel Partito aveva deciso di costituire il Partito di Rifondazione Comunista. Poi ho scoperto che sono nati altri partiti Comunisti, uno dei quali è il Partito Comunista dei lavoratori, ma abbiamo anche Potere al Popolo, e tanti altri. L'unica cosa che mi sono permesso di sottolineare a tutti gli altri Partiti Comunisti, è stato una cosa di una semplicità, che più semplice non si può. Ma perchè tutti questi partiti Comunisti, invece di litigare tra di loro, non si mettono tutti insieme? Lo so che ciascuno di noi comunisti la pensa in maniera diversa. E questo è anche normale, perchè ciascuno di noi ha vissuto la propria vita, ha effettuato molte esperienze, con molti errori, ha rivisto la propria vita, ha ripreso un percorso che ha permesso di vedere tutti gli errori che ha fatto. E guai se tutti noi esseri umani comunisti non ha mai fatto errori. Se tutti noi avessero fatto le stesse cose, e se avendo verificato anche gli errori degli altri, ma anche quelli suoi, sono convinto che tutti noi avremmo fatto la cosa più giusta, fermo restando che le nostre esperienze ci permettono sempre di guardare più avanti rispetto a chi non ha mai sbagliato. Io sono felice di aver sbagliato, ma nello stesso tempo, quando sono riuscito a capirlo, ho migliorato come se avessi fatto un esame di matematica, di economia, di fisica, di storia, di filosofia, di sociologia. E invece che cosa accade. Si pensa, come fai tu, che l'unica cosa che si deve fare è fermarsi sulle nostre idee che rimangono sempre le stesse. Come se il tempo non passasse mai. E invece il tempo passa e come. Non siamo più all'età della pietra. Il tempo passa, e non ci accorgiamo che passa. Io, quando ho scoperto che il Partito Comunista Italiano è rinato, ho fatto la cosa più semplice, ovvero di riscrivermi nuovamente a quel Partito. Ho ripreso la mia storia, ho ripreso la mia vita, ho ripreso il mio cammino che avevo perso, proprio a causa delle fine di quel Partito. Ma così come l'uomo, l'essere umano, nasce, cresce, diventa bambini, poi ragazzo o ragazza, adulto, continua a crescere fino a raggiungere le sue più grandi capacità, alla fine quell'essere umano, incomincia a invecchiare, prima lentamente e poi sempre più velocemente, fino ad arrivare alla morte. E questo è il nostro cammino. Ma così come accade agli esseri umani e agli animali, ma anche ai vegetali, anche le società che nascono fanno la nostra stessa fine. Infatti nella storia come accade per gli esseri umani anche le società, nascono e poi alla fine muoiono. E se non fosse così, noi saremmo ancora all'età della Pietra. Le società fanno la stessa fine che facciamo noi. Anzi la nascita del Capitalismo ha portato il nostro pianeta ad una gravissima crisi umanitaria, che mai era accaduto nella storia. In questi 200 anni, e soprattutto in questi ultimi anni che abbiamo vissuto dopo la seconda guerra mondiale, ed in modo particolare dopo il 1974, possiamo dire che ormai se non usciamo da questa società Capitalista, nei tempi più brevi possibili, noi che abbiamo la nostra memoria e che fino a quando potremmo continuare ad averla, dobbiamo fare politica internazionale, al di là di essere italiano, europeo, o di altri popoli. Perché se non riusciamo a guardare finalmente al futuro, questo nostro pianeta che è il nostro Abitat, e che noi chiamiamo terra, a brevissimo tempo, non ci sarà più. Non è un problema mio o tuo, che abbiamo una certa età, ma è quello dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei nostri pronipoti, insomma sarebbe la fine dei popoli tutti, nessuno escluso. E anche se Gli Stati Uniti conducono la danza, nei fatti, quel paese sta diminuendo a dismisura le sue capacità sia di natura sociale sia dal punto di vista economico. Visto tra le altre cose che il suo Pil mondiale è diminuito dal 1950 ad oggi dal 50% a meno del 25%. Ecco perchè oggi è indispensabile mettersi tutti insieme le generazioni come le nostre insieme alle generazioni successive alle nostre. Ed è questo il problema che dovremmo capire. Serve una fratellanza internazionale che ci permetta di salvare non le nostre vite ma le vite delle future generazioni. Ciao Mario Gangarossa.